Visualizzazione post con etichetta zen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta zen. Mostra tutti i post

lunedì 1 giugno 2015

Guarire dalla depressione con il respiro consapevole



di Thich Nhat Hanh


Durante la guerra ci fu un periodo in cui caddi in una grave depressione: non riuscii a dormire per molti mesi, i sintomi si manifestavano in modi differenti: disturbi digestivi, insonnia, disturbi del battito cardiaco. Ero così grave che a un certo punto mi proposero di fare un elettroshock; mi portarono in un famoso ospedale francese a Saigon e stetti anche per un certo periodo all’ospedale universitario di Tokyo, e cercarono di scoprire cosa non andava in me, fisicamente. Erano espressioni fisiche della depressione, una gravissima depressione, dopo la morte di mia madre, la situazione della guerra, la morte di moltissime persone intorno a me, specialmente giovani. Molti giovani novizi impegnati nel movimento di resistenza in modo non violento, senza fucili, erano stati uccisi. Perdere la madre, perdere amici, fratelli e sorelle, vedere questo intorno a sé ogni giorno, è qualcosa di molto difficile da sopportare per un giovane monaco, erano gli anni cinquanta. Niente mi poteva aiutare, né la medicina occidentale né quella orientale, ma avevo una fede molto forte nel Dharma e fu la pratica del respiro consapevole che mi aiutò a superare la situazione, solo la pratica del respiro consapevole. L’avevo imparata da novizio, ma in quel periodo era questione di vita o di morte: solo in quel momento investii il 100% di me stesso nella pratica.

E fu la pratica del respiro consapevole della tradizione buddhista che mi guarì, mi portò fuori dalla profonda depressione e mi ristabilì. Durante quel periodo la mia fede, la mia fiducia negli insegnamenti del Buddha e nel Dharma erano intatte; non riuscivo a credere nella medicina occidentale, nella medicina asiatica o in altri tipi di terapie ma non so perché credevo profondamente che ci fosse una via di guarigione col Dharma.

Cercai davvero di praticare il respiro consapevole, cercai libri al di fuori del buddhismo per imparare qualcosa di più sul respiro. Era meraviglioso che ogni volta che cercavo di praticare profondamente il respiro in quel modo mi dicevo: ‘Questa è la cosa migliore che posso fare proprio in questo momento’. Ho voluto condividerlo con voi: quando avete seri problemi e non sapete quale sia la cosa giusta da fare, il respiro profondo, il respiro consapevole è la cosa giusta da fare, forse la cosa migliore da fare in quel preciso momento.

Rimane ancora una verità per me: ogni volta che ho difficoltà, ogni volta che non vedo la via d’uscita da una situazione difficile, ho sempre fiducia nel mio respiro. Respirare profondamente e consapevolmente è la cosa giusta da fare in quel momento.

E se sapete che state facendo la cosa giusta, avrete subito pace. È meraviglioso. “Sto già facendo la cosa migliore in questo momento, perché mi devo preoccupare?” Perciò la pace arriva subito.



- da “Guarire col respiro”, discorso di Dharma tenuto da Thich Nhat Hanh al Plum Village l’11 giugno 2000 -


Il testo completo del discorso:
http://meditazionebergamo.altervista.org/thich-nhat-hanh-guarire-col-respiro/




http://zeninthecity.org/materiali-utili-gruppi-meditazione/letture-thich-nhat-hanh/thich-nhat-hanh-cosi-sono-guarito-dalla-depressione/



lunedì 5 luglio 2010

La differenza tra i sogni e il Reale

I Tarocchi Zen di Osho
20. Oltre le illusioni


Questa è la sola distinzione tra il sogno e il Reale: la realtà ti permette di dubitare, mentre il sogno non ti permette di dubitare...

A mio avviso, la capacità di dubitare è una delle benedizioni più grandi del genere umano. Le religioni sono nemiche perché hanno tagliato le radici stesse del dubbio, e c'è una ragione ben precisa per cui lo hanno fatto: vogliono che la gente creda in certe illusioni da loro insegnate...

Come mai persone come Gautama il Buddha hanno insistito tanto nel dire che l'intera esistenza - fatta eccezione per il tuo Sé testimoniante, fatta eccezione per la tua consapevolezza - è puramente effimera, fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni? Non si vuol dire che questi alberi non esistano, né che non esistono queste colonne. Non fraintendere a causa del termine "illusione": è stato tradotto come illusione, ma non è la parola giusta.

L'illusione non esiste, la realtà esiste, maya è esattamente nel mezzo - è quasi esistente. Per ciò che riguarda le azioni quotidiane, può essere preso come realtà. Solo in senso assoluto, dalla vetta della tua illuminazione, diventa irreale, illusorio.

Osho The Great Zen Master Ta Hui Chapter 12


Commento:

La farfalla di questa carta rappresenta l'esterno, ciò che è continuamente in movimento e che non è reale, bensì illusorio. Dietro la farfalla si trova il volto della consapevolezza, che guarda all'interno ciò che è eterno. Lo spazio tra i due occhi si è aperto, rivelando il loto del manifestarsi dello spirito e il sole nascente della consapevolezza.

Tramite il sorgere del sole interiore, nasce la meditazione. La carta ci ricorda di non cercare all'esterno ciò che è reale, bensì di guardare all'interno. Quando mettiamo a fuoco le cose esteriori, troppo spesso veniamo intrappolati in giudizi: questo è bene, questo è male, voglio questo, non voglio quello. Questi giudizi ci tengono intrappolati nelle nostre illusioni, nel nostro sonno, nelle nostre vecchie abitudini e nei nostri schemi di comportamento.

Lascia cadere la tua mente e i suoi dogmi, e muoviti all'interno. Là ti puoi rilassare nella tua verità più profonda, dove è già nota la differenza tra i sogni e il Reale.


giovedì 17 giugno 2010

Vivere con consapevolezza e meditazione



Il fiore ha una forma, una personalità. La fragranza del fiore non ha forma, né personalità. C'è, esiste, ma non esiste in una forma fissa; esiste senza una forma. E proprio questo è dio, questa è la qualità del divino. L'esperienza di questa fragranza arriva tramite la meditazione. Non c'è altro modo, non c'è mai stato e non ci sarà mai.
La persona veramente religiosa ha solo una cosa da fare, diventare meditativa. Quando si usa la parola "meditazione" c'è la possibilità di andare nella direzione sbagliata, perché in inglese non esiste l'esatta traduzione di "dhyana"; meditazione è solo un'approssimazione.

L'inglese ha tre parole: concentrazione, contemplazione e meditazione. La concentrazione è della mente. Focalizzi la mente su un oggetto in particolare, escludendo tutto il resto; limiti la tua visione. Quindi nella concentrazione tutto può diventare una distrazione. Un cane abbaia, e tu ne vieni distratto, perché stavi escludendo tutto – ora il cane che abbaia si è intromesso. Quindi chi si concentra è sempre arrabbiato perché basta una piccola cosa – una zanzara – e la tua concentrazione viene disturbata. Qualsiasi cosa può distrarti perché ciò che fai è innaturale.

La concentrazione è innaturale. È un fenomeno forzato, frutto dell'irregimentazione. È una cosa quasi militare; il costringere la mente in modo violento a rimanere puntata su un solo oggetto. E invece la natura della mente è quella di un flusso costante, sempre in movimento. Per la mente è naturale muoversi – è un processo dinamico – mentre tu cerchi di rendere stagnante questo processo dinamico.

Proprio perché è una cosa contro natura, ogni scusa è buona perché la mente subito ne approfitti e cominci a muoversi. Anche se riesci a forzare la mente a essere quieta per lunghi periodi, sarai sempre seduto su un vulcano. È un po' quello che accade a un bambino. Puoi forzare il bambino dicendo: 'Oggi non ti darò nulla da mangiare. Stai seduto nell'angolo e zitto.' È in grado di farlo. Puoi dirgli: 'Chiudi gli occhi', e lui lo farà. Ma osserva: continua a muoversi e ad agitarsi, strizza gli occhi, perché ha paura di aprirli ma desidera farlo. Puoi vedere l'agitazione in cui è, anche se si sta trattenendo. È per lui un grosso problema. Questa è la situazione, quando ci si trova nel processo di concentrazione.

La meditazione non è concentrazione e non è neanche contemplazione. Contemplazione vuol dire che sei un po' più fluido, che fluisci un po' di più, ma devi comunque rimanere legato a un soggetto particolare. Nella concentrazione devi rimanere puntato su un argomento; nella contemplazione hai una corda un po' più lunga. Puoi girare un po' di più, ma sei sempre legato. Ad esempio, pensi all'amore. Puoi girarci un po' attorno, ma puoi pensare all'amore soltanto.

Certo, hai più libertà che nella concentrazione ma è una libertà limitata. Sei in una prigione un po' più grande, ecco tutto, ma sei sempre in prigione. E le distrazioni arriveranno lo stesso – meno che nella concentrazione, ma arriveranno.

