lunedì 28 dicembre 2009

Sedersi sul luogo della Bodhi


Il maestro zen Doc The dice che quando ci si siede in meditazione bisogna tenere dritta la schiena e pensare così: “Sedere qui è come sedere sul luogo della Bodhi”. Il luogo della Bodhi è dove sedette il Buddha quando raggiunse l’illuminazione. Se è vero che chiunque può diventare un Buddha, e se i Buddha sono le innumerevoli persone che hanno raggiunto l’illuminazione, questo significa che molti sono stati seduti proprio dove ora sono seduto io. Sedersi dove si è seduto un Buddha ci fa sentire felici, e sedersi in uno stato di presenza mentale significa di per sé diventare un Buddha. Il poeta Nguyen Cong Tru fece la stessa esperienza quando, mettendosi a sedere in un certo posto, si rese conto all’improvviso che altri vi si erano seduti innumerevoli secoli fa, e che altri ancora sarebbero venuti a sedervisi nei secoli a venire:

Oggi mi siedo nello stesso posto
Dove altri sedettero in passato.
Fra mille anni altri ancora verranno.
Chi è che intona il canto, e chi l’ascolta?


Quel posto, e i minuti che vi trascorse, divennero un anello nella catena dell’eternità.
Ma la gente attiva, impegnata, non ha tempo da spendere a suo piacere, passeggiando lungo i sentieri d’erba verde e sedendo sotto gli alberi. Bisogna fare progetti, consultarsi con i vicini, risolvere milioni di problemi; bisogna darsi da fare. Bisogna affrontare ogni sorta di difficoltà, concentrandosi attimo per attimo su quello che si sta facendo, vigili, pronti a gestire la situazione con abilità e intelligenza.
Potreste chiedere: ma allora, come praticare la presenza mentale? La mia risposta è: concentratevi su quello che state facendo, siate vigili e pronti a gestire ogni possibile situazione con abilità e intelligenza; ecco la presenza mentale. Non vedo perché la presenza mentale dovrebbe essere qualcosa di diverso dal concentrare tutta la propria attenzione sul compito del momento, essere vigili e servirsi al meglio del proprio discernimento. Quando ci si consulta con qualcuno, si risolve o si affronta la situazione del momento, per ottenere buoni risultati servono calma e autocontrollo. Lo capirebbe chiunque. Se non siamo padroni di noi stessi ma lasciamo mano libera all’impazienza o alla collera, il nostro lavoro perde ogni valore.
La presenza mentale è il miracolo grazie a cui recuperiamo noi stessi e le nostre forze. Immaginate un mago che fa a pezzi il suo corpo mettendo le varie parti in punti diversi – le mani a sud, le braccia a est, le gambe a nord – e che poi, in virtù di un potere miracoloso, con un grido le raduna a ricomporre l’unità del corpo. Così è la presenza mentale: è il miracolo che in un baleno richiama richiama la nostra mente dispersa e la ricompone, consentendoci di vivere ogni attimo della nostra vita.


- da “Il miracolo della presenza mentale” di Thich Nhat Hanh -

venerdì 25 dicembre 2009

La consapevolezza è uno specchio

I Tarocchi Zen di Osho
67. Rinascita


Nello Zen non vieni da alcun luogo e non stai andando verso alcun luogo. Sei semplicemente qui, adesso, senza andare né venire. Ogni cosa scorre di fronte a te; la tua consapevolezza lo riflette, ma non si identifica. Quando un leone ruggisce di fronte a uno specchio, pensi che lo specchio ruggisca? E se il leone se ne va e compare un bambino che danza, lo specchio dimentica totalmente il leone e inizia a danzare col bambino - ma pensi che lo specchio balli col bambino? Lo specchio non fa nulla, si limita a riflettere. La tua consapevolezza è solo uno specchio. Tu non vieni, né vai. Le cose vanno e vengono. Diventi un giovane, invecchi; sei vivo, sei morto - tutti questi stati sono semplici riflessi in un eterna pozza di consapevolezza.

Osho Osho Live Zen, Volume, 2 Chapter 16


Commento:

Questa carta raffigura l'evoluzione della consapevolezza così come l'ha descritta Friedrich Nietzsche nel suo libro "Così parlò Zarathustra". Egli parla di tre livelli: il Cammello, il Leone e il Bambino. Il cammello è sonnacchioso, ottuso, appagato. Vive nell'illusione, credendo di essere la vetta di una montagna, ma di fatto si preoccupa tanto dell'opinione altrui che gli resta ben poca energia per sé. Dal cammello emerge il leone: allorché ci rendiamo conto di ciò che ci siamo lasciati sfuggire nella vita, iniziamo a dire di no alle pretese degli altri. Ci allontaniamo dalla folla, soli e orgogliosi, ruggendo la nostra verità. Ma questa non è la conclusione: alla fine emerge il bambino, né condiscendente né ribelle, ma innocente e spontaneo, e vero rispetto al proprio essere. Qualsiasi sia lo spazio in cui ti trovi in questo momento - assonnato e depresso, oppure ruggente e ribelle - sii consapevole che, se lo permetti, si evolverà in qualcosa di nuovo. È tempo di crescere e cambiare.

mercoledì 23 dicembre 2009

L'Amore - Jiddu Krishnamurti


Cos'è l'amore? La parola è talmente falsata e contaminata che non mi va granché di usarla. Tutti parlano di amore - ogni rivista e ogni giornale, ogni missionario parla incessantemente di amore. Amo il mio paese, il mio re, qualche libro, quella montagna, il piacere, mia moglie, Dio.
L'amore è una idea? Se lo è può essere coltivata, nutrita, accarezzata, comandata a bacchetta, alterata come volete. Quando dite di amare Dio cosa significa? Significa che amate una proiezione della vostra immagine, una proiezione di voi stessi sotto certe spoglie di rispettabilità, secondo quello che credete sia nobile e santo. (...)
L'amore può essere l'ultima soluzione a tutte le difficoltà, i problemi e le pene dell'uomo, dunque come faremo a scoprire cos'è l'amore? Limitandoci a definirlo? La chiesa lo ha definito in un modo, la società in un altro, e c'è una gran quantità di deviazioni e di interpretazioni sbagliate.
Adorare qualcuno, dormirci insieme, lo scambio emotivo, l'amicizia - è questo quello che intendiamo per amore?
L'amore può essere diviso in sacro e profano, umano e divino, o c'è solamente amore? L'amore appartiene a uno e non a molti? Se dico, "Ti amo", esclude forse ciò l'amore dell'altro? L'amore è personale o impersonale? Morale o immorale? E' qualcosa di intimo, o no? Se amate l'umanità potete amare il particolare? L'amore è un sentimento? E' una emozione? E' piacere e desiderio?
Tutte queste domande indicano - non è vero? - che abbiamo delle idee sull'amore, idee su ciò che dovrebbe e non dovrebbe essere; un modello, o un codice maturato nella cultura in cui viviamo.
Così per approfondire la questione di cosa sia l'amore dobbiamo come prima cosa liberarci dalle incrostazioni dei secoli, mettere da parte tutti gli ideali e le ideologie su ciò che dovrebbe, o non dovrebbe essere. Dividere qualsiasi cosa in quello che dovrebbe essere e in ciò che è, è il modo più ingannevole di vivere.
Dunque, come farò a scoprire cos'è questa fiamma che chiamiamo amore - non per esprimerlo a qualcun altro, ma per sapere cosa esso sia in se stesso?
Come prima cosa devo respingere quello che la chiesa, la società, i miei genitori e amici, quello che ogni persona e ogni libro ha detto su di esso, perché voglio scoprire da solo cosa è.
Il governo dice: "Va' e uccidi per amore del tuo paese". E' amore questo? La religione dice: "Dimentica il sesso per amore di Dio". E' amore questo? L'amore è desiderio? Non dite di no. Per la maggior parte di noi lo è - desiderio e piacere, il piacere che è derivato dai sensi, dalla attrazione sessuale e dalla soddisfazione. Non sono contrario al sesso, ma cercate di vedere cosa in esso sia implicato. Quello che il sesso vi dà momentaneamente è il totale abbandono di voi stessi, poi finite per ritornate alla vostra confusione e così volete ripetere e ripetere quello stato in cui non c'è preoccupazione, problema, io.
L'appartenere a un altro, l'essere psicologicamente nutrito da un altro, dipendere da un altro - in tutto ciò deve esserci sempre ansietà, paura, gelosia, colpa, e finché c'è paura non c'è amore; una mente oppressa dal dolore non saprà mai cos'è l'amore; il sentimentalismo e l'emotività non hanno assolutamente niente a che fare con l'amore. E così l'amore non ha niente a che fare con il piacere e il desiderio.
L'amore non è un prodotto del pensiero che è il passato. Il pensiero non può assolutamente coltivare l'amore. L'amore non è limitato o intrappolato dalla gelosia poiché la gelosia appartiene al passato. L'amore è sempre attivo presente. Non è "Amerò" oppure "Ho amato".
Se conoscete l'amore non seguirete nessuno, l'amore non obbedisce. Quando amate non c'è rispetto, né irriverenza. Non sapete cosa realmente vuol dire amare qualcuno - amare senza odio, senza gelosia, senza rabbia, senza volere interferire con quello che l'altro fa o pensa, senza condannare, senza far paragoni - non sapete cosa vuol dire?
Dove c'è amore c'è paragone? Quando amate qualcuno con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto il corpo, con tutto il vostro essere, c'è paragone? Quando vi abbandonate completamente a quell'amore allora non c'è l'altro. Forse che l'amore ha delle responsabilità e dei doveri e ne fa uso?
Quando fate qualcosa al di fuori del dovere, c'è amore? Nel dovere non c'è amore. La struttura del dovere in cui l'essere umano è intrappolato lo va distruggendo.
Finché sarete costretti a fare qualcosa perché è vostro dovere non amerete quello che fate. Quando c'è amore non c'è dovere o responsabilità. Se ci fate caso potete vedere che tutto ciò accade dentro di voi, potete vederlo con pienezza, completamente, in uno sguardo, senza sprecare tempo a farci su delle analisi. Potete vedere in un momento l'intera struttura e natura di questa piccola cosa senza valore chiamata "io", le mie lacrime, la mia famiglia, la mia nazione, la mia fede, la mia religione - tutte queste brutture sono dentro di voi.
Quando ve ne renderete conto con il cuore, non con la mente, quando ve ne renderete conto dal più profondo del cuore, allora avrete la chiave che potrà mettere fine al dolore. (...)
Quando chiedete cos'è l'amore, potreste essere troppo spaventati per vedere la risposta. Essa potrebbe significare un cambiamento radicale; potrebbe frantumare la famiglia; potreste scoprire di non amare vostra moglie, o vostro marito, o i vostri bambini - no? - potreste dover distruggere la casa che avete costruito, potreste non tornare più al tempio.
Ma se volete ancora scoprirlo, vedrete che la paura non è amore, che dipendere non è amore, la gelosia non è amore, la possessività e il desiderio di dominare non sono amore, la responsabilità e il dovere non sono amore, l'autocommiserazione non è amore, l'angoscia di non essere amato non è amore, amore non è l'opposto di odio più di quanto umiltà non sia l'opposto di vanità.
E così siamo arrivati al punto: può la mente incontrare l'amore senza bisogno di disciplina, pensiero, sforzo, senza alcun libro o maestro o guida - incontrarlo come si incontra un bel tramonto? (...)
Una mente che ricerca non è una mente appassionata e incontrare l'amore senza cercare è l'unico modo per trovarlo - incontrarlo ignari, e non come risultato di uno sforzo o di una esperienza. Questo amore, scoprirete, non appartiene al tempo; questo amore è sia personale che impersonale, appartiene sia ad uno che a molti.
Come per un fiore profumato che voi potete odorare o trascurare. Quel fiore è lì per chiunque, anche per colui che si prende la pena di odorarlo profondamente e di guardarlo con piacere. Sia egli molto vicino nel giardino o molto lontano, per il fiore è la stessa cosa, essendo ricco di quel profumo lo distribuisce a tutti.
L'amore è qualcosa di nuovo, fresco, vivo. Non ha ieri né domani. E' al di là della confusione del pensiero. Solo la mente innocente sa cosa sia l'amore, e la mente innocente può vivere nel mondo che innocente non è. E' possibile scoprire questa cosa straordinaria che l'uomo ha cercato eternamente, nel sacrificio, nell'adorazione, nel rapporto, nel sesso, in ogni forma di piacere e di dolore, solamente quando il pensiero arriva a comprendere se stesso e giunge naturalmente a fine. (...)
Potete leggere queste parole ipnotizzati e incantati, ma andare al di là del pensiero e del tempo realmente - cioè andare al di là del dolore - vuol dire essere consapevoli che c'è un'altra dimensione chiamata amore. Ma non sapete come raggiungere questa straordinaria sorgente - cosa fate dunque? Se non sapete che fare, non fate niente, non è vero? Assolutamente niente.
Allora intimamente voi siete nel più completo silenzio. Capite cosa vuoi dire? Vuol dire che non cercate, non volete, non andate a caccia di qualcosa; non c'è assolutamente un centro.
Allora c'è amore.


