domenica 19 maggio 2013
La dedica al guerriero
In un mondo dove i punti di riferimento sono pochi o mancano, dove i maestri, quelli veri, scompaiono sotto le sferzate di una mediocrità imperante e dove il Sistema poggia le suo forti basi sul relativismo e il "si salvi chi può", non è al manager o al perfetto impiegato che sento di voler scrivere una dedica, ma a quella persona particolare, a quell' uomo spinto ad agire da un Dio: il guerriero.
Non commettere, caro lettore, l' errore di prendere la parola guerriero come inneggiante all' egoismo ed alla violenza, i poteri forti ci mettono a disposizione un vocabolario falso; il vero guerriero è l' uomo spinto da un Dio, un essere supremo ed interiore che lo muove e guida affinché vinca le sue battaglie per un grande cambiamento o muoia ispirando gli altri.
Di esseri umani davvero guerrieri ve ne sono pochi, ma è su quei pochi che si giocano le sorti di tutti noi e, forse, proprio tu, che stai dall' altra parte dello schermo, rientri in questo gruppo speciale e, magari, accenni anche ad un piccolo sorriso mentre leggi queste parole.
Il guerriero è colui che non ha legami particolari, poiché non è del particolare che gli interessa, ma di tutto ciò che esiste ed è collegato con la sua missione. Il guerriero è colui che non accetta i limiti che ha, poiché sa di non avere limiti e che sono questi in realtà soltanto riflessi di una parte di lui che non lo rappresenta davvero, ma che hanno cercato di incollargli addosso. Il guerriero è colui che sa di non conoscersi affatto, ma che promette a sé stesso di non darsi per vinto nella crescita, poiché il flusso dell'esistenza è in continuo cambiamento e noi con esso. Il guerriero è quella persona che non ha rimpianti, traumi o dipendenze e non perché non abbiano mai cercato di ferirlo o ucciderlo o perché non abbia mai sbagliato, avuto paura o desiderato qualcosa, ma perché è vivo e forte nel presente e si sente costantemente ispirato dal Dio che gli è dentro e che lo fa alzare ogni volta che cade, senza guardare alle parti che ha perso. Il guerriero vive pienamente le proprie emozioni, ma non lascia mai loro potere e controllo, lui è padrone di sé quando desidera esserlo. Il guerriero è colui che guardando il cielo stellato, ogni sera, saluta i suoi fratelli e le sue sorelle che da lontano lo osservano aspettando il suo ritorno. Il guerriero è quella persona che non scappa davanti ai doveri, ma che sa di essere nato per portarseli sulle spalle poiché è l' unico che potrebbe farcela a sopportarli. Il guerriero è colui che non si arrende quando gli dicono che il suo sogno di un mondo migliore è solo un sogno o che le persone che gli stanno intorno non brandiranno mai con lui la spada o non lo ameranno mai per ciò che fa. Il guerriero non si arrende perché il Dio che gli è dentro gli dà la forza di cui ha bisogno e perché non è un uomo del popolo, ma per il popolo, e non gli importa se qualcuno combatterà con lui o lo amerà per il suo sacrificio, lui non cerca altri martiri, ricerca un mondo che di martiri non abbia più bisogno.
Il guerriero non sempre nasce tale, capita infatti, a volte, che in un momento, in una giornata come un altra, la vita per una persona acquisti improvvisamente un significato diverso e che qualcosa, nel profondo del suo essere, apra gli occhi e la riempia di nuova energia. Altre volte è invece un percorso alla ricerca del vero sé che porta una persona a diventare un guerriero e a combattere fino alla fine dei suoi giorni per cambiare qualcosa, anche solo un dettaglio, affinché nessuno più pensi di non essere tanto forte per vivere pienamente o che solo alcuni abbiano un Dio al loro interno e possano maneggiare una spada.
Forse ti ho annoiato, caro guerriero che leggi queste parole, forse ti ho detto cose di te che già sapevi, ma pensavo fosse giusto che almeno una volta, almeno io, potessi dirti che non sei solo e che quel grazie di cui sicuramente non avrai bisogno, c' è chi sente di volertelo dire con tutto sé stesso. Grazie..
dal blog Alleanza Magica: http://alleanzamagica.blogspot.it/2012/05/la-dedica-al-guerriero.html
lunedì 29 aprile 2013
La Coscienza Cristica - Paramahansa Yogananda
Il vero significato di “fede nel suo nome” e di salvezza
“Poiché Dio ha talmente amato il mondo che ha dato il Figlio suo unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo; ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi. Chi in lui crede, non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato; perché non crede nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E la condanna sta in questo: al mondo è venuta la luce, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce; perché le opere loro erano malvagie. Poiché chi fa male odia la luce, e non si accosta alla luce, perché non vengano biasimate le opere sue. Chi poi opera secondo la verità, si accosta alla luce, affinché si rendano manifeste le opere sue, perché sono fatte secondo Dio.”
(Giovanni; 3, 16-21)
La confusione tra “Figlio dell’uomo” e “Figlio unigenito di Dio” ha provocato un atteggiamento di estremo bigottismo in seno alla comunità cristiana tradizionalista. Quest’ultima infatti non comprende o non riconosce la componente umana di Gesù, cioè la sua natura di uomo: una creatura nata in un corpo mortale, la quale aveva fatto evolvere la propria coscienza fino a diventare una cosa sola con Dio stesso. Non Gesù in quanto individuo dotato di un corpo fisico, ma la coscienza racchiusa in quel corpo era una cosa sola con il Figlio unigenito, ovvero con la coscienza cristica, unico riflesso di Dio Padre nel creato. Nell’esortare l’umanità a credere nel Figlio unigenito, Gesù si riferiva a questa coscienza cristica, latente in ogni anima e pienamente manifesta in lui, come in tutti i maestri che nel corso dei secoli hanno realizzato Dio. Gesù ha detto che tutte le anime capaci di capaci di innalzare al cielo astrale la propria coscienza fisica (la coscienza del Figlio dell’uomo), e quindi di diventare una cosa sola con l’unigenita Intelligenza cristica immanente in tutta la creazione, conosceranno la vita eterna.
Questo passo della Bibbia sta forse a significare che tutti coloro che non credono in Gesù o non lo accettano come loro salvatore saranno condannati? Questo è un concetto dogmatico di condanna. In realtà, Gesù intendeva dire che chiunque non comprenda di essere una cosa sola con la coscienza cristica universale è condannato a vivere e a pensare come un essere mortale, tormentato dalle avversità, limitato dai confini sensoriali, perché ha essenzialmente disgiunto se stesso dall’eterno Principio della vita.
Gesù non si è mai riferito alla propria coscienza di Figlio dell’uomo, ovvero al proprio corpo, come all’unico salvatore di tutti i tempi. Abramo e molti altri furono salvati anche prima che Gesù nascesse. È un errore metafisico considerare il personaggio storico di Gesù come l’unico salvatore. Il redentore universale è l’intelligenza cristica. Quale unico riflesso dello Spirito assoluto (il Padre), onnipresente nel mondo della relatività, il Cristo infinito è l’unico intermediario, l’unico legame tra Dio e la materia. Tutti gli individui dotati di forma materiale (a qualsiasi casta o fede appartengano) devono ricorrere a questo intermediario per giungere a Dio. Entrando in sintonia con la coscienza cristica, ogni anima può liberare la propria coscienza dai suoi confini materiali e immergerla nella vastità dell’Onnipresenza.
