Il Samādhi è l'Illuminazione. Quando la vita che scorre nel praticante, ossia la Kuṇḍalinī, sale fino a raggiungere il Settimo Chakra, in quello stesso “luogo” ed istante avviene l'unione con Dio. Non si tratta di un'idea mentale e raggiungibile attraverso un condizionamento, un programma: è nell'assenza totale dei programmi che si può riconoscerla. Non è nemmeno possibile associarla ad un vero e proprio corpo Sottile, perché è un portale per l'esistenza intera nella sua purezza essenziale. Si trova all'apice della Super-coscienza, esattamente dove la spontaneità dell'energia suprema si unisce alla consapevolezza oceanica.
Spiegare a parole questo stato dell'essere è impossibile e non ci sono esercizi che provochino direttamente questo stato, si può solo lavorare sui meccanismi e meditare per preparare il terreno. Per questo motivo non ti proporremo esercizi su questo Chakra, non ce n'è affatto bisogno, in quanto non ha blocchi intrinsechi e dinamiche che li alimentano: sono quelli dei centri inferiori ad impedire all'energia di arrivare fin qui, poiché molto prima di arrivarvi viene deviata e incanalata nei “circuiti alternativi”, ossia i meccanismi. Le affermazioni, i convincimenti, l'autoipnosi, non aiutano affatto ai fini dell'illuminazione, piuttosto costituiscono ulteriori ostacoli e schemi da ripulire.
Tutti i giochi sono illusione, così come lo è l'esperienza della schiavitù, mentre la Realtà eterna siamo noi: la vita che fa le esperienze, ossia lo spazio di consapevolezza in cui tutto avviene.
Proiezione e Morte
Tutto questo non accade solo “fuori” di noi, ma poiché la distanza tra interno ed esterno è del tutto irreale, le stesse dinamiche avvengono interiormente. Le cose che percepiamo come esterne non sono che la materiale manifestazione del nostro inconscio e le nostre reazioni incarnano la proiezione del meccanismo che chiamiamo “io”, costituito dall'insieme delle identificazioni.
Forse anche tu credi di essere libero quando ti arrabbi perché non ti concedono le ferie, ma in realtà hai solo scelto la forma della tua schiavitù. Questa è la vera morte, rimanere fermi, intrappolati nell'identificazione con la spazzatura che abbiamo accumulato, fatta di etichette, classificazioni, giudizi, auto-giudizi e convinzioni. La morte fisica non è che un cambio di forma, ma viene percepito come una fine perché la filtriamo attraverso la morte che sperimentiamo tutti i giorni: il meccanico stato inconscio. Non sei cosciente qui e ora, ecco perché vedi la morte come uno stato di sonno, ma in realtà nell'ignoto immaginiamo sempre ciò che abbiamo adesso.
Ciò che sfugge alla comprensione intellettuale per la Mente è un vuoto, dove è lei stessa a proiettare paure, fantasie, desideri e stati che vive senza averne consapevolezza. Per questo motivo la morte sembra una cosa crudele, brutta, triste, ma tale immagine che ne abbiamo è data da ciò che esiste nel nostro inconscio in questo preciso momento. Lasciare il corpo significa cambiare forma, trasformarsi, ma ciò che perdiamo non era reale, concreto ed eterno. Nel momento in cui il corpo viene abbandonato è come cambiare abito: è solo la forma a mutare, ma l'essenza rimane la stessa. L'esistenza persiste e se ci si identifica con essa, con ciò che è eterno, non esiste più meccanismo, paura, morte e dolore; fino a quando invece investiremo tutte le nostre risorse energetiche e temporali su cose destinate a cambiare, sviluppando ad esse attaccamento, la sofferenza sarà la nostra ombra.
Siamo la Stessa Vita
Vivere tra luce ed ombra è difficile, ci porta a lottare sempre contro parti di noi, anche quando apparentemente ce l'abbiamo con qualcuno di esterno. Non esiste una reale separazione tra noi e le altre persone: siamo forme dello stesso oceano, fiumi dello stesso mare di vita che respiriamo in ogni attimo. Pensaci un attimo: adesso stai respirando lo stesso Prana che scorre nelle Nadi di ogni uomo, è una sola vita che entra nelle forme, le sostiene e nutre facendone esperienza, per poi trascenderle e tornare parte indistinta della vita pura e senza forma.