- da "Libertà dal conosciuto" -

lunedì 21 dicembre 2009

Inverno




Franco Battiato - Inverno (di Fabrizio De Andrè)


Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.

sabato 19 dicembre 2009

Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza


Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dall’eternità e raggiungere sicuramente la suprema Illuminazione in questa esistenza, devi risvegliarti alla mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di percepire la mistica verità dentro di te. Myoho-renge-kyo è il re dei sutra, senza errori sia nella lettera che nella teoria. Le sue parole sono la realtà della vita, e la realtà della vita è la Legge mistica (myoho). È chiamata Legge mistica perché spiega la relazione di mutua compenetrazione tra la vita e tutti i fenomeni. È questa la ragione per cui questo Sutra è la saggezza di tutti i Budda.

“Mutua compenetrazione tra la vita e tutti i fenomeni” significa che la vita in ogni istante abbraccia il corpo e lo spirito, l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti in ognuno dei dieci mondi e dei tremila mondi (1) , come pure tutti gli esseri insenzienti: le piante, il cielo e la terra, fino alla più piccola particella di polvere. La vita in ogni istante permea l’universo e si manifesta in tutti i fenomeni. Chi si risveglia a questa verità realizza la mutua compenetrazione tra la sua vita e tutti i fenomeni.

Tuttavia, se reciti e credi in Myoho-renge-kyo, ma pensi che la Legge sia al di fuori di te, stai abbracciando non la Legge mistica ma un insegnamento imperfetto. “Insegnamenti imperfetti” sono quelli al di fuori di questo sutra e sono espedienti provvisori. Nessun insegnamento provvisorio conduce direttamente all’Illuminazione e, senza la diretta via all’Illuminazione, non si può raggiungere la Buddità, neanche praticando vita dopo vita per innumerevoli eoni. Raggiungere la Buddità in questa esistenza sarebbe dunque impossibile. Quindi, quando invochi la Legge e reciti il Sutra del Loto, devi essere profondamente convinto che Myoho-renge-kyo è la tua stessa vita.

Non cercare mai nessuno degli ottantamila insegnamenti di Shakyamuni e nessuno dei Budda e bodhisattva delle tre esistenze e delle dieci direzioni al di fuori della tua mente. La padronanza degli insegnamenti buddisti non ti solleverà affatto dalle sofferenze di nascita e morte fino a che non percepirai la natura della tua vita. Se cerchi l’Illuminazione al di fuori della tua mente, qualsiasi disciplina o buona azione sarà priva di significato. Per esempio, un povero non potrà guadagnare un centesimo contando le ricchezze del suo vicino, anche se lo fa continuamente giorno e notte.

Miao-lo afferma: «Se non si percepisce la natura della propria mente, non si può sradicare il cattivo karma» (2) . Questo significa che finché non percepisci la natura della tua mente, la tua pratica sarà un’infinita e dolorosa austerità. Perciò Miao-lo, commentando il passo del Maka shikan: «Benché studino il Buddismo, le loro idee non sono buddiste», condanna tali studiosi come non buddisti.

Invocare il nome del Budda (3) , recitare il sutra o semplicemente offrire fiori e incenso, sono tutte azioni virtuose che apportano benefici alla tua vita. Pratica con questa convinzione.

Per esempio, il Sutra Jomyo afferma che l’Illuminazione del Budda è da ricercarsi nella vita umana, perciò gli esseri umani possono conseguire la Buddità e le sofferenze di nascita e morte possono essere nirvana. Afferma inoltre che, se la mente degli uomini è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura, lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente.

Lo stesso vale per un Budda e un comune mortale. Quando una persona è illusa è chiamata comune mortale, ma una volta illuminata è chiamata Budda. Anche uno specchio appannato brillerà come un gioiello se viene lucidato. Una mente annebbiata dalle illusioni derivate dall’oscurità innata della vita è come uno specchio appannato, che però, una volta lucidato, diverrà chiaro e rifletterà l’Illuminazione alla verità immutabile. Risveglia in te una profonda fede e lucida il tuo specchio notte e giorno. Come puoi lucidarlo? Solo recitando Nam-myoho-renge-kyo.

Cosa significa myo? È semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di momento in momento, che la mente non può comprendere e le parole non possono esprimere. Se guardi nella tua mente in qualsiasi istante, non puoi percepire né un colore né una forma per verificarne l’esistenza. Tuttavia non puoi neanche dire che non esista, poiché pensieri differenti l’attraversano di continuo. La vita è veramente una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti dell’esistenza e della non-esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia ha le caratteristiche di ambedue. È la mistica entità della Via di mezzo che è la realtà di tutte le cose. Myo è il nome dato alla misteriosa natura della vita e ho alle sue manifestazioni.

La meraviglia di questa Legge è esemplificata da renge, il fiore del loto. Una volta compreso che la tua vita stessa è la Legge mistica, comprenderai che lo è anche la vita di tutti gli altri. Tale comprensione è il mistico kyo, o sutra. È il re dei sutra, la diretta via all’Illuminazione, poiché spiega che l’entità della nostra mente, dalla quale sorgono sia il bene che il male, è in realtà l’entità della Legge mistica; se hai una profonda fede in questa verità e reciti Myoho-renge-kyo, sicuramente raggiungerai la Buddità in questa esistenza.

Questo è il motivo per cui il Sutra afferma: «Dopo la mia morte, dovete abbracciare questo Sutra. Quelli che lo faranno percorreranno la diretta via verso la Buddità» (4) . Non dubitare mai minimamente, ma mantieni la tua fede, poiché questa è la pratica per raggiungere la Buddità in questa esistenza. Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo.


Con rispetto,

Nichiren





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NOTE:
1. Di ichinen sanzen.
2. Maka shikan bugyoden guketsu, vol. 4.
3. Il nome del Budda: qui è da intendere come Nam-myoho-renge-kyo.
4. Sutra del Loto, cap. 21.


Issho Jobutsu Sho
Gosho Zenshu, pag. 383
Scritto nel 1255, a 34 anni, da Kamakura
Destinato a Toki Jonin


CENNI STORICI - Nichiren Daishonin scrisse questo Gosho nel 1255, all’età di 34 anni, destinandolo a Toki Jonin, un samurai del governo militare di Kamakura, discepolo del Daishonin dal 1254. È stato quindi scritto due anni dopo la proclamazione del vero Buddismo, avvenuta il 28 aprile 1253. Dopo questa data, il Daishonin era andato a vivere in una capanna a Matsubagayatsu, da dove poteva propagare meglio il suo insegnamento. In quel periodo si erano convertiti molti giovani, sia preti che laici; avevano infatti abbracciato questo insegnamento i preti Nissho e Nichiro e laici come Shijo Kingo, i fratelli Ikegami e Kudo Yoshitaka. Da ciò possiamo presumere che a quel tempo la capanna di Matsubagayatsu fosse animata dallo spirito di ricerca di questi giovani e che si facesse shakubuku in modo vivace.

martedì 15 dicembre 2009

Viaggio - Alekos Panagulis




VIAGGIO


Viaggio per inesplorate acque su una nave
che, come milioni di altre simili, peregrina
per oceani e mari
su rotte regolari
E altre ancora
(molte, davvero molte anche queste)
gettano l’ancora nei porti.

Per anni ho caricato questa nave
Con tutto quello che mi davano
e che prendevo con enorme gioia
E poi
(lo ricordo come fosse oggi)
la dipingevo a tinte sgargianti
e stavo attento
che non si macchiasse in nessun punto
La volevo bella per il mio viaggio
E dopo avere atteso tanto –proprio tanto
Giunse alla fine il momento di salpare
E salpai...