Gesù ha detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono lui”. Egli sapeva che il suo corpo fisico era destinato a rimanere sul piano terreno solo per breve tempo; così spiego a coloro che lo consideravano il proprio salvatore che, una volta scomparso quel corpo (il Figlio dell’uomo) dalla terra, l’umanità sarebbe stata ancora in grado di trovare Dio e la salvezza, credendo nell’onnipresente figlio unigenito di Dio e conoscendolo. Gesù voleva mettere in risalto che chiunque avesse creduto nel suo spirito in quanto Cristo infinito incarnato in lui avrebbe scoperto il sentiero che porta alla vita eterna, grazie alla scienza della meditazione, che conduce a uno stato di interiorizzazione e di elevazione della coscienza.
“Affinché chiunque crede in lui non perisca”. Le forme della natura sono soggette al cambiamento, ma l’intelligenza infinita immanente nella natura non è mai toccata dalle mutazioni create dall’illusione. Un bambino che si è affezionato a un pupazzo di neve scoppierà in lacrime quando il sole salirà alto nel cielo e scioglierà quella forma. Allo stesso modo soffrono i figli di Dio affezionati al mutevole corpo umano, che subisce i cambiamenti dell’infanzia, della giovinezza, della vecchiaia e della morte. Ma coloro che interiorizzano la forza vitale e la coscienza e si concentrano sull’immortale scintilla interiore della propria anima percepiscono il cielo anche mentre si trovano su questa terra; e, realizzando l’essenza trascendente della vita, non sono soggetti al dolore e alla sofferenza inerenti ai cicli ricorrenti della vita e della morte.
Le solenni parole pronunciate da Gesù in questo passo del Vangelo intendevano comunicare un’incoraggiante promessa divina di redenzione per tutta l’umanità. Le interpretazioni errate che hanno dominato per secoli sono invece valse a fomentare guerre di odio intollerante, inquisizioni, torture, condanne, ripudi e divisioni.
“Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo, ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi”. In questo versetto il “mondo” sta ad indicare l’intera creazione di Dio. Nel riflettere la sua intelligenza nel creato, rendendo così possibile l’esistenza di un universo ordinato e armonico, l’intento del Signore non era quello di creare una prigione di finitezza in cui confinare le anime e farle partecipare, volenti o nolenti, a una danse macabre di sofferenza e distruzione. Dio intendeva piuttosto rendersi accessibile come quella irresistibile Forza che spinge il mondo a superare la manifestazione materiale, immersa nelle tenebre dell’ignoranza, per giungere alla luce della manifestazione spirituale.
Indubbiamente, la manifestazione vibratoria dell’intelligenza universale, ovvero la creazione, ha dato origine alle innumerevoli attrazioni del teatro cosmico che continuano a confondere l’uomo, inducendolo ad allontanarsi dallo Spirito per volgersi verso la vita materiale, a distogliere lo sguardo dall’Amore universale per rivolgerlo alle infatuazioni umane. Tuttavia l’assoluto che trascende il creato resta vicino e intimamente percepibile attraverso il suo intermediario, l’intelligenza divina che si riflette nel creato stesso. Grazie a questo contatto, il devoto comprende che Dio ha mandato l’intelligenza cristica (il suo Figlio unigenito) per creare non una camera di tortura, ma un grandioso film cosmico, le cui scene e i cui attori sono destinati a intrattenere e intrattenersi per qualche tempo, e poi tornare infine alla beatitudine dello Spirito.
Alla luce di questa consapevolezza, il devoto, in qualunque circostanza lo ponga questo mondo della relatività, avverte il proprio legame con lo Spirito universale e comprende che l’immensa intelligenza dell’Assoluto opera in tutte le relatività della natura. Chiunque creda in questa intelligenza, cioè in Cristo, e si concentri su di essa piuttosto che sulle sue opere, ovvero sulla creazione esteriore, trova la redenzione.
È assurdo pensare che Dio infligga ai non credenti la condanna di peccatori. Poiché il Signore dimora Egli stesso in tutte le creature, la sua condanna sarebbe una forma di vero e proprio autolesionismo. Dio non punisce mai l’uomo che non crede in Lui; è l’uomo a punire se stesso. Se qualcuno non crede al potere di un generatore di corrente e tagli i fili elettrici che collegano la sua casa a quel generatore, egli si nega i vantaggi offerti dall’elettricità. Allo stesso modo, disconoscere l’Intelligenza onnipresente in tutto il creato vuol dire negare alla coscienza il suo legame con la Sorgente della saggezza e dell’amore divini, la quale consente il processo di ascensione allo Spirito.
Riconoscere l’immanenza divina è un processo che può cominciare in un modo molto semplice: lasciando che il nostro amore si espanda in flussi sempre più ampi. L’uomo si condanna alla limitazione ogni volta che pensa soltanto al suo piccolo sé, alla sua famiglia, alla sua nazione. Il processo di espansione è un elemento essenziale dell’evoluzione della natura e dell’uomo per ritornare a Dio. Essere consapevoli esclusivamente della propria famiglia – “noi quattro e nessun altro” – è una cosa sbagliata. Escludere la più grande famiglia dell’umanità vuol dire escludere il Cristo infinito. Chi separa la propria felicità e il proprio benessere da quelli altrui si è già condannato all’isolamento dallo Spirito che pervade tutte le anime. Infatti, non espandendo se stesso nell’amore e nel servizio reso a Dio negli altri, egli non riconosce il potere salvifico dell’unione con il Cristo universale. Ogni essere umano ha ricevuto il potere di fare il bene; se non usa questa facoltà, il suo livello di evoluzione spirituale è di poco superiore a quello dell’istintivo egoismo di un animale.
L’amore pure presente nei cuori umani irradia l’amore cristico universale. Espandere continuamente il proprio amore vuol dire mettere in sintonia la coscienza umana con il Figlio unigenito. L’amore per i familiari è il primo passo dell’espansione dell’amore di sé verso chi ci circonda; amare tutti gli esseri umani, di qualsiasi razza e nazionalità, è conoscere l’amore cristico.
Dio in quanto Cristo onnipresente è l’unico artefice di tutte le forme di vita. Nelle nuvole e nel cielo il Signore dipinge scenari grandiosi e sempre mutevoli; nei fiori crea altari di fragrante bellezza; in ogni cosa e persona (negli amici e nei nemici, nelle montagne, nelle foreste, nell’oceano, nell’aria e nella roteante volta galattica che sovrasta ogni cosa) il devoto cristico vede l’unica luce di Dio, in cui tutto si fonde. Egli si rende conto che le innumerevoli espressioni di quell’unica Luce, spesso apparentemente caotiche perché in conflitto o in contrasto tra loro, sono state create dall’intelligenza divina non per ingannare gli esseri umani o per farli soffrire, ma per persuaderli a cercare l’Infinito da cui provengono. Chi guarda non le parti ma l’insieme riconosce lo scopo della creazione, cioè l’ineluttabile destinazione di noi tutti, senza alcuna eccezione, verso la salvezza. Tutti i fiumi vanno verso l’oceano; i fiumi delle nostre vite vanno verso Dio.
Le onde che si trovano sulla superficie dell’oceano sono in continuo mutamento, mentre giocano con il vento e con le forze che regolano le maree; ma la loro essenza di oceano resta immutata. Chi si concentra sulla singola onda di un’unica vita è destinato a soffrire, perché l’onda è instabile e non può durare. Questo è ciò che Gesù intendeva con “condannato”: l’uomo che resta legato al corpo, isolandosi da Dio, causa la propria condanna. Per ottenere la salvezza egli deve riconquistare la consapevolezza della propria inscindibile unità con l’immanenza divina.
“Mentre veglio, mangio, lavoro, sogno, dormo,
servo, medito, canto e divinamente amo,
l’anima mia bisbiglia senza posa, non udita da alcuno:
Dio, Dio, Dio!”
(da “Songs of the Soul” di Paramahansa Yogananda)
In questo modo si mantiene la costante consapevolezza del proprio legame con l’immutabile intelligenza divina, la Bontà assoluta celata dietro gli enigmi del creato e le loro sfide.