In inglese persino la parola "meditazione" dà l'idea sbagliata; è come se dovessi meditare su qualcosa. Ma “dhyana” – la parola sanscrita da cui deriva la parola giapponese “zen” – vuol dire che non esistono né soggetto né oggetto, né concentrazione né contemplazione. Sei solo seduto in silenzio, osservando tutto ciò che è. Un cane abbaia, tu l'osservi - non è una distrazione. Una musica suona, tu l'ascolti - non è una distrazione perché non stai facendo alcuno sforzo per concentrarti. Sei omnicomprensivo, nulla viene escluso. La libertà è assoluta. L'unica cosa da ricordare è di non identificarsi con qualcosa. Ascolta la musica ma non diventare la musica, resta un osservatore.

Quindi la meditazione può essere definita come osservazione, come non diventare identificati. Ora questo è un fenomeno completamente diverso; non si tratta di concentrazione né di contemplazione.

Sei seduto sul ciglio della strada e osservi il traffico della mente; permetti alla mente di fare ciò che vuole senza paura, di andare dovunque voglia andare – a Timbuktu, a Toronto... dovunque voglia andare. Tu devi solo rimanere sveglio, consapevole, attento.

Allora accade il miracolo: inizi a diventare consapevole del divino che è presente in ogni cosa. Persino l'abbaiare di un cane ha la qualità del divino. Allora tutto inizia a trasmettere un nuovo messaggio, una nuova sensazione, un nuovo splendore.

Quando il tutto viene trasformato dal tuo testimoniare, diventa fragrante. Non ci sono fiori eppure c'è una fragranza fortissima. Sei entrato nell'invisibile.


Osho


venerdì 11 giugno 2010

Il Maestro di se stesso

I Tarocchi Zen di Osho
22. Il Maestro


Al di là della mente esiste una consapevolezza intrinseca, che non ti è data dall'esterno, e non è un'idea. Finora nessun esperimento ha potuto scoprire un centro del cervello che corrisponde alla consapevolezza. Il lavoro della meditazione è proprio quello di renderti consapevole di tutto ciò che è "mente", e di disidentificarti da essa. Questa separazione è la più grande rivoluzione che possa accadere all'uomo.
Ora puoi muoverti e fare solo ciò che ti rende gioioso, contento, ciò che ti soddisfa, che fa diventare la tua vita una cosa bellissima, un'opera d'arte. Ma questo è possibile solo se il maestro in te si è risvegliato. In questo momento il maestro è profondamente addormentato. E la mente, che è il servitore, recita il ruolo del maestro. Il servitore viene formato dal mondo esterno; segue il mondo esterno e le sue leggi.
Quando la tua consapevolezza diventa una fiamma, può bruciare la schiavitù creata dalla mente. Non c'è benedizione più preziosa della libertà, dell'essere un maestro del proprio destino.

Osho From the False to the Truth Capitolo 7


Commento:

Nello Zen, il Maestro non è un maestro per gli altri, ma un Maestro di se stesso. Ogni suo gesto e ogni sua parola riflettono il suo essere illuminato. Non è un insegnante con una dottrina da impartire, né un messaggero soprannaturale con una linea diretta con Dio, ma solo uno che è diventato un esempio vivente delle potenzialità più alte racchiuse all'interno di ogni essere umano. Nei suoi occhi, i discepoli vedono riflessa la loro stessa verità, e nel silenzio della sua presenza si immergono più facilmente nel silenzio del loro essere. La comunità di ricercatori che si raccoglie intorno al Maestro diventa un campo d'energia che sostiene l'unicità di ogni individuo perché trovi la propria luce. Quando trova quella luce, il discepolo arriva a comprendere che il Maestro presente all'esterno era solo un catalizzatore, un espediente per provocare il risveglio dell'interiorità.

sabato 17 aprile 2010

L'Amore incondizionato

I Tarocchi Zen di Osho
6. Gli amanti


Occorre prender nota di queste tre cose: l'amore più basso è sesso - è fisico - e l'amore più elevato e raffinato è compassione. Il sesso è al di sotto dell'amore, la compassione ne è al di sopra; l'amore è esattamente nel mezzo.

Pochissime persone sanno cos'è l'amore. Il novantanove per cento delle persone, sfortunatamente, considerano amore la sessualità - non lo è. La sessualità è estremamente animale; di certo possiede la potenzialità di crescere e diventare amore, ma non è vero amore, è solo un potenziale.

Se diventi consapevole, attento, meditativo, allora il sesso può essere trasformato in amore. E se il tuo essere meditativo diviene totale, assoluto, l'amore può essere trasformato in compassione. Il sesso è il seme, l'amore è il fiore, la compassione è la fragranza.

Buddha ha definito la compassione come "amore più meditazione". Quando il tuo amore non è solo un desiderio dell'altro, quando il tuo amore non è solo un bisogno, quando il tuo amore è una condivisione, quando il tuo amore non è l'amore di un mendicante bensì di un imperatore, quando il tuo amore non chiede qualcosa in cambio ma è pronto solo a dare - a dare per la pura gioia di dare - allora aggiungici la meditazione e si sprigionerà la pura fragranza. Quella è compassione; la compassione è il fenomeno più elevato che ci sia.

Osho Zen, Zest, Zip, Zap and Zing Chapter 3


Commento:

Ciò che chiamiamo amore in realtà è un intero spettro di relazione, che si estende dalla terra al cielo. Al livello più terreno, l'amore è attrazione sessuale. Molti di noi restano bloccati lì, poiché i nostri condizionamenti hanno gravato la nostra sessualità con ogni sorta di aspettative e repressioni. In verità, il "problema" più grande rispetto all'amore sessuale è che non dura mai per sempre. Solo se accettiamo questo fatto, possiamo poi celebrarlo veramente per ciò che è - accoglierne l'accadere, e dirgli addio con gratitudine allorché non c'è più.

E in seguito, man mano che maturiamo, possiamo iniziare a sperimentare l'amore che esiste oltre la sessualità e a rispettare l'individualità unica dell'altro. Allora iniziamo a comprendere che il nostro partner spesso funziona come uno specchio; riflette aspetti non visti del nostro sé più profondo e ci sostiene affinché diventiamo integri.

Questo amore è fondato sulla libertà, non sulle aspettative o i bisogni. Le sue ali ci fanno volare sempre più in alto verso l'amore universale che esperimenta tutto come un'unità.

sabato 27 marzo 2010

A quattro dita da terra


Una volta uno studente zen citò al proprio maestro questa antica poesia buddhista: 'Le voci dei torrenti provengono da un'unica grande lingua. I leoni delle colline sono il puro corpo del Buddha'. "Non è così?", chiese lo studente. "Sì", rispose il maestro, "ma è davvero un peccato metterla in questi termini". Sarebbe stato molto meglio se tale occasione fosse stata celebrata col più totale silenzio. Se dovessi rivolgervi la parola nello stile dei vecchi maestri zen, dovrei dare una botta sul microfono e andarmene. Penso però che siccome tutti voi avete contribuito al mantenimento del Mountain Zen Center nella speranza di imparare qualcosa, io devo dirvi qualche parola, sebbene debba avvertirvi che spiegandovi queste cose vi espongo al rischio di una solenne presa in giro. Ora, se io vi permettessi di lasciare questa sala stasera con l'idea di aver capito qualcosa dello zen, avreste mancato completamente il bersaglio. Lo zen è uno stile di vita, una condizione dell'essere, che non è possibile ridurre a nessuna forma concettuale.

Qualsiasi concetto, idea o parola io volessi trasmettervi stasera non potrebbe avere altro obiettivo che dimostrare la limitatezza delle parole e del pensiero. Dovendo improvvisare qualcosa sullo zen, e voglio proprio provare a farlo a guisa d'introduzione, è importante che io metta l'accento sul fatto che lo zen, nella sua essenza, non è una dottrina. Non c'è proprio nulla in cui ci venga chiesto di credere, e non si tratta di una filosofia, almeno secondo l'accezione più comune del termine. Non è quindi un sistema di idee, una rete intellettuale attraverso la quale si prova a catturare il pesce della realtà. Anzi, il pesce della realtà assomiglia più che altro all'acqua: scivola sempre tra le maglie della rete, e come l'acqua, quando lo si incontra non c'è nessun appiglio per afferrarlo. Naturalmente l'universo intero è come l'acqua: è fluido, è fugace, è mutevole. Un uomo gettato in mare che non conosce altro che la vita sulla terraferma, che non ha alcuna dimestichezza con l'idea di nuotare, prova a tenersi sopra l'acqua. Cerca di aggrapparsi all'acqua, e il risultato è che annega. Mi riferisco in particolare alle acque della confusione filosofica moderna, nella quale dio è morto, ogni affermazione metafisica è priva di senso, e non c'è nulla a cui aggrapparci semplicemente perché stiamo crollando. In tali circostanze l'unico modo per sopravvivere è imparare a nuotare: ci si rilassa, si lascia la presa e ci si abbandona all'acqua. Bisogna sapere respirare nel modo corretto, ma una volta capito che l'acqua ci sostiene, in un certo senso diventiamo davvero l'acqua.

