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lunedì 27 maggio 2013

Lo spirito del Sufismo



di Hazrat Inayat Khan


Il Sufismo non può essere chiamato una religione perché è libero dai principi, dalle distinzioni e dalle differenze, che sono proprio la base sulla quale le religioni sono fondate; il Sufismo non può neanche essere chiamato una filosofia, perché la filosofia insegna lo studio della natura nelle sue qualità e nella sua varietà, mentre il Sufismo insegna l’unità. Quindi potrebbe essere chiamato semplicemente l’allenamento della visione.

La parola ‘Sufi’ implica purità, e purità contiene due qualità (purità e purezza). Purità significa non mescolato con nessun altro elemento, o in altre parole ciò che esiste nel proprio elemento, non amalgamato e non macchiato. La seconda qualità della purezza è una grande adattabilità.

Tale è anche la natura del Sufi. Per prima cosa si purifica tenendo costantemente davanti a sé la visione di Dio, non permettendo che le macchie delle differenze e delle distinzioni terrene siano rispecchiate sul suo cuore, né alle associazioni buone o cattive, né ai rapporti con gente di classe alta o bassa. Nessuna fede o credenza può mai interferire con la sua purità.

Il Sufi mostra la sua fratellanza universale nella sua adattabilità. Fra i Cristiani lui è un Cristiano, fra Ebrei lui è un Ebreo, fra i Musulmani lui è un Musulmano, fra gli Indù lui è un Indù; poiché lui è uno con tutti, e quindi tutti sono con lui. Lui permette ad ognuno di unirsi alla sua fratellanza, e nello stesso modo permette a se stesso di unirsi a chiunque altro. Lui non chiede mai: “Qual è la tua fede o nazione o religione?”, né chiede: “Quali sono i tuoi insegnamenti o principi?”

Chiamalo fratello, lui risponde fratello, e lo pensa. Riguardo ai principi, il Sufi non ne ha nessuno, perché la dolcezza può essere vantaggiosa per uno, e dannosa per un altro. E così vale per ogni principio, bene o male, gentile o crudele. Se chiediamo a un soldato di avere compassione durante la battaglia, sarà subito sconfitto. Ciò dimostra che ognuno ha i propri principi per ogni azione o situazione. Una persona potrebbe credere in un certo principio, mentre un’altra potrebbe avere un’opinione completamente opposta. Ciò che una persona potrebbe chiamare bene, un’altra potrebbe chiamarlo male. Uno dice che una certa strada è quella giusta, mentre un altro prende la direzione opposta. Il Sufi, invece di centrarsi nei suoi piaceri e dispiaceri e di limitare se stesso ad un certa fede o credenza, ragionando da solo su ciò che è bene o male, focalizza la sua vista su quella di un altro, e quindi vede la ragione per cui lui crede e per cui non crede, per cui qualcosa è giusto per uno e sbagliato per un altro. Il Sufi comprende anche perché qualcosa che viene chiamato bene da alcuni potrebbe essere chiamato male da altri, e così mantenendo sotto controllo il suo punto di vista arriva alla vera altezza della saggezza.

Il Sufi è un vero Cristiano riguardo alla carità, alla fratellanza e alla guarigione della sua anima come a quella dell’anima di un altro. Non è intransigente nel modo di aderire ad una Chiesa particolare, o nell’abbandonare gli altri maestri ed i loro seguaci che vennero prima e dopo Cristo, e il suo apprezzamento e le pratiche della sua verità sono intensi come quelli di un vero Cristiano.

E’ nelle vite dei dervisci che si vede la vera rappresentazione della vita e degli insegnamenti di Cristo, specialmente nel loro condividere la loro casa e il loro cibo con gli altri, sia amici che nemici. Persino oggigiorno continuano nei loro modi puri. Il Sufi è un Cattolico poiché produce il disegno del suo ideale di devozione nella sua anima, ed è un Protestante abbandonando la parte cerimoniale del culto.

Il Sufi è un Bramano, perché la parola Bramano significa ‘colui che conosce Brahma’, o Dio, l’unico Essere. La sua religione consiste nel credere in nessuna altra esistenza tranne quella di Dio, che il Bramano chiama Advaita. Il Sufi ha tanti gradi spirituali da attraversare quanti ne hanno gli Yogi. Ci sono pochissime differenze persino nelle loro pratiche, dato che la differenza è principalmente nei nomi. Senza dubbio il Sufi preferibilmente sceglie una vita normale rispetto a quella di un asceta, tuttavia non si limita né alla prima né al seconda. Il Sufi considera gli insegnamenti degli Avatars vere manifestazioni della divina saggezza, ed ha una perfetta intuizione nella sottile conoscenza del Vedanta. Il Sufi apprezza il concetto dell’inoffensività del Jain, e considera che la gentilezza sia la vera strada di purità e perfezione. Nel passato i Sufi hanno vissuto la vita di rinuncia, e in Oriente la maggior parte di loro vive ancora una vita del tutto inoffensiva, proprio come gli Jains.

Il Sufi è un Buddista, perché ragiona su ogni passo in avanti nel suo viaggio spirituale. Gli insegnamenti Sufi sono molto simili agli insegnamenti dei Buddisti; infatti è il Sufi che unisce i credenti e i non credenti nell’Ideale di Dio e nella conoscenza dell’unità.

