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lunedì 1 giugno 2015

Guarire dalla depressione con il respiro consapevole



di Thich Nhat Hanh


Durante la guerra ci fu un periodo in cui caddi in una grave depressione: non riuscii a dormire per molti mesi, i sintomi si manifestavano in modi differenti: disturbi digestivi, insonnia, disturbi del battito cardiaco. Ero così grave che a un certo punto mi proposero di fare un elettroshock; mi portarono in un famoso ospedale francese a Saigon e stetti anche per un certo periodo all’ospedale universitario di Tokyo, e cercarono di scoprire cosa non andava in me, fisicamente. Erano espressioni fisiche della depressione, una gravissima depressione, dopo la morte di mia madre, la situazione della guerra, la morte di moltissime persone intorno a me, specialmente giovani. Molti giovani novizi impegnati nel movimento di resistenza in modo non violento, senza fucili, erano stati uccisi. Perdere la madre, perdere amici, fratelli e sorelle, vedere questo intorno a sé ogni giorno, è qualcosa di molto difficile da sopportare per un giovane monaco, erano gli anni cinquanta. Niente mi poteva aiutare, né la medicina occidentale né quella orientale, ma avevo una fede molto forte nel Dharma e fu la pratica del respiro consapevole che mi aiutò a superare la situazione, solo la pratica del respiro consapevole. L’avevo imparata da novizio, ma in quel periodo era questione di vita o di morte: solo in quel momento investii il 100% di me stesso nella pratica.

E fu la pratica del respiro consapevole della tradizione buddhista che mi guarì, mi portò fuori dalla profonda depressione e mi ristabilì. Durante quel periodo la mia fede, la mia fiducia negli insegnamenti del Buddha e nel Dharma erano intatte; non riuscivo a credere nella medicina occidentale, nella medicina asiatica o in altri tipi di terapie ma non so perché credevo profondamente che ci fosse una via di guarigione col Dharma.

Cercai davvero di praticare il respiro consapevole, cercai libri al di fuori del buddhismo per imparare qualcosa di più sul respiro. Era meraviglioso che ogni volta che cercavo di praticare profondamente il respiro in quel modo mi dicevo: ‘Questa è la cosa migliore che posso fare proprio in questo momento’. Ho voluto condividerlo con voi: quando avete seri problemi e non sapete quale sia la cosa giusta da fare, il respiro profondo, il respiro consapevole è la cosa giusta da fare, forse la cosa migliore da fare in quel preciso momento.

Rimane ancora una verità per me: ogni volta che ho difficoltà, ogni volta che non vedo la via d’uscita da una situazione difficile, ho sempre fiducia nel mio respiro. Respirare profondamente e consapevolmente è la cosa giusta da fare in quel momento.

E se sapete che state facendo la cosa giusta, avrete subito pace. È meraviglioso. “Sto già facendo la cosa migliore in questo momento, perché mi devo preoccupare?” Perciò la pace arriva subito.



- da “Guarire col respiro”, discorso di Dharma tenuto da Thich Nhat Hanh al Plum Village l’11 giugno 2000 -


Il testo completo del discorso:
http://meditazionebergamo.altervista.org/thich-nhat-hanh-guarire-col-respiro/




http://zeninthecity.org/materiali-utili-gruppi-meditazione/letture-thich-nhat-hanh/thich-nhat-hanh-cosi-sono-guarito-dalla-depressione/



mercoledì 17 agosto 2011

Le vette sublimi della musica



Non era la prima volta che il Buddha percorreva la strada che portava da Varanasi a Rajagaha. Camminava lentamente, godendo il paesaggio di foreste e risaie. Verso mezzogiorno si fermò a mendicare in un villaggio lungo la strada. Quindi si addentrò nella foresta per mangiare serenamente, e poi si dedicò alla meditazione camminata. Terminata, sedette all’ombra di un albero per la meditazione seduta. Godeva la solitudine nella foresta. Era in meditazione da diverse ora quando passò lì accanto un gruppo di giovani elegantemente vestiti, palesemente preoccupati per qualcosa. Alcuni portavano strumenti musicali. Il giovane in testa al gruppo chinò il capo per salutare il Buddha e chiese: “Monaco, hai visto una ragazza correre in questa direzione?”.

“Perché desideri tanto trovarla?”, domandò il Buddha.

Il giovane raccontò la storia. Venivano da Varanasi ed erano giunti al mattino nella foresta per una piacevole scampagnata, portando con sé strumenti musicali e una ragazza per intrattenerli. Terminati i canti, le danze e i banchetti, si erano distesi per un sonnellino. Al risveglio, avevano scoperto che la ragazza era scomparsa con i loro gioielli. Ecco perché la cercavano.

Il Buddha li guardò serenamente e chiese: “Ditemi, amici, in questo momento presente è più importante trovare la ragazza o trovare il vostro vero sé?”.

I giovani trasalirono. Il radioso aspetto del Buddha e l’insolita domanda li ricondussero a se stessi. “Venerabile maestro” rispose il primo giovane, “forse è bene trovare prima noi stessi”.

“La vita è solo e sempre nel momento presente, ma la mente dimora di rado nel presente”, disse il Buddha. “Preferiamo inseguire il passato o rincorrere il futuro. Crediamo di essere in noi, ma in realtà non siamo quasi mai in contatto con noi stessi. Le nostre menti sono troppo indaffarate a inseguire i ricordi di ieri o i sogni di domani. L’unico modo per essere in contatto con la vita è ritornare al momento presente. Tornando al momento presente vi risveglierete e, in quell’attimo, troverete il vostro vero sé.
Guardate queste tenere foglie accarezzate dal sole. Avete mai guardato il loro colore con cuore sereno e risvegliato? Il verde delle foglie è una delle meraviglie della vita. Se non l’avete mai guardato, fatelo ora”.

I giovani lo ascoltavano in silenzio. Seguendo la direzione indicata dal dito del Buddha, guardarono le foglie verdi che stormivano sommessamente alla brezza pomeridiana. Rivolto al giovane seduto alla sua destra, il Buddha disse: “Vedo che porti un flauto. Ti prego, suona qualcosa per noi”.

Anche se intimidito, il giovane portò il flauto alla bocca e iniziò a suonare. Tutti ascoltavano attentamente. Il suono del flauto pareva il pianto inconsolabile di un amante deluso. Gli occhi del Buddha non si staccavano dal giovane suonatore. Quando la musica finì, la tristezza sembrava permeare la foresta. Nessuno parlava. Poi, all’improvviso, il giovane tese il flauto al Buddha: “Ti prego, venerabile monaco, suona qualcosa per noi”.

Il Buddha sorrise mentre molti scoppiavano a ridere. L’amico doveva essere ammattito, chi aveva mai sentito di un monaco che suonasse il flauto? Con stupore, videro il Buddha accettare lo strumento e lo fissarono tutti, incapaci di dissimulare curiosità. Il Buddha fece alcuni respiri profondi e sollevò il flauto.

Nella sua mente si produsse l’immagine del ragazzo che, molti anni prima, suonava il flauto nei giardini reali di Kapilavatthu. Era una notte di luna piena. Mahapajapati sedeva su un sedile di pietra, intenta ad ascoltarlo. Yasodhara aveva acceso un bastoncino d’incenso di sandalo. Il Buddha incominciò a suonare.

Il suono si levò delicato come un sottile filo di fumo dal tetto di un’umile capanna della campagna di Kapilavatthu all’ora del pasto serale. Lentamente, il filo impalpabile si gonfiò in aria come una matassa di nubi che a loro volta si trasformarono in un loto di mille petali, ogni petalo di un diverso colore splendente. Sembrava che un unico flautista si fosse trasformato per magia in diecimila suonatori e che tutte le meraviglie dell’universo si fossero trasformate in suoni: suoni di diecimila colori e forme, suoni delicati come una brezza e veloci come il ticchettio della pioggia, sicuri come una gru in volo, dolci come una ninnananna, smaglianti come un gioiello e impalpabili come il sorriso di colui che ha trasceso ogni pensiero di guadagno e di perdita. Gli uccelli smisero di cantare per ascoltare la musica sublime, e la brezza si arrestò dal suo gioco con le foglie. La foresta era immersa in un’atmosfera di pace perfetta, di serenità e meraviglia. I giovani seduti attorno al Buddha si sentivano stupendamente ristorati e dimoravano tutti nel momento presente, in contatto con la meraviglia degli alberi, del Buddha, del flauto e della reciproca amicizia. Anche dopo che il Buddha ebbe deposto lo strumento, continuavano a udire la musica. Nessuno pensava più alla ragazza e ai gioielli rubati.

A lungo nessuno parlò. Poi il proprietario del flauto disse: “Maestro, la tua musica è meravigliosa. Non ho udito nessuno suonare così. Chi ti ha insegnato? Vorresti accettarmi come tuo discepolo perché io possa imparare a suonare come te?”.

Il Buddha sorrise e rispose: “Ho imparato a suonare il flauto da ragazzo, ma sono sette anni che non lo tocco più. Riconosco però che la mia musica è migliore di quella di un tempo”.

“Come può essere, maestro? Come può la tua musica essere migliore se da sette anni non ti eserciti?”.

“Suonare il flauto non dipende soltanto dall’esercizio. Se oggi suono meglio che in passato è perché ho trovato il mio vero sé. Non puoi raggiungere le sublimi vette dell’arte se prima non scopri l’insuperabile bellezza del tuo cuore. Se vuoi suonare il flauto in modo eccellente, devi trovare il tuo vero sé percorrendo la Via del Risveglio”.

Quindi espose il sentiero della liberazione: le Quattro Nobili Verità e il Nobile Ottuplice Sentiero. I giovani ascoltavano assorti. Alla fine tutti si inginocchiarono e chiesero di essere accettati come discepoli. Il Buddha conferì l’ordinazione a tutti e li invitò a partire per Isipatana, per presentarsi al bhikkhu Kondanna che li avrebbe guidati nella Via. Molto presto, li rassicurò, li avrebbe rivisti.

Quella notte il Buddha dormì in solitudine nella foresta. Il mattino attraversò il Gange e si diresse a est. Desiderava rivedere i bambini di Uruvela prima di raggiungere Rajagaha per incontrare il re Bimbisara.


– da “Vita di Siddhartha il Buddha” di Thich Nhat Hanh


domenica 19 giugno 2011

La coscienza risvegliata che osserva i pensieri



Il termine “Dhamma” non si può tradurre adeguatamente. È una parola profonda. È un concetto che non esiste nella lingua inglese. Tutt’al più possiamo renderlo con “la verità delle cose come sono”. “Rifugiarsi nella verità delle cose come sono” suona un po’ strano, vero? Per lo meno a me, dire: “Mi rifugio nella verità delle cose come sono” suona strano. E poi voglio sapere: “Come sono? Dimmi come sono le cose!”.

Ma non ve lo devo dire io! Potete vederlo da soli. Vi giro la domanda. Svegliatevi e osservate, invece di chiederlo a me. D’altro canto potrebbe interessarvi il modo in cui dovrebbero essere. Forse siete stati in ritiro in altri posti o con altri insegnanti e avete un modello di come dovrebbe essere un ritiro di meditazione. Potreste venirmi a dire: “Achaan Sumedho, credo che dovresti...”. Forse il vostro modello di un ritiro di meditazione è diverso dall’esperienza che fate qui. Ma anche questo può essere osservato, non dico che il nostro modello sia il migliore in assoluto o che non ci siano altre possibilità che valga la pena esplorare. Non ci interessa convincere o convertire. Quindi in un ritiro le circostanze fastidiose, irritanti o frustranti sono parte dell’esperienza; ci risvegliamo alle cose come sono, invece di rifarci a un’ideale di come dovrebbero essere.

Tornando al concetto di anattā o non sé: personalmente è uno di quelli che ho trovato più ostici. Il concetto di aniccā mi sembrava chiarissimo. Se sostenete a lungo l’attenzione, noterete che tutto cambia, non è difficile riconoscerlo. Ma nel caso di anattā, mi pare che se c’è qualcosa di reale, qui, sono io! Io sono la persona che è seduta qui e prova certe sensazioni, sono questo corpo. Debbo viverci insieme, perciò deve essere mio; deve per forza succedere a me. Sembra un fatto scontato.