“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato”. Qui si mette in risalto anche quale ruolo svolga il “credere” nel provocare o meno la condanna dell’uomo. Chi non comprende che l’Assoluto è immanente nel mondo della relatività tende a diventare vuoi uno scettico vuoi un dogmatico, perché in entrambi i casi la religione è per lui una questione di fede cieca. Incapace di conciliare l’idea di un Dio buono con gli apparenti mali della creazione, lo scettico rifiuta le credenze religiose con la stessa testardaggine con cui il dogmatico vi resta aggrappato.
Le verità impartite da Gesù andavano ben oltre le credenze cieche, che acquistano o perdono valore sotto l’influenza dei paradossali proclami dei preti o dei cinici. Credere è uno stadio iniziale dell’evoluzione spirituale, necessario per accogliere l’idea di Dio. Ma quell’idea deve trasformarsi in una convinzione, deve diventare oggetto di esperienza. La credenza è la progenitrice della convinzione; per indagare in modo imparziale su qualcosa, è necessario prima accogliere l’idea che esista. Ma se ci si accontenta della mera credenza, questa diventa dogma, e quindi ristrettezza mentale, che preclude l’accesso alla verità e al progresso spirituale. È quindi necessario coltivare, nel terreno della credenza, la messe dell’esperienza diretta di Dio e del contatto con Lui. Questa inconfutabile realizzazione, non la mera credenza, è ciò che salva gli esseri umani.
Se qualcuno mi dice: “Io credo in Dio”, gli chiedo: “Perché credi? Come fai a sapere che c’è un Dio?”. Se la risposta si basa su supposizioni o su una conoscenza indiretta, concluderò che egli non crede veramente. Per avere una convinzione bisogna anche avere dei dati a sostegno; altrimenti si tratta solo di un dogma, che è facile preda dello scetticismo.
Se, poniamo, io indicassi un pianoforte e dichiarassi che si tratta di un elefante, la ragione di una persona dotata di intelligenza si ribellerebbe dinanzi a una simile assurdità. Lo stesso accade con i dogmi religiosi trasmessi senza la verifica dell’esperienza e della realizzazione: presto o tardi, quando saranno messi alla prova da esperienze contrarie, la loro verità subirà l’attacco della ragione e delle sue speculazioni. Via via che i brucianti raggi del sole dell’indagine raziocinante divengono sempre più infuocati, le fragili credenze prive di fondamento appassiscono e si inaridiscono, lasciando dietro di sé una landa desolata, in cui crescono solo il dubbio, l’agnosticismo e l’ateismo.
Trascendendo la mera indagine filosofica, la meditazione scientifica mette in sintonia la coscienza con la verità più alta e più grande; a ogni passo che compie, il devoto si avvicina alla vera realizzazione e si sottrae a un incerto vagabondare. Perseverare negli sforzi di verifica e di esperienza diretta delle credenze mediante la realizzazione intuitiva, raggiungibile grazie ai metodi yoga, vuol dire forgiare una vera vita spirituale, a prova di qualsiasi dubbio.
Credere è una grande forza, se porta al desiderio e alla determinazione di fare l’esperienza del Cristo. Questo è ciò che intendeva Gesù esortando a “credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”: per mezzo della meditazione, bisogna ritirare la coscienza e la forza vitale dai sensi e dalla materia, per avere l’intuizione dell’Aum, la Parola, ovvero l’Energia vibratoria cosmica che è il “nome”, cioè l’attiva manifestazione dell’immanente coscienza cristica. Una persona può affermare continuamente la propria credenza intellettuale in Gesù Cristo, ma se le manca l’autentica esperienza del Cristo cosmico, incarnato in Gesù e onnipresente al tempo stesso, la sola credenza avrà per lei una ben scarsa utilità spirituale, insufficiente a ottenere la salvezza.
Nessuno può ottenere la salvezza limitandosi a ripetere il nome del Signore o a lodarlo in sequele crescenti di “alleluia”. Non sono la fede cieca nel nome di Gesù né l’adorazione della sua persona a permettere di accogliere il potere salvifico dei suoi insegnamenti. La vera adorazione di Cristo consiste nella divina comunione, che porta alla percezione del Cristo nel tempio senza mura della coscienza in espansione.
Dio non si manifesterebbe nel suo “Figlio unigenito” nel mondo per poi farlo agire come un implacabile investigatore che insegue i non credenti per punirli. L’intelligenza cristica redentrice, che alberga in seno a ogni anima indipendentemente dal bagaglio di peccati o di virtù accumulato nelle sue incarnazioni, attende con pazienza infinita che nella meditazione ciascuno si risvegli dal sonno narcotizzante dell’illusione per ricevere la grazia della salvezza. Chi crede in questa intelligenza cristica, e inoltre coltiva con l’azione spirituale il desiderio di ricercare la salvezza ascendendo a questa coscienza riflessa di Dio, non è più costretto a vagare alla cieca lungo l’ingannevole sentiero dell’errore. Con passi ponderati, egli si dirige sicuro verso l’infinita Grazia redentrice. Ma il non credente che irride il pensiero di questo Salvatore, unica via verso la salvezza, condanna se stesso all’ignoranza della prigionia nel corpo e alle sue conseguenze, finché non raggiungerà il risveglio spirituale.
– da “Lo Yoga di Gesù” di Paramahansa Yogananda –
COSCIENZA CRISTICA: La coscienza di Dio proiettata nella creazione e immanente in essa. Nelle sacre scritture cristiane è il “figlio unigenito”, l’unico puro riflesso di Dio Padre nella creazione; in quelle induiste la coscienza cristica è chiamata “kutastha chaitanya” o “Tat”, la coscienza universale, ovvero l’intelligenza cosmica dello Spirito onnipresente nella creazione. (I termini “coscienza cristica” e “intelligenza cristica” sono sinonimi, come lo sono anche “Cristo cosmico” e “Cristo infinito”). È la coscienza universale, l’unione con Dio, manifestata da Gesù, Krishna e altri avatar. I grandi santi e i grandi yogi la conoscono come “samadhi”, lo stato meditativo in cui la loro coscienza diviene una cosa sola con l’intelligenza divina immanente in ogni particella del creato; allora essi percepiscono l’intero universo come fosse il proprio corpo.
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mercoledì 17 aprile 2013
Franco Battiato: meditazione e spiritualità
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domenica 31 marzo 2013
L'Esoterismo è l'aspetto spirituale del Mondo
L’esoterismo non ha nulla in comune con una volontà di segretezza, ovvero con il segreto nel senso convenzionale.
Se fosse diversamente, dovremmo considerare enormi mistificazioni testi quali quello delle Piramidi in Egitto, i Veda e le Upanishad in India, il Tao Te Ching in Cina, la Genesi di Mosè, i Vangeli e l’Apocalisse, e altri.
Se lo scopo dei Vangeli fosse stato, per esempio, di offrire agli uomini una morale convenzionale, e se il cammino per avvicinarsi al “Padre” fosse facilmente spiegabile, perché impedirci di giungere a questa meta parlando per parabole? Perché tutti questi testi nasconderebbero ciò che può essere detto apertamente per aiutare i miserabili di questo mondo? Sarebbe per un perverso bisogno di creare il mistero, un “oppio per i popoli”, come dicono i materialisti? Sarebbe perché il mondo in quel tempo era troppo incolto in confronto con il nostro, così superlativamente intelligente? Sarebbe perché questi profeti e ispirati da Dio non sapevano esprimersi meglio?
Abbiamo sufficienti testimonianze dell’intelligenza, della grande Saggezza e del livello di civiltà indiscutibilmente alto raggiunto dai popoli del passato, per non prestare alcuna attenzione a simili supposizioni.