(Nave io e capitano
ed equipaggio per trovarti
fammi a pezzi
ma non farmi sanguinare il corpo)

Quando mi trovai in mare aperto
onde immense mi travolsero
e mi straziarono per rivelarmi
amare verità che ignoravo
Verità che dovevo imparare
Nell’abbraccio dell’oceano
con un lungo furente fragore
la solitudine
divenne per me faro del pensiero
indicando strade nuove

Il tempo passava e io
iniziavo a tracciare la rotta
ma non come mi avevano insegnato al porto
(anche se la mia nave mi sembrava diversa allora)
Così il mio viaggio
ora lo vedevo diverso
senza più pensare a porti e commerci
Il carico mi appariva ormai superfluo
Ma continuavo a viaggiare
conoscendo il valore della nave
conoscendo il valore della merce

E continuo ancora il viaggio
che scricchiolino incessantemente le giunzioni
sperando che non si spezzino
perché sono legni marci da anni
(secoli dovrei dire)
verniciati di recente ma senza
una forza nuova che li tenga uniti
la rotta sempre contro il tempo
nella stiva solo zavorra
Zavorra che mi dissero
merce preziosa, come quella
che di solito si compra nei porti
Ma se dicessi che mi hanno ingannato
non sarei onesto
osservo la bussola
senza sosta
con accanto la mappa
su cui studio la rotta
lontano dai porti che segnalano il passaggio
Quando poi succede che splendano
(che istanti difficili!)
all’orizzonte i porti della terra
l’equipaggio guarda le luci
(luci sirene
che promettono molto
che anche il cuore e la carne pretendono)
sempre aspettando che dica
al timoniere di far virare la nave
E attraccare almeno un poco
Mentre l’ora trascorre e io
osservo silenzioso la carta
tutt’intorno cresce il tumulto
Proposte subdole
vestite con idee
idee vendute che vogliono sempre
Adornare l’inazione con le parole
e minacce
che vogliono passare per consigli
e promesse
che tentano la bestia e la risvegliano…
Quelle sono ore difficili
Perché da ognuna di loro
Dipende l’intero viaggio
E continuo ancora il viaggio
Desideri radicati nell’anima
sono diventati bussola per la mia nave
la mia mappa
altrettanto misteriosa
Ci sono ore in cui credo
che sia stata fatta
per chi non voglia approdare in nessun porto
e altre ore in cui confido
che il viaggio avvenga perché
su questa carta bisogna trovare
qualche cosa che manca
Così vado alla ricerca
guardando la mappa la bussola il cielo
in cielo, rintracciare segnali
nuove prove che dimostrino
che la bussola non sbaglia nel segnare
Non stupirti, questo non significa
che io abbia dei dubbi sulla mia bussola
E’ solo un’abitudine- una vecchia abitudine
che per secoli accompagnava l’anima
questa compagna
preziosa per i tempi bui
quando c’erano soltanto i semi nell’anima
degli amori che ora sono fioriti

E vado alla ricerca
Guardando la mappa la bussola il cielo
Le onde immense sembra che cerchino
di fare il gioco di chi vuole
che attracchi da qualche parte per un po’
E’ ognuna
di quelle onde un Golgota
e pensa
che la tempesta imperversa ininterrotta
Ma mentre aumenta
temo sempre più
che la spaventosa furia del mare
mi conduca ad avvistare
porti là sulla costa
porti che la mia mappa non indica
Sono ostacoli e momenti difficili
l’abbiamo detto
l’equipaggio comincerà a ribollire
quando quei porti appariranno sulla costa

E continuo il viaggio
alla ricerca ancora
pur sapendo di essere
nell’infinito del tempo un istante
nell’abisso dello spazio un puntino

E continuo il viaggio
anche se sono tenebra
e tutto attorno a me è tenebra
e la tempesta lo rende più spaventoso

E continuo il viaggio
e mi basta
che io tenebra
abbia amato la luce


- Alekos Panagulis -


(Dicembre 1971)


lunedì 14 dicembre 2009

Come una freccia che diventa pura energia

I Tarocchi Zen di Osho
25. Intensità


Lo Zen afferma: considera tutte le parole sublimi e i grandi insegnamenti quali tuoi nemici mortali. Evitali, poiché devi trovare la tua fonte.Non devi essere un seguace, un imitatore. Devi essere un individuo originale; devi trovare da solo la tua essenza più intima, senza guida, senza l'ausilio di testi sacri. È una notte oscura ma, sostenuto dall'intenso fuoco della ricerca, giungerai inevitabilmente all'alba.

Chiunque abbia bruciato del fuoco intenso della ricerca, ha visto alla fine sorgere il sole. Gli altri si limitano a credere. Coloro che credono non sono religiosi, semplicemente evitano la grande avventura della religione, limitandosi a credere.

Osho Zen: Turning In Chapter 10


Commento:

Questa figura ha assunto la forma di una freccia, che si muove con una messa a fuoco su un unico punto, come fa colui che sa con esattezza dove sta andando. Si muove così velocemente da essere diventato pura energia. Ma la sua intensità non deve essere confusa con l'energia folle che spinge le persone a guidare l'auto a velocità supersonica per arrivare prima. Questo tipo di intensità appartiene al mondo orizzontale dello spazio e del tempo; l'intensità raffigurata dal Cavaliere di Fuoco appartiene al mondo verticale del presente - è un segno che il presente è il solo momento che esiste, e questo spazio è il solo spazio.

Quando agisci con l'intensità del Cavaliere di Fuoco, crei delle onde sulle acque che ti circondano: qualcuno si sentirà sollevato e rinfrescato dalla tua presenza, altri potrebbero sentirsi infastiditi o minacciati. Ma le opinioni altrui importano ben poco; in questo momento nulla ti può trattenere.

sabato 12 dicembre 2009

Il silenzio e l'amore




Per vivere con intensità, con passione, con poesia, dobbiamo acquistare una prospettiva esistenziale totalmente differente: dobbiamo diventare un po' meno calcolatori, meno matematici, e un po' più amanti dell'armonia.
Dobbiamo essere un po' meno cerebrali e rischiare un po' di più. Dobbiamo interessarci un po' di più all'avventura, e un po' meno alle certezze, alla sicurezza, al vivere protetti... allora la vita diventa una danza.
Solo in quel caso, l'amore diventa possibile. Se ami, la tua vita è una danza. Se la tua vita è una danza, essa ha in sé la fragranza dell'amore: sono compagni inseparabili.
Il silenzio dovrebbe essere la sorgente dell'amore. Non il frastuono della mente, bensì un centro silente nel tuo essere.
L'amore dovrebbe nascere dalla fonte più intima: calmo, silente, in meditazione, consapevole, attento, all'erta. Solo allora l'amore ti può donare le esperienze più belle della vita.
Ti può offrire la chiave universale per aprire la porta di tutti i misteri dell'esistenza. Ma il silenzio è indispensabile: senza il silenzio, l'amore fa solo impazzire la gente.
E il silenzio è qualcosa di estremamente facile: l'amore è stare insieme; il silenzio non è altro che entrare nella propria solitudine, prima di entrare nell'essere di un'altra persona, prima di entrare nella vita di un altro individuo.
Devi sentirti a tuo agio nella tua solitudine, devi mettere radici nella tua solitudine, devi sapere con precisione cosa sia la solitudine.
Solo allora, dalla solitudine potrà fiorire l'amore.

Osho


giovedì 10 dicembre 2009

Niente è come sembra




Niente è come sembra - Franco Battiato


Rovinò lungo la china
solo chi ha un destino rovina
non voglio che l'impuro ti colga
ti darò a una rondine in volo

Niente è come sembra
niente è come appare
perché niente è reale

Ti darò a un ruscello che scorre
o alla terra piena di mimose
qualcuno si ferma al tuo passare

Niente è come sembra
niente è come appare
perché niente è reale

I was in my car
watching for the bend
I was looking for you

Dal balcone ammiravo il vuoto
che ogni tanto un passante riempiva
è stato solo un presentimento
ti voglio ricordare che

Niente è come sembra
niente è come appare
perché niente è reale


martedì 8 dicembre 2009

Nessun luogo è lontano



di Richard Bach


Rae, cara!
Grazie per avermi invitato per il tuo compleanno!

La tua casa è distante mille miglia dalla mia, e io sono uno che si mette in viaggio solo quando ne vale la pena.
Ebbene, ne val proprio la pena, se si tratta di prender parte alla tua festa.
Non vedo l’ora di essere da te!


Il mio viaggio è cominciato dentro il cuore di un piccolo uccello, un colibrì che conoscemmo insieme, io e te, tanto tempo fa.
Lo trovai cordiale come sempre, anche stavolta.
E tuttavia — quando gli dissi che la piccola Rae stava crescendo e che io stavo andando alla festa per il suo compleanno con un regalo — lui rimase perplesso.

Per un pezzo badammo a volare in silenzio, e alla fine lui mi disse: «Ci capisco ben poco, in quel che dici, ma men che mai capisco come mai tu ci vada, a questa festa».

«Ma sicuro che ci vado, alla festa» dissi io. «Cos’è che ti riesce tanto difficile da capire?»

Lui non rispose niente, lì per lì, ma quando arrivammo alla casa del gufo, mi disse: «Può forse una distanza materiale separarci davvero dagli amici? Se tu desideri essere da Rae, non ci sei forse già?».


«La piccola Rae sta crescendo, e io vado alla festa per il suo compleanno con un regalo» dissi al gufo.
Mi parve strano dire vado, è vero, dopo quanto mi aveva detto il colibrì, ma lo stesso mi espressi in quel modo, perché Gufo mi capisse.

Lui pure restò zitto per un pezzo, seguitando a volare.

Un silenzio tutt’altro che ostile.

Ma, quando mi ebbe condotto sano e salvo a casa dell’aquila, così mi parlò: «Ci capisco ben poco in quel che dici, ma men che mai capisco perché la chiami piccola, la tua amica».

«Ma sicuro ch’è piccola,» dissi «dal momento che non è ancora grande. Cos’è che ti riesce tanto duro da capire?»

Gufo allora mi guardò, coi suoi occhi profondi color ambra, mi sorrise e mi disse: «Pensaci su».


«La piccola Rae sta crescendo, e io vado alla festa per il suo compleanno con un regalo» dissi all’aquila.
Mi faceva un po’ specie, veramente, dire vado e dire piccola, dopo quanto mi avevano detto Colibrì e Gufo, ma lo stesso mi espressi a quel modo, affinché Aquila potesse capirmi.

Insieme volammo al di sopra delle vette, a gara con i venti di montagna.

Alla fine lei mi disse: «Ci capisco ben poco in quel che dici, ma men che mai capisco la parola compleanno».

«Ma sicuro: compleanno» dissi io.
«S’intende festeggiare il giorno in cui ebbe inizio la vita di Rae, e prima del quale lei non c’era. Cosa c’è di tanto difficile da capire, in questo?»

Aquila allora incurvò le ali e, dopo una picchiata rapidissima, atterrò con dolcezza su una roccia, nel deserto.
«Ci sarebbe stato un tempo anteriore alla nascita di Rae? Non pensi, piuttosto, che la vita di Rae sia cominciata prima ancora che il tempo esistesse?»


«La piccola Rae sta crescendo e io vado alla festa per il suo compleanno con un regalo.» Così dissi anche a Falco.
Mi suonava un po’ strano tuttavia dire vado, dire piccola e compleanno, dopo quanto avevo udito da Colibrì, da Gufo e Aquila, tuttavia così mi espressi perché Falco mi capisse.

Sorvolammo veloci il deserto, e alla fine lui mi disse: «Sai, capisco ben poco di ciò che mi dici, ma meno di tutto mi spiego quel tuo sta crescendo».

«Ma sicuro che Rae sta crescendo» dissi io. «Adesso è più vicina all’età adulta, e un anno più lontana dall’infanzia. Cosa c’è di tanto arduo da capire, quanto a questo?»