Se si dovesse provare (ripeto, in modo fuorviante) a illustrare lo zen con una qualche forma concettuale, si potrebbe ridurlo a queste poche parole: il nostro universo è pregno di una grande energia e non sappiamo come chiamarla. Gli uomini hanno escogitato diversi nomi - Dio, Brahman e Tao, tanto per fare qualche esempio - ma in occidente il termine Dio ha talmente tante associazioni ridicole che la maggior parte della gente non ne può più. Quando qualcuno dice Dio padre onnipotente la maggior parte degli ascoltatori si sente in imbarazzo e quindi è necessario trovare nuove parole. Ci piacciono quegli strani nomi che vengono dall'Estremo Oriente, come Tao, Brahman o Tathata, perché non hanno le stesse associazioni che ci riportano alla più sdolcinata santimonia, o agli strani significati che appartengono al passato. In realtà, alcune delle parole usate dai buddhisti per indicare l'energia fondamentale del mondo non hanno alcun senso. La parola tathata, che è il termine sanscrito per 'talità', 'quiddità' o 'vastità', in realtà significa qualcosa del tipo: 'da-da-da', sulla base della parola tat, che in sanscrito vuol dire 'quello'. Sempre in sanscrito, l'esistenza viene descritta come 'tat tvam asi', 'quello voi siete', ovvero, in un linguaggio corrente, 'tu sei quello'. Però da-da-da è il primo suono che viene emesso dal neonato, allorché si guarda intorno e dice proprio: "Da-da-da-da-da", ovvero "Quello, quello, quello, quello, quello!". I padri se ne compiacciono, pensando che il piccolo con quel 'da-da' voglia dire 'daddy', invece, secondo la filosofia buddhista, tutto l'universo è da-da-da, vale a dire diecimila funzioni, diecimila cose, ovvero una talità, nella quale ci ritroviamo tutti.

La talità muta a seconda delle circostanze, come ogni altra cosa, perché questo nostro mondo è un sistema che funziona a intermittenza. I cinesi lo chiamano yin e yang, qualcosa basato sull'adesso ti vedo, adesso non ti vedo, ci sei, non ci sei. La natura stessa dell'energia è simile all'onda, e sappiamo bene che le onde hanno una cresta e un ventre. Tuttavia, qualcosa, perché non c'è niente da cercare. La domanda a questo punto è: "Sto ancora cercando? Ho capito?".

Tale conoscenza non è un genere di sapere che può essere posseduto, né qualcosa che si è imparato a scuola, o che può essere attestato da un diploma. Si tratta di un genere di conoscenza nel quale non c'è nulla da ricordare né nulla da ridurre in formule. È qualcosa che conosciamo meglio quando affermiamo di non conoscerlo affatto, perché vuol dire che non lo stiamo afferrando, non stiamo cercando di tenerlo ben stretto come se si trattasse di un concetto. Non è assolutamente necessario farlo, e se dovessimo provarci, sarebbe come provare a 'mettere le gambe a un serpente' o 'far crescere la barba a un eunuco', tanto per usare qualche esempio zen, o, come diremmo noi, 'raddrizzare le zampe ai cani'. Sembra piuttosto facile, non vi pare? Vorrebbe forse dire che tutto ciò che dobbiamo fare è rilassarci? Che non c'è più bisogno di andare in giro in cerca di qualcosa, che possiamo abbandonare la religione, la meditazione, questo e quello e quell'altro ancora, e tirare avanti vivendo come più ci piace? Ecco come un padre risponde al figlio che continua a chiedere: "Perché, perché, perché?". "Perché dio ha fatto l'universo?". "Chi ha creato dio?". "Perché gli alberi sono verdi?". Alla fine quel padre esclama: "Oh piantala, e mangia la tua merenda". Ma non è così semplice. Tutta questa gente che cerca di realizzare lo zen per mezzo del non fare nulla in quella direzione, sta ancora cercando disperatamente di trovarlo ed è sulla strada sbagliata. C'è un'altra poesia che dice: "Non puoi ottenerlo pensando, non puoi afferrarlo non pensando"; in altre parole: "Non si può afferrare il significato dello zen cercando di fare qualche passo in quella direzione, ma allo stesso modo è impossibile penetrarne il significato evitando di muoversi in quella stessa direzione". Si tratta di due diversi tentativi di allontanarci da dove siamo, qui e ora, per dirigerci altrove. Il fatto è che possiamo giungere a una comprensione di ciò che chiamo 'talità' solo cercando di essere completamente qui, e per essere completamente qui non è necessario alcun espediente, né espedienti attivi né espedienti passivi, perché in entrambi i casi staremmo cercando di allontanarci dal momento presente.

È difficile comprendere un linguaggio come questo, e tuttavia per arrivare a capire di cosa si tratti c'è solo un prerequisito assolutamente necessario: smettere di pensare. Ora, in ciò che dico non c'è la minima intenzione di anti-intellettualità, perché io penso molto, parlo molto, scrivo molti libri e sono una specie di stupido erudito. In ogni caso sapete bene che se passiamo tutto il tempo a parlare, non ci sarà possibile ascoltare nulla di quanto gli altri vogliono dirci, e quindi tutto ciò di cui potremo disquisire sarà il nostro soliloquio. Lo stesso vale per le persone che pensano di continuo. Uso il verbo 'pensare' per indicare il parlare tra sé e sé, una conversazione interiore, il costante chiacchiericcio di simboli, immagini, discorsi e parole all'interno del nostro cranio. Ora, se lo facciamo di continuo, scopriremo che non abbiamo null'altro a cui pensare oltre al pensiero stesso, e se da un lato è necessario smettere di parlare per poter ascoltare ciò che gli altri hanno da dire, dall'altro è necessario smettere di pensare per scoprire cos'è la vita. Nel momento in cui smettiamo di pensare, entriamo immediatamente in contatto con quello che Alfred Korzybski ha così splendidamente definito 'il mondo inesprimibile', ovvero il mondo non-verbale. Qualcuno lo chiamerebbe 'mondo fisico', ma tali termini, 'fisico', 'non-verbale' e 'materiale' sono tutte forme concettuali, mentre non si tratta affatto di un concetto. Non è neppure un rumore, è semplicemente 'quello'. Se ci apriamo a quel mondo scopriamo tutt'a un tratto che tutte le cosiddette differenze tra noi stessi e gli altri, tra la vita e la morte, il piacere e il dolore, sono puramente concettuali e non hanno esistenza. Nel mondo che è semplicemente 'quello' non esistono affatto. In altri termini, se vi colpisco con sufficiente forza, 'Ahi', non sentite dolore. Se siete nella condizione denominata 'non pensiero', c'è una determinata esperienza, ma non la chiamate 'dolore'. Quando eravamo piccoli, e gli altri bambini ci picchiavano, scoppiavamo a piangere e loro ci dicevano: "Non piangere", perché volevano farci male ma nello stesso tempo non volevano farci piangere. Ecco perché nello zen c'è la pratica detta zazen, ovvero la meditazione seduta zen. Nel buddhismo si parla delle quattro nobili posture dell'uomo: camminare, stare eretti, sedere e coricarsi; connesse a queste, oltre allo zazen, ci sono altri tre generi di zen: il modo zen di stare eretti, di camminare e di coricarsi. Viene detto: "Quando siedi, siedi; quando cammini, cammina; ma qualsiasi cosa tu faccia non esitare". Naturalmente, potete anche esitare ma occorre farlo bene.

Quando al vecchio maestro Hyakujo venne chiesto in che cosa consistesse lo zen, questi rispose: "Quando ho fame, mangio. Quando ho sonno, dormo". Il postulante controbatte: "Beh, ma non è ciò che fanno tutti? Non sei proprio come gli esseri ordinari". "Oh no", rispose il maestro, "gli esseri ordinari non fanno nulla del genere. Quando hanno fame non si accontentano di mangiare, ma pensano a ogni genere di cose. Quando sono stanchi non si accontentano di dormire, ma passano da un sogno all'altro". So che non piacerà ai seguaci di Jung, ma arriva un momento in cui si smette semplicemente di sognare e non ci sono più sogni, di conseguenza si dorme come un sasso. È proprio per questo che lo zazen, ovvero il 'sedere zen', è una cosa ottima per il mondo occidentale. Abbiamo corso più del necessario. Non c'è problema, perché siamo stati attivi, e col nostro agire abbiamo ottenuto un sacco di cose positive. Tuttavia, ecco cosa ci ha suggerito Aristotele molto tempo fa, uno dei suoi migliori suggerimenti: "Lo scopo dell'azione è la contemplazione". In altri termini, a che fine essere sempre, continuamente, terribilmente occupati? Quando la gente è indaffarata, pensa che arriverà da qualche parte, che riuscirà a raggiungere la meta prefissata e a ottenere qualcosa. C'è davvero un valido motivo per agire se sappiamo che non stiamo andando da nessuna parte, e se sappiamo agire nello stesso modo in cui danziamo, cantiamo o suoniamo, allora davvero non stiamo andando in nessuna direzione. Stiamo semplicemente compiendo l'azione pura. Se d'altra parte vogliamo agire con l'idea che in seguito a tale azione arriveremo in qualche posto, in cui tutto sarà perfetto, ecco che siamo ricaduti nella ruota della gabbia dello scoiattolo: condannati senza speranza a ciò che nel buddhismo prende il nome di samsara, la ruota, o rincorsa, della nascita e della morte. È questa la conseguenza del pensare di arrivare da qualche parte. Ci siamo già, e solo una persona che ha scoperto di esserci già è davvero in grado di agire. Una persona del genere non agisce in modo convulso con l'idea di arrivare da qualche parte. Può arrivarci con la meditazione camminata, e cioè con un camminare che non è motivato dall'incontenibile fretta di raggiungere la propria destinazione, ma perché camminare è in sé stupendo e camminare è in sé meditazione. Osservare i monaci zen è uno spettacolo molto affascinante, perché hanno un modo di camminare che non ha pari in tutto il Giappone. La maggior parte della gente se ne va in giro strascicando i piedi; se invece è vestita all'occidentale sfreccia via come facciamo noi. I monaci zen hanno nel loro camminare un dondolio caratteristico: si ha quasi l'impressione che camminino come i gatti. C'è un qualcosa nel loro stile che indica la mancanza di esitazioni: vanno per la loro strada normalmente, ma il loro camminare è un camminare e basta. Non si può agire creativamente se non sulla base della più assoluta calma, con la mente capace di tanto in tanto di smettere di pensare.