D’altronde, è certo che nessun codice, nessun rebus rimane indecifrabile. È dunque infantile credere che simili testi, come quelli che l’antico Egitto ci ha lasciato in grande quantità, fondino un significato esoterico su una gherminella di questo genere, se questo esoterismo potesse essere espresso per iscritto. La crittografia e il rebus non hanno mai altro scopo, in un testo sacro, che di risvegliare l’attenzione del lettore, di mettere l’accento su un aspetto del testo e infine di condurre verso il carattere esoterico. Lo stesso vale per i “giochi di parole” e per le parabole.
L’Esoterismo non può essere né scritto, né detto, né di conseguenza può essere tradito. Bisogna essere preparati per coglierlo, vederlo, comprenderlo – a vostra scelta. Questa preparazione non è un Sapere ma un Potere, e non può essere acquisito che con uno sforzo della persona stessa, con una lotta contro i propri limiti e una vittoria sulla propria animale natura umana.
Esiste una Scienza Sacra, e per millenni innumerevoli curiosi hanno invano cercato di penetrarne i “segreti”. È come se, con una piccozza, volessero scavare un buco nel mare. L’utensile deve essere della stessa natura dell’oggetto che si vuole lavorare. Non si trova lo Spirito che con lo Spirito, e l’Esoterismo è l’aspetto spirituale del Mondo, inaccessibile all’intelligenza cerebrale.
Coloro che pretendono di poter rivelare l’esoterismo di questo insegnamento sono dei ciarlatani. Possono cercare di spiegare il sottinteso di una certa parola o formula, dunque un segreto convenzionale, ma, per quanto riguarda la Scienza Sacra, non potranno mai fare altro che mettere una parola al posto di un’altra, e ciò sarà, tutt’al più, cattiva letteratura in luogo di un’idea semplice.
Il vero Iniziato può guidare un allievo dotato per fargli percorrere più rapidamente il cammino della Consapevolezza, e l’allievo, giunto a un certo grado di Illuminazione in virtù della propria Luce interiore, leggerà direttamente l’esoterismo di tale insegnamento. Nessuno potrà farlo per lui.
– da “Esoterismo e Simbolo” di R. A. Schwaller de Lubicz –
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lunedì 18 marzo 2013
La meditazione-strumento e la meditazione-stato di coscienza
«Ascolta – ricomincia la voce che è venuta a prendermi con fermezza – ascolta... Ciò che siamo e chi siamo lo si può intravedere nel mezzo di due pensieri, in quello spazio profondamente sacro, totalmente vergine e vivo, fatto di silenzio, a cui ben raramente prestiamo attenzione. Girare la chiave nella serratura non significa smettere di pensare, ma dilatare lo spazio che esiste nel bel mezzo di tutti gli elementi che ci attraversano, e dei quali automaticamente ci orniamo. Sicché, tu sei veramente... quello che attualmente soffochi fra due pensieri».
«Mi stai dicendo di meditare. A me non dispiace, ma qui non è la mia opinione che conta. La via della meditazione sembra troppo austera, troppo carica di colorazioni diverse, per poterla proporre con successo proprio a tutti. Non credo che tu voglia confortare quelli che “lavorano su se stessi” nella loro convinzione di essere un’élite; fra i meditanti innegabilmente ce ne sono molti che volutamente si rendono “speciali”, dissimulano dietro alle ore di meditazione e a una parvenza di umiltà il loro senso di superiorità».
«Non è di meditazione che sto parlando. È un termine che, da solo, basta per far alzare le spalle e levare i tacchi a folle intere. Nella tua società, all’idea di meditare associate una mancanza di radicamento, una marginalizzazione, una connotazione di austerità da cui possono nascere tutt’al più degli utopisti dall’animo gentile.
E quando mai accade che una persona ammiri chi medita, ecco che pensa subito che la meditazione non fa per lei, che certo, vorrebbe, ma non ne ha proprio il tempo...»
All’improvviso mi viene in mente una domanda, e questa salta fuori a una tale velocità, che ho la certezza di interrompere il mio interlocutore.
«E nel mondo da cui vieni, meditate?»
«Non più, o quasi per nulla! Perlomeno non nel senso in cui lo intendete sulla Terra. L’osservazione dei mondi ci ha fatto constatare che esistono globalmente due modi di meditare; potremmo dire che c’è la meditazione-strumento e la meditazione-stato di coscienza, e l’una non esclude l’altra. Quando ti dico che nessuno medita nel mondo da cui vengo, significa in realtà che nessuno vi pratica la meditazione-strumento, cioè la meditazione-metodo tecnico. Da noi si dà invece un valore sacro alle azioni, perché le azioni, come gli atteggiamenti, sono linguaggi, particelle del vocabolario con cui si scrive la vita. Assegnare loro una funzione sacra, significa permettere finalmente che si esprima quello spazio silente, o per meglio dire, quella non-azione che le anima».
«Stai dicendo che ci può essere la non-azione nel cuore stesso dell’azione?»
«Sì, nell’azione giusta, quella che noi chiamiamo azione sacra. Naturalmente ci vuole una spiegazione: per noi, sacro non coincide con religioso. Il sacro è ciò che asseconda il senso della Vita, ciò che si avvicina il più possibile alla sua essenza. Con la non-azione nell’azione, si eliminano semplicemente i rapporti di forza, si cancella il conflitto. Da molto tempo siamo intimamente coscienti che la Presenza del Vivente, in noi e attraverso di noi, sa esattamente dove sta andando e che cosa vuole. La non-azione, nel senso che intendiamo noi, è assenza del riflesso condizionato della guerra, è sguardo non-duale.
Immagino che ti sia già capitato di vedere qualcuno praticare l’arte orientale del Tai-chi. Ebbene noi viviamo con quella stessa scioltezza ed eleganza, senza che sia necessario praticare fisicamente tale disciplina. La relazione che abbiamo con gli esseri e con le cose diventa dunque spontaneamente fluida. Non vuol dire che, sulla nostra strada, non incontriamo ostacoli, ma piuttosto che scivoliamo sottilmente sulle loro mura apparenti, ce la svignamo passando per i famosi spazi di silenzio e di vuoto di cui gli ostacoli sono fatti. Non permettiamo ai pensieri che li creano di svilupparsi, di consegnarci l’essenza del loro insegnamento».
«Dunque, anche per voi, tutto è insegnamento».
«Non c’è nulla di nuovo, in questo, sono d’accordo... Ma invece di limitarci a dirlo, noi viviamo in base a questo punto di vista, ed è una vera rivoluzione per la tua società! È una visione che per noi è un’arte a sé, e che assume il valore e la forza di una meditazione permanente. Essa non può né essere concepita né crescere al di fuori di un rapporto d’amore con se stessi e con tutto ciò che incrociamo sulla nostra via.
Questo non esclude ovviamente la meditazione-metodo, la meditazione-strumento tecnico, se una persona se ne sente attratta, o se è necessaria per il suo stato attuale, ma ha il merito immenso di evitare le trappole che la meditazione-tecnica nasconde, e di essere aperta a tutti.
Vogliamo, insomma, demarginalizzare la realtà straordinaria della Presenza sottile in ognuno di noi. Siamo qui per seminare semi di felicità, e suggerirvi, in questo senso, di auto-seminarvi. Lungi da noi l’intenzione di creare parametri per una nuova fede!»
«Sulle trappole della meditazione come tecnica, non hai fatto che sorvolare...»
