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domenica 19 giugno 2011

La coscienza risvegliata che osserva i pensieri



Il termine “Dhamma” non si può tradurre adeguatamente. È una parola profonda. È un concetto che non esiste nella lingua inglese. Tutt’al più possiamo renderlo con “la verità delle cose come sono”. “Rifugiarsi nella verità delle cose come sono” suona un po’ strano, vero? Per lo meno a me, dire: “Mi rifugio nella verità delle cose come sono” suona strano. E poi voglio sapere: “Come sono? Dimmi come sono le cose!”.

Ma non ve lo devo dire io! Potete vederlo da soli. Vi giro la domanda. Svegliatevi e osservate, invece di chiederlo a me. D’altro canto potrebbe interessarvi il modo in cui dovrebbero essere. Forse siete stati in ritiro in altri posti o con altri insegnanti e avete un modello di come dovrebbe essere un ritiro di meditazione. Potreste venirmi a dire: “Achaan Sumedho, credo che dovresti...”. Forse il vostro modello di un ritiro di meditazione è diverso dall’esperienza che fate qui. Ma anche questo può essere osservato, non dico che il nostro modello sia il migliore in assoluto o che non ci siano altre possibilità che valga la pena esplorare. Non ci interessa convincere o convertire. Quindi in un ritiro le circostanze fastidiose, irritanti o frustranti sono parte dell’esperienza; ci risvegliamo alle cose come sono, invece di rifarci a un’ideale di come dovrebbero essere.

Tornando al concetto di anattā o non sé: personalmente è uno di quelli che ho trovato più ostici. Il concetto di aniccā mi sembrava chiarissimo. Se sostenete a lungo l’attenzione, noterete che tutto cambia, non è difficile riconoscerlo. Ma nel caso di anattā, mi pare che se c’è qualcosa di reale, qui, sono io! Io sono la persona che è seduta qui e prova certe sensazioni, sono questo corpo. Debbo viverci insieme, perciò deve essere mio; deve per forza succedere a me. Sembra un fatto scontato.

Potremmo concludere che il “non sé” sia un assunto dottrinale e credere di doverci disfare del nostro sé. Trasformarci in una non persona, una non personalità. Sul piano concettuale, che senso avrebbe? Riuscite ad immaginare di non avere una personalità? Nulla di nulla... sarebbe come essere mezzi morti! Ogni opinione personale, ogni sentimento personale, sarebbe da respingere. Ma non si tratta di questo. Non è l’annientamento del sé. È vedere che il sé a cui tendiamo ad aggrapparci è una nostra creazione. Siamo gli artefici di noi stessi. Grazie alla consapevolezza cominciamo ad accorgercene. Comincio a notare come creo me stesso in quanto persona. Per semplice abitudine, perché non mi sveglio, perché sono prigioniero di pensieri ricorrenti, abitudini emotive e identità che non esamino mai, e tanto meno metto in discussione.

Con sati-sampajañña cominciamo a notare in cosa consista il senso del “me” e del “mio”. Siamo dotati di soggettività, sentiamo di essere consapevoli. Tutti voi siete oggetti, in termini di momento presente, in termini di coscienza visiva; siete oggetti nella mia coscienza. Eppure, sul piano convenzionale non lo ammetteremmo. Crediamo di essere un gruppo di persone che partecipa a un ritiro di meditazione e tendiamo a vedere il tutto da un punto di vista molto convenzionale. Ma se includo anche questo nella consapevolezza, in realtà voi siete nella mia coscienza. Il mio volto non posso vederlo, ma posso vedere il vostro! Sembra scontato, ma merita un approfondimento. Il mio occhio destro non può vedere l’occhio sinistro, neppure se li incrocio! Però posso vedere i vostri occhi; ora sto riflettendo, osservando le cose come sono. Quanti di voi in questo momento si rendono conto di non poter vedere il proprio volto? Potreste mettervi di fronte a uno specchio: “Certo che lo vedo!”. Ma è solo un riflesso, vi pare? Non è il vostro volto; è un riflesso nello specchio. Sul piano convenzionale lo diamo per buono; quando vogliamo raderci usiamo uno specchio, e il riflesso ci serve a non mozzarci il naso o tagliarci. Sembra ovvio e scontato; eppure, quanti di voi hanno mai pensato in questi termini?

Di solito ci basiamo su un senso del sé condizionato, su ciò che si definisce sakkāya-diṭṭhi, il concetto di personalità. Il termine pāli sakkāya-diṭṭhi, che si traduce con “io”, “concetto di sé” o “concetto di personalità”, denota l’idea di essere una persona separata che si identifica con il corpo, i pensieri e i ricordi, ossia un’abitudine. Quindi possiamo chiederci: è veramente me? Lo scopo non è quello di confutarne l’esistenza per attestarci sulla posizione opposta, ma svegliarci e osservare le cose come sono. L’anattā è una caratteristica dell’esistenza. Non è una qualità o una posizione dottrinaria, e non è una credenza nichilista.

In più, il termine pāli nibbāna viene spesso tradotto come “estinzione”. La prima volta che incontrai la definizione nella letteratura theravāda, che l’obiettivo è “estinguersi”, la lessi in chiave nichilistica: estinguere vuol dire annientare, vero? All’epoca, interpretavo “estinzione” come estinzione totale, oblio. Perché il condizionamento culturale della mente era quello, e il termine “estinzione” significa estinguere nel senso di disfarsi o annientare. Perciò, se ci chiedono di spiegare cosa significa “nibbāna”, rispondiamo: “Significa estinzione. La nostra pratica consiste principalmente nell’estinguere, nel diventare estinti”. Il che non suscita particolare entusiasmo.

Perciò, cosa vuol dire nibbāna in realtà? Nei paesi buddhisti viene spesso elevato al rango di un conseguimento particolarmente elevato. In Thailandia se ne sente parlare come fosse un’esperienza sublime. Nella nostra lingua è divenuto un superlativo, una sottospecie di paradiso: “Ero al settimo cielo, ho raggiunto il nirvana”. Il Buddha non parlava di uno stato elevato, ma di uno stato di risveglio. Lo stato risvegliato è una condizione naturale dell’essere che tutti possiamo conoscere se prestiamo attenzione, se osserviamo le cose come sono, se le osserviamo in termini di Dhamma. Con le convenzioni religiose succede spesso; restano sul piano intellettuale, si congelano in una struttura dualistica. Quindi Dio e Satana sono inconciliabili. Ricordo che a un certo punto della mia educazione cristiana chiesi: “Ma allora anche Satana è una specie di Dio?”. Mia madre rispose di no. Per cui domandai: “Se Dio ha creato tutto, perché ha creato Satana?”. Mia madre disse: “Satana ha disubbidito a Dio, ed è finito all’inferno!”. La risposta non mi parve soddisfacente. Ecco cosa si fa con la mente, quando il pensiero resta bloccato su un percorso lineare.

Ecco perché continuo a insistere sulla natura del pensiero, sulla natura del pensare. È una funzione che abbiamo, per cui un pensiero fa seguito all’altro. Penso: “Sono Achaan Sumedho, un monaco buddhista”, e poi mi faccio prendere la mano, raccontandovi tutto del mio passato e i miei progetti per il futuro... la mente vagabonda. Finché restiamo sul piano del concetti e delle convenzioni, anche se funzionale, non possiamo liberarci, perché le convenzioni sono condizionate, sono create e dipendono dal linguaggio. Perciò, invece di cercare la traduzione perfetta di “sati-sampajañña”, invece di passare la vita a tentare di definirla, usatela. È qualcosa da usare qui e ora. Non è qualcosa da ricercare altrove. Se la definite troppo, rischiate di farvi ossessionare dai concetti o dalle vostre definizioni, sforzandovi di diventare come credete che debba essere.