A prima vista la pratica seduta può sembrare molto difficile, perché se ci si siede nel modo buddhista, le gambe iniziano a far male. Inoltre molti occidentali ben presto si innervosiscono, perché trovano noioso stare seduti a lungo. La ragione per cui lo trovano noioso è che stanno ancora pensando; se non pensassero non potrebbero rendersi conto del passare del tempo. Invece il mondo osservato senza il rumore di fondo del chiacchiericcio mentale diventa interessantissimo, anziché noioso. Le visioni, i suoni e gli odori più comuni, così come il succedersi delle ombre sulla porta di fronte a noi, tutte queste cose esistono senza essere nominate, senza che si dica: "Ecco un'ombra, quello è rosso, quello è marrone, quello è il piede di qualcuno". Se riusciamo finalmente a smettere di nominare le cose, cominciamo a vederle. Quando una persona dice: "Vedo una foglia", immediatamente si pensa a una cosa di forma appuntita con una sagoma dai bordi scuri e l'interno verde pallido. Non c'è nessuna foglia che sia fatta davvero così. No, le foglie non sono verdi. Ecco perché Lao-tzu disse: "I cinque colori accecano l'occhio dell'uomo. Le cinque note assordano l'orecchio dell'uomo".

Se possiamo vedere solo cinque colori, siamo ciechi; se nella musica possiamo sentire solo cinque note, siamo sordi. Se riduciamo ogni suono a una delle cinque note, e ogni colore a uno dei cinque colori, siamo sordi e ciechi. Il mondo dei colori è senza limiti, così come lo è il mondo dei suoni. Solo smettendo di classificare le percezioni del mondo dei colori e dei suoni possiamo veramente iniziare a vedere e ascoltare. È la disciplina, se posso permettermi l'audacia di usare tale termine, dello zazen (o meditazione) che produce la straordinaria capacità dei praticanti zen di sviluppare grandi arti come il giardinaggio, la cerimonia del tè, la calligrafia e i grandiosi dipinti della dinastia Song e della tradizione giapponese sumi. I maestri zen ritrovano la magia nelle cose più semplici della vita quotidiana, in particolar modo nella cerimonia del tè, o chanoyu, che in giapponese vuoi dire 'acqua calda per il tè'. Per citare le parole del poeta Ho Koji: "Poteri meravigliosi e attività sovrannaturali: attingere l'acqua, portare la legna".

Sapete che talvolta, ripetendola all'infinito, si può rendere una parola priva di senso? Prendete per esempio la parola 'sì'. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì. Sì. Diventa ridicola. Ecco perché nell'addestramento zen si usa la parola mu, che vuol dire 'no'. Se ripetiamo questa parola per molto tempo, finché cessa di avere significato, diventa magica, e quello è il suono. Il modo più semplice per smettere di pensare è innanzitutto pensare a qualcosa che non abbia significato. Ora, naturalmente, parlandovi di mu, oppure del 'sì', del contare il respiro oppure dell'ascoltare un suono privo di significato, quello che voglio è farvi smettere di pensare per lasciarvi affascinare dal suono. In seguito, approfondendosi la vostra concentrazione, giungerete a un punto nel quale il suono scompare e sarete completamente aperti. A quel punto ci sarà una specie di preliminare del cosiddetto satori, e penserete: "Accidenti, eccolo!". Sarete così felici che vi metterete a passeggiare per aria. Quando chiesero a Daisetsu Suzuki a cosa assomigliasse il satori, rispose: "Beh, è come ogni altra esperienza quotidiana, solo che si sta a quattro dita da terra". C'è un altro detto secondo il quale lo studente che ha raggiunto il satori precipita all'inferno dritto come una freccia. Se si ha un'esperienza spirituale, sia attraverso lo zazen sia per mezzo di qualsiasi altra cosa che porti comunque a tale esperienza e si prova ad afferrarla, dicendo: "Ecco, ci sono arrivato...", in un lampo la si perde, vola via, perché nell'istante in cui si prova ad agguantare una cosa vivente, questa scivola via, come l'acqua tra le dita. Più stringiamo il pugno, più ci sfugge tra le dita; non c'è niente da afferrare perché non c'è bisogno di afferrare nulla: l'abbiamo sempre avuto sin dall'inizio.

Naturalmente è possibile ottenere tale esperienza con diversi metodi di meditazione. Il problema sono quelle persone che una volta conclusa l'esperienza se ne vantano. Dicono: "L'ho visto". Le persone che studiano lo zen e si vantano con gli amici della lunghezza delle loro sedute e del dolore alle gambe, ripetendo com'è stata dura, sono altrettanto intollerabili. La disciplina dello zen non è intesa come qualcosa di volutamente duro, e non viene mantenuta con spirito masochista e con l'ottica puritana che la sofferenza è qualcosa di positivo. Quando andavo a scuola, in Inghilterra, la premessa educativa fondamentale era che la sofferenza formasse il carattere. Di conseguenza tutti gli studenti più anziani erano liberi di malmenare i più giovani, con la coscienza perfettamente a posto, perché dopotutto gli stavano facendo un favore. Era considerata una cosa utile perché in tal modo i giovani potevano rafforzare il loro carattere. Per colpa di un tale atteggiamento la parola 'disciplina' ha iniziato ad assumere una pessima fama, e l'ha conservata per lungo tempo. Nei confronti della disciplina zen, invece, dobbiamo mantenere un atteggiamento completamente nuovo, perché senza la sua quiete e la sua funzione pacificante la vita diventerebbe caotica. Quando alla fine giungiamo a lasciar andare tutto, dobbiamo stare maledettamente attenti a non scioglierci e divenire completamente liquidi, perché non c'è più nulla a cui afferrarci. Quando capita di chiedere alla gente di sdraiarsi a terra e rilassarsi, si scopre che la maggior parte è piena di tensioni, perché non crede davvero che il pavimento la sosterrà, e quindi continua a fare uno sforzo per tenersi su. Molti sono in ansia e hanno paura che se non si tengono su, per quanto ci sia sempre il suolo a sostenerli, improvvisamente si trasformeranno in una pozzanghera e goccioleranno via in tutte le direzioni. D'altro canto ci sono persone che, non appena gli viene chiesto di rilassarsi, si afflosciano come uno straccio. Ora, l'organismo umano è una complessa combinazione di parti dure e molli, di carne e ossa. Nello zen c'è un aspetto che non ha niente a che vedere né col fare né col non-fare, e che tuttavia riguarda il semplice fatto che noi siamo quello e non dobbiamo cercarlo: questa è la carne dello zen. C'è poi l'aspetto nel quale possiamo tornare al mondo con un atteggiamento di non-ricerca, sapendo che siamo quello e tuttavia evitando di crollare: qui ci vogliono le ossa dello zen. Farsi le ossa dello zen è una delle cose più difficili.

Una certa generazione di cui noi tutti siamo a conoscenza si fece una certa idea dello zen e cominciò uno stile di pittura e di scultura, nonché di vita, in cui tutto era permesso. Credo che ormai siamo guariti da quella fase. I nostri pittori stanno cominciando a tornare all'idea di bellezza, allo splendore della chiarezza espressiva e dei colori vividi. E non c'è stato nulla di simile sin dalle vetrate di Chartres. È un buon segno, ma richiede la presenza di un senso di libertà nella nostra vita quotidiana. Non sto parlando della semplice libertà politica. Mi riferisco alla libertà che è provocata dal sapere che si è quello, per sempre, senza limiti, e sarà così bello quando arriverà la morte, perché ci sarà un cambiamento, ma quello tornerà in qualche altra forma. Se abbiamo capito tutto ciò, se abbiamo penetrato la natura del miraggio universale, a quel punto dobbiamo stare attenti, perché possiamo avere in noi dei semi di ostilità, semi di orgoglio, semi che ci spingono a voler umiliare gli altri, o a voler semplicemente sfidare le normali regole della vita. Ecco perché nei monasteri zen ai novizi vengono assegnati i compiti più leggeri, e più anziani si è, più sono impegnativi i propri doveri. Per esempio, spesso la pulizia della toilette tocca al roshi. Vediamo in ciò una splendida concezione estetica, molto raffinata, perché proprio il rispetto continuo di tale ordine evita che tutta l'energia contenuta nel sistema ci dia alla testa. La comprensione dello zen, la comprensione del risveglio, ovvero la comprensione dell'esperienza mistica è una delle cose più pericolose al mondo, e per la persona che non può contenerla, equivale a far passare una corrente di un milione di volt in un rasoio elettrico. Si esce fuori di testa e fuori si rimane.