Falco alfine atterrò su una spiaggia solitaria.
«Un anno più lontana dall’infanzia? Non mi sembra che questo sia crescere!»
Si sollevò di nuovo in volo e, di lì a poco, scomparve.


Il gabbiano, lo so, era molto saggio. Volando insieme a lui, riflettei bene prima di parlare e scelsi con cura le parole, dimodoché capisse che qualcosa pur avevo imparato.

«Gabbiano,» gli dissi alla fine «perché mi porti in volo da Rae, quando sai che in realtà io già sono con lei?»

Di là dal mare, di là dai monti, finalmente il gabbiano calò e si posò sopra il tetto di casa tua.

«Perché l’importante» mi disse «è che tu sappia la verità. Finché non la sai — finché non la capisci veramente — puoi soltanto afferrarne qualche stralcio, o brandello, e non senza un aiuto dall’esterno: da macchine, uomini, uccelli. Ma ricordati,» disse «che l’essere ignota non impedisce alla verità d’essere vera.»

Ciò detto, disparve.


È venuto il momento di aprire il regalo.
I regali di latta e lustrini si sciupano subito, e via.
Io invece ho un regalo migliore, per te.

È un anello, da metterti al dito.
E brilla d’una luce tutta sua.
Nessuno può portartelo via; non può essere distrutto.
Tu sei l’unica al mondo che riesca a vedere l’anello che io oggi ti dono, come io ero l’unico in grado di vederlo quand’era mio.

Questo anello ti dà un nuovo potere.
Messo al dito, potrai levarti in volo con tutti gli uccelli dell’aria — vedere attraverso i loro occhi dorati — palpare il vento che sfiora le loro vellutate piume — e potrai quindi conoscere la gioia di sollevarti lassù, in alto, al di sopra del mondo e di tutte le sue pene. Potrai restarci quanto ti parrà, su nel cielo, al di là della notte, e oltre l’alba.
E quando avrai voglia di tornar giù di nuovo, vedrai, tutte le tue domande avranno risposta e tutte le tue ansie si saranno dileguate.

Al pari d’ogni cosa che non può toccarsi con mano o vedersi con gli occhi, il tuo dono si fa più potente via via che lo usi.

Dapprincipio l’impiegherai solo quando sei fuori di casa, all’aperto, guardando l’uccello insieme al quale voli.

Ma poi, più in là, se l’adopri ben bene, funzionerà anche con quegli uccelli che non vedi; finché t’accorgerai che non t’occorre né l’anello né l’uccello per volare al di sopra delle nubi, nel sereno.

E quando arriverà per te quel giorno, tu dovrai a tua volta donare il tuo dono a qualcuno che sai ne farà buon uso; costui potrà apprendere, allora, che le uniche cose che contano son quelle fatte di verità e di gioia, e non di latta e lustrini.


Rae, questo è l’ultimo anniversario che festeggio con te in modo speciale.
Dai nostri amici uccelli ho imparato quanto segue.

Non posso venire da te, perché già ti sono accanto.

Tu non sei piccola, perché già sei cresciuta: sei grande e giochi con il tempo e la vita — come tutti facciamo — per il gusto di vivere.

Tu non hai compleanno, perché sei sempre vissuta; non sei mai nata, e mai morirai.
Non sei figlia di coloro che tu chiami papà e mamma, bensì loro compagna d’avventure, in viaggio alla scoperta delle cose del mondo, per capirle.

Ogni regalo che ti fa un amico è un augurio di felicità: così pure questo anello.

Vola libera e felice, al di là dei compleanni, in un tempo senza fine, nel persempre.
Di tanto in tanto noi c’incontreremo — quando ci piacerà — nel bel mezzo dell’unica festa che non può mai finire.



sabato 5 dicembre 2009

Il mondo intero è la metafora di qualcosa




- dal film "Il postino" di Michael Radford, con Massimo Troisi e Philippe Noiret -


giovedì 3 dicembre 2009

Non odiare per vincere


Alla luce della situazione sopraesposta risulta semplice comprendere che alimentando l'insofferenza e l'odio verso le entità duali stesse, o nei confronti degli eserciti, della globalizzazione o dei responsabili dell'inquinamento ambientale, si ottiene l'effetto esattamente opposto a quello voluto. Chi agisce in tal modo diviene egli stesso inquinatore del pianeta... e anche della peggior specie: inquinatore mentale ed emotivo. Le forze duali si nutrono infatti proprio di quelle basse emozioni che l'uomo esprime nei suoi maldestri tentativi di ostacolarle. Su troppi siti ho notato un astio serpeggiante nei confronti del Nuovo Ordine Mondiale così come degli alieni. Questi argomenti vengono affrontati con pesantezza invece che con leggerezza. In fondo è tutto un gioco divinamente perfetto. Le migliori armi per vincere sono la Gioia, la Compassione, la Presenza... Se si incrementa la separatività non si fa altro che incrementare il potere dei signori della dualità. È un discorso perfettamente logico. La "battaglia per la Terra" si combatte a livello sottile più che sul piano fisico grossolano.

Come sconfiggere un nemico che si nutre di odio? Con l'Amore. Non combattendolo, ma sottraendogli i soldati; divulgando cioè il risveglio delle coscienze e facendo così in modo che nessuno sia più disposto a farsi abbagliare dalle sue promesse. Il vecchio modo di intendere la vita appassirà con un moto naturale derivante dal non riuscire più a trovare terreno fertile nelle coscienze ormai liberate dei nuovi uomini.
Le informazioni riguardo il loro operato vanno diffuse; essi vanno portati allo scoperto, mostrati all'opinione pubblica, ma non odiati, bensì trascesi, resi impotenti dall'avanzare di una nuova visione dell'esistenza all'interno della comunità umana, resi innocui perché superati dalla nuova presa di consapevolezza. Allora moriranno d'inedia, perché non saranno più alimentati in alcun modo da un'umanità consapevole ormai incapace di provare in famiglia, sul lavoro, in auto o davanti alla tv le basse emozioni che costituiscono il loro cibo.
Il disegno diabolico di sottomissione della Terra è come l'Idra dalle nove teste che compare in una delle fatiche di Ercole. L'eroe riesce a sconfiggere il mostro solo quando smette di voler tagliare le sue teste - ne nascevano due ogni volta che ne veniva tagliata una - ma si inginocchia di fronte a lui, lo solleva e lo espone alla luce del Sole.

Ogni genere di interferenza culturale che risvegli le coscienze dal piattume - e dal pattume - quotidiano può essere compiuta. Non ci sono limiti a ciò che si può fare per aiutare il risveglio degli uomini, purché ogni intervento non sia mai accompagnato da odio e risentimento nei confronti di un presunto nemico; il che trasformerebbe un'azione a favore del Bene in un'azione contro. Rammento che la saggezza popolare ha sempre saputo che "non si sconfigge il diavolo divenendo noi stessi diavoli": nel momento in cui li si odia si entra a far parte delle loro schiere, divenendo inutilizzabili per il servizio all'umanità.
Non ha d'altronde alcun senso logico voler odiare entità che sono solo manifestazioni energetiche agenti secondo una natura duale. Quale colpa avrebbero commesso se non quella di esistere e di voler svolgere il loro compito - la divisione - secondo la loro natura? Sarebbe come accusare la forza di gravità di essere di ostacolo all'uomo. Lo è, ma la colpa è della struttura dell'uomo, non della forza. Per gli uccelli la forza di gravità non è un problema, bensì un mezzo per godere della Bellezza del volo.
Gli esseri diabolici ci sono utili, ci sono indispensabili, perché attraverso la separazione illusoria ci costringono a divenire ogni giorno più consapevoli di noi stessi. L'adorazione del diavolo in quanto portatore di luce (=lucis -ferum) che avveniva all'interno di antiche confraternite, ha origine da questa esatta considerazione. Adorare Lucifero significava adorare il portatore della coscienza. Ciò naturalmente non giustifica le deviazioni sataniche operate al fine di soddisfare desideri personali!

Sia chiaro che se l'uomo è schiavo delle forze duali lo deve al suo addormentamento, non a una loro presunta "cattiveria". Noi creiamo la nostra realtà: questa è una legge che vale SEMPRE.
Non è odiando le forze del Male che si salva il mondo... ma nemmeno restando nella passività. Ogni uomo ha un suo specifico lavoro da svolgere. Invece il lavoro che, più in generale, ognuno di noi deve svolgere, consiste nel cominciare a risvegliarsi alla sua anima con il fine di diventare più utile al risveglio del pianeta. È un lavoro "per", non "contro". Il vero Guerriero, il Portatore della Fiamma, sia esso uomo o donna, non si occupa del male, non spreca le sue energie, egli è un artista che si focalizza su opere e interventi che facciano crescere a dismisura il Bene nel mondo.

D'altronde combattendo il cosiddetto "male", combattendo contro i governatori occulti del pianeta, combattendo contro i rettiliani, stiamo sempre combattendo contro noi stessi. Chi sono i rettiliani, se non una parte di noi? La più primitiva, la più animalesca. La parte più antica del nostro cervello è proprio il cervello rettile. Noi tutti abbiamo un rettile dentro di noi con il quale dobbiamo fare i conti quotidianamente. Se non li avessimo già dentro... "essi" non si sarebbero materializzati fuori.
Assieme al midollo allungato, il cervelletto è la parte più antica del cervello. È una parte del cervello chiamata cervello rettile. È la sede degli istinti primordiali, è tarato per sopravvivere fuggendo o aggredendo, non certo per provare compassione o porgere l'altra guancia. La competitività, la territorialità, il corteggiamento originano qui.
Il secondo "strato" del cervello, detto anche "sistema limbico", nella scala evolutiva corrisponde al cervello dei mammiferi, specie dei primi mammiferi, ed è coinvolto nella vita delle emozioni. Deputato all'elaborazione e all'espressione delle emozioni, compare, da un punto di vista filogenetico, nei mammiferi, mentre nei rettili non è presente.

Il terzo "strato", la corteccia cerebrale, è quello più esterno e anche il più recente, è esclusivo dei primati ed è sede di tutte le funzioni cognitive e razionali. In particolare i lobi pre-frontali rappresentano la zona più evoluta dell'essere umano, che influenza il suo carattere, giocando un ruolo chiave nella gestione degli istinti. E' l'ultima parte del cervello a maturare alla fine dell'adolescenza, è la zona preposta all'autocontrollo, dove si distingue fra chi agisce sotto l'impulso emotivo e chi riesce a fermarsi e ragionare.
Aggiungiamo inoltre qualcosa a cui la scienza arriverà - forse - in futuro: l'attivazione del corpo pituitario (ipofisi) consente l'identificazione con l'anima, mentre l'attivazione della ghiandola pineale consente la fusione della coscienza individuale in quella dell'Uno.