Quindi sati, la presenza mentale, non è come un pensiero, o qualcosa che va prodotto o raggiunto esercitando il controllo sulle condizioni... si tratta semplicemente di usarla. Essere svegli, osservare, ascoltare; vigilanza, apertura. Quando mi metto in condizione di osservare il processo del pensiero posso scegliere di pensare deliberatamente, posso pensare in modo molto positivo. In passato mi sono cimentato nella coltivazione dei pensieri positivi. Tutto è amore e bene, benevolenza e compassione, guardo tutto dal lato positivo. Oppure, praticare la mettā sul piano concettuale, senza lasciar emergere alla coscienza pensieri negativi. Insisto a concentrarmi su concetti positivi e di conseguenza mi sento benissimo... potere del pensiero positivo. Era un best-seller di Norman Vincent Peale, nell’America degli anni quaranta. Tutti compravano “The Power of Positive Thinking”.

Non c’è dubbio che pensare positivamente sia una buona idea. Non lo condanno e non lo metto in ridicolo. Se penso sempre in maniera molto positiva, la mia vita diventa più felice e sarò incline a un maggiore ottimismo. Mette di buon umore e porta all’euforia, all’esaltazione. Ma il problema è che per continuare a stare bene devi mantenere a tutti i costi un atteggiamento ottimista. Per sostenere l’illusione di felicità che deriva dal pensare positivamente devi tenere a bada il dubbio, lo scetticismo e i concetti negativi. Non appena prendi coscienza di quel gesto di positività compulsiva, smetti di prenderti in giro.

Ora applicate lo stesso principio ai pensieri negativi: “La vita non ha scopo. È tutta una farsa, la gente è marcia, non c’è una persona onesta a questo mondo. Le religioni sono tutte false, i politici sono corrotti... mia madre mi ha messo al mondo solo per egoismo e avidità, per sfogare la sua libidine...”. E il risultato? Mi deprimo: “A che serve vivere? È solo una perdita di tempo!”. Ci si può infognare nella depressione. Farlo intenzionalmente è un modo per riflettere con consapevolezza sulla natura delle cose: si può alimentare la positività o la negatività. I pensieri positivi producono felicità, quelli negativi infelicità. Pensare in positivo è il paradiso, pensare in negativo è l’inferno.

Ciò che è consapevole del positivo e del negativo, la consapevolezza, non si schiera, non giudica. Si limita a notare le cose come sono, la reale natura dell’esperienza che accade nel momento presente. Quindi, se la meditazione buddhista fosse solo un’esperienza piacevole, certamente potrebbe avere i suoi vantaggi, ma quando le condizioni non si prestassero più a rinforzare le opinioni ottimistiche, crollereste. Ci si può infuriare, si può finire all’inferno, quando le condizioni e la gente che ci circonda non rinforzano la positività. Osservando il fenomeno, si comincia a prendere atto che c’è solo questa funzione dualistica del pensiero, positivo o negativo che sia. È una costruzione, una convenzione.

Perciò, come usare il pensiero, invece di farsi coinvolgere dal processo discorsivo senza alcuna prospettiva sul pensiero? Il pensiero diventa abituale e facilmente ci si perde nei pensieri. Allora si può pensare intenzionalmente, ascoltarsi mentre si pensa. Per farlo occorre sati-sampajañña. È un abile mezzo per essere consapevoli del pensiero invece di restarne coinvolti. Di solito, se non siamo consapevoli diventiamo i nostri pensieri. Ecco perché consiglio di pensare intenzionalmente, per non mettersi a pensare ai pensieri. Abbiamo una tendenza a farci un’idea del non pensare e a pensarci sopra, o a pensare ai pensieri, o a speculare sull’anattā e sul nibbāna, senza mai uscire dalla trappola dei nostri pensieri; finché non cominciamo a osservare il pensiero. Come si osserva il pensiero nella propria mente?

In questo momento noto che, per pensare intenzionalmente, formulo un proposito: “Adesso mi metto a pensare”. Poi ascolto. È possibile udire i propri pensieri; o almeno, io posso farlo. Mi ascolto parlare. Poi posso dire: “Sono un essere umano”. Non è un pensiero entusiasmante... non mi fa cadere in estasi e non mi deprime. È un’affermazione neutra, diciamo così, un dato di fatto. Ora stiamo osservando il pensiero nella posizione della sati-paññā, la coscienza risvegliata che osserva. Stiamo iniziando a riconoscere di non essere un pensiero, di non essere affatto ciò che pensiamo. Gran parte del nostro pensiero consiste di abitudini acquisite, e il nostro senso del sé, del valore personale, deriva dalle esperienze di vita, dalla cultura e dalla società: dalla famiglia, dal sistema educativo, dal condizionamento etnico, dal condizionamento religioso.

[...]

La consapevolezza è la via d’uscita dalla sofferenza, l’accesso al senza morte. E non è una creazione, né una qualità personale. Praticando, investigando, cominciate a prendere le distanze dal linguaggio e dal pensiero notandoli come oggetti mentali... lo stesso per le emozioni che emergono, ad esempio: “E a me niente?”. O l’assertività: “È mio diritto! Devo farmi valere! Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno!”. Se il mio rifugio è la consapevolezza, quel sentirmi una persona è un oggetto della coscienza. Diventa cosciente; sorge e cessa. Quindi il “sé” o sakkāya-diṭṭhi è un artificio; è artificiale e creato. Siamo noi a crearlo; siamo gli artefici di noi stessi in quanto persona, personalità.

Quindi si tratta non di disfarsi della personalità, ma di riconoscerne i limiti, di affrancarsene; perché, a ben vedere, la personalità ci limita molto. Abbiamo una sfilza di opinioni su noi stessi, le nostre capacità, il nostro valore e via dicendo. Perciò tendiamo a cadere vittime di paure nevrotiche, ansie e preoccupazioni circa la nostra identità. In particolare nel ceto medio la nevrosi abbonda, perché abbiamo tanto tempo per pensare a noi stessi. La società ci dice che abbiamo certi diritti, che dovremmo fare certe cose, che dovremmo credere a certi ideali... di conseguenza incameriamo tutti quei concetti. Tendiamo a formulare giudizi, giudizi di valore su noi stessi, sugli altri e sul mondo. Quindi, considerate questo ritiro come un’occasione per smettere di crearvi un’identità precisa. Esplorate il senso del sé... non per disfarvene, per cancellarlo... ma per riconoscere che non siete ciò che pensate. Per me è un sollievo non credere ai miei pensieri.

I pensieri continuano ad andare e venire. A volte sono utili, a volte sono solo abitudini. Sorgono determinate condizioni che ti rendono felice, e hai l’impressione che tutto vada per il meglio. Poi le cose vanno a rotoli, qualcuno abbandona la veste monastica, una cosa tira l’altra. La gente ti elogia e ti compiaci, ti biasima e ti deprimi... sul piano personale. Ma la consapevolezza non resta coinvolta negli alti e bassi della lode e del biasimo, della felicità e della sofferenza. La consapevolezza è un rifugio che può riconoscere queste qualità in termini di Dhamma: tutte le condizioni sono impermanenti e non sé. È un invito a riflettere sull’esperienza della sakkāya-diṭṭhi, che io rendo con “concetto di personalità”. In questo periodo avete modo di cimentarvi con l’“Io sono”. Potete essere tutto quello che volete, ma ascoltate, non credeteci... “Sono Dio!”; “Sono una nullità, non valgo niente, sono solo una formica in un formicaio. Sono uno zero, sono solo un numero, una rotella dell’ingranaggio...”, è sempre una creazione, vero?

Posso assemblarmi come Dio unico onnipotente o un povero derelitto. Ma sono solo costruzioni, e la consapevolezza non crede a nessuna di quelle condizioni. Le vede, ne prende atto, ma non ci si attacca. È un modo che ho scoperto per chiarirmi le idee. Cos’è la pura consapevolezza, e cos’è la personalità? È importante che capiate la differenza, che abbiate fiducia, non in un dogma, ma nella chiarezza. Prendete atto che la consapevolezza è qui e ora. “Io sono... Achaan Sumedho” viene e va. “Sono buono, sono cattivo”... I ricordi vanno e vengono, ma la consapevolezza si autosostiene, non è una creazione ed è sempre affidabile. È sempre qui e ora. Vederlo chiaramente vi libera dall’attaccamento alla sakkāya-diṭṭhi, all’io, senza bisogno di rifiutarlo. Do ancora l’impressione di essere una personalità, vero? E voi mi vedete come Achaan Sumedho. Quindi non divento una specie di zombi o un tipo anonimo e incolore. Ma so riconoscere una personalità, invece di identificarmici e farmi trascinare dalle sue abitudini.