Il Sufi è un Musulmano, non perché molti Musulmani furono Sufi, né a causa del suo utilizzo della fraseologia Musulmana, ma perché nella sua vita dimostra quello che un vero Musulmano dovrebbe essere.

I Musulmani hanno un tale senso di devozione che non importa quanto grande un peccatore o quanto crudele un uomo possa essere, il nome di Allah o di Maometto lo scioglie subito in lacrime. In modo simile le pratiche del Sufismo sviluppano per prime le qualità del cuore che spesso sono trascurate da molti altri mistici.

E’ la purificazione del cuore che lo rende recettivo all’illuminazione dell’anima. I Sufi sono coloro che leggono il Corano per ogni esperienza nella vita, e vedono e riconoscono il volto di Maometto in ogni atomo della manifestazione.

Il Sufi, come uno Zoroastriano o un Parsi, guarda verso il sole e si inchina di fronte all’aria, al fuoco, all’acqua, alla terra, riconoscendo l’immanenza di Dio nella Sua manifestazione, prendendo il sole e la luna come i segni di Dio.

Il Sufi interpreta il fuoco come il simbolo della saggezza, e il sole come la luce celestiale. Non solo si inchina di fronte a loro ma assorbe anche le loro qualità. Generalmente in presenza dei dervisci brucia costantemente un fuoco di legno e l’incenso.

Il Sufi è un Ebreo, specialmente nello studio e nella maestria dei diversi nomi di Dio. Il potere miracoloso di Mosé può essere trovato anche nelle vite dei Sufi sia nel passato sia nel presente. Infatti, il Sufi è il maestro del misticismo Ebraico; la voce divina sentita da Mosé sul Monte Sinai nel passato è udibile a molti Sufi oggi.


http://www.movimentosufi.com/LO%20SPIRITO%20DEL%20SUFISMO%20di%20Hazrat%20Inayat%20Khan.html




IL SUFISMO E IL MESSAGGIO SUFI

Sufismo significa saggezza. Tutti sappiamo che i Cristiani sentono che c'è saggezza nell'essere Cristiani. Gli Ebrei sentono che c'è saggezza nell'essere Ebrei. I Musulmani sentono che c'è saggezza nell'essere Musulmani. Gli Indù e i Buddisti, e così molti altri, sentono anche che c'è saggezza nell'appartenere alla religione cui appartengono. Infatti, se i Cristiani scoprono veramente la saggezza, allora sono Sufi, sia che loro scelgano di chiamarsi così oppure no. Se gli Ebrei scoprono veramente la saggezza, allora sono Sufi. Se i Musulmani scoprono veramente la saggezza, allora sono dei Sufi, e lo stesso vale per i Buddisti e gli Indù e per tutti coloro che seguono qualsiasi religione.

Un Sufi, per definizione, è un'anima religiosa; tuttavia, il Sufismo non è una religione, né un culto o una scuola. Il Sufismo è proprio solo una "porta aperta", un atteggiamento di simpatia interiore verso tutte le credenze. Tutte le religioni sembrano essere tutte derivazioni di uno e dello stesso impulso, il grido del cuore, la brama dell'anima per Dio.

Un Sufi sente la necessità di fare certe pratiche che non sono tenute segrete egoisticamente come nel caso di vari culti e sette. Queste pratiche sono salutari da un punto di vista fisico come anche psicologico. Per esempio, le pratiche di respirazione sono incoraggiate per sviluppare la finezza dell'energia del Prana nel respiro. Non è il volume del respiro che è importante ma piuttosto l'intensità della luce del Cosmo che il respiro trasmette. Altre discipline come le pratiche di concentrazione aiutano estremamente l'allenamento della mente. Sorprendentemente, più siamo capaci di concentrarci su un dato pensiero e tenerlo saldo, più siamo capaci di liberare la mente da un pensiero che non è voluto. Ci sono talmente tante persone che sono infelici perché sono ossessionate da pensieri che disturbano, e non sanno come sbarazzarsene.

Ci sono anche pratiche di tipo devozionale, quali le preghiere in cui il Sufi si trattiene dal chiedere, ma invece tenta di offrire amore e gratitudine al Divino Amato. La parola amore rappresenta una realtà vastissima che ha significato soltanto quando l'io è dimenticato nello schiudersi dell'Amore.

Il Sufi prende gli altri più seriamente di sé, e questa è la ragione per cui è molto difficile comprendere ciò che un Sufi pensa e sente veramente. In riguardo all'esistenza materiale, il Sufi è sveglio alla realtà della creazione, mentre allo stesso tempo osserva l'infinita realtà dell'illusione.


http://www.movimentosufi.com/index.html#IL%20SUFISMO


lunedì 17 settembre 2012

La meditazione sufi del cuore


di Llewellyn Vaughan-Lee


Tutte le scuole di meditazione offrono una via per calmare la mente, perché le esperienze spirituali accadono al di là del livello della mente. La mente è nota come “l’assassina del reale”; i suoi pensieri ci isolano in un mondo di illusioni.