Chi esce in questo modo viene definito pratieka-buddha: uno che penetra nel mondo trascendente e non torna più indietro. Dal punto di vista del buddhismo ha commesso un errore, perché nel buddhismo non c'è differenza fondamentale tra il mondo trascendente e il mondo di tutti i giorni. Il Bodhisattva non raggiunge il nirvana e vi resta poi perpetuamente; torna indietro e vive una normale vita quotidiana, per aiutare gli altri esseri a comprendere anche loro. Non che torni indietro perché ha preso una sorta di solenne impegno ad aiutare l'umanità, o per una qualsiasi altra pia inclinazione. Torna perché ha visto che i due mondi sono identici, e vede tutti gli altri esseri come Buddha. Per usare una frase di G. K. Chesterton: "Ora per strada qualsiasi cenno umano sembra una gran cosa, una ben strana democrazia, un milione di maschere di dio". È fantastico osservare la gente e scoprire che in realtà, nel loro intimo, sono illuminati e sono quello, sono i volti del divino. Ci guardano e dicono: "Oh no, ma io non sono divino, sono un semplice e ordinario me stesso". Noi torniamo a osservarli in quel modo curioso e scopriamo la natura Buddha, che ci viene incontro dal loro sguardo mentre dicono che non lo è, e lo dicono con assoluta sincerità. Ecco perché quando ci troviamo a faccia a faccia con un grande guru, con un maestro zen, questi ci osserva con quel suo strano sguardo. Gli diciamo: "Maestro, ho un problema. Sono veramente confuso e non capisco". Lui ci scruta ancora in quel modo particolare, finché pensiamo: "Povero me! Sta leggendo i miei pensieri più nascosti. Sta guardando tutte le mie negatività, la mia codardia, tutti i miei difetti". Niente di tutto ciò. Non è nemmeno interessato a quelle cose. Volendo usare una terminologia induista, sta osservando lo Shiva in noi e gli sta dicendo: "Mio dio, Shiva, perché non vieni fuori?".

Il Bodhisattva, al contrario del pratieka-buddha, non si rifugia in un'estasi permanente, non entra in una specie di samadhi catatonico. Non che io voglia criticare tali condizioni: ci sono persone che possono farlo perché è la loro vocazione, la loro specialità. Proprio come una cosa lunga è il corpo lungo del Buddha e una cosa breve è il corpo breve del Buddha, se giungiamo davvero a comprendere lo zen, ci rendiamo conto che l'idea buddhista di illuminazione non è inclusa nella nozione di trascendente. Né d'altra parte è inclusa nella nozione di ordinario, o in termini quali finito e infinito, eterno o temporale: sono tutti concetti.

Non sto parlando di regolare la normale vita quotidiana secondo una prospettiva metodica e ragionevole; non vi sto dicendo: "Se foste delle brave persone, ecco come dovreste comportarvi". Per amor di dio, non cercate di essere 'brave persone'. Ma se non possedete quella struttura fondamentale basata su un certo tipo di ordine e di disciplina, allora la forza della liberazione fa esplodere il mondo: e una corrente troppo forte, che un semplice cavo elettrico non può reggere.

Quindi diventa terribilmente importante andare oltre la prospettiva dell'estasi. Sì, l'estasi è carne soffice e amabile, da abbracciare e baciare, e in ciò non c'è niente di male. Tuttavia, oltre l'estasi ci sono le ossa, ciò che chiamiamo la dura realtà dei fatti, ciò che ci accade nella vita quotidiana. Non dovremmo dimenticarci di citare i fatti più piacevoli, e ce ne sono molti. Ma la realtà nuda e cruda, il mondo percepito nella condizione ordinaria, quotidiana, della nostra coscienza non è differente dal mondo dell'estasi suprema. Supponiamo che, come spesso accade, la nostra concezione dell'estasi sia riferita all'interiorità, al percepire una luce. C'è una poesia zen che dice: "L'improvviso scoppio del tuono, le porte della mente che cedono e si spalancano, e là siede un vecchio ordinario". C'è quest'improvvisa visione, il satori, le porte della mente si aprono ed ecco che nel mezzo della scena c'è un vecchio, una persona ordinaria. Il nostro piccolo sé. Lampi, una cascata di scintille. Nel tempo di un batter di ciglia non siamo stati in grado di vedere. Perché? Perché la luce è qui; la luce... Ogni mistico del mondo ha visto la luce, quella brillante energia fiammeggiante che è rinchiusa in ogni cosa, più brillante di migliaia di soli. Ora provate: immaginate di percepirla, proprio come potreste vedere l'aura intorno ai Buddha, proprio come se si trattasse della visione beatifica di Dante alla fine del suo viaggio nel paradiso. Vivida, davvero vivida, una luce così brillante che è come la chiara luce del vuoto nel Libro dei Morti tibetano; qualcosa di così brillante da superare persino la luce stessa. La vedete ritirarsi, e ai margini c'è come una grande stella, che diventa un bordo di colore rosso, e poi arancione, giallo, verde, blu, indaco e viola; vedete apparire quel grande mandala, come un grande sole. Oltre il viola c'è il nero, un nero che ricorda l'ossidiana, non una tinta opaca, ma quasi trasparente, come lacca. Ancora, dal nero scaturisce il suono, proprio come dallo yin viene lo yang. Assieme alla luce bianca c'è un suono così formidabile che non riuscite a sentirlo, così perforante da far saltare le orecchie. Quindi, insieme ai colori il suono discende la scala degli intervalli armonici, sempre più giù sino a raggiungere un profondo rimbombo, talmente vibrante da diventare qualcosa di solido, e si comincia a percepirne l'analoga gamma strutturale. Ora, per tutto questo tempo avete continuato a osservare una specie di fenomeno radiante, che però dice: "Sai, non è tutto qui quello che so fare", al che i raggi prendono a muoversi, a danzare, e in modo del tutto naturale anche il suono comincia a scuotersi, a oscillare, così come capita. Poi le strutture iniziano a mutare, e dicono: "Bene, sei stato qui a osservare questa cosa mentre continuavo a descriverla fino al limite delle due dimensioni. Ora aggiungiamo una terza dimensione, ti arriverà proprio ora". Nel frattempo, continua: "Non stiamo procedendo solo così, muovendoci in questo modo, ora facciamo qualche piccolo ghirigoro, e poi in circolo, così. E prosegue: "Bene, non è che l'inizio, possiamo andare dappertutto, fare angoli retti e giravolte", all'improvviso potete vedere tutto sin nei minimi dettagli che diventano talmente intensi da poter contenere molte piccole figure all'interno di quella che pensavate fosse originariamente la figura principale. Il suono comincia a evolversi, raggiungendo una sorprendente complessità, onnipervadente, e tutto questo fenomeno continua ad andare avanti, avanti, avanti, finché pensate di stare per uscire di testa, e all'improvviso diventa... Ma sì, siamo noi, seduti qui intorno.

Grazie, grazie di cuore.




- da "La Via della Liberazione" di Alan Watts -


lunedì 22 marzo 2010

La fiamma quieta della coscienza

I Tarocchi Zen di Osho
7. La coscienza


La mente non potrà mai essere intelligente - solo la nonmente è intelligente. Solo la nonmente è originale ed è radicale. Solo la nonmente è rivoluzionaria - rivoluzione in azione.

Questa mente ti dà una sorta di intontimento. Appesantito dal peso dei ricordi del passato, gravato dalle proiezioni del futuro, vivi al minimo, non al massimo. La tua fiamma resta estremamente fioca.

Allorché inizi a lasciar cadere i pensieri - la polvere che hai raccolto in passato - la fiamma si anima, limpida, chiara, viva e giovane. Tutta la tua vita diventa una fiamma, e una fiamma priva di fumo. Questa è la coscienza.

Osho A Sudden Clash of Thunder Chapter 1


Commento:

Il velo dell'illusione, o maya, che ti ha impedito di percepire la realtà così com'è, inizia a bruciare e a svanire. Il fuoco non è il calore incandescente della passione, ma la fiamma quieta della coscienza. Man mano che essa incenerisce il velo, affiora il volto di un Buddha estremamente delicato e simile a un bimbo.

La coscienza che sta crescendo in te in questo momento non è frutto di alcun "fare" consapevole, né devi lottare per far accadere qualcosa. Qualsiasi sensazione che puoi aver avuto in passato di brancolare nel buio si sta dissolvendo, o si dissolverà in breve. Lasciati acquietare, e ricorda che in profondità dentro di te sei solo un testimone, eternamente silente, cosciente e immutabile.