Potremmo concludere che il “non sé” sia un assunto dottrinale e credere di doverci disfare del nostro sé. Trasformarci in una non persona, una non personalità. Sul piano concettuale, che senso avrebbe? Riuscite ad immaginare di non avere una personalità? Nulla di nulla... sarebbe come essere mezzi morti! Ogni opinione personale, ogni sentimento personale, sarebbe da respingere. Ma non si tratta di questo. Non è l’annientamento del sé. È vedere che il sé a cui tendiamo ad aggrapparci è una nostra creazione. Siamo gli artefici di noi stessi. Grazie alla consapevolezza cominciamo ad accorgercene. Comincio a notare come creo me stesso in quanto persona. Per semplice abitudine, perché non mi sveglio, perché sono prigioniero di pensieri ricorrenti, abitudini emotive e identità che non esamino mai, e tanto meno metto in discussione.

Con sati-sampajañña cominciamo a notare in cosa consista il senso del “me” e del “mio”. Siamo dotati di soggettività, sentiamo di essere consapevoli. Tutti voi siete oggetti, in termini di momento presente, in termini di coscienza visiva; siete oggetti nella mia coscienza. Eppure, sul piano convenzionale non lo ammetteremmo. Crediamo di essere un gruppo di persone che partecipa a un ritiro di meditazione e tendiamo a vedere il tutto da un punto di vista molto convenzionale. Ma se includo anche questo nella consapevolezza, in realtà voi siete nella mia coscienza. Il mio volto non posso vederlo, ma posso vedere il vostro! Sembra scontato, ma merita un approfondimento. Il mio occhio destro non può vedere l’occhio sinistro, neppure se li incrocio! Però posso vedere i vostri occhi; ora sto riflettendo, osservando le cose come sono. Quanti di voi in questo momento si rendono conto di non poter vedere il proprio volto? Potreste mettervi di fronte a uno specchio: “Certo che lo vedo!”. Ma è solo un riflesso, vi pare? Non è il vostro volto; è un riflesso nello specchio. Sul piano convenzionale lo diamo per buono; quando vogliamo raderci usiamo uno specchio, e il riflesso ci serve a non mozzarci il naso o tagliarci. Sembra ovvio e scontato; eppure, quanti di voi hanno mai pensato in questi termini?

Di solito ci basiamo su un senso del sé condizionato, su ciò che si definisce sakkāya-diṭṭhi, il concetto di personalità. Il termine pāli sakkāya-diṭṭhi, che si traduce con “io”, “concetto di sé” o “concetto di personalità”, denota l’idea di essere una persona separata che si identifica con il corpo, i pensieri e i ricordi, ossia un’abitudine. Quindi possiamo chiederci: è veramente me? Lo scopo non è quello di confutarne l’esistenza per attestarci sulla posizione opposta, ma svegliarci e osservare le cose come sono. L’anattā è una caratteristica dell’esistenza. Non è una qualità o una posizione dottrinaria, e non è una credenza nichilista.

In più, il termine pāli nibbāna viene spesso tradotto come “estinzione”. La prima volta che incontrai la definizione nella letteratura theravāda, che l’obiettivo è “estinguersi”, la lessi in chiave nichilistica: estinguere vuol dire annientare, vero? All’epoca, interpretavo “estinzione” come estinzione totale, oblio. Perché il condizionamento culturale della mente era quello, e il termine “estinzione” significa estinguere nel senso di disfarsi o annientare. Perciò, se ci chiedono di spiegare cosa significa “nibbāna”, rispondiamo: “Significa estinzione. La nostra pratica consiste principalmente nell’estinguere, nel diventare estinti”. Il che non suscita particolare entusiasmo.

Perciò, cosa vuol dire nibbāna in realtà? Nei paesi buddhisti viene spesso elevato al rango di un conseguimento particolarmente elevato. In Thailandia se ne sente parlare come fosse un’esperienza sublime. Nella nostra lingua è divenuto un superlativo, una sottospecie di paradiso: “Ero al settimo cielo, ho raggiunto il nirvana”. Il Buddha non parlava di uno stato elevato, ma di uno stato di risveglio. Lo stato risvegliato è una condizione naturale dell’essere che tutti possiamo conoscere se prestiamo attenzione, se osserviamo le cose come sono, se le osserviamo in termini di Dhamma. Con le convenzioni religiose succede spesso; restano sul piano intellettuale, si congelano in una struttura dualistica. Quindi Dio e Satana sono inconciliabili. Ricordo che a un certo punto della mia educazione cristiana chiesi: “Ma allora anche Satana è una specie di Dio?”. Mia madre rispose di no. Per cui domandai: “Se Dio ha creato tutto, perché ha creato Satana?”. Mia madre disse: “Satana ha disubbidito a Dio, ed è finito all’inferno!”. La risposta non mi parve soddisfacente. Ecco cosa si fa con la mente, quando il pensiero resta bloccato su un percorso lineare.

Ecco perché continuo a insistere sulla natura del pensiero, sulla natura del pensare. È una funzione che abbiamo, per cui un pensiero fa seguito all’altro. Penso: “Sono Achaan Sumedho, un monaco buddhista”, e poi mi faccio prendere la mano, raccontandovi tutto del mio passato e i miei progetti per il futuro... la mente vagabonda. Finché restiamo sul piano del concetti e delle convenzioni, anche se funzionale, non possiamo liberarci, perché le convenzioni sono condizionate, sono create e dipendono dal linguaggio. Perciò, invece di cercare la traduzione perfetta di “sati-sampajañña”, invece di passare la vita a tentare di definirla, usatela. È qualcosa da usare qui e ora. Non è qualcosa da ricercare altrove. Se la definite troppo, rischiate di farvi ossessionare dai concetti o dalle vostre definizioni, sforzandovi di diventare come credete che debba essere.

Quindi sati, la presenza mentale, non è come un pensiero, o qualcosa che va prodotto o raggiunto esercitando il controllo sulle condizioni... si tratta semplicemente di usarla. Essere svegli, osservare, ascoltare; vigilanza, apertura. Quando mi metto in condizione di osservare il processo del pensiero posso scegliere di pensare deliberatamente, posso pensare in modo molto positivo. In passato mi sono cimentato nella coltivazione dei pensieri positivi. Tutto è amore e bene, benevolenza e compassione, guardo tutto dal lato positivo. Oppure, praticare la mettā sul piano concettuale, senza lasciar emergere alla coscienza pensieri negativi. Insisto a concentrarmi su concetti positivi e di conseguenza mi sento benissimo... potere del pensiero positivo. Era un best-seller di Norman Vincent Peale, nell’America degli anni quaranta. Tutti compravano “The Power of Positive Thinking”.

Non c’è dubbio che pensare positivamente sia una buona idea. Non lo condanno e non lo metto in ridicolo. Se penso sempre in maniera molto positiva, la mia vita diventa più felice e sarò incline a un maggiore ottimismo. Mette di buon umore e porta all’euforia, all’esaltazione. Ma il problema è che per continuare a stare bene devi mantenere a tutti i costi un atteggiamento ottimista. Per sostenere l’illusione di felicità che deriva dal pensare positivamente devi tenere a bada il dubbio, lo scetticismo e i concetti negativi. Non appena prendi coscienza di quel gesto di positività compulsiva, smetti di prenderti in giro.

Ora applicate lo stesso principio ai pensieri negativi: “La vita non ha scopo. È tutta una farsa, la gente è marcia, non c’è una persona onesta a questo mondo. Le religioni sono tutte false, i politici sono corrotti... mia madre mi ha messo al mondo solo per egoismo e avidità, per sfogare la sua libidine...”. E il risultato? Mi deprimo: “A che serve vivere? È solo una perdita di tempo!”. Ci si può infognare nella depressione. Farlo intenzionalmente è un modo per riflettere con consapevolezza sulla natura delle cose: si può alimentare la positività o la negatività. I pensieri positivi producono felicità, quelli negativi infelicità. Pensare in positivo è il paradiso, pensare in negativo è l’inferno.

Ciò che è consapevole del positivo e del negativo, la consapevolezza, non si schiera, non giudica. Si limita a notare le cose come sono, la reale natura dell’esperienza che accade nel momento presente. Quindi, se la meditazione buddhista fosse solo un’esperienza piacevole, certamente potrebbe avere i suoi vantaggi, ma quando le condizioni non si prestassero più a rinforzare le opinioni ottimistiche, crollereste. Ci si può infuriare, si può finire all’inferno, quando le condizioni e la gente che ci circonda non rinforzano la positività. Osservando il fenomeno, si comincia a prendere atto che c’è solo questa funzione dualistica del pensiero, positivo o negativo che sia. È una costruzione, una convenzione.

Perciò, come usare il pensiero, invece di farsi coinvolgere dal processo discorsivo senza alcuna prospettiva sul pensiero? Il pensiero diventa abituale e facilmente ci si perde nei pensieri. Allora si può pensare intenzionalmente, ascoltarsi mentre si pensa. Per farlo occorre sati-sampajañña. È un abile mezzo per essere consapevoli del pensiero invece di restarne coinvolti. Di solito, se non siamo consapevoli diventiamo i nostri pensieri. Ecco perché consiglio di pensare intenzionalmente, per non mettersi a pensare ai pensieri. Abbiamo una tendenza a farci un’idea del non pensare e a pensarci sopra, o a pensare ai pensieri, o a speculare sull’anattā e sul nibbāna, senza mai uscire dalla trappola dei nostri pensieri; finché non cominciamo a osservare il pensiero. Come si osserva il pensiero nella propria mente?

In questo momento noto che, per pensare intenzionalmente, formulo un proposito: “Adesso mi metto a pensare”. Poi ascolto. È possibile udire i propri pensieri; o almeno, io posso farlo. Mi ascolto parlare. Poi posso dire: “Sono un essere umano”. Non è un pensiero entusiasmante... non mi fa cadere in estasi e non mi deprime. È un’affermazione neutra, diciamo così, un dato di fatto. Ora stiamo osservando il pensiero nella posizione della sati-paññā, la coscienza risvegliata che osserva. Stiamo iniziando a riconoscere di non essere un pensiero, di non essere affatto ciò che pensiamo. Gran parte del nostro pensiero consiste di abitudini acquisite, e il nostro senso del sé, del valore personale, deriva dalle esperienze di vita, dalla cultura e dalla società: dalla famiglia, dal sistema educativo, dal condizionamento etnico, dal condizionamento religioso.

[...]

La consapevolezza è la via d’uscita dalla sofferenza, l’accesso al senza morte. E non è una creazione, né una qualità personale. Praticando, investigando, cominciate a prendere le distanze dal linguaggio e dal pensiero notandoli come oggetti mentali... lo stesso per le emozioni che emergono, ad esempio: “E a me niente?”. O l’assertività: “È mio diritto! Devo farmi valere! Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno!”. Se il mio rifugio è la consapevolezza, quel sentirmi una persona è un oggetto della coscienza. Diventa cosciente; sorge e cessa. Quindi il “sé” o sakkāya-diṭṭhi è un artificio; è artificiale e creato. Siamo noi a crearlo; siamo gli artefici di noi stessi in quanto persona, personalità.

Quindi si tratta non di disfarsi della personalità, ma di riconoscerne i limiti, di affrancarsene; perché, a ben vedere, la personalità ci limita molto. Abbiamo una sfilza di opinioni su noi stessi, le nostre capacità, il nostro valore e via dicendo. Perciò tendiamo a cadere vittime di paure nevrotiche, ansie e preoccupazioni circa la nostra identità. In particolare nel ceto medio la nevrosi abbonda, perché abbiamo tanto tempo per pensare a noi stessi. La società ci dice che abbiamo certi diritti, che dovremmo fare certe cose, che dovremmo credere a certi ideali... di conseguenza incameriamo tutti quei concetti. Tendiamo a formulare giudizi, giudizi di valore su noi stessi, sugli altri e sul mondo. Quindi, considerate questo ritiro come un’occasione per smettere di crearvi un’identità precisa. Esplorate il senso del sé... non per disfarvene, per cancellarlo... ma per riconoscere che non siete ciò che pensate. Per me è un sollievo non credere ai miei pensieri.