Essa ci mantiene identificati con l’ego, e il suo continuo chiacchierio ci allontana dai livelli più profondi del nostro essere. Osservando i nostri pensieri, possiamo vedere quanto spesso la mente pensa noi, e non il contrario. Siamo prigionieri della nostra mente e del nostro ego, ma la meditazione può aiutare a liberarci.

Diverse tradizioni spirituali usano diverse tecniche per calmare la mente. Il sufismo è un sentiero dell’amore. L’amore è la forza più grande della creazione, in grado di portarci al di là della mente e dell’io: attraverso le profonde preghiere e meditazioni del sufismo, l’amante entra alla presenza dell’Amato.

In questi stati possiamo conoscere intimamente l’amore divino: carezze delicate, parole sussurrate nel nostro cuore. Potremo provare la meraviglia di sentirci amati, o assaporare la pace della nostra anima. Ma per il mistico il viaggio va ancora più in profondità, nel vuoto infinito al di là della mente: “Il silenzio oscuro in cui ogni amante perde se stesso”.

Per il sufi, il cammino mistico va dalla forma all’assenza di forma, dalla presenza dell’io a quella dell’Amato cercato dal nostro cuore. In questo cammino, l’amore ci riconduce all’amore. Dio, il nostro Amato, viene nel nostro cuore e ci chiama, seducendoci con la dolcezza del tocco e la fragranza intossicante dell’unione. Il compito dell’amante è arrendersi al mistero dell’amore, lasciare che il cuore venga aperto.

E anche se la maggior parte di questo lavoro accade segretamente dentro di noi, al centro profondo del nostro essere, esistono antiche tecniche per aprirci al trascendente, alla meraviglia che risiede nel nostro cuore.

La meditazione sufi del cuore è una tecnica per sollevare il velo della separazione e risvegliarci a ciò che è reale. È un modo semplice ma efficace di usare l’energia del cuore per calmare la mente e andare oltre l’ego. È preferibile praticarla per almeno mezz’ora ogni mattina.

In questa meditazione immaginiamo tre cose.

1) Pensiamo di scendere sempre più in profondità dentro di noi, nel nostro sé più nascosto. Là – nel nostro essere intimo, al centro di noi stessi – troveremo un luogo in cui vi è pace, tranquillità e, soprattutto, amore.

2) Dopo aver trovato questo luogo, dobbiamo immaginare di restarvi, immersi e circondati dall’Amore di Dio. Siamo nella pace più profonda, amati, protetti e al sicuro. Siamo qui con tutti noi stessi, il corpo fisico e il resto; nulla è all’esterno, nemmeno la punta di un dito o il capello più sottile. Il nostro intero essere è contenuto nell’Amore di Dio.

3) Mentre ci troviamo in tale luogo, felici e sereni alla presenza di Dio, i pensieri si affacceranno nella nostra testa: quello che abbiamo fatto il giorno prima, quello che faremo domani. Affiorano ricordi, passano immagini davanti all’occhio della mente. Dobbiamo immaginare di prendere ogni pensiero, immagine e sentimento, e affondarlo, immergerlo nel sentimento dell’amore.

Ogni sentimento, specialmente quello dell’amore, è molto più dinamico del processo del pensiero. Quindi, facendo bene questa pratica, con la massima concentrazione, tutti i pensieri scompariranno. Non resterà nulla e la mente sarà vuota.

Quando avremo acquistato familiarità con questa meditazione, non useremo più l’immaginazione. Ci basterà riempire il cuore con il sentimento dell’amore, e poi annegare ogni pensiero nel cuore. Svuotando la mente, creeremo uno spazio interiore in cui possiamo diventare consapevoli della presenza del nostro Amato. Dio è sempre con noi, ma la nostra mente, le emozioni e il mondo esteriore sono veli che ci separano. Dio è un vuoto silenzioso, e per farne esperienza dobbiamo diventare silenziosi. In meditazione torniamo a darci a Dio, al nostro Amato, passando dal mondo delle forme alla Verità senza forma all’interno del cuore.



http://www.innernet.it/la-meditazione-sufi-del-cuore/


venerdì 15 giugno 2012

Il sufismo è il miglioramento di se stessi



Giungiamo ora a quella che è una delle accuse più comuni rivolte al sufismo: l’uso che fanno i sufi di una fraseologia simbolica ed oscura, l’uso di un linguaggio ermetico, del genere di quelli che certe moderne società segrete usano... a volte per nascondere il vuoto o la nullità dei loro concetti.

I sufi infatti manipolano a loro grado il linguaggio, le comunicazioni, il materiale didattico. Ciò ha molta importanza, ed è dovuto a più di un fattore.

Shams adDîn Muhammad alLâhijî († 1506), fondatore dell’Ordine Lahjâniy/ya, disse: «Noi non viviamo a Est o a Ovest; non studiamo a Nord o insegnamo a Sud. Non siamo così limitati, tuttavia possiamo talvolta essere costretti a parlare entro questi limiti». I sufi considerano che il linguaggio è una limitazione, ma una limitazione necessaria; ed essa è “limitata” in rapporto ai limiti di chi ascolta.