Per concludere, noi tutti siamo rettili, mammiferi, primati e uomini al contempo. Dentro di noi si esprimono in misura più o meno grande, a seconda del nostro grado evolutivo, queste differenti nature. Sta a noi, attraverso il lavoro di risveglio della coscienza, tenere a bada il rettile e far emergere l'uomo.
Chi odia i rettiliani e li vuol combattere dovrebbe applicare su di sé la Legge dello Specchio e chiedersi se non sta forse combattendo contro i suoi stessi istinti di prevaricazione e distruzione. D'altronde è sufficiente osservare con quanta animosità i sostenitori della teoria del 'complotto rettiliano' si scagliano contro questi esseri e i personaggi politici che li sostengono, e con quanta animosità si scagliano anche contro chiunque non sia d'accordo con la loro visione del mondo... per verificare la Legge dello Specchio: stanno combattendo contro loro stessi. Quando avranno finalmente accettato con amore e quindi trasceso questi aspetti di loro stessi, allora non odieranno più né i rettiliani né il Nuovo Ordine Mondiale e saranno in grado di trascendere tutto questo.

NON DOBBIAMO AVERE PAURA DI LORO, SONO LORO CHE HANNO PAURA DI NOI. Il loro volere controllarci deriva esclusivamente dal terrore che gli esseri umani si sveglino. Abbiamo un'anima che loro non hanno, abbiamo un potenziale interiore infinito, possiamo metterci in contatto con l'Uno e ricevere enormi energie dall'Alto... e per questo ci temono. Il loro potere sembra maggiore del nostro solo perché concerne la personalità, e quindi la capacità di utilizzare le possibilità nascoste della mente a cui la maggior parte degli umani non ha ancora avuto accesso. Ma potremo farlo in futuro, molti umani stanno già sviluppando poteri superiori, e in più - ciò che invece loro non possono fare - noi possiamo aprire il Cuore, identificarci con l'Uno e diventare inarrivabili per la loro prigione psichica. Loro sono in realtà prigionieri della stessa prigione di cui sono i guardiani... come il signor Smith confessa a Morpheus nella scena dell'interrogatorio, nel film Matrix.


- Salvatore Brizzi -



Dal sito Officina Alkemica:
http://officinaalkemica.altervista.org/trappola_planetaria/non_odiare.htm

mercoledì 2 dicembre 2009

Il coraggio di diventare un fiore

I Tarocchi Zen di Osho
8. Il coraggio


Il seme non può sapere cosa accadrà - il seme non ha mai conosciuto il fiore. E il seme non può neppure credere di avere la potenzialità di diventare un fiore meraviglioso. Il viaggio è lungo, ed è sempre più sicuro non affrontarlo mai, poiché il sentiero è sconosciuto e nulla è garantito.

Nulla può essere garantito. I rischi lungo il cammino sono infiniti, i trabocchetti in cui cadere moltissimi e il seme è al sicuro, nascosto all'interno del suo duro involucro. Eppure il seme compie degli sforzi, fa tentativi; lascia cadere il rigido guscio che rappresenta la sua sicurezza, inizia a muoversi. E subito inizia la lotta: la battaglia col terreno, con le pietre e le rocce. Il seme era duro; il germoglio sarà estremamente fragile e i pericoli saranno immensi.

Per il seme non c'era pericolo, avrebbe potuto sopravvivere millenni, mentre per il germoglio i pericoli sono infiniti. Eppure si lancia verso l'ignoto, verso il sole, la fonte di luce, senza sapere dove andare, senza sapere il perché. Pesante è la croce da portare, però il seme ha un sogno, e va avanti.

Il sentiero dell'uomo è simile: è arduo e richiede molto coraggio.

Osho Dang Dang Doko Dang Chapter 4


Commento:

La carta mostra un piccolo fiore selvatico che ha incontrato sulla sua strada verso la luce del giorno rocce e pietre. Circondato da un'aura di luce vivida e dorata, il fiore manifesta la maestà del proprio flebile sé. Privo di vergogna, assomiglia al sole più luminoso.

Quando ci troviamo di fronte a una situazione estremamente difficile, abbiamo una scelta: possiamo provare risentimento, e cercare di trovare qualcuno o qualcosa da biasimare, scaricando così la difficoltà, oppure possiamo fronteggiare la sfida e crescere.

Questo fiore ci mostra la via, in quanto la sua passione per la vita lo conduce fuori dall'oscurità, nella luce. Non ha senso lottare contro le sfide della vita, oppure cercare di evitarle o di negarle. Esistono, e se il seme deve diventare il fiore, dobbiamo passarci attraverso. Sii coraggioso in modo da crescere e diventare il fiore che sei destinato a essere.


lunedì 30 novembre 2009

Lo Sfidante




Lo Sfidante - Chi sta usando la tua mente?

Ogni essere umano che appare in vita sul nostro meraviglioso pianeta Terra ha diritto ad una vita piena, felice, intensa, che gli permetta di esprimersi nella sua unicità irripetibile, che gli porti il dono della Saggezza, e che gli permetta di contribuire fattivamente al miglioramento delle condizioni di vita dell'intera comunità umana.
Questo diritto, questo naturale retaggio ad una vita maestosa, gli è stato offuscato.
Ma da che cosa?
Che cosa si frappone tra noi e la vita che desideriamo, i sogni che vogliamo realizzare, la pace che desideriamo raggiungere? Siamo stati condizionati a credere che qualcosa di esterno a noi stessi sia la causa della nostra infelicità, ma non è così. Qualcosa che agisce dentro di noi scatena al di fuori quell'inferno dal quale vogliamo fuggire, ma di cui non riusciamo a privarci. Qualcosa di cui spesso non conosciamo nemmeno l'esistenza, perché nessuno ci ha mai spiegato dove guardare; tranne, naturalmente, tutte le tradizioni di ricerca interiore che hanno un fondamento nella Verità, perché tutte, senza alcuna eccezione, indicano da sempre l'esatto punto dove guardare e l'esatto modo di liberarsi.
Un insieme di Forze agiscono su ogni essere umano al fine di depotenziarlo e renderlo timoroso, debole, dubbioso, attaccato emozionalmente ad abitudini dannose, e portato ad indugiare invece che ad agire. Questo insieme di Forze è sostenuto dalla nostra non conoscenza dei mezzi che esse usano per depotenziarci, ma può essere inattivato per consentire finalmente alla Consapevolezza che alberga in noi di dispiegarsi verso ciò che è realmente.
Questo insieme di Forze è ciò che in questo film documentario identifichiamo con Lo Sfidante. Un termine di comodo, un segnale indicatore. Verso una realtà che è giunto il momento di svelare e diffondere.
Nel film, vedremo in che modo Lo Sfidante ci depotenzia, quali sono i mezzi che utilizza per farlo, e una possibile via di azione che ci porti a liberarci dalla sua nefasta interazione con noi.

http://losfidante.marenectaris.net/



Noi siamo ciò che pensiamo.
Tutto ciò che siamo è prodotto dalla nostra mente.

- Siddhartha Gautama Sakyamuni detto il Buddha, "Dhammapada" -


sabato 28 novembre 2009

Come stai?


C'è una domanda molto comune che le persone usano rivolgersi e che, proprio per il suo carattere rituale, di regola viene percepita come una semplice forma di cortesia. Ad essa solitamente si risponde in maniera evasiva, con formule altrettanto di circostanza. La domanda è: "Come stai?"

E' una domanda che merita più considerazione. Prova a portela: Come stai? Come stai proprio adesso, in questo preciso momento? Prenditi un istante e prova a osservare con calma il tuo corpo e la tua mente: sei davanti al monitor, gli occhi puntati a leggere con qualche sforzo queste parole sullo schermo luminoso, una mano appoggiata sul mouse, le dita pronte a cliccare... Forse la spalla e il collo sono contratti, la schiena un po' incurvata, il respiro corto... E probabilmente la prospettiva di leggere un testo che da qui si prospetta lungo (su Internet, poi, dove il tempo è denaro!) suscita in te una sottile tensione, un'oscillazione tra la volontà di proseguire la lettura e la tentazione di rimandarla a un momento di maggior freschezza, saltabeccando via in cerca di qualcosa di meno impegnativo.

Niente di sorprendente: piccoli stress di questo tipo non sono per nulla rari, nel corso di una giornata qualsiasi - non parliamo poi di stress ben maggiori... Raro è invece che qualcosa o qualcuno intervenga con un break a farceli notare mentre li stiamo vivendo. Del resto, perché dovremmo perdere tempo in simili futilità?
Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l'uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: "Dove stai andando?" e il cavaliere risponde: "Non so! Chiedi al cavallo!".

C'è qualche somiglianza tra questa storia e la nostra: anche noi stiamo cavalcando un cavallo, non sappiamo dove stiamo andando e non ci possiamo fermare. Il cavallo è la forza dell'abitudine che ci spinge in una certa direzione, senza che noi si possa fare niente: corriamo sempre, e correre diventa il nostro modo di vivere. Spesso siamo così indaffarati che ci dimentichiamo cosa stiamo facendo e persino chi siamo. Persi in mille preoccupazioni, rimpianti, paure, sogni a occhi aperti, ci dimentichiamo di guardare e apprezzare le cose che ci circondano, le persone che amiamo, finché non è troppo tardi. Quella che sto vivendo, pensano molti di noi, non è la mia vita vera: quella appartiene al passato, a quando ero giovane, oppure è rimandata a quando avrò più denaro, o una posizione migliore, una casa più grande, la laurea, una fidanzata, un figlio... E nel frattempo viviamo come in un'eterna parentesi, immersi in una bolla di sofferenza opaca di cui neppure ci rendiamo conto, convinti che le condizioni attuali non consentano alcuna vera felicità.

Anche quando abbiamo del tempo libero, non sappiamo come entrare in contatto con ciò che sta succedendo dentro e fuori di noi. Così accendiamo il televisore, prendiamo in mano il telefono, sfogliamo una rivista, apriamo Internet, qualsiasi cosa pur di sfuggire a noi stessi. Combattiamo tutto il tempo, anche durante il sonno. Dentro di noi c'è la guerra, ed è facile che questo faccia scoppiare una guerra con gli altri.

Cambiare questo stato di cose è possibile, se lo vogliamo. La prima cosa che dobbiamo imparare è l'arte di fermarsi: fermare i pensieri, le abitudini, le emozioni forti che ci condizionano. La paura, la disperazione, la rabbia e il desiderio possono essere fermati adottando uno stile di vita più lento, più consapevole. La consapevolezza ci mette in grado di riconoscere la forza dell'abitudine ogni volta che si manifesta. "Ciao, forza dell'abitudine, so che sei lì!". Senza aggressività, senza combattere: se solo le sorridiamo, perderà molta della sua carica. La presenza mentale è l'energia che ci permette di riconoscere la forza delle nostre abitudini e impedisce loro di dominarci e di farci soffrire.

In oltre due millenni di storia, le tradizioni del buddhismo hanno messo a punto alcune semplici pratiche che, se inserite nella nostra giornata, possono allenarci a rimanere in contatto con il momento presente, con la vita che si svolge proprio adesso, piena di bellezze e meraviglie: un neonato, un fiore, una nuvola, una stradina sassosa, il sole che sorge nel cielo... Possiamo essere molto felici, se solo siamo consapevoli di ciò che sta davanti a noi.