I pensieri continuano ad andare e venire. A volte sono utili, a volte sono solo abitudini. Sorgono determinate condizioni che ti rendono felice, e hai l’impressione che tutto vada per il meglio. Poi le cose vanno a rotoli, qualcuno abbandona la veste monastica, una cosa tira l’altra. La gente ti elogia e ti compiaci, ti biasima e ti deprimi... sul piano personale. Ma la consapevolezza non resta coinvolta negli alti e bassi della lode e del biasimo, della felicità e della sofferenza. La consapevolezza è un rifugio che può riconoscere queste qualità in termini di Dhamma: tutte le condizioni sono impermanenti e non sé. È un invito a riflettere sull’esperienza della sakkāya-diṭṭhi, che io rendo con “concetto di personalità”. In questo periodo avete modo di cimentarvi con l’“Io sono”. Potete essere tutto quello che volete, ma ascoltate, non credeteci... “Sono Dio!”; “Sono una nullità, non valgo niente, sono solo una formica in un formicaio. Sono uno zero, sono solo un numero, una rotella dell’ingranaggio...”, è sempre una creazione, vero?

Posso assemblarmi come Dio unico onnipotente o un povero derelitto. Ma sono solo costruzioni, e la consapevolezza non crede a nessuna di quelle condizioni. Le vede, ne prende atto, ma non ci si attacca. È un modo che ho scoperto per chiarirmi le idee. Cos’è la pura consapevolezza, e cos’è la personalità? È importante che capiate la differenza, che abbiate fiducia, non in un dogma, ma nella chiarezza. Prendete atto che la consapevolezza è qui e ora. “Io sono... Achaan Sumedho” viene e va. “Sono buono, sono cattivo”... I ricordi vanno e vengono, ma la consapevolezza si autosostiene, non è una creazione ed è sempre affidabile. È sempre qui e ora. Vederlo chiaramente vi libera dall’attaccamento alla sakkāya-diṭṭhi, all’io, senza bisogno di rifiutarlo. Do ancora l’impressione di essere una personalità, vero? E voi mi vedete come Achaan Sumedho. Quindi non divento una specie di zombi o un tipo anonimo e incolore. Ma so riconoscere una personalità, invece di identificarmici e farmi trascinare dalle sue abitudini.



– da “Il suono del silenzio” di Achaan Sumedho


venerdì 28 gennaio 2011

Non nascita e non morte



di Thich Nhat Hanh

Una signora che era qui con noi ieri è dovuta partire perché le è morta la madre. Credo che le sarebbe piaciuto molto restare con noi e condividere il discorso di Dharma, ma lo ascolterete anche per lei. Quando una persona che ci è molto cara muore non sappiamo dove andrà, e non sappiamo se la incontreremo ancora in futuro, da qualche parte. Nell'insegnamento del Buddha si parla di non venire e non andare. Si tratta di un modo profondo di vedere se quella persona cara è ancora con noi o non c'è più.
Faremo ora insieme un esercizio sul non andare e non venire. L'altro giorno ho detto che nel buddhismo si preferisce la parola manifestazione piuttosto che creazione; quando facciamo il gesto di accendere un fiammifero in realtà non siamo noi ad accendere la fiamma, ma piuttosto la aiutiamo a manifestarsi. Se si guarda profondamente in questa scatola di fiammiferi, potremo vedere che la fiamma c'è già, non la vediamo davvero, ma sappiamo che la fiamma c'è ed aspetta solo di manifestarsi.
Tutte le condizioni sono già sufficienti tranne una, e l'ultima è il movimento della mia mano. Già da ora possiamo parlare alla fiamma e dirle: "Per favore, fiamma, manifestati". Se non ci fosse, non potremmo parlarle così. Per piacere, aiutatemi a parlare alla fiamma ed ecco la risposta della fiamma: vedete, la fiamma si è manifestata, starà un pochino con noi e poi se ne andrà.
Ora parliamo di nuovo alla fiamma: "Cara fiamma, da dove sei venuta? Dove sei andata, mi manchi tanto". Nello stesso modo una persona che ci è molto cara si è manifestata ad un certo punto della nostra vita e poi è andata via. Crediamo che prima che apparisse non esisteva, e che dopo la sua scomparsa non esiste più perché abbiamo la nozione di essere e non essere. Qualifichiamo il prima della manifestazione come non essere e la manifestazione come essere. Poi, dopo la cessazione della manifestazione, è di nuovo un non essere. Secondo il Buddha questi due concetti non possono essere applicati alla realtà. Prima che la fiamma si manifesti non si può chiamarla "non essere", e quando si manifesta è sbagliato considerarla "essere". Infine quando la manifestazione cessa di nuovo sbagliamo dicendo che non è.
Secondo il Buddha, quindi, la natura della fiamma non è né essere, né non essere. La vera natura della fiamma è libera dalla nozione di essere e non essere. Nell'insegnamento del Buddha, "essere e non essere non è questo il problema". Nirvana è l'assenza di tutte le idee, comprese quella sull'essere e non essere. Chiediamo allora alla fiamma: "Da dove sei venuta?", e se ascoltiamo profondamente la fiamma ci dirà: "Caro amico, non sono venuta da nessun luogo, quando le condizioni sono sufficienti mi manifesto. E andrò ovunque, non importa dove, quando le condizioni non saranno sufficienti. Cesserà la manifestazione, ma non andrò da nessuna parte".
Possiamo comprendere l'affermazione fatta dalla fiamma e possiamo comprendere che la natura della fiamma non è né andare né venire. La realtà è libera dalle nozioni di essere, non essere, andare e venire.
Quando ci capita di perdere qualcuno molto vicino, vi prego, praticate nel modo suggerito dal Buddha. Potrete toccare davvero la sua presenza se eliminerete le nozioni di essere e non essere, andare e venire. Una volta ho fatto un discorso di Dharma a Plum Village e negli occhi dei bambini ho letto che avevano compreso questo essere e non essere, non andare e non venire. Se i bambini prestano attenzione, possono anche loro comprendere i discorsi di Dharma. Chiediamo alla fiamma di manifestarsi, inspiriamo ed espiriamo con attenzione ed aiutatemi a chiedere alla fiamma di manifestarsi: "Cara fiamma, per favore manifestati." Proviamo ad accendere una candela: la fiamma è la stessa di quella di prima o è diversa? Non rispondete subito, prima dobbiamo praticare il guardare profondamente. È la stessa o sono diverse?
Il Buddha ci direbbe che non sono né la stessa né sono diverse, perché la realtà trascende le idee di stesso e diverso. Se lasciamo la candela una mezz'ora e poi torniamo, vedremo che la fiamma è ancora lì e la fiamma sarà la stessa, o meglio pensiamo che la fiamma sia la stessa, ma se guardiamo profondamente vedremo che ogni fiamma ha il suo ossigeno con cui bruciare, il suo combustibile di cui vivere, e se guardiamo ancor più profondamente vedremo che c'è una successione di fiamme, che non è la stessa fiamma che ha una certa durata, ma è piuttosto la successione di una moltitudine di fiamme.
Immaginiamo che qualcuno al buio tenga una torcia in mano e con quella luce disegni un cerchio: se non siamo molto lontani dalla persona avremo l'impressione che sia un cerchio di fuoco, mentre non è affatto un cerchio di fuoco quanto il susseguirsi del movimento a darci l'impressione di un cerchio di fuoco. Allo stesso modo, se abbiamo una cinepresa, possiamo fare un esperimento analogo: con la successione di tanti fotogrammi daremo l'impressione del movimento. Ma guardando profondamente potremo vedere la successione di una moltitudine di immagini. Quindi pensare che la fiamma sia la stessa è un'illusione ottica, ma anche dire che sono fiamme diverse, che non hanno collegamento tra loro, non è corretto. Con la pratica del guardare in profondità si può dire che la natura della fiamma non è né di essere la stessa né di essere diversa. Ora, per non dimenticare, abbiamo bisogno che qualcuno scriva sulla lavagna queste parole: "Non andare, non venire; non essere, non non essere; non uguale e non diverso". Crediamo che la fiamma sia nata quando Thay l'ha accesa e che sia morta quando Thay l'ha spenta, quindi abbiamo ancora una nozione di nascita e morte. All'inizio di questo discorso vi ho invitato a pensare ai fenomeni come a qualcosa che si manifesta e non a qualcosa che nasce.
Guardiamo questo foglio di carta e pensiamo che sia venuto fuori dal nulla. Perché nella nostra mente nascere significa che da niente diventiamo qualcosa. Nascere significa che da nessuno diventiamo qualcuno. Nascere significa che da non essere diventiamo essere. Percezioni sbagliate. Questo foglio di carta prima di essere foglio di carta era già qualcosa? Guardando profondamente dentro il foglio di carta possiamo vedere la presenza di alberi, di foreste, del sole, dell'acqua. Tutto in un foglio di carta. E quindi è facile vedere che prima di essere foglio di carta era già qualcosa. Sarebbe sbagliato dire che il foglio di carta è venuto dal nulla, quella nella quale ora lo vediamo è solo una nuova manifestazione. Prima di nascere come foglio di carta, già era stato albero, pioggia, sole, e il momento che noi crediamo sia quello della nascita in realtà è solo una continuità. Il giorno del nostro compleanno è più appropriato cantare: "Buona continuazione", anziché: "Buon compleanno". Vorrei chiedere a questo bambino quando è nato. Prima di quella data esistevi già? "Sì". Quindi, se esistevi già qual è il significato di nascere? Lo chiediamo a questa bambina. Esistevi prima di essere nata? "No". E se non esistevi già, come hai fatto a nascere da tua madre?
Alcuni mesi prima che tu nascessi, la mamma già ti sentiva, eri già lì, quindi la data che è sul tuo certificato di nascita non è esatta. E prima del concepimento esistevi già? Almeno per il 50% nella tua mamma e il 50% in tuo padre. Guardando in questo modo scoprirai che ci sei sempre stata, e che la tua vera natura è la natura di non nascita. I nostri amici di tradizione cristiana non credono che Gesù non esistesse prima del concepimento. Era già lì prima di nascere. E nel suo insegnamento, anche dopo la crocifissione, ha continuato ad essere. La sua natura è di non morte: non solo il Cristo e il Buddha hanno la natura di non nascita e di non morte, ma tutti noi.
Lo scienziato francese Lavoisier disse: "Nulla nasce e nulla muore", non conosceva il buddhismo, ma ha detto la stessa cosa del Sutra del cuore che abbiamo cantato stamane. Facciamo un esperimento: proviamo a bruciare questo foglio di carta e vediamo se diventa niente, perché secondo la nostra mente quando qualcosa nasce poi muore e da niente diventa qualcosa per diventare poi di nuovo niente. Il foglio di carta bruciato è niente. No, questo non è niente, si è trasformato in qualcosa di diverso, prima in fumo che è salito in cielo e ha raggiunto una nuvoletta: possiamo guardare il cielo e salutare il foglio di carta bruciato. Ma si è anche trasformato in calore, quasi bruciava le mie dita e quel calore è penetrato nel mio corpo e nel vostro. E così quando tornerete a casa, porterete quel foglio con voi.
Uno di voi può portare questa cenere in un campo e magari il prossimo anno quando tornerò per un altro ritiro la troverò trasformata in fiore. Quindi il momento della morte del foglio di carta non è altro che un momento di continuazione. Per lo stesso motivo non dovremmo essere tristi quando qualcuno muore, perché la sua morte è un momento di continuazione. Non solo durante un compleanno possiamo cantare: "Buona continuazione", ma anche nel momento in cui uno muore. È un momento di un nuovo inizio, e se noi guardiamo con gli occhi del Buddha non possiamo sentire tanta disperazione. Se guardiamo in cielo possiamo vedere tante belle nuvole e quando viene il tempo in cui dovranno trasformarsi in poggia, la nuvola non avrà paura. Essere una nuvola che si muove nel cielo, ma alla stesso modo essere la pioggia che cade sulla terra è ugualmente una cosa meravigliosa. Se noi vogliamo vedere solo la nuvola, piangeremo quando si trasformerà in pioggia, e perciò in meditazione guardiamo profondamente per vedere la nuova manifestazione dei nostri cari, e allora potremo dire loro: "So dove siete e cercherò di identificare la vostra nuova manifestazione".
Il Buddha disse: "Se guardi in profondità nella tua vera natura scoprirai che la tua vera natura è di non nascere e di non morire, non venire e non andare, non uguale e non diverso, non essere e non non essere. Se riuscirai a vedere la tua vera natura, allora sarai libero dalla sofferenza."
Nel buddhismo esiste un termine che molti non comprendono: nirvana. Nirvana significa estinzione, ovvero estinzione di tutte le idee e di tutti i concetti, dell'idea di andare, venire, essere e non essere. Perciò dovremmo praticare abbastanza in modo da guardare in profondità e riconoscere la nostra vera natura.