Con questa sua riflessione Jalal adDîn Rûmî (1207 - 1273) indicò verità ben più profonde di quanto non lasci intendere a prima vista: «Le parole in se stesse non sono importanti. Eppure se trattate bene un visitatore e lo gratificate con parole amabili, eccolo felice; ed un altro che riceverete con parole ingiuriose ne rimarrà ferito. Qualche parola può significare realmente felicità o tristezza? Sono solo fattori secondari, non effettività reali. Colpiscono solo i deboli».

Vediamo così che già nel XIII secolo i sufi parlavano dell’efficacia psicologica del linguaggio. E infatti il valore delle parole – l’abbiamo visto con la novelletta dei quadrupedi – è tale che una larga branchia della psicoanalisi si è volta in Germania allo studio diretto della semantica e indaga “l’apprendimento errato dei significati verbali” come “frattura esistenziale tra il conoscimento del significato esatto e quello sbagliato”.

Rûmî in altro luogo dimostra che l’umanità usualmente non è in grado di intendere il giusto significato delle “cose comunicate” (che non si limitano alle sole parole) perché non compenetra il significato finale: «Due mendicanti giunsero a una porta. Ad uno venne dato un grosso pane, e quegli se ne andò soddisfatto. L’altro venne fatto attendere non poco; e se ne dispiaceva, non sapendo che – essendo preferito al primo – stavano aspettando che il nuovo pane finisse di cuocere, per dargliene uno fresco anziché uno raffermo».

Sul tema del significato finale vi è poi nel Corano la vicenda dell’angelo del Signore e di Mosè che lo riconobbe (XVIII 65-82); per cui il musulmano è già edotto sul significato di “non giudicate dalle apparenze, né le azioni che siano tolte dal loro contesto generale”, e dovrebbe collocare ogni azione nel suo contesto, o attendere il compimento dell’azione, o aspettare che ne nasca la dimostrazione del suo scopo finale. Tanto più una persona si avvia verso la Realizzazione del Sé, tanto più capisce il significato di questo “astenersi dal giudicare ciò che è parziale”; ma tutti gli altri emettono spesso giudizi aprioristici e quasi sempre a sproposito.

Per il sufi si rende così necessario anzitutto decodificare l’usuale simbologia dei vocaboli, per fare acquisir loro una serie di significati superiori, in mancanza di vocaboli nuovi. Il conio continuo di termini nuovi può condurre alla confusione, però i significati usuali sono troppo limitati.

Anche il materiale disponibile nella vasta letteratura sufica va opportunamente selezionato e vagliato dal maestro. «Quest’uso del materiale – scrive il contemporaneo Idris ibn Ashraf – differenzia nettamente l’ideologia sufica dalle altre. Questo atteggiamento ha permesso al vero sufismo di non cristallizzarsi in gerarchie dogmatiche e nel tradizionalismo. Nei gruppi di origine sufica in cui invece questa fossilizzazione è avvenuta, il loro mero fissarsi sulla ripetizione pura del materiale di repertorio costituisce per l’aspirante avveduto l’avvertimento che tale organizzazione “si è inserita nel mondo” […] Anche dando informazioni obiettive sul sufismo si può recar danno a chi domanda, nel caso in cui la sua possibilità di comprensione sia difettosa o erroneamente addestrata. Ad esempio: vi pongono la domanda e voi rispondete: “Il sufismo è il miglioramento di se stessi”. Ma che intendono gli altri per miglioramento e per se stessi? Vi sarà chi interpreta secondo il proprio desiderio di cambiare sul piano materiale la posizione sociale. Se dite: “Il sufismo è ricchezza inesprimibile”, gli avidi vi vedranno un tesoro da carpire e gli ignoranti il conseguimento di un potere segreto. Non lasciatevi indurre nell’errore di disporre la risposta in forma religiosa o filosofica, poiché il religioso o il filosofo potranno commettere lo stesso sbaglio di avidità, interpretando secondo il proprio concetto quel che viene detto».

D’altronde è pressoché inutile cercare il sufismo nei libri dei sufi, se non si sa che cosa cercare e che cosa scartare. Nei libri le verità esoteriche non sono descritte, e se a volte lo sono, lo sono in modo celato. Si assiste anzi al fatto, apparentemente bizzarro, che le raccolte di aneddoti mistici relativi a maestri sufi (ad esempio quelle di Farîd adDîn al ’attâr, di Ghazâlî, di Muhammad ibn Monawwar) non vengono lette dagli Ordini, bensì solo dal popolo. In esse troviamo azioni di sufi, ma non una tecnica per diventare sufi, né una spiegazione del sufismo. O là dove se ne parla, son frammenti, lampi, e anche poco chiari.

Ad una prima analisi possiamo dire allora che il sufismo è una risposta valida per colui che – insoddisfatto della propria vita e del proprio stato, sia in pensieri che azioni – avverte la necessità di un cambiamento, di un miglioramento, d’un mutamento anche totale di questo suo permanere nel chiuso della insoddisfazione. Per chi avverte l’urgenza di conoscere la Verità, anziché ciò che gli viene imposto per un fine (palese o segreto) di indottrinamento formale; chi avverte l’ansia di una pace universale in nome solo della propria intima libertà naturale; e tuttavia capisce che gli strumenti da lui usati o studiati non sono in grado di giungervi. Per chi infine non ama i falsi sorrisi, le convenzioni opportunistiche, i preconcetti limitativi, i tornaconti, le invidie, le calunnie, il malanimo, le inimicizie, le invidie.