– da “Il suono del silenzio” di Achaan Sumedho


lunedì 24 maggio 2010

Il momento presente è la porta verso la liberazione



del venerabile Ajahn Sumedho


Portate la vostra attenzione a questo momento, al qui ed ora. Qualsiasi cosa stiate sentendo fisicamente o emotivamente, di qualsiasi natura essa sia, questo è il modo in cui essa è. Questa conoscenza del modo in cui la cosa è si chiama consapevolezza; è il modo in cui noi facciamo esperienza dell’ora. Prestate attenzione a questo. Quando siamo pienamente coscienti, attenti al qui e ora senza attaccamento, allora non stiamo cercando di risolvere i nostri problemi, non stiamo ricordando il passato o pianificando il futuro. E se stiamo facendo queste cose allora fermiamoci e riconosciamo quello che stiamo facendo. Il non attaccamento significa che non stiamo creando niente di più nella nostra mente; siamo solo presenti. Questo significa riflettere sul modo in cui la cosa è.

Quando pensiamo, facciamo progetti, proviamo paura, facciamo previsioni, abbiamo speranze, ci aspettiamo qualcosa dal futuro, tutto questo avviene qui e ora, non è vero? Sono stati mentali che noi creiamo nel presente. Che cosa è il futuro? Che cosa è il passato? C’è soltanto l’ora, questo momento presente. Allora ci possiamo chiedere: “Che cosa è che conosce?” Noi vogliamo sempre determinare il soggetto. E’ questo il mio io reale? E’ questo il mio vero sé? Questa soggettività, questo porsi delle domande e volere trovare una identità, è anche una creazione nell’ora. Se ci affidiamo al silenzio, non c’è nessuno. Non troviamo nessuno nel suono del silenzio. Tutto il problema finisce.

Quanta concretezza ha un qualsiasi ricordo nel presente? Ha qualche essenza permanente? Il ricordo di una persona è realmente quella persona? Pensate a vostra madre, adesso. Anche se vostra madre è scomparsa tanti anni fa potete comunque pensare “madre” e le percezioni e i ricordi sorgono. Dov’è vostra madre ora, in questo momento mentre voi siete seduti qui e pensate a lei? E’ una percezione nella vostra mente. Sapere che i ricordi e le percezioni vengono create nel presente non è una critica o una negazione, si tratta semplicemente di porre i pensieri nel contesto in cui realmente sono.

Quanta sostanza
un ricordo ha
nel presente?

Spesso noi viviamo nel regno del tempo e dell’io e ci crediamo ciecamente, persi nelle nostre creazioni. Ma vedendo il Dhamma troviamo una via d’uscita da questa trappola mentale. La nostra società crede ciecamente in queste illusioni, quindi non ci possiamo aspettare molto aiuto da questa. Per esempio, a noi piace molto la storia, non è vero? “Voi sapete che il Buddha è realmente esistito. E’ un fatto storico”. E questo ce lo fa apparire reale, perché abbiamo fiducia nella storia. Ma la storia che cosa è? E’ ricordo. Se leggiamo differenti storie sullo stesso periodo di tempo, esse ci sembrano molto diverse. Io ho studiato storia coloniale britannica in India. Un resoconto scritto da uno storico britannico è molto diverso da quello scritto da uno storico indiano. Uno di loro mente? No. Probabilmente entrambi sono onorabili studiosi, ma ognuno di loro vede e ricorda le cose in modo diverso. Il ricordo è così.

E allora quando esaminiamo il nostro ricordo, osserviamo soltanto il fatto che i ricordi vanno e vengono; e quando se ne sono andati, ciò che rimane è la coscienza. La coscienza è ora. Questo è il sentiero, qui e ora, nel modo in cui è. Usate quello che sta avvenendo ora come sentiero, piuttosto che continuare con l’idea che voi siete qualcuno che viene dal passato e che ha bisogno di praticare per liberarsi da tutte le contaminazioni per raggiungere l’illuminazione in futuro. Questo è solo un io creato da voi e nel quale voi credete.

Noi soffriamo molto quando, ricordando il passato, ci sentiamo colpevoli. Ricordiamo cose che abbiamo detto o fatto, o che non avremmo dovuto fare, e stiamo molto male. O speriamo che tutto vada bene nel futuro e poi ci preoccupiamo del fatto che qualcosa possa andare storto. Ebbene le cose possono andare bene come possono andare male. O possono andare in parte bene e in parte male. Qualsiasi cosa può accadere nel futuro. Ecco perché ci preoccupiamo, non è vero? Ci piace andare dai chiromanti perché pensiamo che il futuro può essere tremendo per noi, se non lo conosciamo. Quale sarà il risultato della nostra decisione? Ho fatto la scelta giusta?

Dire “E’ così”
è solo un modo per ricordare
a se stessi
di vedere questo momento
così come è.

La sola cosa sicura del futuro - la morte del corpo - è qualcosa che cerchiamo di ignorare. Il solo pensare alla parola morte blocca la mente, non è vero? Per me è così. Non è particolarmente educato o politicamente corretto, parlare di morte in una conversazione casuale. Che cosa è la morte? Che cosa succederà quando muoio? Il non saperlo ci turba. Ma non lo sappiamo, non è vero? Noi non sappiamo cosa accadrà quando il corpo morirà. Abbiamo diverse teorie - come la reincarnazione o il premio in una rinascita migliore o la punizione in una nascita peggiore. Alcuni sostengono che una volta che si è ottenuta la nascita umana, si possa ancora rinascere come creatura inferiore. E poi c’è la scuola che dice no, una volta che si è rinati sotto forma umana non si può più rinascere come creatura inferiore. O la credenza nell’oblio - una volta che siamo morti, siamo morti. Punto e basta. Nient’altro. Finito. La verità è che nessuno lo sa veramente. Così spesso la ignoriamo o la reprimiamo.

Ma tutto questo succede nell’ora. Pensiamo al concetto della morte nel presente. Il modo in cui la parola morte influenza le nostre coscienze “è così”. Questo è sapere di non sapere nell’ora. E’ non cercare di provare alcuna teoria. E’ sapere: il respiro è così, il corpo così; lo stato d’animo, il nostro stato mentale è così. Questo significa sviluppare il sentiero. Dire “è così” è solo un modo di ricordare a se stessi di vedere questo momento così com’è, piuttosto che essere intrappolati nell’idea che dobbiamo fare qualcosa o trovare qualcosa o controllare qualcosa o liberarci di qualcosa.

Sviluppare il sentiero, coltivare bhavana, non è soltanto meditazione formale che possiamo fare solo in un determinato posto, in certe condizioni, con certi maestri. Questa è soltanto un’altra idea che ci stiamo creando nel presente. Osservate come praticate nella vostra vita quotidiana - a casa, in famiglia, al lavoro. La parola bhavana significa essere consapevoli della mente dovunque voi siate nel momento presente. Io posso darvi consigli per sviluppare la meditazione seduta - tanti minuti ogni mattina e tanti ogni sera - il che è certamente una cosa da tenere in considerazione. E’ utile acquisire una disciplina, prendersi un po’ di tempo nella vita di tutti i giorni per smettere con qualsiasi attività, qualsiasi impulso di obbligo morale, responsabilità e abitudine. Ma quello che ho trovato ad aiutarmi maggiormente è stato riflettere e fare attenzione sul qui ed ora.

Anche se andiamo
in luoghi meravigliosi
non sono poi così diversi.
E’ solo
una nostra montatura.

E’ così facile pianificare il futuro o ricordare il passato specialmente quando niente di veramente importante sta succedendo in questo momento: “In futuro ho intenzione di insegnare in un ritiro di meditazione” oppure “Il mio viaggio in Bhutan è stato una visita veramente particolare in un luogo veramente esotico dell’Himalaya.” Ma molto nella vita non è niente di speciale; è così come è. E anche andare in meravigliosi luoghi dell’Himalaya è così come è - alberi, cielo, consapevolezza; non c’è tutta questa differenza. E’ solo che noi ci costruiamo sopra. Sento anche che la gente soffre molto per le cose che ha fatto o che non avrebbe dovuto fare - errori, crimini, cose terribili dette nel passato. Le persone possono diventare ossessionate perché una volta che cominciano a ricordare i loro errori si crea tutto uno stato d’animo. Tutti i momenti colpevoli del passato possono tornare a galla e distruggere la nostra vita presente. Molte persone finiscono per rimanere bloccate in un vero insopportabile regno infernale che si sono create da sole.