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Lo scopo della pratica è di liberarci dalla sofferenza, ma il più grande sollievo è di toccare la nostra vera natura di non nascere e non morire. Ecco perché non dovremmo essere troppo indaffarati nella vita quotidiana, ma trovare sempre il tempo di praticare questo meraviglioso insegnamento del Buddha che ne costituisce la crema, il nettare; sarebbe un terribile spreco non riuscire a praticarlo.
Al tempo del Buddha, c'era un praticante di nome Anathapindika che era un uomo d'affari molto generoso sia dal punto di vista delle risorse materiali che delle energie che metteva al servizio dei più deboli e poveri. La gente nel suo paese lo amava, tanto che gli aveva dato questo nome che significa "colui che si prende cura degli emarginati". Un giorno si recò nel boschetto di bambù dove il Buddha meditava e gli chiese di accettarlo come suo discepolo e poi lo invitò a recarsi nel suo paese, Kosala. E quando il Buddha accettò, egli tornò felice nel suo paese per trovare un luogo degno di ospitare il Buddha e i suoi discepoli, trovò il palazzo di un principe il quale fu contento di metterlo a disposizione del Buddha e dei suoi discepoli come centro di pratica. Poi l'uomo d'affari con sua moglie e i tre figli presero i cinque meravigliosi addestramenti di consapevolezza e praticarono insieme al Buddha. Cinque anni dopo, Anathapindika si ammalò gravemente e il Buddha personalmente andò a trovarlo a casa, dopodiché chiese al suo discepolo più anziano, Sariputra, di prendersi cura di quell'uomo. Sariputra era intimo amico di Anatapindika perché quando quest'ultimo aveva invitato il Buddha nella sua terra lo aveva aiutato ad organizzare l'accoglienza. Sariputra chiese al venerabile Ananda, suo fratello di Dharma, di accompagnarlo a far visita al morente.
Anatapindika fu felice di vedere arrivare i due monaci al suo capezzale, ma era talmente debole da non riuscire a mettersi a sedere e allora Sariputra disse: "Caro amico, non devi metterti a sedere, noi prenderemo due sedie e ci siederemo accanto a te per parlare".
Dopo essersi seduto Sariputra chiese: "Caro amico, come stai? Il dolore del corpo sta diminuendo o sta crescendo?" "Caro venerabile Sariputra, il dolore del mio corpo non sembrerebbe proprio diminuire, sta aumentando piuttosto." Shariputra allora propose la meditazione delle tre Rimembranze: la rimembranza del Buddha, la rimembranza del Dharma e la rimembranza del Sangha.
Sariputra era uno dei discepoli più intelligenti del Buddha, egli sapeva che per più di venti anni Anatapindika aveva provato piacere ad essere al servizio del Buddha, del Dharma e del Sangha e perciò sapeva bene che praticare le tre rimembranze avrebbe annaffiato i semi della gioia e dunque propose proprio questo esercizio. Immaginate i due monaci seduti al capezzale di quest'uomo che praticano la meditazione guidata. Dopo circa otto minuti i dolori diminuirono e il sorriso ricomparve sul suo viso. Dobbiamo ricordare l'esperienza di Sariputra quando sediamo accanto a qualcuno gravemente ammalato, così da annaffiare i semi della gioia e dare sollievo alla sua mente ed al suo corpo. Subito dopo, Sariputra invitò Ananda e Anatapindika a continuare una meditazione sui sei organi di senso:

"Questi occhi non sono me,
io non sono preso da questi occhi;
questo corpo non sono io,
io non sono preso da questo corpo;
questa coscienza mentale non è me,
io non sono preso da questa coscienza mentale."


Dovete sapere che i sei organi di senso, ossia i cinque sensi più la mente, si manifestano quando le condizioni sono sufficienti e se noi ci identifichiamo con loro, la disintegrazione del corpo diventa molto dolorosa. Perciò non dobbiamo identificarci con i sei organi di senso che includono la coscienza mentale e il corpo. In questo modo potremo cancellare tutta la paura che si prova in punto di morte.
C'è una pratica che dice:

"L'elemento terra non è me,
io non sono racchiuso dall'elemento terra;
l'elemento acqua non è me,
io non sono limitato dall'elemento acqua;
l'elemento fuoco, il calore in me, non è me,
io non sono limitato dall'elemento fuoco;
l'elemento aria non è me,
io non sono limitato dall'elemento aria".


Quando le condizioni sono sufficienti, allora il corpo si manifesta, ma il corpo non viene e non va da nessuna parte. Prima della manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. Dopo la cessazione della manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. La natura del corpo e anche della nostra mente è la natura della non nascita, non morte, non andare, non venire. Ed è proprio questo insegnamento del non nascere, non morire, non andare, non venire che abbiamo imparato all'inizio del discorso di Dharma.
Quando arrivò a questa pratica, le lacrime iniziarono a scendere lungo le guance di Anatapidika e Ananda, sorpreso, gli chiese che cosa gli stesse succedendo: "Perché piangi, hai dei rimpianti?" "No, venerabile Ananda, non ho nessun rimpianto." "Oppure non hai praticato con successo la meditazione guidata?" "No, venerabile, ho praticato la meditazione guidata con molto successo" "E allora, perché piangi?" "Piango perché sono commosso, ho praticato il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha per più di trent'anni, ma non ho mai provato una pratica così meravigliosa come quella fattami provare oggi dal venerabile Sariputra". Al che Ananda replicò: "Caro amico, questo insegnamento il Buddha lo impartisce a noi monache e monaci tutti i giorni". Anatapitika disse: "Per favore, va e riferisci che è vero che ci sono persone che non praticano l'insegnamento dell'essere e non essere, non andare e non venire, non nascere e non morire, ma ce ne sono tante altre però che amano molto praticarlo. Chiedo quindi che il Buddha offra questo insegnamento anche ai laici e non solo ai monaci." Fu questa l'ultima frase pronunciata da Anatapidika prima di morire in pace.
Questa storia si trova nel libro appena tradotto: "I canti di Plum Village", nella parte dedicata agli insegnamenti per l'uomo moderno. Per favore, prendetene visione; il mio consiglio è di non essere troppo indaffarati nella vita quotidiana. Dovremmo avere il tempo per praticare ogni giorno questi insegnamenti, perché, se veramente pratichiamo liberandoci della paura, la nostra felicità aumenterà centinaia di volte, e se sediamo accanto ad una persona in fin di vita senza paura potremo davvero aiutarla a non aver paura.



Thich Nhat Hanh, 1° novembre 2000, Castelfusano (Roma).

Trascrizione del discorso di chiusura del ritiro di Castelfusano.
La prima parte è l'insegnamento che Thich Nhat Hanh ha rivolto ai bambini presenti al ritiro.

Dal sito "Essere Pace": http://www.esserepace.org/testi/011100.html


mercoledì 13 ottobre 2010

La meditazione Vipassana - Osho



Domanda:
Pensavo che la meditazione fosse una cosa semplice. Ma vedendo le persone fare Vipassana, ho perso ogni speranza di diventare mai un buon meditatore. Per favore, dammi un piccolo incoraggiamento.


Osho:

La meditazione è semplice. Proprio perché è semplice, sembra difficile. La tua mente è abituata ad avere a che fare con problemi difficili, e ha completamente dimenticato come rispondere alle cose semplici della vita. Più una cosa è semplice, più sembra difficile alla mente, perché la mente è molto efficiente nel risolvere cose difficili. E' stata addestrata a risolvere cose difficili, non sa come affrontare quelle facili. La meditazione è semplice, la tua mente è complicata. Non è un problema creato dalla meditazione. Il problema deriva dalla tua mente, non dalla meditazione.

La Vipassana è la più semplice meditazione del mondo. Con la Vipassana Buddha si è illuminato e con la Vipassana molte altre persone si sono illuminate, più che con ogni altro metodo. Vipassana è il metodo. Certo, esistono anche altri metodi, ma hanno aiutato solo poche persone. La Vipassana ne ha aiutate migliaia ed è veramente molto semplice; non è come lo yoga.

Lo yoga è difficile, arduo, complesso. Devi torturarti in molti modi: distorcere il tuo corpo, contorcere il tuo corpo, stare seduto in questo o quel modo, torturarti, stare sulla tua testa - esercizi su esercizi.... ma lo yoga sembra avere molto fascino sulle persone.

La Vipassana è così semplice che non la prendi affatto in considerazione.
In effetti, avvicinandosi alla Vipassana per la prima volta, uno dubita che possa essere chiamata meditazione. Che cos'è? -- nessun esercizio fisico, nessun esercizio di respirazione; un fenomeno molto semplice: semplicemente osservare il tuo respiro che entra, che esce... finito, questo è il metodo; seduto in silenzio, osservi il tuo respiro che entra, che esce; senza perdere il suo percorso, questo è tutto. Non devi cambiare la tua respirazione - non è pranayama; non è un esercizio di respirazione, in cui devi fare profondi respiri, esalare, inalare, no. Lascia che la respirazione sia semplice, così com'è. Devi solo introdurle una nuova qualità: la consapevolezza.

Il respiro esce, osserva; il respiro entra, osserva. Diventerai consapevole: il respiro che tocca le tue narici in un certo punto, diventerai consapevole. Ti puoi concentrare lì: il respiro entra, senti il tocco del respiro sulle narici; poi esce, senti ancora il tocco. Rimani lì, sulla punta del naso. Non è che devi rimanere concentrato sulla punta del naso; devi solo rimanere attento, essere consapevole, osservare. Non è concentrazione. Non perderlo, solo continua a ricordartelo.
All'inizio lo perderai in continuazione; allora ritorna lì. Se per te è difficile - per alcune persone è difficile osservarlo lì - allora puoi osservare il respiro nella pancia. Quando il respiro entra, la pancia si solleva; quando il respiro esce, la pancia si abbassa. Continui a osservare la tua pancia. Se hai davvero la pancia, questo ti sarà d'aiuto.

Ci hai fatto caso? Se guardi le statue indiane di Buddha, queste statue non hanno la pancia - in effetti non hanno per niente pancia. Buddha sembra un atleta perfetto: spalle in fuori, pancia in dentro. Ma se guardi una statua giapponese di Buddha rimarrai sorpreso: non assomiglia per niente a un Buddha - una grande pancia, talmente grande, che non riesci nemmeno a vedere il petto, come se Buddha fosse incinto, tutto pancia. Il motivo per cui è successo questo cambiamento è che in India, quando viveva Buddha, egli stesso osservava il respiro nel naso, quindi la pancia non era per niente importante. Ma quando la Vipassana si spostò dall'India in Tibet, in Cina, in Corea, in Birmania, in Giappone, lentamente le persone si accorsero che è più facile osservare la pancia che non il naso. E allora le statue di Buddha incominciarono a essere diverse, con pance più grandi.

Puoi osservare la pancia o il naso, quello che ti sembra più giusto per te, o quello che ti sembra più facile. Che sia più facile è il punto. E solo osservando il respiro, succedono miracoli.