Ma chi avverte di là dalle limitazioni della forma, dei nomi, delle tradizioni e dei preconcetti l’unione universale dell’Essere, chi intende il “qui e ora” come solo momento terreno, ma momento terreno eguale all’infinito, all’eterno; e avverte tutte le sostanze come distinzione momentanea di una sola energia, superando i termini usuali di Dio per una illuminazione del Sé che chiarifichi l’essere delle cose, questi è già sulla Via.

Quale è questa Via? Mi pare che vi siano due distinzioni essenziali anche nell’azione sufica: l’operare del sufi su di sé per sé, e ciò che l’opera dei sufi ingenera nell’ambiente in cui essi vivono. Anche nell’insegnamento stesso vi è una realtà esoterica ed una essoterica, una azione interna ed una esterna, una verità per la folla e la Verità. Del pari nella semantica ogni vocabolo viene suddiviso nel suo significato e nel suo significante, il primo essendo l’opinione generalizzata e il secondo l’opinione individuale. Il sufi penetra di là dai significati e dalle significanze, di modo che, superate le apparenze, giunge al Vero.


– da “Il sufismo vertice della piramide esoterica”
di Gabriele Mandel –



sabato 19 novembre 2011

La vera essenza del sufismo



Quanti si accostano alle espressioni del sufismo o alle esposizioni che ne sono state fatte, possono trovarsi di fronte a due forme del tutto differenti fra di loro, corrispondenti alle due correnti determinate dai modi di sentire il sufismo stesso.

La prima corrente che potremmo definire “informale”, di natura esoterica e iniziatica con tendenza trascendentale, considera della massima importanza l’evoluzione psichica del Sé a prescindere dai mezzi con i quali la si può ottenere. È pertanto libera da schemi e da limitazioni specifiche, quali l’appartenenza dell’allievo alla religione musulmana, la conoscenza obbligatoria della lingua araba, il rigorismo formale dell’organizzazione in Ordini riconosciuti. Perciò ingloba tutte le vie per l’evoluzione dal Molteplice all’Uno, considerandone le varietà come necessari adattamenti ambientali. Ogni individuo, a prescindere da razza e religione, può avviarsi sul cammino dell’illuminazione liberandosi da qualsiasi limitazione. Pertanto il sufismo stesso non potrà venir confinato nel cerchio di una tradizionalità legittimante, o nell’ambito di una cultura e di un periodo storico. Le citazioni che traggo, ad esempio, da testi di Idries Shah, riguardano questo aspetto del sufismo.

La seconda corrente è ortodossa e storicistica. Per essa la forma esteriore e la programmazione tradizionale sono inalienabili. È sufi solamente colui che viene iniziato in un Ordine regolare; e il sufismo viene considerato il “midollo della religione islamica”. Annovera fra gli adepti anche dei fanatici, e fra questi non pochi persianofili. A volte però serve ad equilibrare il pericolo di una eccessiva libertà in cui può incorrere la corrente precedente (molti europei che hanno studiato il sufismo, hanno considerato solo l’aspetto proposto da questa corrente). Le citazioni che traggo, ad esempio da Seyyd Hossein Nasr si riferiscono a questo secondo modo di vedere.

[...]

Parrebbe così che vi possano essere due sufismi (e ognuno avrebbe a sua volta due aspetti): uno tradizionale, la cui storia è descrivibile rintracciandone le fonti, cui in generale si attengono quanti non hanno in realtà compenetrato il messaggio sufico; e uno di fuori dalla realtà storica e dalla tradizione, ed è forse ciò che l’umanità va cercando da sempre.

[...]

A ben guardare, tutto ciò divide: confraternite legittime e non legittime, d’Oriente e d’Occidente, settarismi e disposizioni classiste ed elitarie. Eppure l’essenza del sufismo mira a far capire che non debbono sussistere suddivisioni o differenze tra spirito in cammino e altri spirito in cammino, dal momento che tutti – presto o tardi – giungeranno ad una medesima meta. Nessuna costrizione a regole, che sempre si rivelano effimere!

E allora? Allora le fazioni sono l’aspetto esteriore. Una specie di frontiera oltre la quale transitano gli adepti validi; alla quale si fermano i “falsi maestri”, gli “allievi non realizzati”, quanti insomma si limitano ai formalismi esteriori e non hanno ancora afferrato la vera essenza del sufismo. È anche questa una prova, uno dei molti modi per vagliare le possibilità del postulante.

Per altro chi è sulla Via è in marcia, ma chi potrà mai dire d’essere arrivato?

Rimane comunque il fatto che l’essenza del sufismo non è un’etichetta, un atteggiamento; bensì uno stato dell’essere, un modo di vivere alla ricerca dell’Evoluzione del sé verso l’infinito essenziale. Entrambe le correnti precitate concordano nel definire il sufismo come “l’unità trascendente delle religioni”, intendendo con il termine di “religione” non un sottobosco di prevaricazioni, politicizzazioni, atti in violento contrasto morale e materiale con i princìpi stessi della fede. Poche persone sono in grado di pensare in termini di “fede”, di accettare che il prossimo creda con espressioni di fede differenti dalle proprie. Non sono poche le sétte religiose che si arrogano il diritto di avere il monopolio esclusivo di Dio. Ogni essere umano che non fa parte della loro sétta, sia egli anche uno spiritualista eminente, non viene accettato, e in altri tempi non veniva nemmeno lasciato vivere.