«La trappola consiste, per cominciare, nel confondere il mezzo con lo scopo. Meditare non è mai stato una finalità in sé. Non è nient’altro che prendere in mano il cesello dello scultore, poi il martello, e modellare un blocco di pietra per liberare la forma perfetta che è già lì, in attesa. A forza di osservarla e di sezionarla, può però accadere che ci si dimentichi la Vita, ed è da questa trappola che è nato l’inaridimento delle vostre radici, nel cuore stesso del vostro mondo. Quando ci cadete dentro, dimenticate l’aspetto trascendente della bellezza che vi circonda.
Esiste una seconda trappola nella meditazione: la possibilità che diventi una fuga di fronte alle vostre responsabilità di attori. Per certuni, meditare può diventare un modo per mettere a tacere la coscienza, di fronte all’incapacità di far sbocciare ogni giorno l’amore-offerta».
«Riconosco che sono stupito da questo tuo chiamare, sobriamente, “il Vivente” il Principio di vita che impregna ogni cosa, senza limiti».
«Fai attenzione, però: anche questa parola è solo una caricatura. Una parola altro non è che il guscio di un concetto, che continuamente si evolve. Se ci restiamo attaccati oltre misura diventa la nostra prigione, e diventiamo allora incapaci di intrufolarci fra le sbarre del vocabolario, e raggiungere quegli spazi di silenzio di cui ti parlavo prima. Con un poco di esagerazione, potremmo dire che ci sono tanti vocabolari quanti sono gli esseri pensanti, non appena essi pongono il Vivente fuori di sé. Questo riassume la storia della Torre di Babele. Ciascuno si chiude nel suo piccolo mondo, e riduce l’universo alle modeste dimensioni dell’individuo. È questa la sperimentazione che noi chiamiamo “morte”».
«A seguire il tuo ragionamento, attualmente, sulla Terra, siamo quasi tutti morti!»
«Esitavo a dirtelo, se non altro in modo così smaccato, ma visto che lo fai tu... La morte è tutto ciò che supponete sia definitivo. La morte è credere nei limiti, il credo che recitate ogni mattina, senza accorgervene, quando vi alzate. La morte è voler definire la Vita, e credersi capaci di esprimere l’Inesprimibile».
«E la Vita, allora?»
«La Vita, significa sapersi chiamati a fondersi in quel medesimo Inesprimibile...»
– da “Conversazioni con Loro” di Daniel Meurois-Givaudan –
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sabato 9 marzo 2013
giovedì 28 febbraio 2013
La guarigione spirituale
Pochissimi comprendono cosa sia la guarigione spirituale. La guarigione spirituale non ha nulla a che fare con il "sistemare" qualcosa o qualcuno. La guarigione spirituale semplicemente corregge la percezione erronea che ci sia qualcosa di sbagliato. Afferma ciò che è giusto e vero in tutte le circostanze e in tutte le condizioni. La guarigione spirituale ribadisce l'innocenza essenziale di tutti gli esseri.
Ribadisce che tutti gli esseri viventi sono degni di amore e di accettazione, che tutti sono uguali di fronte a Dio e che nessuno è più o meno degno di un altro. Il guaritore spirituale inizia portando queste verità all'interno della sua coscienza e riconoscendole con certezza. Afferma che la persona che ha chiesto di essere guarita è integra e completa agli occhi di Dio e che non può essere altrimenti. Questa è la componente mentale o relativa al terzo occhio del processo di guarigione.
Come secondo passo il guaritore spirituale apre il suo cuore per ricevere l'amore incondizionato e l'accettazione di Dio. Sente l'intensità di questo amore nel suo cuore e permette che il calore e la vibrazione si estendano dal suo cuore al cuore della persona che ha chiesto la guarigione. Ora entrambi risiedono insieme nella vibrazione dell'accettazione incondizionata e dell'amore divino. Questa è la componente emozionale o relativa al chakra del cuore del processo di guarigione.
Ora i due sono uniti insieme nell'amore e nella verità. A questo punto, il guaritore può essere guidato a pronunciare parole di verità. Se è così, esse vengono pronunciate spontaneamente quando il chakra della gola si mette a vibrare. Il guaritore potrebbe anche sentire un'ondata di energia nelle mani e offrire una guarigione con l'imposizione delle mani, se la persona è ricettiva.
Quando l'energia di amore incondizionato ha preso pienamente corpo, si apre il chakra della corona, avvolgendo entrambi nella presenza angelica. Ora si trovano entrambi con Dio, la fonte di tutto l'essere. Quando ci si riposa nella certezza dell'amore di Dio, né falsità né illusioni possono sopravvivere. Tutte le convinzioni e le ferite che derivano dalla mancanza di amore vengono consumate nel fuoco purificatore dello Spirito Santo.
Ora solo l'amore è reale e non esiste altro. Ora il lavoro del guaritore spirituale è compiuto. L'illusione è stata dissipata e rimane solo la verità. Il regno dei cieli è stato ristabilito sulla terra.
Paul Ferrini
http://lacompagniadeglierranti.blogspot.it/2013/02/guarigione-spirituale.html
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sabato 16 febbraio 2013
Osservazione e Ricordo di Sé
(chi è questo strano individuo nel quale abito...
e che intenzioni ha?)
e che intenzioni ha?)
Per arrivare a osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso quale può essere il loro valore?
G.I. Gurdjieff (cit. in Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto, di P.D. Ouspensky)
Coloro che sanno questo sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di se stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino a una comprensione del suo essere.
G.I. Gurdjieff (ibidem)
Se vogliamo divenire degli autentici maghi il nostro scopo deve essere il risveglio.
Non possiamo conseguire alcunché di sovranaturale in una situazione di addormentamento nella quale non vediamo la realtà e ci limitiamo a proiettarne all’esterno una illusoria, edificata sulla base di quelle che sono le nostre attuali caratteristiche psicofisiche.
Ognuno di noi vive in un suo mondo soggettivo: a seconda delle nostre peculiarità fisiche, emotive e mentali proiettiamo all’esterno una realtà che non può mai essere oggettiva, in quanto è sempre solo il riflesso di tali peculiarità. La nostra genetica, l’educazione, i traumi infantili, l’ambiente in cui siamo vissuti... tutto ha contribuito a plasmare sia il corpo che la psiche, per cui adesso percepiamo un mondo interamente soggettivo. Esso è simile a quello di tutti gli altri unicamente nella misura in cui il nostro apparato psicofisico è simile – ma mai identico – a quello di tutti gli altri.
La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe.
Ciascuno ne prese un pezzo e vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l’intera verità.
Gialal al-Din Rumi, poeta sufi
Nello stato ipnotico in cui ci troviamo non agiamo, bensì ci limitiamo a re-agire agli stimoli esterni, esattamente come «macchine biologiche» fabbricate per sopravvivere. La nostra personalità infatti non è altro che una macchina biologica il cui compito è re-agire con la massima efficacia di cui è capace alle situazioni quotidiane. Finché dormiamo restiamo ʻmacchine per la sopravvivenza’.
Se qualcuno ci insulta, noi nel rispondere non agiamo in maniera consapevole, ma re-agiamo come farebbe una qualsiasi macchina che è stata programmata per farlo. Nei rapporti con il partner, sul lavoro, mentre guidiamo, davanti alla televisione... non siamo in grado di agire attivamente – con coscienza – ma reagiamo passivamente a tutti gli impulsi esterni secondo quelle che sono le nostre caratteristiche psicofisiche, cioè i programmi di reazione che si trovano registrati nel subconscio di ciascuno.
Durante un colloquio di lavoro siamo nervosi: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Mentre guidiamo la nostra auto qualcuno ci taglia la strada in maniera brusca e ci irritiamo: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Nel corso di un esame universitario siamo ansiosi e abbiamo paura di fallire: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Quando il nostro partner ci abbandono cadiamo in depressione, oppure diventiamo violenti: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
I nostri consueti modi di pensare e i nostri abituali atteggiamenti emotivi sono così radicati in noi da rispondere al posto nostro. Di fronte agli eventi della vita la nostra autocoscienza, non essendo ancora stata pienamente sviluppata, non ha mai la forza di agire in maniera consapevole, viene quindi bypassata dai nostri meccanismi psichici: all’evento corrisponde immediatamente una reazione di tipo fisico ed emotivo senza che noi, in quanto autocoscienza, possiamo fare nulla per intervenire.