Come stai, adesso?






- Ho trovato questo testo nel sito Essere Pace e ho voluto riportarlo qui, come una sorta di presentazione di questo blog.
Credo che possa essere una buona accoglienza per chiunque passi di qui, per scelta o per "caso", e si soffermi a leggere qualcosa e a meditarci su. Buon viaggio e buona vita. Namaste -



mercoledì 25 novembre 2009

Le sacre sinfonie del tempo




Le sacre sinfonie del tempo - Franco Battiato


Le sento più vicine
le sacre sinfonie del tempo
con una idea
che siamo esseri immortali
caduti nelle tenebre
destinati a errare
nei secoli dei secoli
fino a completa guarigione.
Guardando l'orizzonte
un'aria di infinito mi commuove
anche se a volte
le insidie di energie lunari
specialmente al buio
mi fanno vivere
nell'apparente inutilità
nella totale confusione.
...Che siamo angeli caduti
in terra dall'eterno
senza più memoria
per secoli, per secoli
fino a completa guarigione.


martedì 24 novembre 2009

Infiniti cieli sono disponibili per il volo

I Tarocchi Zen di Osho
39. Possibilità


La mente può accettare qualsiasi confine. Ma la realtà è questa: per sua stessa natura l'esistenza non può avere confine alcuno; infatti, cosa ci sarebbe oltre quel confine? Di nuovo un altro cielo.

Ecco perché affermo che cieli su cieli sono disponibili per il tuo volo. Non accontentarti facilmente. Coloro che si appagano facilmente restano piccoli: piccole sono le loro gioie, piccole le loro estasi, piccoli i loro silenzi, piccoli i loro esseri. Ma ciò non è necessario! Questa piccolezza è una cosa che tu stesso imponi sulla tua libertà, sulle tue possibilità illimitate, sul tuo potenziale sconfinato.

Osho Live Zen Chapter 2


Commento:

L'aquila possiede uno sguardo panoramico su tutte le possibilità contenute nel panorama che si stende sotto di lei, mentre vola liberamente, naturalmente e senza sforzo nel cielo. é veramente nel suo regno, estremamente salda in se stessa e appagata.Questa carta è un segnale per indicarti che ti trovi a un punto in cui un mondo di possibilità si aprono davanti a te. Poiché hai sviluppato una maggior amorevolezza verso te stesso, sei più indipendente, puoi lavorare facilmente con gli altri. Poiché sei rilassato e in pace, puoi riconoscere le possibilità, man mano che si presentano, a volte perfino prima che le vedano gli altri. Poiché sei in sintonia con la tua natura, comprendi che l'esistenza ti fornisce esattamente ciò di cui hai bisogno. Goditi il volo! E celebra la varietà di meraviglie che il paesaggio ti apre davanti.


sabato 21 novembre 2009

Il karma, o legge di causa ed effetto


da “Buddismo e Società”

Significa “azione compiuta” e indica contemporaneamente le cause e gli effetti che derivano dalle azioni, parole e pensieri della nostra vita quotidiana, buoni e cattivi, leggeri e pesanti, superficiali e profondi. Il karma: l’identikit di questo importante concetto buddista

a cura di Sabina Guzzanti


«Se è la sofferenza che temi, se è la sofferenza
ciò che detesti,
non compiere mai azioni cattive,
perché tutto si vede per quanto segreto.
Persino un volo nell’aria
non ti può liberare dalla sofferenza
dopo che l’azione cattiva è stata commessa.
Non nel cielo, né nel mezzo dell’oceano,
né se ti nascondessi nelle crepe delle montagne,
un angolo riusciresti a trovare in questa
terra tutta,
dove il karma il colpevole non raggiungerebbe.
Ma se vedi il male che altri ti fanno
e se sentitamente tu disapprovi,
stai attento a non fare al medesimo modo,
perché le azioni delle persone con esse rimangono.
Quelli che imbrogliano negli affari,
quelli che contro il Dharma agiscono,
quelli che frodano, quelli che truffano,
se stessi gettano in un gorgo,
perché le azioni delle persone con esse rimangono.
Qualsivoglia azione possa un individuo
compiere,
siano esse di gioia portatrici, siano esse cattive,
un’eredità per lui costituiscono,
le azioni non svaniscono senza lasciar traccia. (…)
Un’azione cattiva non necessariamente
causa subito a chi l’ha compiuta
un qualche guaio.
Essa nascostamente allo stolto superficiale
si accompagna,
proprio come un fuoco che giace sotto la cenere.
Proprio come una lama appena forgiata,
l’azione cattiva nell’immediato non provoca alcuna ferita.
Proprio il ferro produce la ruggine
che lentamente di certo lo consumerà.
Colui che il male compie,
dalle sue stesse azioni è portato
a una vita di sofferenza».



Questi versi sono tratti dal Dharmapada, una delle scritture buddiste più antiche, e contengono probabilmente la prima enunciazione del concetto di karma.
Karma è una parola sanscrita che significa “azione compiuta”, ed è un termine generico designante gli effetti delle nostre azioni: le azioni fisiche che compiamo, le parole che pronunciamo e i pensieri che passano per la nostra mente. Ciascuna di queste tre azioni produce un effetto latente nella nostra vita, che causa successivamente un effetto manifesto. Quindi il karma indica contemporaneamente le cause e gli effetti derivanti dalle azioni, parole e pensieri che fanno parte della nostra vita quotidiana, buoni e cattivi, leggeri e pesanti, superficiali e profondi.
Secondo il Buddismo quindi tutti gli aspetti della vita sono legati fra loro dalla legge di causalità. Non solo ciò che è visibile e materiale, ma anche ciò che è invisibile.
Tutto ha una conseguenza. Non esistono azioni fisiche o spirituali che non abbiano prima o poi un effetto. Il nostro pensiero può essere invisibile a tutti, ma non è neutro per la Legge di causalità. Possiamo dichiarare cose che non faremo mai, ma quella dichiarazione produrrà un effetto.
Una stessa azione produrrà effetti diversi a seconda dello spirito con cui è stata compiuta. Si può offrire aiuto ad esempio per generosità o per umiliare qualcuno o per farsi pubblicità o per opportunismo. L’effetto che avrà sulla nostra vita sarà coerente con l’intenzione con cui abbiamo agito. Che riusciamo a ingannare gli altri o meno, che i nostri gesti abbiano il giusto riconoscimento o meno, il seme che abbiamo piantato germoglierà e potrà essere per noi fonte di nutrimento o di malessere a seconda della natura dell’azione che lo ha generato. Il presente, sia individuale che collettivo, è quindi generato dal karma accumulato nel passato.
Tuttavia quando abbiamo una sofferenza tendiamo a pensare che siano gli altri, o più genericamente “l’esterno”, a farci soffrire. Che ci sia un colpevole e che noi siamo le vittime. Secondo la visione buddista la realtà è diversa: dentro la nostra vita esiste una causa per quello che ci accade, ovvero noi siamo gli autori, gli altri sono solo dei complici, lo specchio che riflette il nostro karma.
Né la teoria del karma ci deve indurre a pensare che sia tutto già scritto e che ogni sforzo per migliorare la nostra condizione sia inutile. Se è vero che il presente è modellato dal passato, è vero pure che il presente modella il futuro. Per questo Nichiren Daishonin cita un brano del sutra Shinjikan: «Se vuoi conoscere le cause passate guarda i risultati che si manifestano nel presente, se vuoi conoscere gli effetti che si manifesteranno nel futuro, guarda le cause che stai ponendo nel presente».
Il presente è quindi la chiave di tutto. Difficile da afferrare, da descrivere, da comunicare (appena lo nomini è già passato), è la parte più pura e incontaminata della vita e in esso, secondo il Buddismo, è custodito un potere immenso. Infatti il principio di ichinen sanzen (tremila mondi in un singolo istante di vita), che lo studioso cinese T’ien-t’ai (538-597) formulò come spiegazione teorica di Myoho-renge-kyo, altro non è che la descrizione minuziosa di tutto ciò che contiene ogni singolo istante di vita, ovvero l’attimo presente. Dall’aspetto esteriore alle potenzialità, alla sua storia passata, alla sua particolare relazione col mondo, alla relazione del mondo con esso, a tutte le sue qualità, buone e cattive, costruttive e distruttive, alle diverse sfere dell’universo con cui entra in relazione, tutto questo e altro è contenuto in un singolo istante. T’ien-t’ai e i suoi coltissimi e dotati discepoli meditavano su questo principio per cercare di aprire la mente e renderla adeguata alla complessità della realtà.
Il presente è il luogo che tutti cerchiamo, l’unico che può darci sollievo e gioia.
Ma pur essendo lì alla portata di tutti noi, sono rari i momenti in cui riusciamo a starci dentro. È come se ci fossero mille correnti che ce ne allontanano. Queste correnti sono per l’appunto il karma.

Come nasce storicamente
Il Buddismo assorbe il concetto di karma, o Legge di causa ed effetto, dalla precedente tradizione induista. Nel Buddismo però lo stesso concetto è utilizzato con una funzione molto diversa.
Nella “Via della liberazione induista” l’essere umano, o meglio la sua anima, è destinata a seguire il ciclo delle rinascite (samsara), attraverso le quali entra a far parte della natura vivente come pianta o animale. Quando l’anima si diparte dal corpo al momento della morte, sosta per tre epoche prima di trasmigrare nel corpo di un altro essere vivente; la forma della nascita dipenderà, secondo la legge del karma, dalle qualità etiche delle azioni compiute nel passato. Nell’Induismo, quindi, l’ordinamento del mondo è fondato su un principio etico,fondato a sua volta sul karma o legge di causalità. Qui il karma però è senza inizio né fine. Le colpe commesse nel passato non si possono espiare se non dopo un ciclo lunghissimo di rinascite e mai durante l’esistenza presente. La legge di causa ed effetto viene quindi interpretata in senso fatalista. Se nasci povero vuol dire che te lo sei meritato e non ci puoi fare niente. La vita è vista come un mezzo per espiare le proprie colpe. La conseguenza politica di questo modo di interpretare l’esistenza è per esempio l’ordinamento in caste della società.
Shakyamuni diffonde e predica il Buddismo in aperto contrasto con questa visione del mondo. Sostiene che gli esseri umani hanno fondamentalmente tutti lo stesso potenziale e che la Legge di causa ed effetto va utilizzata per trasformare il proprio destino e non per subirlo. Questa Legge meravigliosa secondo Shakyamuni esiste per condurre le persone alla felicità e all’Illuminazione. La natura profonda di questa Legge è la compassione. La sua funzione non è quella di punire o sottomettere.
La prima sistematizzazione buddista del concetto di karma risale al V sec. d.C., quando il monaco Vasubandhu, appartenente alla corrente mahayana, espose il concetto della alayavijnana, o deposito (alaya) delle percezioni. Vasubandhu intuisce la presenza di una coscienza che funziona come deposito di tutte le nostre esperienze: un vero e proprio magazzino del karma. Fino ad allora nel Buddismo venivano individuati sei tipi di coscienze corrispondenti ai sei sensi: vista, udito, gusto, olfatto, tatto, e una mente cosciente. Vasubandhu individuò oltre a queste la coscienza manas (ragione) e quella alaya (deposito).
Lo studioso cinese T’ien-t’ai successivamente completò il quadro individuando una nona coscienza, la coscienza amala (pura), che Nichiren Daishonin identificò con Nam-myoho-renge-kyo.
Il sistema dei sei tipi di coscienza comportava che ciascun individuo percepisse il mondo esterno in base al particolare e soggettivo funzionamento della sua mente conscia; con Vasubandhu, grazie al sistema delle otto coscienze, tutte le persone del passato, del presente e del futuro possono percepire le cose in maniera pressoché identica. I semi dell’esperienza passata vengono sistemati infatti nella “coscienza-deposito”, e una volta influenzati da stimoli esterni mettono radici nel presente. Tutte le esperienze del mondo empirico sono quindi il prodotto di semi accumulati nell’ottava coscienza e richiamati in vita da stimoli esterni. Tutti gli esseri viventi sono in genere simili, possiedono depositi simili di semi e quindi sono propensi a percepire il mondo esterno in modo analogo.