A questo proposito il sufi racconta una novelletta, che troverete in molti manuali d’Oriente variamente narrata:

Cinque uomini che compivano il pellegrinaggio alla Mecca s’erano incontrati strada facendo, percorreva insieme il cammino. Ad un certo momento trovarono per terra una moneta d’oro, e decisero di comperare qualcosa da mangiare.
«Io penserei a dell’angur», disse il persiano.
«No, prendiamo dell’uzum», replicò il turco.
«Io voglio dell’inab», tranciò l’arabo.
«Macché – soggiunse il greco – noi faremmo bene a comperare dello stafil».
«Niente! O prendiamo dello shvakh o me ne vado», urlò il mongolo.
Ne sorse una disputa, che degenerò presto in una lite. In quel mentre passava di lì un vecchio saggio, e i cinque si appellarono a lui. Gli spiegarono l’origine del contrasto, e quegli disse:
«Venite con me da un fruttivendolo, e io accontenterò tutti voi». Infatti comperò dell’uva, e i pellegrini allegramente lo ringraziarono. Infatti tutti e cinque volevano la stessa cosa, ma la chiamavano con i termini della propria lingua.

Così è necessario che colui che desidera giungere alla piena Realizzazione del Sé capisca anzitutto che i concetti di base sono tutti unici, e che non v’è differenziazione nelle varie razze, culture, religioni. Deve cioè sentirsi libero da etichette, settarismi, schemi, pretesti (consci o inconsci) politici e religiosi con i quali tende a dar libero sfogo alle proprie negatività. Deve essere libero da desideri, paure, ansie, superstizioni, angosce... Libero da limiti e costrizioni. Libero, vivendo però la vita d’ogni giorno, non rifugiandosi asceticamente in un mondo di rinuncia fobica o psicotica.

Così i sufi operano nel mondo, pur essendone ormai del tutto staccati; ed a questo mondo forniscono una carica vitale utile in molti e molti campi, dalla medicina all’arte, dalla ricerca al misticismo.

Allora – mi si dirà – i sufi sono semplicemente quei santi, scienziati, legislatori, artisti o governanti, che godono della stima universale. No!: pochi sufi sono stati applauditi in vita, né l’hanno voluto; alcuni anzi sono stati osteggiati, accusati, condannati alla tortura o alla morte; e in effetti a nessun vero maestro importò mai l’opinione dei contemporanei, nonché ogni altro ciarpame transitorio del mondo. Un maestro sufi, uno dei maggiori anche, può vestire abiti dimessi o ricchi, può essere tanto un eminente scienziato quanto un ignoto artigiano. Non è ciò che si vede quel che conta. Chi è davvero ricco non ha bisogno di dimostrarlo; ma chi è saggio sa anche che è saggio non dimostrarlo. Non sempre d’altronde si opera bene insegnando la Conoscenza a tutti. Nizâm adDîn Awliyâ’ († 1323), una delle figure più importanti della Chishtiyya, disse: «I re possono nascondere i loro tesori in due posti. Il primo, ovvio, è la camera del tesoro, robusta sì, ma che, oggetto delle mire altrui, può venire in molti modi depredata. Il secondo, più sicuro, è sotto una catapecchia in rovina, dove a nessuno verrebbe mai in mente di cercarlo».

Così, se chiederete a un sufi perché – pur vivendo in una società e quindi profittandone – non svela tutti i misteri che è giunto a penetrare; perché non li divulga in modo semplice o non semplifica il proprio modo di insegnare, probabilmente vi sentirete raccontare, a mo’ di risposta, la storielletta di Nasruddin che, sorpreso dai suoi compaesani a gettare del denaro in uno stagno, rispose loro: «Faccio così perché ieri stavo quasi per essere buttato in acqua dal mio asino che stava scivolando, quando le rane, con il loro improvviso gracidio, lo spaventarono, sicché per la paura si rimise in piedi, e io fui salvo. Perciò ricompenso le rane gettando loro del denaro».

Appunto: che se ne fanno le rane del denaro? Per questo il sufi nasconde piuttosto il suo tesoro, e non si lascia scegliere come maestro da chi vuole diventare suo allievo, ma è lui che sceglie l’allievo. E non perché si considera “superiore”, bensì perché è differente da quanti operano secondo condizionamenti appresi.


– da “Il sufismo vertice della piramide esoterica”
di Gabriele Mandel –



martedì 13 settembre 2011

La Via del Sufismo



di Gabriele Mandel


Noi tutti siamo usi ormai a credere alla “nostra” verità, e a capire – dei fatti e delle circostanze – non il significato obiettivo ma il significato soggettivo. Crediamo (o capiamo) per solito a ciò che si adatta alla nostra idea, al nostro desiderio, soprattutto alla nostra aspettativa. Partiamo sempre da un preconcetto inconscio, e ripetiamo attitudini, frasi, gesti condizionati da un apprendimento risalente all’infanzia, anziché agire indipendentemente. Siamo cioè per solito ben lungi dall’aver realizzato noi stessi, dall’essere liberi da passioni, pregiudizi, pulsioni, da cui invece sono liberi i sufi.