Siamo schiavi della nostra natura inferiore, la quale segue le leggi meccaniche della sopravvivenza, esattamente come ogni altro animale. Per uscire da questa poco rassicurante situazione e trasformarci in maghi, dobbiamo cominciare a sviluppare la nostra «presenza», una reale autocoscienza: la coscienza del qui-e-ora.
L’osservazione di noi stessi, cioè l’osservazione distaccata, giorno dopo giorno, dei comportamenti inerenti la nostra personalità – il nostro apparato psicofisico – consente la progressiva creazione di un «testimone»: una parte di noi che non si lascia coinvolgere dalle sofferenze o dai piaceri del corpo, dal dolore o dall’euforia, ma li guarda con compassione prendendone le distanze.
Il «testimone» diviene in tal modo gradualmente consapevole di essere qualcosa di diverso da un mucchio di carne, qualche emozione e una serie di pensieri. Esso, sviluppandosi grazie all’osservazione, provoca al contempo, come per magia, la disgregazione dei nostri «composti psichici»: le paure, i rancori e i giudizi del nostro lato animale. Il «testimone» non è altro che l’embrione del nostro Sé, l’anima immortale, la nostra parte più profonda.
Tutti noi abbiamo un’anima, ma è come se non l’avessimo fino a quando non diveniamo tutt’uno con essa. Di norma l’anima esiste in noi solo ʻin potenza’, come possibilità realizzativa, ma non siamo capaci di sentirla – o meglio, di esserla. Restiamo pertanto tenacemente identificati con la nostra parte più animale, illudendoci di essere solo quella: materiale deperibile!
La creazione del «testimone» non serve a operare il controllo sulla realtà: il dominio sulla materia è ancora un basso desiderio dell’Io. Attraverso l’osservazione dei comportamenti della personalità il «testimone» ci consente di spostare giorno dopo giorno la nostra coscienza dall’involucro animale all’essenza spirituale, fino all’identificazione completa con la pace del Sé. Dobbiamo assistere in silenzio, dietro le quinte, senza modificare qualcosa intenzionalmente.
Cosa vuol dire osservarsi?
Dobbiamo cominciare a considerare ogni manifestazione della nostra personalità come materiale di studio, senza identificarci con le emozioni e i pensieri che essa produce in continuazione. L’aggressività, l’invidia, la competitività, la paura, il senso di inadeguatezza... sono espressioni dell’animale di cui siamo ospiti che noi dobbiamo prima conoscere e poi imparare a controllare e sfruttare a nostro vantaggio.
Non possiamo però ottenere questi risultati tentando di controllare direttamente la macchina. Il mago/alchimista agisce con astuzia: si limita ad osservare tutto senza provare ad alterare nulla... anche perché all’inizio non sapremmo cosa è meglio cambiare e cosa è meglio che resti com’è.
Come farebbe uno scienziato – e il vero mago ha da essere tale – ognuno di noi deve annotare i comportamenti della macchina biologica senza alcun coinvolgimento, quasi fossero questione che non lo riguardano personalmente. Proseguendo sul sentiero magico/alchemico capiremo presto quanto ciò che noi veramente siamo non ha nulla da spartire con una mente e un involucro di carne.
Tali radicali considerazioni non implicano, si badi bene, l’indifferenza o addirittura il disprezzo per la personalità... tutt’altro... l’amore per essa e per le sue difficoltà è l’energia che deve muovere la nostra osservazione distaccata. Il giudizio nei confronti della nostra personalità, così come il giudizio verso quella degli altri, ci ricaccia nell’ego impedendoci ogni genere di sviluppo. Comprenderemo che noi certamente non siamo né mente né materia, ma allo stesso tempo sentiremo il bisogno di amare ed elevare mente e materia spiritualizzandole.
Se stiamo giudicando alcuni aspetti di noi che non ci piacciono, ciò è segnale sicuro che non stiamo osservando con gli occhi del «testimone», ma ancora con quelli della mente. Se ci stiamo giudicando troppo addormentati, o troppo aggressivi, o troppo impacciati... non è il «testimone» a osservare. Il giudizio nei riguardi di noi stessi e di chi ci circonda deve scomparire dalla nostra vita, o non progrediremo di un passo. Il «testimone» osserva dapprima con distacco e poi addirittura con amore e infinita compassione. Dobbiamo stare all’erta, perché la macchina biologica farà di tutto per giocarci!
Per favorire il processo di osservazione è consigliabile tenere un diario personale – o meglio, un diario ʻdella personalità’! – sul quale annotare la sera, prima di andare a dormire, le manifestazioni della macchina biologica che a noi sono sembrate maggiormente rilevanti.
– Cosa l’ha fatta irritare?
– Cosa le ha dato fastidio?
– Cosa l’ha fatta sentire in imbarazzo?
– Quali sono i suoi atteggiamenti più tipici nell’ambiente di lavoro?
– Come si comporta con il partner?
– Quali sono le cause dei litigi? Come risponde alle offese?
– Quali sono gli argomenti sui cui vertono più spesso le sue conversazioni?
– Cosa le dà più fastidio quando è alla guida dell’auto?
– ... ... ...
Un simile processo di osservazione, in fondo, viene compiuto anche nel corso di una terapia psicanalitica., dove il paziente, mettendo l’attenzione sugli eventi passati e presenti della sua vita, impara a guardarli e ad analizzarli in maniera distaccata, quasi come non appartenessero più a lui. Con il passare del tempo, attraverso il dialogo, egli riesce a togliere loro la pesante drammaticità di cui sembravano pervasi. In un certo senso lo psicanalista fa le veci del testimone interiore. Se anche nel campo della psicanalisi venisse spiegato che la «liberazione» definitiva dell’individuo è possibile solo nella misura in cui si crea una nuova ʻentità’, un testimone interno capace di non farsi coinvolgere dagli aspetti grossolani dell’apparato psicofisico, tutto il processo risulterebbe più rapido.
LA PRESENZA
La «presenza» – detta anche «ricordo di sé» o «consapevolezza del qui-e-ora» – di cui adesso tratteremo, può essere vista come una forma intensa e concentrata della semplice osservazione di sé. Nell’ambito di questa pratica si tratta di essere presenti qui-e-ora almeno in corrispondenza di determinate occasioni che vengono stabilite a priori. Dobbiamo cioè osservarci nel mentre compiamo certe azioni o manifestiamo certe reazioni emotive, e non prima o dopo come accade nella normale osservazione.
Quando ci risvegliamo completamente alla nostra anima il ricordo di sé diventa uno stato costante. Allora diventiamo presenti qui-e-ora per ventiquattro ore al giorno... anche nel sonno. Si verifica infatti un particolare fenomeno detto «continuità di coscienza»: l’apparato psicofisico sta riposando, ma l’anima, il Sé, resta ininterrottamente vigile e cosciente. Fino a quando però non ci troviamo in uno stato permanente di risveglio dobbiamo organizzare i nostri tentativi di rimanere presenti qui-e-ora secondo una ben definita serie di sforzi.
Il ricordo di sé è un livello di coscienza superiore che possiamo raggiungere solo sforzandoci di ricordarci di noi. Si tratta dell’unica autentica autocoscienza, che noi esseri umani ci vantiamo di possedere per diritto di nascita, ma che invece, come vedremo più avanti provandolo sulla nostra pelle, non possediamo affatto, in quanto non è possibile essere autocoscienti se non nei momenti della nostra vita nei quali ce lo ricordiamo in maniera consapevole. In altri termini: per essere autocoscienti... dobbiamo essere autocoscienti, e non basta credere di esserlo sul piano intellettuale.