La meditazione non è difficile, è semplice. Proprio perché è semplice ti sembra difficile. Ti piacerebbe fare molte cose, e non c'è niente da fare; questo è il problema. E' un grande problema, perché ci è stato insegnato che dobbiamo fare molte cose.
Chiediamo che cosa dobbiamo fare, e meditazione significa uno stato di non-fare: non devi fare niente, devi fermare ogni fare. Devi essere in uno stato di totale inazione. Anche pensare è in un certo senso fare - lascia andare anche quello. Avere sensazioni è in un certo senso fare - lascia andare anche quello. Fare, pensare, avere sensazioni - se tutto viene lasciato cadere, tu semplicemente esisti. Questo è essere. Ed essere è meditazione. E' molto semplice.

Nel grembo di tua madre eri in questo spazio. In Vipassana entrerai di nuovo nello stesso spazio. E ti ricorderai, avrai un deja-vu. Quando entri in Vipassana profondo, resterai sorpreso: lo conosci, lo conoscevi già da prima. Lo riconoscerai immediatamente perché per nove mesi nel grembo di tua madre sei stato in quello stesso spazio, di non fare, solo essere.

Mi chiedi: "Pensavo che la meditazione fosse una cosa semplice, ma vedendo le persone praticare la Vipassana sto perdendo ogni speranza di diventare un buon meditatore".

Non pensare mai alla meditazione in termini di successo.

Perché questo significa portare in essa la mente conquistatrice, la mente egoista. Allora la meditazione diventa un gioco del tuo ego. Non pensare in termini di successo o fallimento. Questi termini non sono applicabili al mondo della meditazione. Dimentica tutto ciò. Questi sono termini della mente; sono comparativi. E questo è il problema: probabilmente hai osservato gli altri aver avuto successo, aver raggiunto, essere in estasi, e ti sei sentito molto giù. Ti sarai sentito stupido, seduto a guardare il tuo respiro, a osservare il tuo respiro. Ti sarai sentito molto stupido e non è successo niente. Non succede niente perché ti aspetti troppo che qualcosa succeda.

E all'inizio, ogni nuovo processo sembra difficile. Uno deve abituarsi al suo sapore.

Il marito di una signora era un ubriacone, e lei non aveva mai assaggiato l'alcool in tutta la sua vita.
"Ehi tu, ubriacone, dammi quella bottiglia. Voglio provare la cosa che ti ha reso il buono a nulla che sei".
Afferrando la bottiglia di whiskey a buon mercato, ne prese un grande sorso. "Aargh....glompf...breecch...fuy...brrrit...ptui!" ansimò "Questo è il liquido più schifoso che ho mai avuto la sfortuna di lasciar passare nelle mie labbra. E' terribile!"
"Vedi?" risponde il vecchio marito. "E in tutti questi anni hai creduto che io mi stessi divertendo".

Aspetta solo un pochino, Paul. Solo un po' di pazienza. All'inizio tutto sembra difficile, anche la cosa più semplice. E non avere fretta.

Questo è uno dei problemi della mente occidentale - la fretta. Le persone vogliono tutto immediatamente. Pensano in termini di caffè istantaneo, meditazione istantanea, illuminazione istantanea.

Un cittadino ereditò una fattoria piena di mucche, ed essendo un furbacchione, decise di incrementare la sua mandria. Pertanto, importò tre tra i più bei tori della zona e li chiuse per la notte nella stalla con le mucche. La mattina seguente chiamò il padrone dei tori per lamentarsi. L'allevatore si mise a ridere. "Che cosa ti aspettavi?" chiese "Pensavi di trovare dei vitelli il giorno dopo?" "Forse no," replicò il cittadino "Ma sicuramente mi aspettavo di vedere un po' di sorriso sulle facce di queste mucche!"

No, neanche questo succederà presto. Sedendoti per un giorno in Vipassana, non ne uscirai sorridendo. Ne uscirai completamente stanco - stanco perché ti è stato detto di non fare niente, stanco perché non sei mai stato in una situazione così stupida prima d'ora. Non fare niente? Tu sei uno che fa! Se avessi tagliato legna tutto il giorno, non saresti stato così stanco. Ma seduto in silenzio, senza fare nulla, solo osservando il tuo stupido respiro che entra e che esce.... molte volte sorge l'idea: "Che cosa sto facendo qui?" E il tempo sembrerà molto, molto lungo, perché il tempo è relativo. Il tempo diventerà lunghissimo. Un giorno ti sembrerà come se fossero passati anni e anni - "E che cosa è successo? Oggi il sole non tramonta? Quando finirà?"

Se hai fretta, se sei impaziente, non conoscerai mai il sapore della meditazione.

Il sapore della meditazione ha bisogno di tanta pazienza, infinita pazienza.

La meditazione è semplice, ma tu sei diventato così complicato, che rilassarti richiederà tempo. Non è la meditazione che richiede tempo - lascia che te lo ricordi ancora - è la tua mente complicata. Deve essere riportata al riposo, ad uno stato di rilassamento. Questo richiede tempo.

E non pensare in termini di successo e fallimento. Divertiti! Non essere troppo orientato ad un fine. Divertiti nel puro silenzio osservando il respiro che entra e che esce, e presto avrai una bellezza, una nuova esperienza di bellezza e beatitudine. Presto vedrai che non occorre andare da nessuna parte per essere in beatitudine. Si può essere seduti in silenzio, da soli, ed essere in beatitudine. Non c'è bisogno d'altro, basta la pulsazione della vita. Se puoi pulsare con lei, diventa una profonda danza interiore.

La meditazione è la danza della tua energia, e il respiro è la chiave.



- tratto da "The Guest", Capitolo 15 -

(dal sito La meditazione come via: http://www.lameditazionecomevia.it/oshomed.htm)

domenica 10 ottobre 2010

Mantra di Tara Bianca




Oṃ Tāre Tuttāre Ture Mama Ayuḥ
Punya Jñānā Puṣtiṃ Kuru Svāhā



martedì 24 agosto 2010

Il Buddhismo: cos'è?



BUDDHA e il BUDDHISMO

Semplici domande e risposte



1 - Buddha è un Dio?
Buddha è stato un semplice uomo.


2 - Perché viene adorato come un Dio?
Questa è un'idea errata che nasce dall'ignoranza relativa al Buddhismo. Non c'è motivo per adorare Buddha come un Dio.


3 - Quale Dio adorano i Buddhisti?
Buddha e i suoi seguaci non hanno parlato di Dio.


4 - Dunque i Buddhisti sono atei?
Buddha NON si è occupato dell'esistenza o della non-esistenza di Dio. L'insegnamento Buddhista riguarda la liberazione dalla sofferenza. Esso ha caratteristiche di grande universalità e non è incompatibile con la fede in Dio, né con l'agnosticismo o l'ateismo. L'esistenza e la natura di Dio non sono trattati nelle argomentazioni del Buddhismo. Possiamo quindi affermare che nessuno dovrebbe percepire, da parte del Buddhismo, una "concorrenza" alla propria fede, qualunque essa sia.


5 - Il Buddhismo è o non è una religione?
In realtà il Buddhismo NON è una religione, nel senso comune in cui questo termine è inteso. Ovverosia come una tradizione istituzionalizzata concernente una dottrina su Dio, su come gli uomini possono adempiere la Sua volontà, sulle autorità che possono fare da tramite fra l'umano e il divino, ecc...
Il Buddhismo ha, nei confronti di ciò, due caratteristiche fondamentali:

a) NON è alcuna di queste cose,
b) NON si pone in conflitto o in alternativa con esse.

È un fatto che, in alcuni paesi come il Tibet, il Buthan, la Thailandia... il Buddhismo è stato fatto diventare un sistema teoretico o una "religione di stato", con tanto di Chiesa, di autorità ecclesiastiche, di dottrine, di moralismi. Di ciò non possiamo certo accusare Buddha, e nemmeno il suo insegnamento originale. Come, del resto, non possiamo accusare Gesù per gli errori delle Chiese Cristiane, per le loro scissioni istituzionali e per le loro divergenze dottrinarie...
Sul fatto che il Buddhismo sia o non sia una "religione", tanto l'occidente che l'oriente sono destinati, per lungo tempo ancora, ad alimentare una interminabile serie di favole e di pregiudizi.


6 - Se dunque il Buddhismo non è una religione, cos'è?
>>> Il Buddhismo è un sistema pratico per affrontare il problema della sofferenza e per cercare una liberazione da essa. Fra le poche convinzioni del Buddhismo c'è quella che nessuna acquisizione intellettuale sia risolutiva in tal senso, né le speculazioni filosofiche, i culti, le pratiche liturgiche o i ritualismi di varia natura.
Il Buddhismo invita a compiere un percorso che deve essere:

a) esperienziale,
b) personale,

al di fuori di ciò ci si sposta verso cose che possono essere belle, elevate, utili, ma che NON sono il Buddhismo <<<



7 - Tornando a Buddha, chi era?
Il Buddha che conosciamo dalle tradizioni è un'entità costituita in larga misura da elementi simbolici e leggendari. Esso è comunque inteso come pura e semplice natura umana. NON sarebbe corretto immaginare Buddha come un essere sovrannaturale, in grado di compiere miracoli, una incarnazione divina o Dio stesso. La figura di Buddha fornisce lo stereotipo di ciò a cui l'uomo dovrebbe aspirare: ovverosia al fatto di essere illuminato e liberato.
Tutto questo non esclude, anzi probabilmente implica, che la figura di Buddha abbia radici in qualche realtà storica. È possibile, infatti che essa abbia preso l'avvio da un personaggio di stirpe regale, vissuto a cavallo fra il sesto e il quinto secolo a.C., contemporaneo di altri "grandi dello spirito": il greco Pitagora, il persiano Zarathustra, i cinesi Confucio e Lao Tze. Il Buddhismo ha ricevuto grande impulso da parte di un re indiano del III secolo a.C., Ashoka, il quale ha adottato (o adattato?) l'insegnamento per farne una religione di stato. Del resto si pensi al fatto che la prima stesura scritta dei "detti del Buddha" è stata fatta a Ceylon (oggi Sri Lanka) quattro secoli dopo il periodo presunto in cui Buddha sarebbe vissuto, e migliaia di kilometri più a sud dei luoghi della predicazione originaria.
Una delle fonti migliori per conoscere la figura di Buddha, e alcuni dei suoi probabili aspetti storici, è la seguente:

Thich Nhat Hanh, VITA DI SIDDHARTA IL BUDDHA, Astrolabio Ubaldini Editore, Roma (1992).

In questo libro si racconta che Buddha, il principe Gautama, o Siddharta, della nobile famiglia Sakya, in giovane età avrebbe lasciato moglie e figlio nonché avrebbe rinunciato al diritto al trono per darsi alla vita ascetica, in cerca della causa della sofferenza umana e della verità spirituale. Avendo sperimentato diverse filosofie e diverse pratiche, sarebbe giunto all'illuminazione attraverso una profonda interiorizzazione e la convinzione che gli eccessi e i vari ascetismi, così come i dogmi, le liturgie e le pratiche cultuali, non giovano in alcun modo allo sviluppo della consapevolezza. La vera consapevolezza, che è anche felicità, si raggiunge attraverso l'ABBATTIMENTO DELL'ILLUSIONE. Egli avrebbe insegnato vagando per molti decenni nell'India settentrionale, raccogliendo una vasta comunità di seguaci, talvolta osteggiato dal clero brahmanico locale. Sarebbe morto all'età di oltre ottanta anni.


8 - Cosa insegna il Buddhismo?
Il Buddhismo è un metodo, non una teologia o una dottrina. Più che teoria esso è PRATICA: un approccio operativo che ciascuno dovrebbe adottare nei confronti della propria vita. Ovviamente tale approccio prende le mosse da alcune convinzioni fra cui, volendo sintetizzare, quella che...

la vita è accompagnata dalla sofferenza perché l'uomo vive nell'inconsapevolezza della realtà,

egli si affida ai sensi e alla coscienza mentale, accettando come realtà quella che invece è un'interpretazione psicologica di carattere simbolico e illusorio, compresa la percezione del proprio sé come entità separata. La sofferenza è il prodotto di questa dissociazione. Nessuna acquisizione intellettuale può sradicare la sofferenza ma solo la realizzazione esperienziale e personale di tale dissociazione.