[...]

Il sufismo è per Abû Sa’îd alKarrâz «eliminare dalla mente quanto vi si trova: verità immaginarie, opinioni, condizionamenti; ed affrontare così tutto ciò che potrà accadere”.

Per Abu Sa’îd ibn alKhayr (976-1049) «significa distaccarsi dalle idee e dai preconcetti fissi, senza tuttavia evitare ciò che accade», ed è anche «abbandono del superfluo; e non vi è nulla di più superfluo dell’Io».

Per Ghazâlî (1058-1111) «la Via si perfeziona mediante la scienza e la pratica, i sûfî sono uomini di esperienza, non di parole».

Nurî Mujaddî (XVIII s.) disse: «Il sufi è uno che fa ciò che gli altri fanno, se è necessario. Ma quando è necessario fa anche quello che gli altri non possono fare».

E oggi, Idries Shah: «Uomo senza spazio e senza tempo, il sufi rende operante la sua esperienza all’interno della cultura, del paese, del clima nei quali si trova a vivere». E Seyyd Hossein Nasr (1933): «Il sufismo cerca il significato interiore tramite la penetrazione della forma esteriore, così che per sua stessa natura è qualificato a sondare la misteriosa unità esistente di là dalla diversificazione delle manifestazioni religiose».

[...]

Ibn alFarid (1181-1235) scrisse: «Bevemmo al nome del nostro Amico inebbriandoci ancora prima che la vigna fosse creata», intendendo con questo che i sufi si considerano di là dal tempo e dalla storia. “Vigna” qui significa l’Islamismo. Il maestro Abu alHassan alBûshanjî (morto a Nîshâpûr nel 959) disse: «Un tempo essere sufi era una realtà senza nome»; affermando così che il sufismo esisteva ancor prima d’essere chiamato così.

Ibn Khaldûn scrisse nella sua precitata opera monumentale: «Il sufismo si basa sull’assunto del metodo, che per coloro che vennero poi chiamati sufi era sempre stato considerato il Sentiero della Verità e della Retta Guida, così come lo avevano già fatto i primi musulmani, gli uomini della cerchia di Maometto e della seconda generazione». Notiamo che Ibn Khaldûn usò per definire il sufismo lo stesso termine (Sentiero della Verità e della Retta Guida) usato per il Tao Te Ching di Lau Tzu (V sec. a.C. circa).

La Fede assoluta dei tempi di Maometto, la ihsân, era già una via sufica, e in seguito i sufi attribuirono volentieri a se stessi il detto (hadîth) del Profeta: «Ihsân è adorare Dio come se tu lo avessi visto, poiché anche se tu non lo vedi, Egli comunque vede te». Ciò parrebbe collocare il sufismo nell’ambito della dottrina religiosa, del misticismo. Nulla di tutto ciò. I termini di “misticismo” e di “ortodossia” vanno intesi in modo del tutto differente dall’assunto europeo, già quando sono riferiti alla religione islamica. Acquistano poi tutt’altro significato nell’ambito sufico.

Per ciò che riguarda il misticismo, leggiamo in Idries Shah (1946): «I mistici arabi – in un primo tempo conosciuti come i prossimi (muqarribun) – ritenevano che vi fosse essenzialmente una unità negli insegnamenti interiori di ogni qualsivoglia credenza. [...] Come conseguenza dei contatti con gli Hanif, ogni antico centro di insegnamento segreto divenne una piazzaforte dei mistici islamici. Il fossato che per gli altri mistici separa – nella pratica e nella scienza esoterica – i cristiani, gli zoroastriani, gli ebrei, gli hindù, i buddhisti, eccetera, veniva così colmato! Questo processo, la confluenza delle essenze, i non-sufi non l’hanno mai colto nella sua realtà, perché per tali osservatori è impossibile rendersi conto che il mistico musulmano vede e contatta la corrente mistica in ogni altra cultura allo stesso modo in cui un’ape fa bottino in molti fiori senza per questo diventare essa stessa un fiore. Neanche l’uso sufico del termine confluenza per indicare questa funzione è stato capito pienamente». Per l’Islàm infatti il misticismo viene genericamente inteso come un atteggiamento individuale che non esclude l’operatività nella vita normale, con assoluta differenza dagli anacoreti cristiani. «Gli anacoreti – scrive ancora Idries Shah – sono soltanto dei professionisti dell’ossessione che hanno dato l’impressione al prossimo che il deserto o le montagne siano i soli luoghi in cui il mistico deve passare tutta la sua vita. Essi hanno preso un filo per l’intero tappeto».

[...]