Ricordarsi di sé implica che diveniamo finalmente autocoscienti concentrando tutta la nostra attenzione nell’Adesso. Un’attività a cui noi esseri umani, sempre persi nei ricordi del passato e nelle anticipazioni del futuro, non siamo abituati. Eppure, come ogni essere illuminato può testimoniare, solo l’Adesso esiste realmente, mentre i ricordi del passato e le nostre fantasie sul futuro sono frutto di un’attività meccanica e incontrollata della mente. Una volta messa a tacere la mente grazie alla pratica della presenza, i problemi sono finiti.
La pratica del ricordo di sé ha origini antichissime: di solito viene assegnata alla tradizione Sufi – l’esoterismo islamico – ma con ogni probabilità proviene dalle civiltà già presenti sul continente atlantideo. In occidente è stata introdotta grazie alla preziosa opera divulgativa di George Ivanovitch Gurdjieff e del suo allievo Piotr Demianovitch Ouspensky e, più di recente, dall’americano Eugene Jeffrey Gold, ai testi dei quali rimandiamo per ulteriori approfondimenti.
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Il ricordo di sé è il fenomeno più importante sia della Magia che dell’esoterismo in genere. Compreso questo, l’uomo possiede la chiave per farsi progressivamente strada in altri stati di coscienza e acquisire nuovi poteri. L’unico modo che abbiamo per capire cosa è il ricordo di sé è fare degli esercizi; esso non può infatti venire afferrato attraverso una spiegazione intellettuale come un qualunque altro concetto.
Possiamo conoscere il sonno della coscienza solo se tentiamo di contrastarlo: se noi siamo nati in catene, se siamo nati in una prigione, fino a quando non proviamo a uscire e ci accorgiamo che è difficilissimo, non abbiamo alcuno strumento per capire di essere nati dentro un carcere. Fino a quando stiamo zitti e buoni all’interno della nostra prigione tutto fila liscio; solo quando tentiamo di superare il muro perimetrale, e non ci riusciamo, comprendiamo che non siamo liberi e non lo siamo mai stati.
Attraverso il persistente sforzo teso al ricordo di sé si produce nella materia della macchina biologica – l’apparato psicofisico – una trasmutazione alchemica che consente di costruire prima il «testimone» e poi il «corpo dell’anima» o «corpo di gloria» e di trasferire in esso la nostra coscienza. Tale nuovo corpo ospita infatti il Sé, e non più l’ego, che è invece ancora un Io psichico legato all’apparato psicofisico.
Il Sé sopravvive alla morte della macchina biologica. Ciò significa bere dal Sacro Graal l’Elixir Vitae Aeternae: è il conseguimento della Pietra Filosofale, l’apertura del Cuore.
Questo risultato si ottiene grazie ai ripetuti sforzi tesi verso l’osservazione di sé e il ricordo di sé, la pratica del non-giudizio, il perdono e l’«imitatio Christi».
– da “La Porta del Mago” di Salvatore Brizzi –
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lunedì 4 febbraio 2013
Kung Fu Panda - Gli insegnamenti per diventare un Guerriero Spirituale
Kung Fu Panda - I segreti dei Cinque Cicloni
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sabato 19 gennaio 2013
Maestro e discepolo: un incontro di anime
Amato Maestro,
sei stato mio zio, quello prediletto, e mio padre, la mia levatrice, un bambino che ride, il mio migliore amico, un vecchio saggio, il mio cantastorie preferito, e il mio Maestro... il mio primo pensiero all’alba e l’ultima alla sera...
Sei stato due caldi occhi scuri, una mano gentile, piedi per la mia testa; un formicolio per il corpo... a volte un silenzio, altre un canto...
Sei stato una scossa, un bagliore, una presenza, una assenza; giorno e notte, estate e inverno... un uomo per ogni stagione; la promessa di una realizzazione, la sola speranza, il supremo distruttore di ogni mio sogno; il solo rifugio, e colui che ho cercato di evitare; un mago, e un semplice essere umano, un uomo qualunque.
Eri un enigma, eri me stesso. Eri la luna, le stelle e tutto ciò che intorno a loro si muove. Eri il verde e il colore della terra, l’azzurro e l’oro della mia terra. Eri il tutto e il nulla. Sempre, eri amore.
Osho, per favore, puoi parlare dell’evoluzione del rapporto tra Maestro e discepolo?
Esiste rapporto e rapporto, ma nessuno è paragonabile al rapporto che esiste tra Maestro e discepolo. Tutti gli altri rapporti, perfino il migliore, sono soggetti a condizioni.
Ad esempio, un rapporto d’amore pretende sempre qualcosa. Il solo rapporto libero da condizioni, da pretese, da richieste, è quello che esiste tra Maestro e discepolo.
Di fatto è un fenomeno così raro e unico, che non dovrebbe essere inserito nella stessa categoria degli altri rapporti. Solo la povertà del linguaggio ci porta a parlare di rapporto. È una fusione, è un incontro senza alcuna ragione.
Il discepolo non chiede nulla e il Maestro non promette nulla; tuttavia nel discepolo esiste una sete e nel Maestro esiste una promessa.
È un’intimità nella quale nessuno è superiore e nessuno è inferiore... il discepolo è sempre e comunque femminile, perché il discepolo non è altro che disponibilità, un grembo aperto, pronto a ricevere: è ricettività. E il Maestro è sempre maschile, perché il Maestro non è altro che dare, un donarsi, per l’unico e semplice motivo che il tutto da lui straripa. Deve dare: è una nube carica di pioggia.
Come il discepolo è alla ricerca, alla ricerca è il Maestro. Il discepolo cerca un luogo in cui potersi aprire senza alcuna paura, senza alcuna resistenza, senza doversi trattenere. Un totale abbandono.
E anche il Maestro ricerca un essere umano capace di accogliere il mistero, pronto a lasciarsi fecondare dal mistero, pronto a rinascere. Esistono molti insegnanti, e ci sono molti allievi. Gli insegnanti hanno acquisito un sapere, e possono essere molto dotti, colti, ma nel loro cuore regnano le tenebre; la loro istruzione maschera la loro ignoranza. Ed esistono studenti alla ricerca di quelle conoscenze.
Maestro e discepolo sono un fenomeno completamente diverso.
Il Maestro non dà conoscenze, condivide il proprio essere.
E il discepolo non è alla ricerca di conoscenze, è alla ricerca dell’essere: è, ma non sa chi è. Vuole riconoscersi, vuole mettersi a nudo davanti a se stesso.
Il Maestro può fare una cosa molto semplice: creare fiducia. Tutto il resto accade. Nel momento in cui il Maestro riesce a creare fiducia, il discepolo abbandona le sue difese, i suoi abiti, ciò che conosce. Di nuovo torna ad essere un bambino: innocente, sveglio, vivo. È un nuovo inizio.
Tuo padre e tua madre hanno dato vita al tuo corpo: è una vita che si concluderà con la morte. I tuoi genitori sono responsabili della tua nascita e della tua morte. Anche il Maestro ti dà una nuova nascita, ma è la nascita della consapevolezza, e questa non ha mai fine.
Occorre solo un’atmosfera di assoluta fiducia; e in quella fiducia le cose iniziano ad accadere da sole; né il discepolo né il Maestro fanno qualcosa. Il discepolo accoglie ciò che accade. Il Maestro è il veicolo delle forze universali: è simile ad un bambù cavo, che può diventare un flauto. Ma il suono non è del bambù. Al bambù può andare solo il merito di non distruggere quel canto, di lasciarlo fluire.