Ma tutto questo succede nel presente, ed è per questo che il momento presente è la porta verso la liberazione. E’ l’ingresso al “Senza Morte”. Risvegliarsi a questo non vuol dire sopprimere, negare, rimuovere, difendere, giustificare, condannare; è quello che è, prestare attenzione al ricordo. “Questo è un ricordo.” è una affermazione corretta. Non è una rimozione del pensiero, ma non lo si sta più considerando con attaccamento personale. I ricordi, se visti chiaramente, non hanno essenza. Si dissolvono nell’aria sottile.

Provate a ricordare una vostra colpa e mantenete il ricordo deliberatamente. Pensate a qualche cosa di terribile che avete fatto in passato, e poi stabilite di tenerlo nella vostra coscienza per cinque minuti. Cercando di continuare a pensarci, scoprirete quanto è difficile da trattenere. Ma quando quello stesso ricordo sorge e voi gli opponete resistenza, ci sguazzate dentro o ci credete, allora può accompagnarvi per tutta la giornata. Tutta una vita può essere riempita di colpe e rimorsi.

Ogni volta che sei
consapevole di ciò
che stai pensando
stai diventando
un esperto.

Così soltanto nel risveglio, vedendo la cosa così com’è, c’è un rifugio. Ogni volta che siete consapevoli di quello che state pensando - non critici, anche se state pensando a qualcosa di veramente brutto o spiacevole - state diventando degli esperti. Questo è ciò in cui potete avere fiducia. Mentre sviluppate questo, acquisite più fiducia. La vostra consapevolezza diventerà una forza più grande delle vostre emozioni, delle vostre contaminazioni, delle paure e dei desideri. All’inizio ci può sembrare che emozioni e desideri siano più forti, che la semplice consapevolezza sia impossibile. Si possono avere soltanto pochi brevi momenti di consapevolezza e poi si torna di nuovo nella tempesta che imperversa. Può sembrare senza speranza, ma non lo è. Più la si mette alla prova, la si investiga, si dà fiducia a questa consapevolezza, più diventa stabile. Gli apparenti poteri invincibili delle qualità emotive, delle ossessioni e delle abitudini, perderanno quel senso di essere la forza più grande. Troverete che la vostra vera forza è nella consapevolezza, non nel controllo dell’oceano, delle onde, dei cicloni e degli tsunami e di tutto il resto che comunque è impossibile per voi controllare. E’ solo nell’avere fede in questo punto - qui ed ora - che si realizza la liberazione.

Dire “è così” significa solo ricordare a se stessi di vedere questo momento così com’è. Anche andare in posti meravigliosi non è poi così differente. E’ solo la costruzione che ci facciamo sopra, rimuovendo, difendendo, giustificando o condannando; è quello che è: un ricordo. “Questo è un ricordo.” è una affermazione onesta. Non è una rimozione del pensiero. E’ che non lo sta considerando con attaccamento. I ricordi, se visti chiaramente, non hanno essenza. Si dissolvono nell’aria sottile.



http://santacittarama.altervista.org/qui_e_ora.htm


giovedì 4 marzo 2010

Un brutto granello di sabbia


del venerabile Ajahn Sumedho


Quando non siamo vigili, tendiamo a lasciarci catturare dalla forza d'inerzia delle nostre abitudini, tra cui quella di preoccuparsi è la più forte. Preoccuparsi molto conduce alla pazzia, eppure alcuni ritengono che se non si preoccupano sono degli irresponsabili; per costoro 'preoccuparsi' significa 'prendersi cura', mentre la preoccupazione è semplicemente il risultato del pensiero ossessivo.

Quando siamo vigili mettiamo energia nella mente, e lo stesso avviene per il corpo, infatti per mantenere il corpo eretto è necessaria la presenza di energia e di sforzo. Da dove viene questo sforzo? Quando il corpo muore, cade a pezzi, si decompone, si disintegra; nessuno può mettere energia in un cadavere perché la forza vitale è svanita. La forza vitale è qualcosa che si estende fuori dal corpo, è un'energia mentale che non proviene dal corpo stesso.

Possiamo riempire il corpo di energia, e possiamo anche riempire la mente di energia ed essere vigili e attenti. Nell'attimo in cui si è vigili non c'è pensiero, a meno che io non voglia, deliberatamente, pensare qualcosa in quel momento. C'è l'essere vigile: posso vedere le persone che mi stanno davanti e posso parlare, ma non c'è nessuna preoccupazione per nessuna cosa in quel momento, nessuna paura, nessuna brama, nessun dubbio, ciò che è presente è semplicemente il riconoscimento del momento. Se sono disattento, la mia mente comincia a vagare qua e là, prende le cose personalmente, sente avversione, sente bramosia e pensa "non voglio tenere un discorso, voglio andare a dormire, sono stufo di tenere discorsi!". Ma se svuoto la mente, allora c'è consapevolezza della situazione e c'è un rapporto con ciò che, in questo istante, è utile e prezioso.

Cominciamo a meditare rendendo la nostra vita molto semplice, prendendo i precetti morali ed essendo consapevoli del respiro. Vediamo le abitudini della mente, il voler parlare, il voler mangiare e bere. Ci impegniamo con la morale, la consapevolezza del respiro e il silenzio. Dopo, cominciamo a rilassarci all'interno di questa restrizione, ossia cominciamo ad arrenderci alle limitazioni, ai confini, e allora ci sentiamo in pace, molto più in pace che se balliamo e cantiamo o se lasciamo che il desiderio ci spinga qua e là. È sufficiente limitarsi a osservare il corpo, le sensazioni, ed essere svegli e consapevoli. Consapevoli di cosa? Del momento. All'inizio abbiamo un oggetto di consapevolezza, possiamo osservare il respiro, oppure le sensazioni del corpo, poi prestiamo attenzione semplicemente a ciò che sta succedendo nel momento stesso. Ci stiamo dirigendo verso il lasciar andare, verso la semplicità fondamentale, il Nirvana, la realizzazione incondizionata.

Improvvisamente tutte le nostre idee più assurde cominciano a prendere una forma conscia. Molti di noi amano pensare a se stessi come a persone piuttosto sensate e ragionevoli, o almeno così succede a me: "Un uomo sensato, ragionevole, gentile e di buona indole!". E invece rimaniamo intrappolati nella stoltezza, stupidità, irrazionalità, nell'emozione, e ci ritroviamo a essere solo immondizia! Non possiamo essere sempre ragionevoli e sensati, per esserlo dovremmo rifiutare qualsiasi cosa che non sia ragionevole, ma non ci interessa tutta l'immondizia che appare, preferiamo prestare attenzione a qualcosa che sia interessante o eccitante. Nell'ambito ristretto della moralità, della consapevolezza e del silenzio, è difficile mantenere l'immagine di una totale ragionevolezza e razionalità. L'immondizia, repressa e irrazionale, riappare. Non è sorprendente? Non sapevamo che fosse lì, la nostra vita è stata talmente condizionata, diretta e controllata, che l'aspetto dell'immondizia non è stato visto, e anche se visto è stato messo da parte: "Non voglio avere niente a che fare con questo aspetto!".