Ora si sta aprendo un canale dalla circonferenza di azione e attività verso il centro che testimonia. Ti aiuterà a diventare distaccato; una nuova coscienza solleverà il velo dai tuoi occhi.


martedì 2 marzo 2010

L'alba di una nuova comprensione

I Tarocchi Zen di Osho
30. Comprensione


Sei fuori dalla prigione, fuori dalla gabbia; puoi schiudere le ali - tutto il cielo ti appartiene. Tutte le stelle e la luna e il sole ti appartengono. Puoi scomparire nell'azzurro del trascendente, devi solo smettere di aggrapparti a questa gabbia; escine e tutto il cielo è tuo. Schiudi le ali e vola oltre il sole, come un'aquila.

Nel cielo interiore, nel mondo interiore, la libertà è il valore più elevato - ogni altra cosa è secondaria, perfino la beatitudine, perfino l'estasi. Ci sono migliaia di fiori - un numero infinito - ma tutti quei fiori esistiono in un clima di libertà.

Osho Christianity, the Deadliest Poison and Zen… Chapter 6


Commento:

L'uccello raffigurato in questa carta guarda verso l'esterno da quella che sembra essere una gabbia. Non c'è una porta, e di fatto le sbarre stanno scomparendo. Le sbarre erano un'illusione, e questo tenero uccellino viene invitato a spiccare il volo dalla grazia e dalla libertà e dall'incoraggiamento degli altri. Egli sta per aprire le ali, pronto a volare per la prima volta.

L'alba di una nuova comprensione - e cioè il fatto che la gabbia è sempre stata aperta, e il cielo è sempre stato presente, perché lo esplorassimo - all'inizio può farci sentire un po' scossi. Va bene così, è naturale essere un po' scossi, ma non lasciare che ciò oscuri l'opportunità di sperimentare la leggerezza e l'avventura che ti viene offerta, proprio insieme alla trepidazione.

Accompagnati alla dolcezza e alla grazia che questo momento ispira. Senti dentro di te il palpito, schiudi le ali e sii libero!


domenica 31 gennaio 2010

Entrare nelle acque dell'esistenza... e fluire

I Tarocchi Zen di Osho
58. Seguire il flusso


Quando dico: "Diventa acqua", voglio dire: "Diventa un flusso". Non restare stagnante, muoviti, e muoviti come l'acqua. Lao Tzu dice: "La via del Tao è la via di un corso d'acqua". Si muove come l'acqua. Qual è il movimento dell'acqua, di un fiume? È un movimento che ha alcune splendide caratteristiche. La prima: si muove sempre verso le profondità, cerca il terreno più basso. Non è ambizioso; non aspira mai a essere il primo, vuol essere l'ultimo. Ricorda, Gesù dice: "Coloro che qui sono gli ultimi, saranno i primi nel regno di Dio". Sta parlando della via dell'acqua, o via del Tao - senza farne menzione, ma ne parla. Sii l'ultimo, non essere ambizioso. L'ambizione implica scalare, camminare in salita. L'acqua va verso il basso, cerca il terreno più basso; vuol essere una non-entità. Non vuole dichiararsi unica, eccezionale, straordinaria. Non ha alcuna idea dell'Ego.

Osho Take it Easy, Volume 1 Chapter 14


Commento:

La figura di questa carta è completamente rilassata e a suo agio nell'acqua, e lascia che la porti dove vuole. È padrona dell'arte di essere passivi e ricettivi, senza essere spenti e sonnacchiosi. È pienamente disponibile alle correnti della vita, e non pensa mai di dire: "Questo non mi piace", oppure: "Preferisco quell'altra strada". Ad ogni istante nella vita abbiamo la possibilità di scegliere se entrare nelle acque dell'esistenza e fluire, oppure cercare di nuotare controcorrente. Quando questa carta compare in una lettura, è un segno che adesso si è pronti a fluire, fidando nel fatto che la vita ti sosterrà nel tuo rilassamento e ti porterà esattamente dove vuoi andare. Permetti a questa sensazione di fiducia e di rilassamento di crescere sempre più; ogni cosa sta accadendo esattamente come dovrebbe.


lunedì 11 gennaio 2010

L'eterna non-mente che trascende tutto

I Tarocchi Zen di Osho
68. Consapevolezza


Proveniamo dall'ignoto e continuiamo ad andare nell'ignoto. Torneremo di nuovo; siamo stati qui migliaia di volte, e saremo qui altre migliaia di volte. Il nostro essere essenziale è immortale, ma il nostro corpo, la nostra incarnazione, è mortale. Il nostro involucro, la nostra casa - il corpo, la mente - sono oggetti materiali. Si stancheranno, invecchieranno, moriranno. Ma la nostra consapevolezza, per la quale Bodhidharma usa la parola "non-mente" - e anche Gautama il Buddha usa la parola "non-mente" - è qualcosa che trascende il corpo e la mente, qualcosa che trascende tutto: quella non-mente è eterna. Prende forma, si esprime, e poi torna di nuovo nell'ignoto. Questo movimento dall'ignoto a ciò che è noto, e da ciò che è noto all'ignoto, continua per tutta l'eternità, a meno che non t'illumini. Allora questa è la tua ultima vita; il tuo fiore non tornerà più. Questo fiore, che è diventato consapevole di se stesso, non ha bisogno di tornare a vivere, perché la vita non è altro che una scuola in cui imparare. Questo fiore ha imparato la lezione; ora è oltre ogni illusione. Si allontanerà da ciò che è conosciuto e, per la prima volta, non raggiungerà l'ignoto, ma l'inconoscibile.

Osho Bodhidharma, the Greatest Zen Master Chapter 5


Commento:

La maggior parte delle carte del seme della Mente, sono immagini dallo stile di fumetti, o che rivelano un affanno, e questo perché l'influenza della mente nella nostra vita di solito si riduce o al comico, oppure all'opprimente. Questa carta di Consapevolezza invece presenta un'immensa figura di buddha. Egli si è espanso al punto da essere andato oltre le stelle, e sopra alla sua testa c'è un puro vuoto. Questo buddha rappresenta la consapevolezza che è a disposizione di tutti coloro che diventano Maestri della mente, e riescono a usarla nel ruolo di servitore che le si confà. Quando scegli questa carta, è un segno che in questo momento ti è accessibile una chiarezza cristallina, distaccata, radicata nella profonda quiete che dimora nell'essenza più intima del tuo essere. Non c'è alcun desiderio di una comprensione che parta dalla prospettiva della mente - la comprensione che hai è esistenziale, integra, in armonia con la pulsazione stessa della vita. Accetta questo dono immenso, e condividilo.

lunedì 28 dicembre 2009

Sedersi sul luogo della Bodhi


Il maestro zen Doc The dice che quando ci si siede in meditazione bisogna tenere dritta la schiena e pensare così: “Sedere qui è come sedere sul luogo della Bodhi”. Il luogo della Bodhi è dove sedette il Buddha quando raggiunse l’illuminazione. Se è vero che chiunque può diventare un Buddha, e se i Buddha sono le innumerevoli persone che hanno raggiunto l’illuminazione, questo significa che molti sono stati seduti proprio dove ora sono seduto io. Sedersi dove si è seduto un Buddha ci fa sentire felici, e sedersi in uno stato di presenza mentale significa di per sé diventare un Buddha. Il poeta Nguyen Cong Tru fece la stessa esperienza quando, mettendosi a sedere in un certo posto, si rese conto all’improvviso che altri vi si erano seduti innumerevoli secoli fa, e che altri ancora sarebbero venuti a sedervisi nei secoli a venire:

Oggi mi siedo nello stesso posto
Dove altri sedettero in passato.
Fra mille anni altri ancora verranno.
Chi è che intona il canto, e chi l’ascolta?


Quel posto, e i minuti che vi trascorse, divennero un anello nella catena dell’eternità.
Ma la gente attiva, impegnata, non ha tempo da spendere a suo piacere, passeggiando lungo i sentieri d’erba verde e sedendo sotto gli alberi. Bisogna fare progetti, consultarsi con i vicini, risolvere milioni di problemi; bisogna darsi da fare. Bisogna affrontare ogni sorta di difficoltà, concentrandosi attimo per attimo su quello che si sta facendo, vigili, pronti a gestire la situazione con abilità e intelligenza.
Potreste chiedere: ma allora, come praticare la presenza mentale? La mia risposta è: concentratevi su quello che state facendo, siate vigili e pronti a gestire ogni possibile situazione con abilità e intelligenza; ecco la presenza mentale. Non vedo perché la presenza mentale dovrebbe essere qualcosa di diverso dal concentrare tutta la propria attenzione sul compito del momento, essere vigili e servirsi al meglio del proprio discernimento. Quando ci si consulta con qualcuno, si risolve o si affronta la situazione del momento, per ottenere buoni risultati servono calma e autocontrollo. Lo capirebbe chiunque. Se non siamo padroni di noi stessi ma lasciamo mano libera all’impazienza o alla collera, il nostro lavoro perde ogni valore.
La presenza mentale è il miracolo grazie a cui recuperiamo noi stessi e le nostre forze. Immaginate un mago che fa a pezzi il suo corpo mettendo le varie parti in punti diversi – le mani a sud, le braccia a est, le gambe a nord – e che poi, in virtù di un potere miracoloso, con un grido le raduna a ricomporre l’unità del corpo. Così è la presenza mentale: è il miracolo che in un baleno richiama richiama la nostra mente dispersa e la ricompone, consentendoci di vivere ogni attimo della nostra vita.