Di fuori dal tempo, di fuori dal contesto politico, operanti nella società, e professanti almeno apparentemente la fede islamica, i sufi sono allora o no dei religiosi, anche nel senso islamico di questo termine? A un domanda siffatta Ahmad alYasavî († 1166), fondatore dell’Ordine nomade Yasaviyya, rispose: «In tutta la letteratura sufica troverete che spesso asseriamo di non essere interessati alla religione, e nemmeno alla sua mancanza. Come si può conciliare questo con il fatto che i credenti ci considerano uomini di fede? Lo scopo è il perfezionamento dell’uomo, e l’intimo insegnamento di tutte le religioni mira a questo. Per conseguirlo esiste sempre una tradizione tramandata da una catena vivente di adepti che selezionano i candidati cui impartire l’insegnamento. Questo insegnamento è stato tramandato fra uomini di tutti i generi. Per la nostra devozione all’Essenza noi abbiamo raccolto nella via del sufismo tutti coloro che sono meno interessati ai fatti esteriori; cosicché abbiamo conservata intatta e segreta la nostra capacità di continuare la Successione. Nelle religioni dogmatiche degli ebrei, dei cristiani, degli zoroastriani, degli indù, dei musulmani, che badano alla lettera, questo fatto prezioso è andato perduto. Noi restituiamo a tutte le religioni questo principio vitale; ed ecco perché vedete tanti ebrei, cristiani e altri fra i miei seguaci. Gli ebrei dicono che noi siamo veri ebrei, i cristiani ci considerano cristiani. Solo quando si conosce il Fatto Massimo si capisce la situazione delle religioni attuali, e anche della mancanza di fede, poiché mancare di fede è un tipo di religione con una sua fede particolare».

[...]

Giungiamo così al nocciolo della questione. Una cosa è studiare la storia del sufismo (ci si deve accontentare dei documenti forniti, delle ipotesi, di ciò che è trapelato – o che fu lasciato trapelare perché oramai non più pericoloso o perché superato, e perciò inutile –) e un’altra è capire il sufismo, semmai in vista di percorrerne il cammino. In questo caso occorre sapere che il sufismo è azione e non insegnamento scolastico; non vi è metodo fisso ma percezione di ciò che è utile a seconda dei casi; e consapevolezza dell’inutilità di un sistema; non vi sono perciò insegnanti, bensì maestri che sanno come essere utili, senza cadere nella presunzione personalistica di sapere.

Provate a prendere un pezzo di lievito, e a mostrarlo a chi non lo conosce. Egli potrà dire che è del gesso, o del sapone, o un pezzo di formaggio. Se pensa che sia una cosa da mangiare, forse l’assaggerà, sputandolo subito perché è cattivo e acido. Ma chi sa di che si tratta lo impasta con la farina, che così lievita, e diventa pane. Ecco: il sufismo è lievito.


– da “Il sufismo vertice della piramide esoterica”
di Gabriele Mandel –



mercoledì 20 ottobre 2010

La sofferenza è essere lontani da Dio




- Un sufi è un mistico; un uomo che ha capito che, essendo tutto Dio, cerca Dio per trovare il Tutto -



giovedì 22 aprile 2010

Bab’Aziz



Bab’Aziz - Il principe che contemplava la sua anima


Bab’Aziz è un anziano derviscio cieco che attraversa il deserto accompagnato dalla sua nipotina Ishtar, per recarsi alla riunione dei dervisci che si tiene ogni trent’anni in un luogo sconosciuto a tutti gli invitati. Ma, come dice Bab’Aziz, “colui che ha fede, non si perderai mai; colui che vede con gli occhi del cuore, troverà la via”.
Durante il viaggio, il saggio derviscio racconta alla nipotina la storia di un principe che un giorno, improvvisamente, rinunciò al potere e agli agi per entrare in meditazione e contemplare la sua anima. Lascia il mondo materiale per entrare in una dimensione spirituale.
Lungo il cammino, Bab’Aziz e Ishtar incontrano vari personaggi, le cui storie si intrecciano come ne “Le mille e una notte”, avvolte in un alone di mistero, in un’atmosfera mistica e quasi magica.
Il filo rosso che lega tutte le vicende è la mistica Sufi (ovvero la parte più spirituale dell’Islam): “la religione del cuore”, che cerca un rapporto diretto con il Divino.
Immancabile, naturalmente, la musica: elemento centrale nel sufismo e tramite per arrivare a Dio, attraverso le danze dei dervisci.
Sullo sfondo, le poesie di Rumi, di Ibn Arabi e di altri mistici sufi.
Questo film è anche un’eccezionale opera visiva: gli splendidi paesaggi desertici sono filmati con impeccabile maestria fotografica.

“Bab’Aziz” racconta la storia di un viaggio. Ma non si tratta solo di un viaggio attraverso il deserto. È soprattutto un viaggio all’interno dell’anima. Alla ricerca della spiritualità che è dentro ognuno di noi.


Salam Aleikum. La pace sia con voi.











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Bab’Aziz
- Il principe che contemplava la sua anima -


Un film di Nacer Khemir (2005)

con Parviz Shahinkhou, Maryam Hamid, Golshifteh Farahani,
Nessim Kahloul, Muhammad Grayaa, Hossein Panahi.

Sceneggiatura: Nacer Khemir, con la partecipazione di Tonino Guerra.



Traduzione e sottotitoli: Stefania & Oscillator


Playlist su youtube:
http://www.youtube.com/view_play_list?p=27B0EF488973067D



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