L'apparire dei rifiuti mentali deve essere considerato un buon segno: non dobbiamo agire spinti da questi rifiuti, ma nemmeno dobbiamo reprimerli o assecondarli; dobbiamo osservarli. La paura, la stoltezza, la stupidità, i sentimenti irrazionali, la rabbia repressa, tutti gli scarti che possiamo avere represso: possiamo diventarne pienamente consci, il che significa che abbiamo la possibilità di lasciare andare tutto ciò, piuttosto che respingerlo. La nostra meditazione, allora, può consistere semplicemente, a volte, nel convivere pacificamente con una mente che chiacchiera, con la stupidità, col pensiero irrazionale: semplicemente osserviamo quello che c'è, con pazienza, come un testimone silenzioso. Non stiamo osservando un io, non è una cosa personale, è semplicemente un insieme di condizioni alle quali non è mai stato concesso, in passato, di divenire consce, ma piuttosto sono state riposte lontano dalla coscienza. In altri termini, queste condizioni continuavano lo stesso ad avere una forza karmica e continuavano a influenzarci. Ma quando consentiamo a queste condizioni di assumere una forma conscia, allora la forza karmica finisce. Ciò significa che ci liberiamo dal peso di quella forza karmica repressa, non ci blocchiamo né scappiamo, piuttosto ci permettiamo di vedere le condizioni. Queste condizioni non vengono viste come cose personali, e dunque non stiamo guardando un essere sentimentale e folle.

La mente è come uno specchio, ha il potere di riflettere le cose: gli specchi riflettono qualsiasi cosa, bella o brutta, cattiva o buona, e nessuna cosa nuoce allo specchio. Qualsiasi cosa rifletta, per lo specchio va sempre bene, le immagini gli scorrono davanti, sono lì, e poi vanno via, le immagini non sono lo specchio. Per quanto spaventose e orrende possano essere, sono comunque solo immagini riflesse, e non c'è nessun bisogno di punire lo specchio.

Dobbiamo essere molto pazienti, pronti a sopportare l'odore dei rifiuti fino a quando non vanno via. Un modo abile per sopportare le cose spiacevoli, le cose per le quali siamo portati ad avere avversione o dalle quali siamo intimoriti, è quello della benevolenza. La pratica della benevolenza è un mezzo adatto: questo genere di amore consiste in una gentile sopportazione. Generalmente usiamo la parola 'amore' come interscambiabile con la parola 'piacere', come se queste due parole significassero la stessa cosa: se ci piace qualcosa, spesso noi diciamo di amarla, ma in questa pratica di benevolenza non è necessario che la cosa ci piaccia: ciò che avviene in questa pratica è che, semplicemente, non proviamo avversione nei confronti della cosa. È più un amore nel senso cristiano della parola e consiste nell'accettare una situazione, senza soffermarsi su ciò che non va e sui suoi difetti. La benevolenza consiste nella capacità di essere gentili e delicati con ciò che non ci piace, poiché è facile essere gentili e delicati con ciò che ci piace, anzi, è piuttosto piacevole. È difficile essere scortesi con le persone che ci piacciono, mentre può non essere affatto difficile esserlo con chi ci è antipatico. Lo stesso accade con le cose e le condizioni: se appaiono nella mente alcune cose brutte e spiacevoli, pensiamo: "Detesto questa cosa! Vattene via!". Questa non è benevolenza. Ma se qualcosa di cattivo e spiacevole si presenta alla nostra mente e usiamo la gentilezza, allora possiamo accettarla con piena coscienza e possiamo poi lasciarla andare. Non colpiamo quella cosa, non tentiamo di farne qualcosa, né la sua presenza ci turba. Per questo la benevolenza è un mezzo adatto per riuscire a sopportare ciò che normalmente non sopporteremmo.

Innanzitutto dobbiamo cominciare a praticare la benevolenza su noi stessi, poiché se odiamo noi stessi tenderemo a odiare anche gli altri, e qualsiasi sentimento gentile per il nostro prossimo sarebbe soltanto un sentimentalismo superficiale. Questo tipo di sentimento non è reale gentilezza perché scaturisce da un concetto. Noi generiamo benevolenza verso noi stessi non creandoci problemi per le azioni compiute in passato, e nemmeno trasformiamo in problemi la stupidità dei nostri pensieri, le nostre opinioni e le nostre credenze. Non creiamo nessun senso di colpa, nessun rimorso e nemmeno nessun odio nei nostri confronti. Possiamo persino praticare la benevolenza nei confronti del dolore che ci può accadere di sentire quando sediamo a lungo in meditazione: questo significa essere gentili nei confronti del dolore, non provare avversione, non preoccuparsi e nemmeno provare il desiderio di sbarazzarsene.

Possiamo commettere un errore, forse possiamo dire qualcosa di sbagliato e, invece di sentirci in colpa e odiarci, perdonarci per avere dei punti deboli, non giustificando le debolezze, ma nemmeno facendone un problema. Avere una paziente gentilezza per le parti inaccettabili della nostra mente, significa voler consentire alle cose spiacevoli di esistere, e permettergli di seguire il loro corso naturale verso la cessazione.

Quando usiamo benevolenza nei nostri confronti, allora possiamo averne anche per gli altri e convivere con la gente senza provare avversione nei confronti di coloro che non sono gentili o che non approviamo. Quando non c'è benevolenza possiamo pensare: "Vorrei che non fossero così, che non facessero questa cosa". Ma quando abbiamo benevolenza possiamo tollerare i problemi del mondo e, allo stesso tempo, esserne pienamente consapevoli. Non che ci debba piacere ciò che non ci piace, il punto è, piuttosto, di permettere a ciò che non ci piace di esistere e di essere disposti a conviverci pacificamente e poi lasciarlo andare.

Praticare la benevolenza non significa usare il sentimento, ne è sufficiente pensare semplicemente alla benevolenza. Praticare la benevolenza significa resistere, consentire a ciò che è spiacevole di essere spiacevole, stare attenti allo spiacevole senza permettere alla mente di scivolare nell'avversione. Come riuscirci? Facciamo un esperimento con il dolore fisico: quando sentiamo un disagio possiamo avere benevolenza verso questo disagio, consentendo al dolore di esistere, convivendoci realmente in pace, senza creare nella nostra mente nessun problema. Concentriamoci sul dolore e conviviamoci senza un atteggiamento guidato dal desiderio di liberarcene.

Ci sono persone che si portano dietro una grossa clava da uomo delle caverne, sulla quale c'è scritto 'benevolenza', e pensano: "Se colpisco questo dolore con la benevolenza, il dolore andrà via". Ma non dobbiamo usare la benevolenza con l'intento di liberarci delle cose, dobbiamo usarla per ricordarci di essere estremamente pazienti con tutto ciò che di spiacevole c'è nella vita, le brutture, il dolore, le delusioni, i disinganni, gli insuccessi.

Quando non creiamo nulla nella mente, allora la mente si fa chiara. La mente in se stessa, la mente originaria e incondizionata, è chiara, luminosa e serena, e può contenere tutto. Possiamo permettere a tutti i rifiuti dell'universo di attraversare la mente originaria, non ne riceverebbe alcun danno: nulla può macchiare o danneggiare la mente originaria.

Quando non siamo consapevoli veniamo catturati dal modo in cui sembrano apparire le cose. Pensiamo: "Non debbo essere come sono. Il mondo non deve essere così, non mi piace. Non voglio essere qui. Voglio essere lì". Diventiamo possessivi, invidiosi, gelosi, contrariati, irritati, pieni di odio, avidi, bramosi, spaventati, avari; pensiamo con apprensione al futuro, siamo sempre più terrorizzati, senza fine. Il chiacchiericcio mentale, i rifiuti che si agitano, il ribollimento interno non finiranno mai. Pensiamo: "Questo è il mio vero carattere, un vero schifo. Anch'io devo essere un vero schifo con tutto questo che ho dentro". Ma, in realtà, tutta questa immondizia è semplicemente ciò che non siamo. Di questo ci rendiamo conto quando siamo delicati, molto gentili, molto pazienti e non precipitosi verso noi stessi. Diciamo: "Devo fare questo, devo sviluppare la concentrazione, la benevolenza, devo sviluppare tutto questo e poi voglio compiere un viaggio astrale! Ho così tante cose da fare, e mi viene chiesto di stare col dolore e con l'immondizia. Non voglio sprecare la mia vita convivendo pacificamente coi rifiuti! Io voglio liberarmi dell'immondizia; voglio fare viaggi astrali, voglio fare qualcosa che valga la pena, raggiungere qualcosa, ottenere! Non posso stare in pace con questa stupida immondizia intorno e dentro di me".