9 - Allora secondo i Buddhisti il mondo, essendo immaginario, non esiste, lo inventerebbe la mente?
Siamo completamente fuori strada...

la realtà esiste ma l'uomo non la percepisce come tale, bensì secondo schemi che dipendono dalla sua struttura neuropsicologica.

Forma, colore, calore, suono, pienezza, rarefazione, odore, sapore... sono rappresentazioni simboliche che non rispecchiano l'essenza della realtà e che, tra l'altro, riguardano solo piccoli segmenti di realtà. Anche il tempo e lo spazio, come categorie oggettive, assolute e distinte, appartengono all'universo delle interpretazioni mentali. Percorrendo questa strada il buddhista giunge persino a mettere in discussione il senso dell'ego. Ovverosia...

nega che esista realmente nell'uomo qualcosa di essenziale che possa essere definito un sé individuale che non sia, come tante altre percezioni, una rappresentazione illusoria.


10 - Il Buddhismo insegna la reincarnazione?
Può sembrare strano: la filosofia originale del Buddhismo NON insegna la metempsicosi, intesa comunemente come trasmigrazione dell'anima individuale da un corpo ad un altro. Ciò costituirebbe una contraddizione in termini ed è, di fatto, una leggenda metropolitana. Il Buddhismo insegna innanzitutto l'inesistenza sostanziale del sé separato. Con questo presupposto, quale sarebbe l'entità individuale che trasmigra da un corpo ad un altro? Qualche sedicente buddhista risponde: la mente personale; dimenticando, o ignorando, che la mente personale è la controparte psichica dell'architettura neurologica e che con la morte essa si dissolve.
Al di là delle tante comuni credenze popolari, secondo le quali è vero tutto l'impossibile e il contrario di tutto il possibile, IL DISCORSO SULLA REINCARNAZIONE ANDREBBE RIVISITATO come concetto di UNIVERSALITÀ della vita e della sua continua trasformazione attraverso INTERSCAMBI e relazioni di CAUSA-EFFETTO (legge del karma).
Purtroppo la chiarezza su questo punto è messa seriamente in pericolo dalla disinvoltura con cui talvolta opinioni e convinzioni di facile e conveniente fruibilità sono confuse con l'insegnamento reale, non altrettanto facilmente comprensibile dalla gente comune. La storia di tutte le religioni reali è storia di un intreccio fra credenze popolari e insegnamento originario. In conclusione: l'autentico pensiero Buddhista NON implica l'idea della reincarnazione intesa nel senso tradizionale della metempsicosi.


11 - Il Buddhismo invita ad assentarsi dal mondo e dalle sue faccende?
Siamo ancora fuori strada... Il Buddhismo insegna l'illusorietà del mondo ordinario che l'uomo conosce attraverso l'esperienza sensoriale, NON l'inesistenza del mondo e della realtà essenziale. NON insegna l'assenza ma il DISTACCO, e questo non implica l'assenza ma, al contrario, è la condizione ottimale della presenza.


12 - Col Buddhismo scienza e religione entrano in urto frontale?
È esattamente il contrario! Non esiste pensiero più in armonia con le acquisizioni della scienza moderna. Lo confermano la fisica relativistica e quantistica; quella degli spazi cosmici e quella delle particelle elementari. Lo conferma la biologia evoluzionistica, la neurofisiologia e la psichiatria. L'antica immagine euclideo-newtoniana del mondo materiale, nonché quella cartesiana del mondo mentale sono illusioni prospettiche che la scienza moderna ha iniziato a svelare come tali.


13 - Il Dalai Lama è, come il Papa per i Cattolici, l'autorità suprema e centrale del Buddhismo?
Certamente NO! Il Dalai Lama è solo il presidente in esilio del Tibet (nazione attualmente sotto il dominio cinese). Il governo tibetano precedente l'invasione cinese era costituito da una clerocrazia e il capo era, ed è considerato tuttora, Tenzing Gyatso (Dalai Lama). La sua popolarità nel mondo è dovuta senz'altro alle qualità umane, culturali e spirituali, ma la sua fama è in parte il risultato di una strumentalizzazione propagandistica nel conflitto economico politico che oppone l'occidente alla Cina (fermo restando, ovviamente, che il Tibet, come ogni altro paese, ha diritto alla sua libertà e indipendenza). Molte figure del Buddhismo contemporaneo, altrettanto degne, sono sistematicamente sconosciute in occidente, perché non sono adatte ad una simile strumentalizzazione utilitaristica. Il Buddhismo non ha nessun "Pontefice". Esistono numerose scuole e interpretazioni del Buddhismo, spesso identificate con le tradizioni dei paesi nei quali ha avuto maggiore sviluppo: Tibet, Shri Lanka, Birmania, Thailandia, Cambogia, Viet Nam, Cina, Corea, Giappone... Si può così parlare di Buddhismo Theravada, Mahayana, Chan, Zen, Tantrismo buddhista, ecc... In genere queste scuole non si pongono l'una nei confronti dell'altra in una situazione di aperto conflitto, come succede invece fra Cattolici, Ortodossi e Protestanti, in ambito Cristiano, o fra Sunniti e Shiiti, in ambito Musulmano.


14 - Perché dovrei convertirmi al Buddhismo?
Personalmente lascerei perdere ogni questione di CONVERSIONE, anche perché non stiamo parlando di una religione o di una ideologia esclusivista, e la sostituirei con tutta un'altra domanda: ...perché dovrei continuare ad ignorare il Buddhismo? Troppo spesso le religioni sono indossate come divise della propria identità etnica e culturale, ed utilizzate come pretesti per giustificare le peggiori attitudini. È tempo che l'approccio spirituale muti radicalmente sostanza e che l'idea di APPARTENENZA sia letteralmente soppiantata da quella di COMPRENSIONE. Chi è nato e cresciuto cristiano, ebreo, musulmano, indù, agnostico, ateo... dovrebbe semplicemente essere quello che è nel MODO MIGLIORE possibile. In ciò il Buddhismo fornisce un buon aiuto.


15 - Che altro insegna il Buddhismo?
Oltre alle cose dette al punto 8, possiamo aggiungere, con riferimento a quanto classicamente attribuito allo stesso Buddha, che il Buddhismo insegna i "Tre Principi Fondamentali" e le "Quattro Nobili Verità":

I "Tre Principi Fondamentali":
  • IMPERMANENZA (tutto ciò che è esperibile ha inizio e fine),
  • NON SÉ (niente ha esistenza in sé come entità distinta e separata dal resto, nemmeno l'identità dell'uomo),
  • NIRVANA (il substrato essenziale di tutto, compresa la dimensione umana, è una realtà radicata nella coscienza e libera dal dualismo piacere-dolore).
Le "Quattro Nobili Verità":
  • il vivere comune è intriso di sofferenza,
  • la sofferenza ha delle cause che spesso ci sfuggono,
  • è possibile l'emancipazione dalla sofferenza,
  • esistono delle indicazioni per cercare la liberazione dalla sofferenza.
Ovviamente tutto ciò deve essere ben spiegato, e non è questa la sede per tale approfondimento. Ci basti aggiungere che tali punti sono finalizzati a mettere l'uomo in condizioni di raggiungere l'esperienza non ordinaria di "conoscere se stesso" nella sua reale essenza. In conseguenza di ciò le cause comuni della sofferenza perdono la loro supremazia nell'universo mentale. L'uomo ha così accesso alla fonte della beatitudine totale (Nirvana) che è già latente in lui, soffocata dal meccanismo psicologico a cui si trova normalmente sottomesso. Un obiettivo che si manifesta nel corso di tutta la vita comune come anelito a qualcosa di più risolutivo e permanente del semplice appagamento dei sensi, dei desideri e degli istinti.


16 - Che devo fare se voglio approfondire la mia conoscenza del Buddhismo?
Consiglio di iniziare con la lettura del libro di Thich Nhat Hanh che abbiamo precedentemente citato: "Vita di Siddharta il Buddha", seguito da "Il Sentiero" (stesso autore, stesso editore). In secondo luogo attingerei il più possibile alle fonti originali, fra cui principalmente il DHAMMAPADA. Solo in seguito leggerei commenti moderni, di autori occidentali e orientali. Infine cercherei di non dimenticare che la Verità ha un'unica casa: il centro di noi stessi. Quel luogo lo possiamo raggiungere esclusivamente da soli. Se vogliamo arrivarci, dobbiamo arrangiarci. Ma, per nostra consolazione, in tutte le strade, anche nelle più impervie, si trovano ogni tanto dei cartelli...



- a cura di Buddarta (David Donnini) -

http://www.nostraterra.it/buddha.html



domenica 1 agosto 2010

Il Sutra del Loto




Presentazione

di Paolo Franceschetti


Il Sutra del Loto è un testo bellissimo, profondo e per molti aspetti magico. Purtroppo è poco conosciuto per varie ragioni, una delle quali è senz’altro la pesantezza del linguaggio, fatto di infinite ripetizioni di parole e concetti.

Il testo originale infatti, è pensato per essere esposto oralmente e memorizzato, in un’epoca in cui la parola scritta e i libri in genere non esistevano. Per questo motivo le ripetizioni di cui l’opera si compone, all’epoca in cui essa fu scritta, avevano un senso ben preciso perché servivano per evitare che un concetto venisse perso, scordato, o che sfuggisse all’attenzione dell’ascoltatore, ma purtroppo rendono il sutra praticamente illeggibile ai tempi di oggi, per qualsiasi lettore occidentale, anche il più colto.

In realtà, depurato il testo dagli arcaismi e dalle ripetizioni infinite, rimane un testo stupendo, capace di affascinare, di spiegare complessi concetti religiosi, ricco di parabole bellissime, immagini spettacolari, mantra magici.

Presentiamo quindi questa edizione semplificata del Sutra, sperando che ciò possa contribuire ad una sua maggiore diffusione, affinché venga apprezzato il testo per quello che è.

In primo luogo questo libro è stato pensato affinché il Sutra del Loto si diffonda, venga letto e compreso a fondo negli ambienti buddhisti che si rifanno al suo insegnamento, ma anche molti altri lettori lo troveranno interessante e potranno addirittura restare incantati da esso.

Coloro che si interrogano sul perché delle diverse religioni potranno trovare una risposta al problema della pluralità delle religioni. Il sutra contiene infatti concetti molto evoluti, che si pongono al di sopra di qualsiasi religione e in grado di spiegare il motivo per cui esistono diverse fedi, ciascuna con una propria visione della divinità e della vita.

Chi cerca un senso della vita lo troverà nel concetto di Bodhisattva e, qualora poi volesse approfondire il buddhismo di Nichiren Daishonin, nel concetto di Kosen Rufu che vi è intimamente collegato.

Gli appassionati di esoterismo vi troveranno mantra e formule magiche, alcune di sperimentata efficacia. Chiunque pratichi il buddhismo di Nichiren Daishonin ha provato nella sua vita l’efficacia del mantra Nam Myo Ho Renge Kyo. Ma altri mantra sono contenuti negli ultimi capitoli del libro.

Chi cerca un modo di uscire dalla depressione e non ha trovato la soluzione nelle psicoterapie tradizionali, forse troverà in questo sutra, o più che altro nella pratica che si basa su di esso, una possibile risposta. Per questo motivo uno dei paragrafi è stato intitolato “e liberaci dal male oscuro”. Perché grazie alla pratica basata su questo sutra molte persone hanno vinto la loro lotta contro la depressione.

Coloro che professano un culto, quale che esso sia, troveranno comunque un testo diverso da quelli tradizionali, in grado di far riflettere chiunque sul ruolo della religione nella vita del singolo individuo e della società.