Come si forma
Il Daishonin afferma che tutte le sofferenze, sia fisiche che spirituali, nascono dai tre veleni di avidità, stupidità e collera. I desideri terreni e le sofferenze che questi producono sono legati al karma. I desideri terreni, il karma e la sofferenza sono chiamati i tre sentieri.
I sentieri si snodano in questo modo: la sofferenza provoca tantissimi desideri i quali inducono ad azioni che creano karma negativo.
L’effetto del karma si manifesta di nuovo come sofferenza fisica o mentale, che a sua volta alimenta nuovi desideri. Il karma che si sviluppa da questi è sempre più negativo e il ciclo continua all’infinito.
Il punto critico di tutto questo processo sono i desideri. Desiderio in sanscrito si dice klesha e a volte è tradotto con “illusione”. Il termine indica tutte le funzioni che disturbano una persona a livello fisico e spirituale. Rappresentano il lato oscuro della vita e impediscono alle persone di ottenere l’Illuminazione.
Le illusioni si dividono in fondamentali e derivate. Le fondamentali sono: avidità, collera, stupidità, arroganza, dubbio e visioni distorte.
Quelle derivate sono: l’illusione che nasce dal considerare l’io come assoluto; l’illusione che nasce dal considerare la morte come il termine della vita; quella che nasce dal non riconoscere la legge di causalità; quella che nasce dall’attaccamento a idee sbagliate che fanno considerare superiori le cose inferiori; quella che nasce dal considerare pratiche e precetti erronei come veicoli per raggiungere la Buddità.
Nella prima parte della sua vita Shakyamuni predica vari insegnamenti per sfuggire ai desideri terreni e alle illusioni. I più noti sono l’insegnamento della dodecupla catena che spiega la relazione tra ignoranza e sofferenza, le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Negli ultimi anni della sua predicazione Shakyamuni espone il Sutra del Loto. In questo insegnamento rivela che, al contrario di quanto aveva sostenuto fino a quel momento, i desideri terreni non vanno estirpati ma trasformati in Illuminazione. Nel Sutra del Loto si legge: «Anche senza estinguere i desideri terreni essi possono purificare tutti i loro sensi ed estirpare i loro errori». E che: «Le sofferenze di nascita e morte sono nirvana».

Come può essere e come si manifesta
Il Buddismo esamina il karma sotto diversi aspetti dividendolo in varie categorie. Le principali sono: karma positivo, karma negativo, karma presente, karma passato, karma mutabile e immutabile, karma che si manifesta nella vita presente e karma che si manifesta dopo essere rinati in un tempo del remoto futuro.
Il termine karma positivo indica le azioni nate da buone intenzioni, dalla gentilezza e dalla compassione; il karma negativo si riferisce alle azioni indotte dai desideri terreni come stupidità, avidità e collera. L’Antologia dell’analisi della Legge e altri trattati tradizionali del Buddismo individuano dieci fondamentali atti malvagi che causano il karma negativo: le tre malvagità fisiche di uccidere, rubare e tenere un comportamento sessuale sregolato, le quattro malvagità verbali di mentire, adulare (o parlare superficialmente o a vanvera), diffamare e fingere, e le malvagità mentali di collera, avidità e stupidità (o rimanere attaccati alle visioni errate).
Il karma presente è il karma i cui effetti si manifestano nella vita presente. Il karma passato è quello formato in una vita precedente. Il karma immutabile produce un effetto prefissato nel tempo (un esempio di karma immutabile è la durata della vita), al contrario di quello mutabile il cui effetto e tempo non sono predeterminati.
Il karma più leggero può produrre il suo pieno effettonello stesso periodo di vita in cui è stato creato. Se le cause sono più pesanti esse continueranno a produrre sofferenza o gioia anche nella prossima esistenza.
Il karma può avere uno “spessore”. Aumenta se i pensieri si trasformano in parole e si ingigantisce quando diventano azioni.
Il karma dipende anche dall’oggetto con cui ci mettiamo in relazione sia in senso positivo che negativo. Scrive Nichiren Daishonin: «Se qualcuno percuote l’aria con un pugno non si fa male, ma se colpisce una roccia si fa male… la gravità di un peccato dipende da chi viene offeso» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 106).
Da questo punto di vista calunniare la Legge è considerata la causa più negativa che esista, e lodare la Legge la causa più positiva. L’atteggiamento verso la Legge forma dunque un karma completamente differente da quello creato nelle azioni della vita quotidiana.
Si parla anche di causa karmica, tendenza karmica e relazione karmica.
La causa karmica è il karma vero e proprio. Come abbiamo detto, ogni persona è erede del proprio karma, crea il proprio destino in ogni momento, che lo voglia oppure no. Una volta piantato il seme, o causa, l’effetto rimane impresso nella nostra vita come energia latente, come una forza pronta a esplodere appena si presenta l’occasione giusta. Perché si manifesti un effetto sono necessarie due condizioni: la causa interna e l’occasione esterna. Se manca l’una o l’altra non si può manifestare nessun effetto. Tutti possono ottenere l’Illuminazione perché ognuno ha in sé il seme della Buddità. Incontrare la pratica buddista è l’occasione esterna per manifestare la parte illuminata già presente nella profondità della nostra vita.
La tendenza karmica è quell’attitudine che si presenta nella nostra vita in seguito alla ripetizione costante di determinate azioni. Assomiglia a una forza che trascina. È una strada facile da imboccare perché mille volte battuta.
La relazione karmica è un legame più o meno profondo che abbiamo con cose o persone. Anche se più in generale c’è una relazione profondissima tra ogni individuo e il resto dell’universo. «La vita in ogni istante abbraccia sia il corpo che lo spirito, sia l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti in ognuno dei dieci mondi e dei tremila mondi come pure gli esseri insenzienti» (ibidem, p. 3).

Come si cambia
Scrive Nichiren Daishonin: «Mentre il saggio osservava i principi e assegnava i nomi a tutte le cose, percepì l’esistenza di una legge meravigliosa (myoho) dotata simultaneamente di causa ed effetto (renge) e la chiamò Myoho-renge. Questa Legge di Myoho-renge comprende in sé tutti i fenomeni dei dieci mondi e dei tremila regni, nessuno escluso. Chiunque pratichi questa Legge otterrà simultaneamente sia la causa che l’effetto della Buddità»(ibidem, vol. 9, pp. 11-12).
Il grande maestro T’ien-t’ai nel trattato sul Sutra del Loto scrive: «Qui il termine renge non è un simbolo, è l’insegnamento del Sutra del Loto. Tale insegnamento è puro e incorrotto e spiega minutamente la Legge di causa ed effetto. Perciò gli è stato dato il nome di renge o fiore di loto. Questo nome designa l’entità percepita nella meditazione sul Sutra del Loto, non è una metafora» (ibidem, p. 11).
La simbologia del loto ci rimanda al problema della trasformazione del karma.
Se, come abbiamo detto, gli altri sono uno specchio della causa karmica che esiste dentro di noi, cambiando questa causa l’ambiente in cui viviamo cambierà nella stessa misura.
È importante sottolineare che il cambiamento non è determinato dalla paura della punizione o dall’attesa di un premio. Il cambiamento invisibile che avviene dentro di noi e che porta a cambiamenti visibili nella nostra vita è solo quello che nasce da un’automotivazione, per decisione personale.
Se cambio per paura di una punizione, ad esempio, otterrò un effetto conseguente a quella paura; bisogna sempre ricordare che è l’intenzione o ichinen a plasmare il futuro, non l’apparenza.
Per comprendere fino in fondo la teoria del karma è necessario evitare le separazioni: comprendere che la mente non è separata dal corpo, l’io non è separato dall’altro, l’individuo non è separato dall’ambiente, la vita non è separata dalla morte, il presente non è separato dal futuro, noi stessi non siamo separati da noi stessi.
Il karma è ad ogni modo una forza profonda e difficile tra trasformare. Per vincere questa forza oscura che ci sottrae libertà e gioia sono necessarie una forte fede e una forte determinazione. Innanzitutto è importante verificare che la nostra mente sia rivolta verso il futuro. Se guardiamo al passato pieni di rimpianto o se viviamo alla giornata, senza avere un progetto, un sogno, qualcosa che ci spinga a migliorare e a porci tante domande su noi stessi e sulla vita, non faremo nessun progresso. La nostra esistenza sarà statica o retrocederà.
Nella vita quotidiana è importante mantenere sempre uno stesso ciclo: stabilire uno scopo, pregare con sincerità, sforzarsi al massimo per trovare un modo di realizzarlo (vale a dire agire) e ottenere un effetto (cioè realizzare l’obiettivo).
Non è sufficiente decidere una volta, è necessario mantenere questa decisione costante nel tempo. Ribadire con noi stessi la nostra decisione ogni volta che ci scoraggiamo, ci distraiamo o ci troviamo di fronte a un ostacolo sul nostro cammino che sembra troppo faticoso superare.
Mantenendo questo ciclo si accumulano esperienze che rafforzano la nostra fede. Ci fanno sentire che ciò che il Buddismo insegna corrisponde davvero al funzionamento della vita.
Preparare una grande determinazione è fondamentale ma non è però sufficiente. Nichiren Daishonin afferma: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» (ibidem, vol. 4, p. 195). Il che significa che dopo avere preso una decisione dobbiamo continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo saremo in grado di:
- manifestare la saggezza del Budda, che è superiore alla nostra saggezza di comuni mortali e ci permetterà di trovare la soluzione più appropriata;
- avere più forza vitale e intraprendere quindi l’azione migliore;
- rendere l’ambiente favorevole al nostro sviluppo.
Mantenendo questo tipo di determinazione e di pratica, come scrive Daisaku Ikeda nella Rivoluzione umana «l’impossibile si trasforma in possibile».