Quando reagiamo in questo modo, quando abbiamo l'idea di volerci liberare dei rifiuti, allora aggiungiamo immondizia all'immondizia. Questa, invece, deve venire alla coscienza, non andrà via passando per un sentiero clandestino, né sparirà improvvisamente uscendo dalla porta di servizio; dobbiamo permetterle di entrare nella mente conscia e poi di uscire.

Quando rendiamo stabili i precetti morali e diventiamo realmente consapevoli, allora il canale attraverso il quale può scorrere l'immondizia sarà sgombro e sicuro. Ciò di cui abbiamo bisogno è sopportare pazientemente e riflettere saggiamente fino a quando la via d'uscita si delinea chiaramente. Agendo in questo modo le condizioni, siano esse buone o cattive, non hanno più nessuna importanza.

Che le condizioni siano importanti, irrilevanti, pulite o sporche, sono pur sempre condizioni. Non abbiamo bisogno di guardare dentro i rifiuti e di esaminarli, perché comunque sono solo rifiuti! Noi però possiamo lasciarli andare, ma è necessaria l'equanimità per non restare intrappolati nelle condizioni. Abbiamo dedicato molta parte della nostra vita a lasciarci afferrare dalle condizioni e questo perché, di fatto, siamo attaccati alle loro caratteristiche, scegliamo quelle che ci piacciono, cerchiamo di sbarazzarci delle altre. Un'intera vita dedicata a scegliere con cura, a selezionare, a filtrare, ad accumulare, ad annullare, ad ammucchiare, a custodire gelosamente, a tentare di possedere.

Immaginiamo di essere in riva a un fiume, guardiamo un granello di sabbia e diciamo: "Non è stupendo questo piccolo granello di sabbia? Quest'altro granello, invece, è orribile, non lo posso soffrire!". Stiamo guardando miliardi di granelli di sabbia e li raccogliamo, distinguendo quelli che ci piacciono da quelli che non ci piacciono; andiamo in estasi per la bellezza di uno e cadiamo in depressione per la bruttezza di un altro, tutto questo è ridicolo! Se voi vedeste qualcuno agire così pensereste che è proprio matto. E quest'uomo si deprimerebbe per aver raccolto un brutto granello di sabbia! Ma molti di noi fanno lo stesso, e lo fanno con le condizioni mentali. Siamo esaltati o depressi da granelli di sabbia o condizioni, il che, in realtà, è lo stesso. Quando guardiamo alle condizioni come a granelli di sabbia, non sentiamo più il bisogno di confrontarle l'una con l'altra, né andiamo in estasi o ci deprimiamo quando appaiono. Dunque è molto utile vedere le condizioni come granelli di sabbia.

Non è necessario indugiare nell'avversione per qualcosa di sgradevole, né diventare possessivi e andare in estasi per qualcosa di bello: possiamo avere equanimità, calma, distacco e vedere le condizioni mentali semplicemente per quello che sono: condizioni.

È realmente possibile riuscire a essere consapevoli di tutto: ciò che dobbiamo fare è liberarci dall'abitudine di attaccarci continuamente alle differenti condizioni che vengono e vanno, afferrando una cosa e respingendo un'altra. Per fare questo dobbiamo diventare consapevoli. All'inizio, infatti, l'abituale tendenza ad afferrare è un problema reale. Perciò quando ci accorgiamo che stiamo afferrando qualcosa dobbiamo ricordarci di lasciare quella cosa, di lasciarla stare e, dopo un po' di tempo, la nostra tendenza ad afferrare le cose diminuirà.

Possiamo usare parole del tipo 'lasciar andare' per ricordare a noi stessi di deporre le cose, lasciarle stare e non creare problemi su di esse. Quando ci attacchiamo a una cosa e cominciamo a preoccuparci e a soffrire, questo è il momento di lasciarla andare. Dovremmo realmente investigare questo attaccamento, osservare quello che stiamo facendo. Certamente, possiamo avere timore di lasciar andare perché non sappiamo cosa ci accadrà di conseguenza. Perciò possiamo avere molta paura: "Se lascio andare i miei desideri e le mie preoccupazioni, allora non rimarrà più nulla, potrei dissolvermi, scomparire!". Ci siamo portati appresso il fardello così a lungo che abbiamo finito col credere che il fardello siamo noi e quindi non possiamo immaginare una vita senza di esso. L'idea di lasciar andare il fardello è simile all'idea di uccidere noi stessi: quando pensiamo di lasciar andare tutti i desideri e tutte le paure abbiamo la sensazione di annientarci. Ma, una volta lasciatolo andare, allora sappiamo cosa significa non avere problemi: siamo in grado di vedere chiaramente, con la mente attenta al momento presente, adattati al tempo e al luogo, non più prigionieri della forza dell'abitudine e delle condizioni.

Quanta gente nel mondo, quanti pericoli, quanta sofferenza! Imparare dai rifiuti della nostra mente ci è possibile, ma richiede determinazione e fiducia. Alle volte possiamo ritrovarci su altopiani desolati e su pianori che sembrano susseguirsi uno dopo l'altro: "Perché mai ho cominciato a meditare? Vorrei non averci mai pensato!". Ma se non torniamo indietro, se attraversiamo quell'altopiano e quel deserto, sopportando la monotonia della nostra mente, allora sapremo come è dall'altra parte.



- dal libro "Lasciar andare il fuoco" -




http://santacittarama.altervista.org/brutto_granello.htm

venerdì 8 gennaio 2010

I tre rifugi


del venerabile Ajahn Sumedho


Quasi tutte le tradizioni buddhiste prevedono il prendere rifugio nel Buddha, nel dhamma e nel sangha. Questi tre elementi costituiscono un punto focale per il nostro impegno e per le nostre riflessioni sulla pratica.


Il primo rifugio: il Buddha

Il primo rifugio è il Buddha, spesso raffigurato da un'immagine su un tabernacolo. Qualcuno si chiederà perché i buddhisti possiedono immagini del Buddha. Sono idoli che adoriamo? Hanno una sorta di potere divino? Niente affatto; sono immagini su cui riflettere.

Quando contemplate un'immagine del Buddha, vi rendete conto che è l'immagine di un essere umano composto, vigile e sereno. Sta di fronte al mondo e osserva le cose. È consapevole del mondo, ma non se ne lascia ingannare né intrappolare. Non è estatico e neppure depresso. Rappresenta la capacità dell'essere umano di trovarsi in una calma assoluta e di vedere le cose per come sono davvero, e dà alla mente un'ispirazione di grande esperienza. Quando contemplate un'immagine del Buddha, provate un senso di calma. Perciò, vivere con le immagini del Buddha è una cosa piacevole; sono oggetti assai piacevoli da tenere con sé.

È ovvio che, se ci contorniamo di sculture che raffigurano forti passioni di rabbia e di estasi, o che attirano ed eccitano le passioni dentro di noi, diverremo passionali ed eccitati. Diventiamo quello che osserviamo. Ciò che ci circonda esercita un influsso sulla nostra mente. A mano a mano che intensificate la meditazione, scegliete di porre intorno a voi oggetti che portano alla tranquillità, non all'agitazione.

Nei monasteri, i monaci e le monache, per tradizione, fanno ogni mattina un'offerta di candele, incenso e fiori al tabernacolo del Buddha. Anche quelle offerte sono fatte per riflettere. I fiori sono alcuni tra i doni più leggiadri che si possano fare, perché sono tra i prodotti più belli della terra. I fiori freschi abbelliscono qualunque luogo in cui si trovano; non sminuiscono né danneggiano mai alcunché. Nel buddhismo sono un simbolo di purezza mentale. Di solito, le immagini del Buddha lo mostrano seduto su un fiore di loto. Nel sudest asiatico, il fiore di loto cresce nelle paludi e negli stagni, sbocciando tra il fango e la melma. Si innalza al di sopra di tutto ciò e diventa un fiore magnifico. Quel fiore è come un essere umano morale. Un essere umano responsabile di ciò che fa è sempre una creatura magnifica da avere vicino a sé. Ovunque vada è il benvenuto; abbellisce, adorna. Al contrario, il mondo è ingombro di esseri umani egoisti, immorali e noncuranti, simili a erbe infestanti. Ecco perché il Buddha è seduto simbolicamente su un trono di loto: la saggezza del Buddha può provenire solo dalla purezza morale.