Il Sutra del Loto

Versione semplificata e unificata delle edizioni sanscrita e cinese


di Paolo Franceschetti


Per ordinare il libro:

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oppure:

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martedì 20 luglio 2010

Il Buddha vivente, il Cristo vivente



Entrare in comunione con il Cristo vivente

Quando invochiamo il nome del Buddha, evochiamo le stesse qualità del Buddha in noi stessi. Ci dedichiamo alla pratica per far sì che il Buddha diventi vivo dentro di noi, così da poter avere sollievo dalle afflizioni e dagli attaccamenti. Ma diverse persone che invocano il nome del Buddha lo fanno senza cercare veramente di raggiungere i semi del Buddha in loro stesse.

Si racconta la storia di una donna che invocava il nome del Buddha centinaia di volte al giorno senza mai attingere l'essenza di un Buddha. Dopo una pratica di dieci anni, traboccava ancora di collera e irritazione. Il suo vicino osservava la circostanza e un giorno, mentre ella stava invocando il nome del Buddha, bussò alla sua porta e gridò: "Signora Ly, aprite la porta!". La donna era molto seccata d'essere disturbata, suonò la sua campana molto forte affinché il vicino udisse che stava salmodiando e smettesse di disturbarla. Ma costui continuava a chiamarla: "Signora Ly, signora Ly, signora Ly, ho bisogno di parlarvi". La donna s'infuriò, gettò la sua campana a terra e scalpitò verso la porta esclamando: "Non vedete che sto invocando il nome del Buddha? Perché m'importunate ora?". Il vicino replicò: "Ho chiamato il vostro nome solo dodici volte e guardate come siete andata in collera. Immaginate come debba essere in collera il Buddha dopo che avete invocato il suo nome per dieci anni!".

I cristiani possono fare esattamente come la signora Ly se seguono soltanto meccanicamente i rituali o pregano senza essere veramente presenti. Ecco perché sono stati spronati dai maestri cristiani a praticare la "Preghiera del Cuore". Nel cristianesimo, come nel buddhismo, molte persone nella loro pratica ottengono poca gioia, sollievo, distensione, liberazione o grandezza d'animo. Anche se continuano per centinaia d'anni in quel modo, non entreranno mai in comunione con il Buddha vivente o il Cristo vivente. Se i cristiani che invocano il nome di Gesù sono presi solamente dalle parole, possono perdere di vista la vita e l'insegnamento di Gesù. Praticano solo la forma non la sostanza. Quando praticate la sostanza, la mente vi si schiarisce e raggiungete la gioia. I cristiani che pregano Dio devono anche apprendere a fondo l'arte di vivere del Cristo se vogliono penetrare nei suoi insegnamenti. È annaffiando i semi delle qualità ridestate che sono già in noi, praticando la consapevolezza, che entriamo in comunione con il Buddha vivente e il Cristo vivente.


La luce che rivela

Quando Giovanni Battista aiutò Gesù a entrare in comunione con lo Spirito Santo, il Cielo si aprì e lo Spirito Santo scese come una colomba e penetrò nella persona di Gesù. Egli si recò nel deserto e per quaranta giorni si esercitò a rafforzare lo Spirito dentro di Sé. Quando in noi germoglia la consapevolezza, dobbiamo continuare a praticarla se vogliamo consolidarla.

Ascoltando veramente il canto di un uccello o osservando veramente un cielo azzurro, tocchiamo il seme dello Spirito Santo dentro di noi. Per i bambini non è molto difficile riconoscere la presenza dello Spirito Santo. Gesù diceva che per entrare nel regno di Dio dobbiamo farci fanciulli. Quando l'energia dello Spinto Santo è in noi, siamo veramente vivi, siamo capaci di comprendere l'altrui sofferenza e motivati dal desiderio di contribuire a trasformare la situazione. Quando l'energia dello Spirito Santo è presente, sono presenti il Padre e il Figlio.

Discutere di Dio non è il migliore uso che possiamo fare della nostra energia. Se entriamo in contatto con lo Spirito Santo, ci accostiamo a Dio non quale concetto bensì quale realtà vivente. Nel buddhismo non parliamo mai del nirvana, perché nirvana significa estinzione completa di nozioni, concetti, discorsi. La nostra pratica consiste nell'attingere la consapevolezza in noi stessi sedendo in meditazione, camminando in meditazione, mangiando consapevolmente e così via. Osserviamo e apprendiamo a occuparci del corpo, del respiro, delle sensazioni, degli stati mentali e della coscienza. Vivendo nella consapevolezza, diffondendo la luce della nostra consapevolezza su tutto ciò che compiamo, entriamo in contatto con il Buddha e la nostra consapevolezza cresce.


La consapevolezza è il Buddha

Il Buddha fu un essere umano che si risvegliò e, di conseguenza, non fu più incatenato alle numerose afflizioni della vita. Ma allorché alcuni buddhisti affermano di credere nel Buddha, esprimono la loro fede nei meravigliosi Buddha universali, non nell'insegnamento o nella vita del Buddha storico. Credono nella magnificenza del Buddha e ritengono che sia sufficiente. Ma di estrema importanza sono gli esempi delle vite reali del Buddha e di Gesù, perché quali esseri umani essi vissero in modi che anche noi possiamo vivere.

Quando leggiamo: "Il cielo si aperse e lo Spirito Santo scese su di Lui come una colomba", possiamo renderci conto che Gesù era già illuminato. Era in contatto con la realtà della vita, la sorgente della consapevolezza, della saggezza e della comprensione nel Suo intimo, e ciò Lo rendeva diverso dagli altri esseri umani. Quand'Egli nacque nella famiglia di un falegname, era il Figlio dell'Uomo. Quando aperse il Suo cuore, Gli venne aperta la porta del Paradiso. Lo Spirito Santo discese su di Lui come una colomba, ed Egli si manifestò come il Figlio di Dio: santissimo, sapientissimo e grandissimo. Ma lo Spirito Santo non è un'esclusiva di Gesù: è per tutti noi. Secondo una prospettiva buddhista, chi non è figlia o figlio di Dio?

Sedendo sotto l'albero della Bodhi, innumerevoli, magnifici e santi semi sbocciarono ulteriormente nel Buddha. Egli era umano ma, al tempo stesso, si fece espressione del più elevato spirito dell'umanità. Quando siamo in contatto con il più elevato spirito in noi stessi, anche noi siamo dei Buddha, ricolmi di Spirito Santo, e diveniamo molto tolleranti, molto aperti, molto profondi e molto comprensivi.


Più porte per le generazioni future

Matteo descrive il Regno di Dio come fosse un minuscolo granello di senape. Ciò significa che il seme del Regno di Dio è dentro di noi. Se sappiamo come piantarlo nel terreno umido delle nostre vite quotidiane, quel seme crescerà e diverrà un grande arbusto su cui molti uccelli potranno trovare rifugio. Non dobbiamo morire per giungere alle porte del Paradiso.

Dobbiamo invece vivere veramente. La pratica consiste nello stare in profondo contatto con la vita in modo tale che il Regno di Dio divenga una realtà. Non è questione di devozione, si tratta di una questione di pratica. Il Regno di Dio è a disposizione qui e ora. Numerosi passi dei vangeli confortano questa visione. Leggiamo nel Padre Nostro che non andiamo nel Regno di Dio, ma che è il Regno di Dio a venire da noi: "Venga il Tuo regno...". Gesù disse: "Io sono la porta". Egli descrive Se stesso come la porta della salvezza e della vita eterna, la porta del Regno di Dio. Poiché Dio il Figlio è fatto dell'energia dello Spirito Santo, è per noi la porta d'ingresso al Regno di Dio.

Anche il Buddha viene descritto come una porta, un maestro che ci mostra la via in questa vita. Nel buddhismo una simile porta speciale è tenuta in profonda considerazione, perché quella porta ci permette di entrare nel regno della consapevolezza, dell'amorevolezza, della pace e della gioia. Si dice che esistano ottantaquattromila porte del Dharma, porte dell'insegnamento.

Se siete abbastanza fortunati da trovare una porta, non sarebbe molto buddhista affermare che la vostra è l'unica. In realtà, dobbiamo aprire un numero ancor più grande di porte per le generazioni future. Non dovremmo temere un maggior numero di porte del Dharma: se mai dovremmo temere che non se ne aprano più. Sarebbe un peccato per i nostri figli e i loro figli se ci ritenessimo soddisfatti con soltanto ottantaquattromila porte già disponibili. Ciascuno di noi, con la sua pratica e la sua amorevolezza, è in grado di aprire nuove porte del Dharma. La società è in evoluzione, la gente cambia, le condizioni economiche e politiche non sono le stesse dei tempi del Buddha o di Gesù. Il Buddha fa assegnamento su di noi perché il Dharma continui a svilupparsi come un organismo vivente, non un Dharma superato ma un autentico Dharmakaya, un vero "corpo della dottrina".


- da "Il Buddha vivente, il Cristo vivente" di Thich Nhat Hanh -


lunedì 7 giugno 2010

Il Sutra del Cuore




Prajñāpāramitā Hṛdaya Sūtra

Sutra del Cuore della Perfezione della Saggezza



Questo discorso Io ho udito una volta.

Il Bhagavan (Buddha) dimorava con una grande assemblea di monaci e una grande assemblea di Bodhisattva sul Picco dell'Avvoltoio vicino al paese di Rajagraha.

In quel tempo il Bhagavan era immerso in una particolare concentrazione chiamata la 'Visione Profonda'.

Nello stesso tempo, il Bodhisattva, il Grande Essere, il Nobile Avolokitesvara contemplava la pratica profonda della 'Perfezione della Saggezza'. Egli vide che i cinque costituenti psicofisici (Skandha) sono privi di una loro propria (inerente) natura.

Poi tramite il potere di Budda, il Venerabile Sariputra si accostò al Nobile Avalokitesvara e gli chiese:

«Come deve procedere il figlio o una figlia di un nobile lignaggio che desidera seguire la pratica della Perfezione della Saggezza?».

Il Venerabile Avalokitesvara rispose con queste parole al Venerabile figlio di Saradvati:

«O Sariputra, qualsiasi figlio o figlia di un nobile lignaggio che desideri seguire la pratica della «Perfezione della Saggezza» dovrebbe comprendere che i cinque costituenti psicofisici sono privi di una loro propria [inerente] natura.

La forma è vacua. La vacuità è forma. La vacuità non è altro che forma, e la forma non è altro che vacuità. Allo stesso modo, le sensazioni, le discriminazioni, gli elementi di formazione e la coscienza sono vacui. Similmente, Sariputra, tutti i fenomeni sono vacui. Sono privi di caratteristiche, non nascono, non muoiono; sebbene non siano contaminati non sono separati dalle contaminazioni; non diminuiscono né crescono.

Perciò, Sariputra, in termini di vacuità, non esistono sensazioni, né discriminazioni, né elementi di formazione, né coscienze; né occhi, né orecchie, né naso, né lingua, né corpo, né mente; né forme visive, né suoni, né odori, né sapori, né sensazioni tattili, né oggetti della coscienza mentale; non esistono elementi visivi, né elementi mentali, e nemmeno elementi della coscienza mentale. Non c'è ignoranza, né estinzione dell'ignoranza, non esiste il divenire vecchi, né la morte, né l'estinzione della vecchiaia né della morte.

Allo stesso modo, non vi è sofferenza, né origine di tutte le sofferenze, né il suo cessare, né il sentiero (che conduce alla Liberazione).

Non esiste né Saggezza primordiale, né realizzazioni, né mancanza di realizzazioni.

Perciò, o Sariputra, poiché i Bodhisattva non hanno realizzazioni essi vivono basandosi sulla «Perfezione della Saggezza»; poiché la loro mente è libera dalle ombre della nescienza essi sono senza paura. Trascendono l'errore e raggiungono il punto finale: il Nirvana.

Tutti i Buddha che si manifestano nei tre tempi si svegliano completamente nell'Illuminazione perfettamente piena seguendo la «Perfezione della Saggezza».

Perciò, il mantra della «Perfezione della Saggezza», il mantra della grande conoscenza, il mantra supremo, il mantra che non ha paragone, è un mantra che elimina tutte le sofferenze, non ti ingannerà, quindi conoscilo come vero!