Il Maestro è un medium della consapevolezza universale. Se tu sei disponibile, all’improvviso la consapevolezza universale scuote la consapevolezza assopita, la consapevolezza addormentata che esiste in te. Il Maestro non ha fatto nulla. Tutto accade!
Vale la pena ricordare ciò che accadeva nell’antichità: i ricercatori passavano da centinaia di insegnanti, fino a quando arrivavano alla presenza di un uomo che, all’improvviso, risvegliava in loro la fiducia; erano arrivati... e anche i Maestri viaggiavano... ricordo un episodio... Gautama il Buddha giunse in una città. Tutti erano accorsi per ascoltarlo, ma Buddha continuava ad aspettare guardando di continuo la strada... e questo perché una ragazzina, di non più di tredici anni, lo aveva incontrato e gli aveva detto: “Aspettami, porto questo cibo a mio padre, nei campi, e sarò di ritorno in tempo... ma non scordarti di aspettarmi.”
Dopo poco, gli anziani della città chiesero a Buddha: “Chi aspetti? Tutte le persone importanti sono presenti, inizia il tuo discorso.” Buddha ribatté: “Manca ancora la persona per la quale sono venuto fin qui, e devo aspettare.”
La ragazzina arrivò e disse: “Sono un po’ in ritardo, ma tu hai mantenuto la promessa. Sapevo che l’avresti fatto, dovevi farlo, perché ti sto aspettando dal giorno in cui sono diventata consapevole... avevo forse quattro anni quando ho sentito il tuo nome per la prima volta. E il solo suono del tuo nome ha fatto risuonare qualcosa nel mio cuore. E da allora è passato tanto tempo, sono forse dieci anni che aspetto...” Buddha le rispose: “Non hai atteso invano. Sei tu che mi hai attirato in questo villaggio.”
E iniziò a parlare. La ragazza fu l’unica ad avvicinarsi chiedendogli l’iniziazione: “Ho atteso a sufficienza, ora voglio stare con te.” Buddha: “Devi venire con me, perché la tua città è così lontana da ogni percorso e io non posso continuare a venire fin qui. Il cammino è lungo e io sto invecchiando.”
In città nessun altro, ad eccezione di quella ragazzina, si presentò a chiedere di essere iniziato.
Nella notte, prima di coricarsi, Ananda, il primo discepolo di Buddha, gli chiese: “Prima di coricarti vorrei farti una domanda: tu senti un’attrazione verso un certo luogo, come se si trattasse di magnetismo?”
Buddha rispose: “Hai ragione. È così che decido dove andare. Quando sento che qualcuno ha sete, che è così assetato che senza di me non ha alternativa alcuna, mi incammino in quella direzione.”
Il Maestro si sposta verso il discepolo.
Il discepolo si incammina verso il Maestro.
Prima o poi si incontreranno, è inevitabile.
Non è un incontro fisico, né un incontro mentale. È un incontro di anime, come se all’improvviso avessi avvicinato due candele accese: le candele restano separate, ma le loro fiamme si uniscono, e diventano una sola.
Quando l’anima è una sola, è difficilissimo dire che tra due corpi esiste un rapporto. Non è vero, ma non esiste altra parola: il linguaggio è molto povero.
Si tratta di una unione di essenze.
(da “The Rajneesh Upanishad”, settembre 1986)
Amato Maestro,
se un discepolo non è d’accordo con alcune delle cose che il Maestro dice, è un discepolo?
Il discepolo è assolutamente libero di essere o non essere d’accordo con ciò che il Maestro dice. Ma quello che il Maestro non dice, non può creare disaccordo nel discepolo! In quel caso c’è una totale armonia.
Ciò che il Maestro dice non è altro che un gioco di parole privo di importanza. Il Maestro non è un filosofo, non sta affatto insegnando un sistema di pensiero. Non ti chiede di essere o non essere concorde...
Puoi non convenire con tutto ciò che dice, ma essere in accordo col Maestro.
Il problema è essere in armonia con il suo essere. Quando sei in accordo con l’essere del Maestro, non ti preoccupi di contestare le sue parole.
(da “The Rajneesh Upanishad”, settembre 1986)
Il mio approccio alla vostra crescita è fondamentalmente quello di rendervi indipendenti da me. Ogni tipo di dipendenza è una schiavitù, e la dipendenza spirituale è la peggiore di tutte. Ho fatto ogni sforzo possibile per rendervi consapevoli della vostra individualità, della vostra libertà, della vostra assoluta capacità di crescere senza l’aiuto di nessuno. La crescita è qualcosa di intrinseco al vostro essere. Non viene dall’esterno: non è un imposizione, è uno schiudersi, una rivelazione.
Tutte le tecniche di meditazione che vi ho dato non dipendono da me; la mia presenza o assenza non fa alcuna differenza: tutto dipende da voi. Non è la mia presenza, ma la vostra a essere necessaria perché le tecniche possano funzionare.
Non è il mio essere qui ma il vostro essere qui, il vostro essere nel presente, il vostro essere svegli e consapevoli che servirà a qualcosa. In realtà, nessuno può salvare nessun altro; sarebbe contrario alla verità basilare della libertà individuale.
Per quel che mi riguarda, sto solo facendo ogni sforzo per liberarvi da tutti, me incluso, e per lasciarvi soli nel cammino della ricerca.
L’esistenza rispetta colui che ha il coraggio di essere in solitudine nella ricerca della verità. Gli schiavi non godono del rispetto dell’esistenza. Non si rispettano loro stessi, come possono aspettarsi che l’esistenza mostri loro rispetto?
Perciò ricordate, quando me ne sarò andato, non perderete nulla. Al contrario è possibile che guadagnate qualcosa di cui non siete affatto consapevoli. In questo momento sono disponibile nel mio corpo, imprigionato in una forma definita. Quando me ne andrò, dove potrò andare? Sarò qui nel vento, nell’oceano; e se mi avrete amato, se avrete avuto fiducia in me, mi sentirete in mille modi: nei vostri momenti di silenzio, improvvisamente sentirete la mia presenza. Una volta libero dal corpo, la mia consapevolezza sarà universale. Adesso dovete venire da me. Allora non avrete bisogno di venire a cercarmi.
Dovunque siate... la vostra sete, il vostro amore... e mi troverete nel profondo del vostro cuore, nel suo stesso battito.
(da “Beyond Enlightenment”, ottobre 1986)
Io credo e confido assolutamente nell’esistenza. Se c’è qualcosa di vero in ciò che dico, sopravvivrà. Coloro che sono interessati al mio lavoro porteranno semplicemente la fiaccola, ma non imporranno niente a nessuno, né con la spada, né con il ricatto del pane. Resterò una fonte di ispirazione per la mia gente e questo è ciò che sentirà la maggior parte dei sannyasin. Voglio che coltivino per conto loro qualità come l’amore, intorno a cui non è possibile creare alcuna chiesa, come la consapevolezza, che non è monopolio di nessuno, come la celebrazione, la capacità di essere felici, di mantenere lo sguardo fresco di un bambino. Voglio che la mia gente conosca se stessa, non che si adegui alle idee di qualcun altro. E la strada è entrare dentro se stessi.
(intervista rilasciata a Enzo Biagi, estate 1989)
– da “Operazione Socrate. Il caso Osho Rajneesh” –
“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto.
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza.
La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza.
Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.”
“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell’assoluta atemporalità.
Non ci sarà morte alcuna. Il mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l’amore.”
OSHO
MAI NATO
MAI MORTO
HA SOLO VISITATO
QUESTO PIANETA TERRA
11.12.1931
19.01.1990
MAI NATO
MAI MORTO
HA SOLO VISITATO
QUESTO PIANETA TERRA
11.12.1931
19.01.1990
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