- da “Il miracolo della presenza mentale” di Thich Nhat Hanh -

venerdì 25 dicembre 2009

La consapevolezza è uno specchio

I Tarocchi Zen di Osho
67. Rinascita


Nello Zen non vieni da alcun luogo e non stai andando verso alcun luogo. Sei semplicemente qui, adesso, senza andare né venire. Ogni cosa scorre di fronte a te; la tua consapevolezza lo riflette, ma non si identifica. Quando un leone ruggisce di fronte a uno specchio, pensi che lo specchio ruggisca? E se il leone se ne va e compare un bambino che danza, lo specchio dimentica totalmente il leone e inizia a danzare col bambino - ma pensi che lo specchio balli col bambino? Lo specchio non fa nulla, si limita a riflettere. La tua consapevolezza è solo uno specchio. Tu non vieni, né vai. Le cose vanno e vengono. Diventi un giovane, invecchi; sei vivo, sei morto - tutti questi stati sono semplici riflessi in un eterna pozza di consapevolezza.

Osho Osho Live Zen, Volume, 2 Chapter 16


Commento:

Questa carta raffigura l'evoluzione della consapevolezza così come l'ha descritta Friedrich Nietzsche nel suo libro "Così parlò Zarathustra". Egli parla di tre livelli: il Cammello, il Leone e il Bambino. Il cammello è sonnacchioso, ottuso, appagato. Vive nell'illusione, credendo di essere la vetta di una montagna, ma di fatto si preoccupa tanto dell'opinione altrui che gli resta ben poca energia per sé. Dal cammello emerge il leone: allorché ci rendiamo conto di ciò che ci siamo lasciati sfuggire nella vita, iniziamo a dire di no alle pretese degli altri. Ci allontaniamo dalla folla, soli e orgogliosi, ruggendo la nostra verità. Ma questa non è la conclusione: alla fine emerge il bambino, né condiscendente né ribelle, ma innocente e spontaneo, e vero rispetto al proprio essere. Qualsiasi sia lo spazio in cui ti trovi in questo momento - assonnato e depresso, oppure ruggente e ribelle - sii consapevole che, se lo permetti, si evolverà in qualcosa di nuovo. È tempo di crescere e cambiare.

lunedì 14 dicembre 2009

Come una freccia che diventa pura energia

I Tarocchi Zen di Osho
25. Intensità


Lo Zen afferma: considera tutte le parole sublimi e i grandi insegnamenti quali tuoi nemici mortali. Evitali, poiché devi trovare la tua fonte.Non devi essere un seguace, un imitatore. Devi essere un individuo originale; devi trovare da solo la tua essenza più intima, senza guida, senza l'ausilio di testi sacri. È una notte oscura ma, sostenuto dall'intenso fuoco della ricerca, giungerai inevitabilmente all'alba.

Chiunque abbia bruciato del fuoco intenso della ricerca, ha visto alla fine sorgere il sole. Gli altri si limitano a credere. Coloro che credono non sono religiosi, semplicemente evitano la grande avventura della religione, limitandosi a credere.

Osho Zen: Turning In Chapter 10


Commento:

Questa figura ha assunto la forma di una freccia, che si muove con una messa a fuoco su un unico punto, come fa colui che sa con esattezza dove sta andando. Si muove così velocemente da essere diventato pura energia. Ma la sua intensità non deve essere confusa con l'energia folle che spinge le persone a guidare l'auto a velocità supersonica per arrivare prima. Questo tipo di intensità appartiene al mondo orizzontale dello spazio e del tempo; l'intensità raffigurata dal Cavaliere di Fuoco appartiene al mondo verticale del presente - è un segno che il presente è il solo momento che esiste, e questo spazio è il solo spazio.

Quando agisci con l'intensità del Cavaliere di Fuoco, crei delle onde sulle acque che ti circondano: qualcuno si sentirà sollevato e rinfrescato dalla tua presenza, altri potrebbero sentirsi infastiditi o minacciati. Ma le opinioni altrui importano ben poco; in questo momento nulla ti può trattenere.

mercoledì 2 dicembre 2009

Il coraggio di diventare un fiore

I Tarocchi Zen di Osho
8. Il coraggio


Il seme non può sapere cosa accadrà - il seme non ha mai conosciuto il fiore. E il seme non può neppure credere di avere la potenzialità di diventare un fiore meraviglioso. Il viaggio è lungo, ed è sempre più sicuro non affrontarlo mai, poiché il sentiero è sconosciuto e nulla è garantito.

Nulla può essere garantito. I rischi lungo il cammino sono infiniti, i trabocchetti in cui cadere moltissimi e il seme è al sicuro, nascosto all'interno del suo duro involucro. Eppure il seme compie degli sforzi, fa tentativi; lascia cadere il rigido guscio che rappresenta la sua sicurezza, inizia a muoversi. E subito inizia la lotta: la battaglia col terreno, con le pietre e le rocce. Il seme era duro; il germoglio sarà estremamente fragile e i pericoli saranno immensi.

Per il seme non c'era pericolo, avrebbe potuto sopravvivere millenni, mentre per il germoglio i pericoli sono infiniti. Eppure si lancia verso l'ignoto, verso il sole, la fonte di luce, senza sapere dove andare, senza sapere il perché. Pesante è la croce da portare, però il seme ha un sogno, e va avanti.

Il sentiero dell'uomo è simile: è arduo e richiede molto coraggio.

Osho Dang Dang Doko Dang Chapter 4


Commento:

La carta mostra un piccolo fiore selvatico che ha incontrato sulla sua strada verso la luce del giorno rocce e pietre. Circondato da un'aura di luce vivida e dorata, il fiore manifesta la maestà del proprio flebile sé. Privo di vergogna, assomiglia al sole più luminoso.

Quando ci troviamo di fronte a una situazione estremamente difficile, abbiamo una scelta: possiamo provare risentimento, e cercare di trovare qualcuno o qualcosa da biasimare, scaricando così la difficoltà, oppure possiamo fronteggiare la sfida e crescere.

Questo fiore ci mostra la via, in quanto la sua passione per la vita lo conduce fuori dall'oscurità, nella luce. Non ha senso lottare contro le sfide della vita, oppure cercare di evitarle o di negarle. Esistono, e se il seme deve diventare il fiore, dobbiamo passarci attraverso. Sii coraggioso in modo da crescere e diventare il fiore che sei destinato a essere.


martedì 24 novembre 2009

Infiniti cieli sono disponibili per il volo

I Tarocchi Zen di Osho
39. Possibilità


La mente può accettare qualsiasi confine. Ma la realtà è questa: per sua stessa natura l'esistenza non può avere confine alcuno; infatti, cosa ci sarebbe oltre quel confine? Di nuovo un altro cielo.

Ecco perché affermo che cieli su cieli sono disponibili per il tuo volo. Non accontentarti facilmente. Coloro che si appagano facilmente restano piccoli: piccole sono le loro gioie, piccole le loro estasi, piccoli i loro silenzi, piccoli i loro esseri. Ma ciò non è necessario! Questa piccolezza è una cosa che tu stesso imponi sulla tua libertà, sulle tue possibilità illimitate, sul tuo potenziale sconfinato.

Osho Live Zen Chapter 2


Commento:

L'aquila possiede uno sguardo panoramico su tutte le possibilità contenute nel panorama che si stende sotto di lei, mentre vola liberamente, naturalmente e senza sforzo nel cielo. é veramente nel suo regno, estremamente salda in se stessa e appagata.Questa carta è un segnale per indicarti che ti trovi a un punto in cui un mondo di possibilità si aprono davanti a te. Poiché hai sviluppato una maggior amorevolezza verso te stesso, sei più indipendente, puoi lavorare facilmente con gli altri. Poiché sei rilassato e in pace, puoi riconoscere le possibilità, man mano che si presentano, a volte perfino prima che le vedano gli altri. Poiché sei in sintonia con la tua natura, comprendi che l'esistenza ti fornisce esattamente ciò di cui hai bisogno. Goditi il volo! E celebra la varietà di meraviglie che il paesaggio ti apre davanti.


lunedì 16 novembre 2009

La solitudine è la presenza di se stessi

I Tarocchi Zen di Osho
9. La solitudine


Quando sei solo, non è che sei solo, è che ti senti isolato - ed esiste un'incredibile differenza tra l'essere soli e il sentirsi isolati. Quando ti senti isolato, pensi all'altro, ne senti la mancanza: si tratta di una condizione negativa.

Hai la sensazione che le cose andrebbero meglio, se l'altro fosse presente - un amico, la moglie, la madre, la persona amata, il marito. Sarebbe meglio se l'altro fosse presente, ma l'altro non c'è. Sentirsi isolati è frutto dell'assenza dell'altro.