Io proclamo il mantra della «Perfezione della Saggezza»:

Tadyata Gate Gate Paragate
Parasamgate Bodhi Svaha

0 Sariputra, questo è il modo in cui i grandi Bodhisattva si formano nella profonda «Perfezione della Saggezza».

In quel momento il Bhagavan riemergendo dalla concentrazione si rivolse al Nobile Avalokitesvara con queste parole:

«Ben detto! Ben detto! E' proprio così o figlio di nobile lignaggio, è proprio così. Si dovrebbe coltivare la «Perfezione della Saggezza» proprio come tu hai detto. Anche i Thathagata si rallegreranno di ciò»

Quando il Buddha ebbe parlato, il Venerabile Sariputra, il Nobile Bodhisattva Avalokitesvara e il suo seguito, e il mondo assieme ai suoi dei, uomini, semidei e Gandharva, si rallegrarono ed elogiarono ciò che il Bhagavan aveva proclamato.


lunedì 24 maggio 2010

Il momento presente è la porta verso la liberazione



del venerabile Ajahn Sumedho


Portate la vostra attenzione a questo momento, al qui ed ora. Qualsiasi cosa stiate sentendo fisicamente o emotivamente, di qualsiasi natura essa sia, questo è il modo in cui essa è. Questa conoscenza del modo in cui la cosa è si chiama consapevolezza; è il modo in cui noi facciamo esperienza dell’ora. Prestate attenzione a questo. Quando siamo pienamente coscienti, attenti al qui e ora senza attaccamento, allora non stiamo cercando di risolvere i nostri problemi, non stiamo ricordando il passato o pianificando il futuro. E se stiamo facendo queste cose allora fermiamoci e riconosciamo quello che stiamo facendo. Il non attaccamento significa che non stiamo creando niente di più nella nostra mente; siamo solo presenti. Questo significa riflettere sul modo in cui la cosa è.

Quando pensiamo, facciamo progetti, proviamo paura, facciamo previsioni, abbiamo speranze, ci aspettiamo qualcosa dal futuro, tutto questo avviene qui e ora, non è vero? Sono stati mentali che noi creiamo nel presente. Che cosa è il futuro? Che cosa è il passato? C’è soltanto l’ora, questo momento presente. Allora ci possiamo chiedere: “Che cosa è che conosce?” Noi vogliamo sempre determinare il soggetto. E’ questo il mio io reale? E’ questo il mio vero sé? Questa soggettività, questo porsi delle domande e volere trovare una identità, è anche una creazione nell’ora. Se ci affidiamo al silenzio, non c’è nessuno. Non troviamo nessuno nel suono del silenzio. Tutto il problema finisce.

Quanta concretezza ha un qualsiasi ricordo nel presente? Ha qualche essenza permanente? Il ricordo di una persona è realmente quella persona? Pensate a vostra madre, adesso. Anche se vostra madre è scomparsa tanti anni fa potete comunque pensare “madre” e le percezioni e i ricordi sorgono. Dov’è vostra madre ora, in questo momento mentre voi siete seduti qui e pensate a lei? E’ una percezione nella vostra mente. Sapere che i ricordi e le percezioni vengono create nel presente non è una critica o una negazione, si tratta semplicemente di porre i pensieri nel contesto in cui realmente sono.

Quanta sostanza
un ricordo ha
nel presente?

Spesso noi viviamo nel regno del tempo e dell’io e ci crediamo ciecamente, persi nelle nostre creazioni. Ma vedendo il Dhamma troviamo una via d’uscita da questa trappola mentale. La nostra società crede ciecamente in queste illusioni, quindi non ci possiamo aspettare molto aiuto da questa. Per esempio, a noi piace molto la storia, non è vero? “Voi sapete che il Buddha è realmente esistito. E’ un fatto storico”. E questo ce lo fa apparire reale, perché abbiamo fiducia nella storia. Ma la storia che cosa è? E’ ricordo. Se leggiamo differenti storie sullo stesso periodo di tempo, esse ci sembrano molto diverse. Io ho studiato storia coloniale britannica in India. Un resoconto scritto da uno storico britannico è molto diverso da quello scritto da uno storico indiano. Uno di loro mente? No. Probabilmente entrambi sono onorabili studiosi, ma ognuno di loro vede e ricorda le cose in modo diverso. Il ricordo è così.

E allora quando esaminiamo il nostro ricordo, osserviamo soltanto il fatto che i ricordi vanno e vengono; e quando se ne sono andati, ciò che rimane è la coscienza. La coscienza è ora. Questo è il sentiero, qui e ora, nel modo in cui è. Usate quello che sta avvenendo ora come sentiero, piuttosto che continuare con l’idea che voi siete qualcuno che viene dal passato e che ha bisogno di praticare per liberarsi da tutte le contaminazioni per raggiungere l’illuminazione in futuro. Questo è solo un io creato da voi e nel quale voi credete.

Noi soffriamo molto quando, ricordando il passato, ci sentiamo colpevoli. Ricordiamo cose che abbiamo detto o fatto, o che non avremmo dovuto fare, e stiamo molto male. O speriamo che tutto vada bene nel futuro e poi ci preoccupiamo del fatto che qualcosa possa andare storto. Ebbene le cose possono andare bene come possono andare male. O possono andare in parte bene e in parte male. Qualsiasi cosa può accadere nel futuro. Ecco perché ci preoccupiamo, non è vero? Ci piace andare dai chiromanti perché pensiamo che il futuro può essere tremendo per noi, se non lo conosciamo. Quale sarà il risultato della nostra decisione? Ho fatto la scelta giusta?

Dire “E’ così”
è solo un modo per ricordare
a se stessi
di vedere questo momento
così come è.

La sola cosa sicura del futuro - la morte del corpo - è qualcosa che cerchiamo di ignorare. Il solo pensare alla parola morte blocca la mente, non è vero? Per me è così. Non è particolarmente educato o politicamente corretto, parlare di morte in una conversazione casuale. Che cosa è la morte? Che cosa succederà quando muoio? Il non saperlo ci turba. Ma non lo sappiamo, non è vero? Noi non sappiamo cosa accadrà quando il corpo morirà. Abbiamo diverse teorie - come la reincarnazione o il premio in una rinascita migliore o la punizione in una nascita peggiore. Alcuni sostengono che una volta che si è ottenuta la nascita umana, si possa ancora rinascere come creatura inferiore. E poi c’è la scuola che dice no, una volta che si è rinati sotto forma umana non si può più rinascere come creatura inferiore. O la credenza nell’oblio - una volta che siamo morti, siamo morti. Punto e basta. Nient’altro. Finito. La verità è che nessuno lo sa veramente. Così spesso la ignoriamo o la reprimiamo.

Ma tutto questo succede nell’ora. Pensiamo al concetto della morte nel presente. Il modo in cui la parola morte influenza le nostre coscienze “è così”. Questo è sapere di non sapere nell’ora. E’ non cercare di provare alcuna teoria. E’ sapere: il respiro è così, il corpo così; lo stato d’animo, il nostro stato mentale è così. Questo significa sviluppare il sentiero. Dire “è così” è solo un modo di ricordare a se stessi di vedere questo momento così com’è, piuttosto che essere intrappolati nell’idea che dobbiamo fare qualcosa o trovare qualcosa o controllare qualcosa o liberarci di qualcosa.

Sviluppare il sentiero, coltivare bhavana, non è soltanto meditazione formale che possiamo fare solo in un determinato posto, in certe condizioni, con certi maestri. Questa è soltanto un’altra idea che ci stiamo creando nel presente. Osservate come praticate nella vostra vita quotidiana - a casa, in famiglia, al lavoro. La parola bhavana significa essere consapevoli della mente dovunque voi siate nel momento presente. Io posso darvi consigli per sviluppare la meditazione seduta - tanti minuti ogni mattina e tanti ogni sera - il che è certamente una cosa da tenere in considerazione. E’ utile acquisire una disciplina, prendersi un po’ di tempo nella vita di tutti i giorni per smettere con qualsiasi attività, qualsiasi impulso di obbligo morale, responsabilità e abitudine. Ma quello che ho trovato ad aiutarmi maggiormente è stato riflettere e fare attenzione sul qui ed ora.

Anche se andiamo
in luoghi meravigliosi
non sono poi così diversi.
E’ solo
una nostra montatura.

E’ così facile pianificare il futuro o ricordare il passato specialmente quando niente di veramente importante sta succedendo in questo momento: “In futuro ho intenzione di insegnare in un ritiro di meditazione” oppure “Il mio viaggio in Bhutan è stato una visita veramente particolare in un luogo veramente esotico dell’Himalaya.” Ma molto nella vita non è niente di speciale; è così come è. E anche andare in meravigliosi luoghi dell’Himalaya è così come è - alberi, cielo, consapevolezza; non c’è tutta questa differenza. E’ solo che noi ci costruiamo sopra. Sento anche che la gente soffre molto per le cose che ha fatto o che non avrebbe dovuto fare - errori, crimini, cose terribili dette nel passato. Le persone possono diventare ossessionate perché una volta che cominciano a ricordare i loro errori si crea tutto uno stato d’animo. Tutti i momenti colpevoli del passato possono tornare a galla e distruggere la nostra vita presente. Molte persone finiscono per rimanere bloccate in un vero insopportabile regno infernale che si sono create da sole.

Ma tutto questo succede nel presente, ed è per questo che il momento presente è la porta verso la liberazione. E’ l’ingresso al “Senza Morte”. Risvegliarsi a questo non vuol dire sopprimere, negare, rimuovere, difendere, giustificare, condannare; è quello che è, prestare attenzione al ricordo. “Questo è un ricordo.” è una affermazione corretta. Non è una rimozione del pensiero, ma non lo si sta più considerando con attaccamento personale. I ricordi, se visti chiaramente, non hanno essenza. Si dissolvono nell’aria sottile.

Provate a ricordare una vostra colpa e mantenete il ricordo deliberatamente. Pensate a qualche cosa di terribile che avete fatto in passato, e poi stabilite di tenerlo nella vostra coscienza per cinque minuti. Cercando di continuare a pensarci, scoprirete quanto è difficile da trattenere. Ma quando quello stesso ricordo sorge e voi gli opponete resistenza, ci sguazzate dentro o ci credete, allora può accompagnarvi per tutta la giornata. Tutta una vita può essere riempita di colpe e rimorsi.

Ogni volta che sei
consapevole di ciò
che stai pensando
stai diventando
un esperto.

Così soltanto nel risveglio, vedendo la cosa così com’è, c’è un rifugio. Ogni volta che siete consapevoli di quello che state pensando - non critici, anche se state pensando a qualcosa di veramente brutto o spiacevole - state diventando degli esperti. Questo è ciò in cui potete avere fiducia. Mentre sviluppate questo, acquisite più fiducia. La vostra consapevolezza diventerà una forza più grande delle vostre emozioni, delle vostre contaminazioni, delle paure e dei desideri. All’inizio ci può sembrare che emozioni e desideri siano più forti, che la semplice consapevolezza sia impossibile. Si possono avere soltanto pochi brevi momenti di consapevolezza e poi si torna di nuovo nella tempesta che imperversa. Può sembrare senza speranza, ma non lo è. Più la si mette alla prova, la si investiga, si dà fiducia a questa consapevolezza, più diventa stabile. Gli apparenti poteri invincibili delle qualità emotive, delle ossessioni e delle abitudini, perderanno quel senso di essere la forza più grande. Troverete che la vostra vera forza è nella consapevolezza, non nel controllo dell’oceano, delle onde, dei cicloni e degli tsunami e di tutto il resto che comunque è impossibile per voi controllare. E’ solo nell’avere fede in questo punto - qui ed ora - che si realizza la liberazione.

Dire “è così” significa solo ricordare a se stessi di vedere questo momento così com’è. Anche andare in posti meravigliosi non è poi così differente. E’ solo la costruzione che ci facciamo sopra, rimuovendo, difendendo, giustificando o condannando; è quello che è: un ricordo. “Questo è un ricordo.” è una affermazione onesta. Non è una rimozione del pensiero. E’ che non lo sta considerando con attaccamento. I ricordi, se visti chiaramente, non hanno essenza. Si dissolvono nell’aria sottile.



http://santacittarama.altervista.org/qui_e_ora.htm


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