Gli esseri umani possono raggiungere qualunque livello. Possiamo vivere, come fanno molti, a livello istintivo del corpo, seguendo gli impulsi animali al cibo, al sonno e alla procreazione. Possiamo anche abbassarci al di sotto di quel livello ed essere ossessionati da desideri di bassa natura. Molti esseri umani vivono in questo modo. Non sono veramente umani; sono come spettri che vivono in un mondo crepuscolare di appetiti ossessivi e desideri insaziabili, come tossicodipendenti e alcolizzati. Oppure possono essere demoni, con un'energia malvagia che cerca di distruggere e ferire gli altri. Il solo fatto di possedere un corpo umano non significa che siate pienamente umani. Non è così facile. Il regno umano è totalmente intriso di mortalità, perciò essere umani implica anche l'aspetto mentale.

Solo quando decidiamo di assumerci la responsabilità della nostra vita diventiamo esseri umani a tutti gli effetti. Dobbiamo compiere lo sforzo di elevarci. Essere responsabili richiede fatica; non è qualcosa che avviene senza sforzo. Dobbiamo sceglierlo. Dobbiamo decidere di essere in quel modo e assumerci l'impegno e la fatica necessari. Viceversa, ci limiteremo a seguire gli impulsi istintivi che spesso sono autoindulgenti e di basso livello. Quando compiamo lo sforzo necessario, ci innalziamo a un livello superiore. Ecco cosa rappresentano i fiori e il loto.

Quando prendiamo rifugio nel Buddha, stiamo prendendo rifugio in ciò che è saggio. La parola "Buddha" è in realtà un termine indicativo dell'umana saggezza; significa "colui che conosce la verità" o "quello che conosce". Se dite di essere un buddhista, potete pensare di esservi convertiti a una religione, oppure potete pensare di essere qualcuno che sta prendendo rifugio nella saggezza. Per essere saggi, si riflette e si contemplano le cose. La saggezza c'è già. Non è qualcosa che si ottiene, ma qualcosa che viene usato. È sbagliato pensare che diventerete saggi meditando. La meditazione è un modo per imparare la saggezza che c'è già. Nella meditazione, contemplate e riflettete sul dhamma, o sulla verità del così com'è. Così facendo, state già usando la saggezza. La saggezza non è qualcosa che non possedete, ma qualcosa che forse non sempre usate, o di cui non siete sempre consapevoli.

Nei canti quotidiani nei monasteri, il Buddha è detto l'arahant, il sammāsambuddha. Sono termini pali che stanno per ciò che è veramente puro e illuminato. Sammāsambuddha significa colui che è illuminato perché conosce la sua vera natura. Arahant è una parola che sta per essere umano perfetto, essere umano che vede con chiarezza e non si lascia ingannare dalle apparenze e dai condizionamenti mentali.

Il Buddha è detto anche vijjācaraņasampanno, che significa perfetto nella conoscenza e nella condotta; non quindi sapere ciò che è giusto e comportarsi altrimenti. Di questi tempi, un gran numero di maestri agisce proprio in questo modo. Da una parte scrivono libri, insegnano e capiscono; le loro azioni, però, non si accordano alle loro conoscenze. Ma un Buddha è ciò che un Buddha conosce; vive in quel modo: vijjācaraņasampanno, perfetto nella conoscenza e nella condotta.

Un altro attributo del Buddha è lokavidū, che significa colui che vede il mondo, che conosce il mondo come è. Dov'è il mondo conosciuto dal Buddha? Quando contemplate la domanda: "Dov'è il mondo?", scoprirete che la risposta è la vostra mente. Di solito, però, non pensiamo al mondo in quel modo; lo identifichiamo con il pianeta. Guardate una carta geografica e vedrete che la Svizzera è azzurra e l'Inghilterra è rosa. Pensate che l'Asia, l'Australia e l'America siano il mondo, qualcosa che conoscete perché guardate una carta geografica o perché avete studiato storia e geografia. Ma il mondo reale è la vostra mente, e voi conoscete il mondo perché conoscete la mente. Osservando la mente, riflettendo su di essa, conoscete il mondo così com'è, come si presenta alla coscienza: le paure, i desideri, i punti di vista e le opinioni, le percezioni che vanno e vengono nella mente. Questo è il significato di lokavidū.

Il Buddha è sārathi, che significa auriga, colui che sta al posto di guida. Significa che quando prendiamo rifugio nel Buddha, ci lasciamo guidare da ciò che è saggio, non da ciò che è stupido e ignorante. Ci rivolgiamo alla nostra saggezza di Buddha che ci addestra. Aprendoci alla saggezza, ci alleniamo a vivere con rettitudine. Impariamo a essere di utilità e a non rappresentare un fastidio o una maledizione per il mondo. Nei regni celesti, il Buddha è il maestro (satthā) di tutti gli dèi, ed è anche il maestro di tutti gli esseri umani. Ciò significa che il Buddha addestra tutte le creature virtuose a vedere le cose nel modo giusto, a conoscere la verità.


Il secondo rifugio: il dhamma

Il Buddha può essere personificato e potete fabbricare immagini umane del Buddha, ma il rifugio successivo, il dhamma, non possiede alcuna qualità personale. Il simbolo che si usa per il dhamma è generalmente quello della ruota (dhammacakka). Dhamma significa verità, la verità del così com'è. Perciò il dhamma comprende ogni cosa, esseri umani, animali, demoni, angeli, tutti gli dèi, tutte le cose che si possono concepire o percepire, e anche la verità immortale. Il dhamma comprende ogni cosa: il conoscere, la verità, le condizioni, tutte le esperienze sensoriali, il vuoto e tutte le forme. Tutto è dhamma.

La meditazione è un modo per aprirsi al dhamma. Vi aprite alla verità. Nei nostri canti dedicati al dhamma, diciamo che esso è "visibile qui e ora" (sandiţţhiko), "senza tempo" (akāliko), "promotore dell'investigazione (ehipassiko), "guida alla liberazione" (opanayiko), "ciò che va sperimentato personalmente" (paccatam) e "realizzabile dal saggio" (veditabbo viññūhi). Sono parole che mettono in luce il qui e ora. Quando vi aprite alla verità, non cercate qualcosa in particolare, non vi concentrate su un oggetto, né vi chiedete: "È questa la verità?". Aprirsi alla verità significa aprire la mente, non concentrarsi su una cosa. Il prendere rifugio nel Buddha e nel dhamma ci riporta allo stato di attenzione vigile. Non cerchiamo di concentrarci su questo e sbarazzarci di quello; non ci facciamo intrappolare dall'abitudine alla condiscendenza e alla repressione. Quando ci apriamo, quando impariamo ad aprirci qui e ora, sperimentiamo la tranquillità, perché non stiamo cercando alcunché in particolare a cui attaccarci. Non corriamo più di qua e di là; stiamo interrompendo la nostra corsa frenetica. L'apertura al dhamma è la via che conduce alla tranquillità, e dobbiamo realizzarla di persona. Dobbiamo realizzare la verità per conto nostro; non aspettare che qualcun altro la realizzi per noi o ci dica cos'è.

Il Buddha e il dhamma non sono solo piccoli concetti graziosi su cui intonare canti; su di essi bisogna riflettere. Sono insegnamenti che esaminiamo e applichiamo alla nostra vera esperienza. Invece di pensare al Buddha come a un profeta morto duemilacinquecento anni fa, pensiamo che egli rappresenta la saggezza che esiste in ciascuno di noi e che ci colloca nel momento presente. Non è necessario andare a cercare il Buddha sull'Himalaya. Aprirsi al così com'è, ora, qui, in questo momento e in questo luogo, significa prendere rifugio nel Buddha e nel dhamma. Prendere rifugio non significa cercare qualcosa da qualche parte, ma aprirsi al così com'è, qui e ora. Prendere rifugio significa guardare le cose come sono realmente e non come desideriamo, romanticamente, che siano.