La solitudine è la presenza di se stessi: è un fenomeno estremamente positivo. È una presenza, una presenza che straripa. Sei così carico di presenza che puoi colmarne l'intero universo, e quindi non hai bisogno di nessuno.

Osho The Discipline of Transcendence, Volume 1 Chapter 2


Commento:

Quando accanto a noi non c'è nessuna "persona che conti", possiamo o sentirci soli, oppure godere la libertà che la solitudine porta con sé. Quando non troviamo alcun sostegno tra gli altri per le verità che percepiamo profondamente dentro di noi, possiamo sentirci isolati e amareggiati, oppure celebrare il fatto che la nostra visione è salda a sufficienza da sopravvivere al potentissimo bisogno umano di essere approvati dalla famiglia, dagli amici o dai colleghi.

Se in questo momento ti stai confrontando con una situazione simile, sii consapevole di come scegli di vedere la tua "solitudine" e assumiti la responsabilità per la scelta che hai fatto.

L'umile figura di questa carta brilla di una luce che nasce dall'interno. Uno dei contributi più significativi di Gautama Buddha alla vita spirituale dell'umanità è stato quello di ribadire ai suoi discepoli: "Sii una luce per te stesso". In fin dei conti, ognuno di noi deve sviluppare dentro di sé la capacità di farsi la propria strada attraverso l'ignoto, senza alcun compagno, mappa o guida.


mercoledì 11 novembre 2009

Viaggiare è meglio che arrivare

Lo Zen
e l'arte della manutenzione della motocicletta


di Robert M. Pirsig







«Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di tv. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice.
In moto la cornice non c’è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. È incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi - un’esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata.»






Questa è solo una delle frasi del libro "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" di Robert M. Pirsig. Forse la più bella definizione - se così si può chiamare - di Buddhità che ho incontrato finora. E non è un caso che coincida con il viaggio in moto.

Avrei voluto riportare alcuni passi di questo libro. Li ho anche segnati e sottolineati. Ma... riportare solo alcuni stralci scollegati dal resto sarebbe stato come dividere l'Unità e perdere il significato del libro stesso. Ovvero: la Qualità, il Divino, l'Essenza, il Tao, il Buddha, il Tutto. L'Uno.

E il Buddha, l'Uno, non si può definire razionalmente. Si può solo... sentire.


«Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che
in cima a una montagna o nei petali di un fiore.»




Il senso dei motoraduni per un buddista.
Ovvero: Buddha era un motociclista.







...ed è in certi sguardi
che s’intravede l’infinito...
Tutto l’Universo obbedisce all’Amore.




La Ruota del Dharma: l'eterno cambiamento

I Tarocchi Zen di Osho
10. Il Mutamento


La vita ripete se stessa, immemore degli eventi: se non diventi consapevole, continuerà a ripetersi come una ruota. Ecco perché i buddhisti la definiscono "la ruota della vita e della morte, la ruota del tempo". Gira come una ruota: la nascita è seguita dalla morte, la morte è seguita dalla nascita; l'amore è seguito dall'odio, l'odio è seguito dall'amore; il successo è seguito dal fallimento, il fallimento è seguito dal successo.

Osserva soltanto! Se riesci ad osservarlo, anche solo per qualche giorno, vedrai affiorare uno schema, lo schema di una ruota. Un giorno, una bella mattina, ti senti benissimo e felice, mentre un altro giorno sei così vuoto e ottuso da iniziare a pensare al suicidio. Eppure, il giorno prima eri così pieno di vita, così estatico da sentirti riconoscente a Dio per essere in un tale stato d'animo di profonda gratitudine, mentre oggi il lamento in te sembra infinito e non vedi il motivo per continuare a vivere. Passi da uno stato d'animo all'altro, ma non vedi lo schema di fondo. Nel momento in cui te ne accorgi, ne puoi uscire.

Osho Take it Easy, Volume 1 Chapter 7


Commento:

Il simbolo nella carta è un'immensa ruota che rappresenta il tempo, il fato, il karma. Intorno a questo cerchio in costante movimento ruotano galassie, e sulla sua circonferenza compaiono i dodici segni dello zodiaco. Un po' più all'interno si vedono gli otto trigrammi degli I Ching, e ancora più vicino al centro sono tracciate le quattro direzioni, ognuna delle quali è illuminata dall'energia dei fulmini. Il triangolo ruotante è puntato in questo momento verso l'alto, verso il divino, mentre il simbolo cinese dello yin e dello yang, del maschile e del femminile, del creativo e del ricettivo, giace al centro.

Si è detto spesso che la sola cosa che non muta nel mondo è il cambiamento stesso. La vita muta in continuazione, si evolve, muore e rinasce. Tutti gli opposti giocano una parte in questo vasto schema circolare. Se ti aggrappi al margine esterno della ruota, puoi provare un senso di vertigine! Muoviti verso il centro del ciclone e rilassati, sapendo che anche questo passerà.


domenica 8 novembre 2009

L'alfa e l'omega

I Tarocchi Zen di Osho
21. Il completamento


Questa è la via dello Zen, non dire mai nulla di completo. Lo si deve comprendere: è una metodologia importantissima. Non dire tutto, significa dare all'ascoltatore un'opportunità per completare ciò che si è detto.

Tutte le risposte sono incomplete. Il Maestro ti ha dato soltanto una direzione... Quando avrai raggiunto il limite della sua risposta, saprai ciò che resta. In questo modo, se qualcuno cercherà di comprendere lo Zen intellettualmente, fallirà. Non si tratta di una risposta alla domanda, ma di qualcosa di più - un'indicazione della realtà stessa.

La natura di buddha non è qualcosa di remoto - la tua stessa consapevolezza è la natura di buddha. E la tua consapevolezza può 'osservare' le cose che compongono il mondo. Il mondo finirà, ma lo specchio rimarrà, e rifletterà il nulla.

Osho Joshu: The Lion's Roar Chapter 5


Commento:

Nella figura l'ultimo pezzo di un puzzle viene messo al suo posto, in corrispondenza del terzo occhio, il luogo della percezione interiore.

Perfino nel perennemente mutevole flusso della vita ci sono momenti in cui giungiamo al completamento. In questi momenti siamo in grado di percepire l'intera figura, la somma di tutti i piccoli frammenti che hanno occupato la nostra attenzione tanto a lungo. Allorché lo schema si completa, possiamo sia essere disperati, perché non vogliamo che la situazione giunga a una fine, oppure possiamo essere riconoscenti, ed accettare il fatto che la vita è colma di molte fini e di nuovi inizi.

Qualsiasi cosa abbia assorbito il tuo tempo e la tua energia, ora sta giungendo alla fine. Nel completarla, ripulirai lo spazio perché inizi qualcosa di nuovo. Usa questo intervallo per celebrare entrambe le cose: la fine del vecchio e il giungere del nuovo.


giovedì 5 novembre 2009

Percepire la vita nella sua totalità, dagli abissi alle vette

I Tarocchi Zen di Osho
12. Una nuova visione


Quando ti apri all'assoluto, immediatamente esso si riversa in te. Non sei più un comune essere umano - hai trasceso. La tua intuizione è diventata l'intuizione dell'intera esistenza. Ora non sei più separato, hai trovato le tue radici.

Altrimenti, di solito, tutti si muovono senza radici, senza sapere da dove il loro cuore riceve continuamente energia, senza sapere chi continua a respirare in loro, senza conoscere il nettare vitale che scorre in loro. Non è il corpo, non è la mente - è qualcosa che trascende ogni dualità, definito "bhagavat", il bhagavat nelle dieci direzioni.

Il tuo essere interiore, allorché si schiude, come prima cosa sperimenta due direzioni: l'altezza e la profondità. Poi, piano piano, man mano che questa diventa una situazione stabile, inizi a guardarti intorno, espandendoti in tutte le altre otto direzioni. E quando raggiungi il punto in cui la tua vetta e il tuo abisso si incontrano, puoi guardarti intorno, percependo l'estrema circonferenza dell'universo. Allora la tua consapevolezza inizia a dispiegarsi in tutte le dieci direzioni, ma la via è stata una sola.

Osho Zen: The Diamond Thunderbolt Chapter 9


Commento:

La figura di questa carta è appena rinata: sta emergendo dalle sue radici legate al suolo e sta sviluppando ali per volare nello sconfinato. Le forme geometriche intorno al corpo rivelano le molte dimensioni della vita che sono simultaneamente disponibili. Il quadrato rappresenta il piano fisico, ciò che è manifesto, conosciuto. Il cerchio rappresenta ciò che non è manifesto, lo spirito, il puro spazio. E il triangolo simboleggia la triplice natura dell'universo: il manifesto, il non-manifesto, e l'essere umano che contiene entrambi.

In questo momento hai di fronte a te un'opportunità per vedere la vita in tutte le sue dimensioni, dagli abissi alle vette. Essi coesistono, e quando per esperienza scopriamo che le oscurità e le difficoltà sono necessarie quanto la luce e la semplicità, iniziamo ad avere una prospettiva molto diversa del mondo. Permettendo a tutti i colori della vita di penetrarci, diventiamo più integri.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...