L'esperienza dell'onda avviene sempre nell'oceano, in quanto la forma divide solo in apparenza, soltanto perché in quel frangente la vita ci si identifica. Assapora questa frase, è così piena di significato da straripare di energia viva e vibrante! Respiriamo la stessa aria, lo stesso Prana sostiene tutte le forme ed al tempo stesso le unisce e trascende. I corpi fisici sono solo fenomeni immersi nell'eterno, ma la vita che li anima cade nella dimenticanza e fa esperienza della materia e della soggettività, fino al momento in cui non trascende queste illusioni.
Spesso sei troppo impegnato a compiere azioni per sentire chi le fa, ossia gustare intensamente e totalmente quell'essenza vitale che compie le esperienze, la pura esistenza che sta dentro ed oltre ogni forma. Molta gente dà più importanza al fare che all'essere, non si chiedono mai chi sono veramente e se ciò che loro chiamano “io” sia quello vero, reale, eterno, oppure una semplice maschera, un ruolo o un'etichetta impermanente. Invece è molto importante concedersi di essere e sentire intensamente questa pura esistenza, perché si tratta dell'unica realtà eterna e contiene in sé ogni cosa abbiamo sempre desiderato, ma che fino a ora abbiamo cercato nel mondo fenomenico e illusorio.
Sentiti in questo istante, non aspettare né rimandare, perché l'unica certezza è il presente: è l'unico “tempo” in cui è possibile vivere, mentre nel passato e nel futuro possiamo solo far esperienza della “non vita”. Adesso tu sei qui, stai leggendo queste parole, ma chi sei? Chi sta leggendo? Eri così impegnato nell'azione che ti sei totalmente dimenticato di esistere e questo avviene costantemente. Porta tutta la tua attenzione e sensibilità a chi guarda dai tuoi occhi, concedendoti di percepire l'essenza immobile, che in genere rimane nascosta dietro a tutte le etichette, le convinzioni e le azioni.
Quando si sente questa vita, la si osserva come testimoni, alla fine sarà naturale tornare con essa un tutt'uno e nel momento in cui la spontaneità si fonde al testimone, ecco che l'onda torna all'oceano: questa è l'illuminazione. Sentiti sempre più intensamente e non lasciare che le azioni ed i sensi ti attraggano di nuovo nel subconscio, con i suoi drammi e meccanismi. Svegliati ora. Sii vivo ora. Rimani immobile e lascia che ogni cosa crolli, trascendendo il peso del passato che ti impedisce di vivere pienamente. Rinasci al presente ed ogni cosa, per te, sarà una rinascita. Non trattenere o respingere il cambiamento, lasciati andare e godi questo fluire: ti condurrà a perdere ogni limite, fino a raggiungere l'eterno.
Realizzazione della Verità
Quando la vita raggiunge il Settimo Chakra si comprende in modo chiaro e semplice che cosa sono l'uomo e l'Universo. Si tratta di un tipo di comprensione realizzante, un'intuizione che si accende e non si spegne mai più: non viene persa di vista, piuttosto la sentiamo sempre e intensamente, al punto che ogni gesto, parola e azione, da essa scaturisce. Non è per niente simile ad una nozione mentale, che ricordi solo se ci pensi: è qualcosa di sempre presente ed al tempo stesso è impossibile darlo per scontato.
Nella sua immensità riusciamo ad aver sempre presente questa realizzazione, perché è come arrivare sulla cima di una montagna e stabilirvisi, ossia raggiungere un punto di vista così vasto che include quelli soggettivi in un'organicità perfetta; di conseguenza tutto acquista un senso molto profondo. Ogni altro punto di vista qui si sublima, integrandosi nell'essenza della realtà, che viene prima e dopo di ogni cosa. A questo punto la dualità è totalmente annullata, nel senso che comprendiamo che effettivamente non esiste un “fuori” e un “dentro”: noi siamo l'esistenza.
Per noi non ci sono più inferni e paradisi, cose giuste o sbagliate, luci ed ombre, ogni cosa ha così tante sfumature da non essere classificabile, perché si tratta di un pezzo di un intero ed è impossibile comprenderlo pienamente al di fuori della visione globale. Se ne possono vedere solo alcuni aspetti alla volta, dalla prospettiva razionale, perché, per analizzare, la Mente Schematica ha bisogno di dividere, sezionare; così avviene la frammentazione. Con la realizzazione diventa chiaro che tutto questo è un gioco della Mente, che ci fa credere esista un “dentro e un fuori da noi”, mentre in realtà sono la stessa cosa ed è per questo che ciò che è “dentro” di noi si materializza anche “fuori”. In realtà non sono la stessa cosa che si ripete, non sono distinte, ma la stessa esatta cosa che possiamo vedere da punti di vista differenti.