Dal blog Buddismo: http://buddhismo-nichiren.blogspot.com/2009/07/buddismo-e-societa-principi.html

giovedì 19 novembre 2009

dal "Canto di me stesso" di Walt Whitman

Io penso che potrei voltarmi e vivere con gli animali,
sono così placidi e autosufficienti,
Rimango a guardarli a volte anche per mezza giornata.
Non si affannnano e poi si lamentano per la loro condizione,
Non rimangono svegli di notte a piangere per i loro peccati,
Non mi danno il voltastomaco mentre discutono
i loro doveri nei confronti di Dio,
Non ce n’è uno scontento,
o ossessionato dalla smania del possesso,
Non ce n’è uno che s’inginocchi di fronte a un altro,
né a un suo simile vissuto migliaia di anni fa,
Non ce n’è uno rispettabile o industrioso in tutta la terra.




martedì 17 novembre 2009

La vita è Adesso


La vita è Adesso, nel qui ed ora. Non è altrove, in qualche proiezione futura caricata di aspettative, dove crediamo che finalmente cominceremo a vivere e a stare bene, o invischiata in dolori e fallimenti passati, fatti che ormai sono già accaduti e non esistono più. Il tempo sequenziale è in realtà un concetto fuorviante. La vita si svolge solo e unicamente nel tempo presente. Essere consapevoli dell'unico momento reale, in cui è possibile agire e quindi modificare, migliorare, assaporare, sentire e godere la vita, è tutto ciò di cui dobbiamo preoccuparci. Esserne consapevoli significa essere i padroni della propria esistenza. Niente e nessuno può farci paura quando siamo coscienti nel momento presente poiché le paure sono sprigionate dal ricordo del passato o riferite ad un ipotetico momento futuro che non si è ancora presentato.

Il presente è da sempre considerato da tutte le tradizioni sciamaniche e da tutte le discipline che si occupano di ricerca interiore, il momento creativo, la realtà in cui tutto esiste e si può percepire. Il nostro percorso evolutivo è stato minato molto tempo fa da sistemi dannosi di credenze che hanno condizionato la nostra consapevolezza fino a farci percepire limiti che in realtà esistono solo nel nostro subconscio, in questa parte reattiva e ormai alla deriva a cui spesso ci affidiamo finendo ripetutamente fuori pista. Ancora e ancora, finché non ne abbiamo abbastanza e scegliamo di ascoltare qualcos'altro, un'altra parte di noi, qualcosa di cui ignoriamo l'esistenza nonostante la sua continua pressione attraverso le sensazioni (non le emozioni) e che può dirigerci verso il nostro bene, quello autentico. Si tratta indiscutibilmente della parte più saggia e potente che abbiamo, una preziosa risorsa a cui tutti possiamo accedere in qualsiasi momento, la sola che onora e sa riconoscere l'immensità dell'Adesso.

La nostra mente egoica, questa "entità" che ci intrappola, altro non è che un filtro che reagisce basandosi su situazioni ed emozioni, non necessariamente reali, legate al passato o al futuro e che si amplificano con la ripetizione di forme-pensiero depotenzianti. Agisce freddamente, produce emozioni positive effimere ed emozioni negative durature, si sente minacciata dal presente e costituisce essenzialmente l'ego con cui erroneamente ci identifichiamo. Anziché operare come un mezzo, è divenuta ipertrofica, costantemente attiva, rumorosa e ha progressivamente preso il sopravvento fino a diventare l'unico "occhio", l'unico strumento di interpretazione e valutazione della realtà, trascinandoci in una spirale depressiva da cui è difficile uscire. Tuttavia non è affatto invincibile. Può essere trascesa mantenendo uno stato di presenza, osservando i propri pensieri e praticando con sufficiente costanza il silenzio interiore.

Per riuscirci dobbiamo necessariamente disciplinarci e riabituarci ad entrare in contatto con la nostra mente più profonda, il luogo dove dimora, tra gli archetipi fondamentali, la consapevolezza dell'essere. Si tratta di un luogo creativo oltre che di un luogo di pace. Sta nel saper accedere a questa nostra profondità il vero appagamento e il vero appagamento lo si può raggiungere solo nell'eternità dell'Adesso, quando si è totalmente presenti e in assenza di rumore. Questa modalità di esperienza ci facilita la connessione con la nostra guida interiore che suggerisce sempre con immediatezza e certezza la strada più giusta e in armonia con il tutto. L'intuizione e l'ispirazione sapranno guidarci verso l'azione più giusta, la più vera. Non sapere come ascoltarla, e quindi utilizzarla, produce in noi continui squilibri emotivi che alimentano, in un circolo vizioso, compulsioni e sofferenze. Tutto ciò, protratto nel tempo, oltre ad essere penoso per qualsiasi individuo, finisce per inquinare anche il "tessuto" che ci interconnette gli uni agli altri. Vi è energia in quello che pensiamo ripetutamente con una certa intensità emozionale e l'energia si propaga, bisogna esserne creatori responsabili per poterne stabilire la qualità.

Scegliere questa strada per toccare noi stessi fino a percepirci come reali e viventi nel qui ed ora, presuppone un lavoro notevole su se stessi che inizia con lo scollegarsi dalla propria "confusione interiore". Solo chi è davvero stanco di soffrire inutilmente e crede che il capolavoro che rappresenta sia più che un fascio di riflessi condizionati, può raggiungere la consapevolezza del suo vero essere, dell'Io sono, cioè l'unica "sostanza" che può apprezzare l'Adesso (senza tempo) e goderne pienamente.


Dal blog Coscienza Evoluta: http://coscienzaevoluta.blogspot.com/2009/08/la-vita-e-adesso.html

lunedì 16 novembre 2009

La solitudine è la presenza di se stessi

I Tarocchi Zen di Osho
9. La solitudine


Quando sei solo, non è che sei solo, è che ti senti isolato - ed esiste un'incredibile differenza tra l'essere soli e il sentirsi isolati. Quando ti senti isolato, pensi all'altro, ne senti la mancanza: si tratta di una condizione negativa.

Hai la sensazione che le cose andrebbero meglio, se l'altro fosse presente - un amico, la moglie, la madre, la persona amata, il marito. Sarebbe meglio se l'altro fosse presente, ma l'altro non c'è. Sentirsi isolati è frutto dell'assenza dell'altro.

La solitudine è la presenza di se stessi: è un fenomeno estremamente positivo. È una presenza, una presenza che straripa. Sei così carico di presenza che puoi colmarne l'intero universo, e quindi non hai bisogno di nessuno.

Osho The Discipline of Transcendence, Volume 1 Chapter 2


Commento:

Quando accanto a noi non c'è nessuna "persona che conti", possiamo o sentirci soli, oppure godere la libertà che la solitudine porta con sé. Quando non troviamo alcun sostegno tra gli altri per le verità che percepiamo profondamente dentro di noi, possiamo sentirci isolati e amareggiati, oppure celebrare il fatto che la nostra visione è salda a sufficienza da sopravvivere al potentissimo bisogno umano di essere approvati dalla famiglia, dagli amici o dai colleghi.

Se in questo momento ti stai confrontando con una situazione simile, sii consapevole di come scegli di vedere la tua "solitudine" e assumiti la responsabilità per la scelta che hai fatto.

L'umile figura di questa carta brilla di una luce che nasce dall'interno. Uno dei contributi più significativi di Gautama Buddha alla vita spirituale dell'umanità è stato quello di ribadire ai suoi discepoli: "Sii una luce per te stesso". In fin dei conti, ognuno di noi deve sviluppare dentro di sé la capacità di farsi la propria strada attraverso l'ignoto, senza alcun compagno, mappa o guida.


domenica 15 novembre 2009

S’agapò tora ke tha s’agapò pantote


La felicità è un abbandono che a mezzanotte conduce alla casa col giardino di aranci e limoni dove entriamo in punta di piedi e incuranti dei poliziotti che controllano ogni tua mossa: due agli angoli della strada e due sul marciapiede. È un albero di gelsomini che fiorisce sotto la finestra alla quale ci siamo affacciati perché tu ne colga un ciuffo e tu me l’offra insieme alla tua timidezza. È una stanza di cui non vedo più lo squallore, le poltrone unte e sbucciate, i soprammobili brutti, gli assurdi diplomi in cornice: perché ci sei tu. È un bacio inaspettatamente pudico sulla mia fronte, mentre il vento fruscia tra i rami d’ulivo e ci porta la cantilena del mare. È una lacrima che inaspettatamente ti scivola giù per la guancia mentre sussurri: «Sono stato tanto solo. Non voglio stare più solo. Giura che non mi lascerai mai». È il tuo volto serio che si avvicina al mio volto serio, i tuoi occhi commossi che affogano nei miei occhi commossi, le tue braccia incerte che cercano le mie braccia incerte, neanche fossimo due ragazzi al loro primo incontro d’amore o sapessimo che ci accingiamo a compiere un rito da cui dipenderanno tutti i nostri anni a venire. È un silenzio lungo, impressionante, mentre le nostre labbra si toccano con esitazione, si uniscono con decisione, e i nostri corpi si allacciano senza timore, per adagiarsi palpitando nel buio, travolti da un fiume di dolcezza che abbaglia, cercando gesti dimenticati, agognati, e trovandoli per penetrarsi con armonia, di nuovo ed ancora, ed ancora ed ancora, quasi dovesse durare un’eternità. Il tempo ti appartiene ormai, nessun plotone di esecuzione avanza tra gli ordini secchi per condurti al poligono e fucilarti. Dopo ci fissiamo stremati, la testa appoggiata sullo stesso guanciale, ed esclami: «S’agapò tora ke tha s’agapò pantote». «Cosa significa?» «Significa: ti amo ora e ti amerò sempre. Ripetilo.» Lo ripeto sottovoce: «E se non fosse così?» «Sarà così.» Tento un’ultima vana difesa: «Niente dura per sempre, Alekos. Quando tu sarai vecchio e...» «Io non sarò mai vecchio.» «Sì che lo sarai. Un celebre vecchio coi baffi bianchi.» «Io non avrò mai i baffi bianchi. Nemmeno grigi.» «Li tingerai?» «No, morirò molto prima. E allora sì che dovrai amarmi per sempre.» Stai parlando sul serio o scherzando? Mi costringo a credere che tu stia scherzando, una luce beffarda guizza nella tua iride nera e un’allegria fatta di molti domani scatena il tuo corpo che subito mi ricopre insaziabile. Né bisogna ripensare a un dialogo sulla veranda: «Noi greci abbiamo la mania della veggenza e della tragedia. Forse perché l’abbiamo inventata». «Ma di quale tragedia parla?» «V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi: l’amore, il dolore, la morte.»


- Oriana Fallaci, “Un uomo” -


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