Il terzo rifugio: il sangha

Il sangha è la società, o la comunità dei virtuosi, di coloro che praticano, che usano la saggezza, che contemplano la verità. Quando prendete rifugio nel sangha, non vi rifugiate più nella personalità o nelle capacità individuali, ma in qualcosa di più vasto. Il sangha è di tutti e in esso la personalità non è più così importante. Che siate un uomo o una donna, che siate giovane o vecchio, colto o incolto, o qualsiasi altra cosa, nel sangha non ha più alcuna importanza. Il sangha è formato da chi pratica, da chi vive in modo retto, da chi contempla la verità e usa la saggezza.

Quando prendete rifugio nel sangha, siete disposti ad abbandonare le qualità personali, le esigenze e le aspettative che avete come individui. Abbandonate tutto ciò a beneficio del sangha, la comunità dei praticanti, avanzando verso la verità, realizzando la verità.


Rendere omaggio ai tre gioielli

Sono questi i tre rifugi, spesso designati come i tre gioielli. Sono gioielli inestimabili a cui rendiamo omaggio, e a cui, rendendo omaggio, ci apriamo. Il senso di devozione e di riguardo è un aspetto assai positivo dell'essere umano. Una persona che non prova rispetto per alcunché, che non prova né amore né gratitudine, è una persona la cui compagnia è assai sgradevole. Le persone che si lamentano, che criticano e che pretendono, le persone testarde e orgogliose, sono persone con cui non è piacevole stare. L'atteggiamento "Sono troppo in gamba, non mi inchinerò davanti a nessuno" è pura arroganza ed è un aspetto disdicevole degli uomini.

La pratica della devozione consiste nell'aprirsi, nel fare offerta di noi stessi inchinandoci. E' un movimento del corpo nel quale realmente offriamo alla verità noi stessi, questo corpo, questa forma umana. Abbassiamo il corpo a terra, mettendo ai piedi del Buddha ciò con cui ci identifichiamo, offrendoci alla verità.

Questo è il modo in cui interpretiamo la tradizione. Se volete, potete farne lo stesso uso. Se vi sembra un mucchio di roba inutile, non ve ne curate. Non siete costretti a farlo, potete servirvene o non servirvene. Dipende da voi. Imparare a usare quelle tradizioni richiede un certo sforzo, e farne un buon uso abbellisce la nostra vita. Ci dà grazia, stile e il senso della comunità come sangha. Diventiamo una cosa sola, non siamo più un gruppo di esseri singoli che fanno ciò che sentono o vogliono. Impariamo ad agire in conformità, in un atto di devozione, amore, gratitudine e rispetto.


Aprirsi alle convenzioni religiose

A volte, le persone appartenenti ad altre religioni si sentono a disagio con i simboli buddhisti. Non è necessariamente questione di orgoglio o di caparbietà, quanto di scarsa dimestichezza. In certi casi, le persone hanno la sensazione, usando i simboli buddhisti, di tradire i propri, probabilmente cristiani. Spero che il modo in cui ho presentato i tre rifugi sia un modo di guardare a ogni tradizione religiosa. Grazie a una comprensione siffatta, sappiamo come usare la tradizione buddhista o cristiana. Io vedo l'unità, l'integrità di tutto ciò. Non considero il buddhismo, come forma esteriore, l'unica via. Penso che ciò di cui si occupa, o dovrebbe occuparsi, la religione, è la verità o l'apertura nei confronti della verità. Tutto si confonde perché la gente se ne dimentica e rimane invischiata nella tradizione come se fosse fine a se stessa. Invece di usare la tradizione e le cerimonie per aprirsi, le utilizzano per aggrapparvisi.

Quando iniziate ad attaccarvi al buddhismo, non siete più aperti. Diventate buddhisti settari. Nel buddhismo ci sono diverse scuole, perciò potete diventare un buddhista mahāyāna, in contrapposizione a un buddhista hīnayāna, oppure un buddhista vajrayāna, o un buddhista Zen. C'è un'infinità di varianti nel buddhismo. In Gran Bretagna abbiamo di tutto: cristiani buddhisti, buddhisti cristiani, ebrei buddhisti, buddhisti ebrei, moderni buddhisti scientifici, buddhisti britannici, e così via. Poi, ci sono buddhisti che non sono buddhisti perché hanno rifiutato il Buddha e il sangha e accettano solo il dhamma: sono i dhammaisti.

L'attaccamento nutre tali separazioni; è divisivo. Qualsiasi cosa a cui vi attaccate diventa una setta o un culto. La tendenza settaria è uno dei grandi problemi dell'umanità, che sia religiosa, politica o d'altra natura. Quando la gente dice: "Il mio percorso è quello giusto e gli altri sono sbagliati", oppure "Il mio è il migliore, gli altri sono inferiori", quello è attaccamento. Anche se avete il meglio, l'attaccamento al meglio vi rende una persona ignorante, non illuminata. Potete avere il meglio di tutto e continuare a non essere illuminati.

Non intendo dare l'impressione che il buddhismo theravada sia la via migliore o l'unica via. Perché "migliore" e "unica" sono qualità a cui attaccarsi. Il buddhismo theravada è una convenzione, qualcosa a cui aprirsi, contemplare, imparare a utilizzare. Che vi piaccia o no, che vi offenda, vi irriti, ne siate entusiasti o indifferenti, prendete nota della condizione della mente, invece di prendere posizione a favore o contro. Allora potete pensarci su. Vi offre qualcosa da osservare in voi stessi. E vi offre l'opportunità di rivolgere l'attenzione alla verità.


° ° °

Domanda: Questo prendere rifugio nel Buddha-dhamma-sangha ha un aspetto marcatamente devozionale; però, da quanto ho letto, mi sembra che il buddhismo sia molto intellettuale, filosofico. Quanto è importante la devozione nella pratica, e che forma gli attribuite se, di fatto, non adorate e non credete in niente?

Risposta: Penso che per la maggior parte di noi la devozione derivi dalla pratica del dhamma, nella quale si rimuovono le illusioni della mente e si nutre più fiducia nel Buddha-dhamma-sangha. Non c'è bisogno di convincersi che esista qualcosa come il Buddha-dhamma-sangha per confidare in esso; non è un'invenzione idealistica. Quanto più vi spogliate dell'illusione, quanta più fiducia avrete in ciò che chiamiamo, per convenzione, Buddha-dhamma-sangha. Senza quella fiducia, non importa quanto meditate o quanto riflettete sulle cose; se non avete gettato le basi nei tre rifugi, il dhamma diventa una sorta di ideale da raggiungere in futuro, o un metodo di liberazione psicologica da applicarsi a situazioni diverse. In entrambi i casi, non è trascendente; non realizzate la realtà immortale trascendente. Se continuate a lavorare a livello dell'io, come persona, cercando di liberarvi dall'illusione, dalla paura o dal desiderio, potrete ricevere un aiuto per cavarvela nel mondo reale, nella società, ma non è una via trascendente. Per percorrerla, dovete nutrire una fede e una fiducia complete e totali nel Buddha-dhamma-sangha. I rifugi non esistono per meriti propri. Sono stimoli per la mente che aiutano a comprendere la vera natura del Buddha-dhamma-sangha. Contemplandoli, rinuncerete a tutti i presupposti che provengono dalla visione egoica.

D.: Avete consigli da dare, per esempio cantare o avere un tabernacolo, per alimentare la fede e renderla concreta.

R.: Sì. Vi suggerisco di usare qualunque forma d'arte, simbolo, convenzione o tradizione che sia, secondo voi, di aiuto. Ricordate che in una società in cui il Buddha, il dhamma e il sangha non significano nulla e in cui sono molteplici le opinioni contrarie alla tradizione e alla devozione, quest'ultima è considerata una sorta di ingenua credenza. Perciò abbiamo veramente bisogno di scegliere i simboli nella nostra religione e valorizzarli, per saggezza, non per superstizione. Nel caso del Buddha, del dhamma e del sangha, noi non usiamo i simboli in modo superstizioso, ma con saggezza; per commemorazione, ricordo, attenzione. Se coltivate la devozione al Buddha, al dhamma e al sangha nel qui e nell'adesso, li state usando. Così essi diventano strumenti di attenzione, e non simboli di un credo.



- dal libro "La mente e la via" -


http://santacittarama.altervista.org/tre_rifugi.htm

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