Il nostro apparato sottile e l'Universo non sono affatto distinti. La pura esistenza è la vita, Kuṇḍalinī, che si muove polarizzata tra Primo e Settimo Chakra. Il Primo centro è la dimensione materiale, la più bassa dell'inconscio, istintiva e calamitante verso il basso. Questo è l'apice dell'illusione, che cattura la spontaneità nei meccanismi della soggettività, addormentandola nel turbine delle illusioni. È oscuro, nascosto, non illuminato dalla luce della coscienza, ma è soltanto un'illusione: quando lo illuminiamo di coscienza scompare. Il Settimo centro energetico è invece la parte più alta, pura ed elevata, che calamita l'energia verso l'alto portandoci all'evoluzione.
- da “La via della saggezza indiana” di Ambra Guerrucci -
Ho letto con grande attenzione la tua lettera. Rispondo che la Legge fondamentale di vita e morte è Myoho-renge-kyo. Infatti i cinque caratteri (1) di Myoho-renge-kyo furono trasmessi al bodhisattva Jogyo dai due Budda Shakyamuni e Taho seduti nella Torre Preziosa, perpetuando un’eredità ininterrotta sin dall’infinito passato. Myo significa morte, ho vita. I due fenomeni di nascita e morte sono manifestati dalle entità dei dieci mondi, chiamate anche entità di Renge.
T’ien-t’ai disse: «Sappiate che tutte le cause e gli effetti degli esseri senzienti e dei loro ambienti (esho) manifestano la legge del Loto» (2) . In questa spiegazione «esseri senzienti e loro ambienti» designano vita e morte. Se c’è nascita e morte, c’è causa ed effetto ed è evidente che c’è anche la Legge del Loto (3) .
Il Gran Maestro Dengyo disse: «I due fenomeni di nascita e morte sono le funzioni misteriose della vita. Le due verità di esistenza e non-esistenza sono il vero beneficio dell’Illuminazione originale» (4) . Cielo e terra, yin e yang (5) , il sole e la luna, i cinque pianeti (6) , i vari mondi da Inferno a Buddità, non sono esenti dai due fenomeni di nascita e morte. Anche le loro nascite e morti non sono altro che nascita e morte di Myoho-renge-kyo.
T’ien-t’ai scrisse nel Maka shikan: «L’apparizione [di tutte le cose] è l’apparizione della loro vera natura (7) ; la loro scomparsa è la scomparsa di tale natura [nello stato di latenza]» (8). Anche i Budda Shakyamuni e Taho rappresentano i due fenomeni di nascita e morte.
Recitare Myoho-renge-kyo con la consapevolezza che non esiste alcuna differenza fra Shakyamuni illuminato nel lontano passato, il Sutra del Loto che è la strada dell’Illuminazione di tutti gli esseri, e noi comuni mortali, questa è l’eredità della Legge fondamentale della vita. Questo è essenziale per i discepoli, preti e laici, di Nichiren: questo è il significato di abbracciare il Sutra del Loto. (9)
Per chi, sentendosi giunto al suo ultimo momento, raccoglie la sua fede e recita Nam-myoho-renge-kyo, il sutra proclama: «Dopo la morte mille Budda gli tenderanno le mani per liberarlo dal timore e impedirgli di cadere nei cattivi sentieri» (10).
Che felicità! Come trattenere le lacrime di gioia sapendo che non uno o due, non cento o duecento, ma mille Budda verranno ad accoglierci con le braccia aperte?
Chi non ha fede nel Sutra del Loto sarà accolto dai guardiani dell’inferno che gli afferreranno le mani, come ammonisce il sutra: «...dopo la morte cadrà nell’inferno della sofferenza incessante» (11) . Che pena! I dieci re (12) lo giudicheranno e i messaggeri del cielo (13) che sono con lui dalla nascita denunceranno [i suoi atti malvagi].
Immagina quei mille Budda che tendono le braccia verso i discepoli di Nichiren che ora recitano Nam-myoho-renge-kyo, come meloni o convolvoli che tendono i loro tralci sottili. I miei discepoli nel presente hanno potuto abbracciare questo sutra in virtù del forte legame formato con il Sutra del Loto nel passato e senza dubbio otterranno la Buddità nel futuro.
Non interrompere mai il legame con il Sutra del Loto nelle tre esistenze, attraverso nascita e morte del passato, nascita e morte del presente e nascita e morte del futuro, si chiama trasmissione dell’eredità del Sutra del Loto. Coloro che non credono nel Sutra del Loto e lo insultano «distruggono tutti i semi della Buddità in questo mondo» (14) ; essi non ricevono l’eredità della Legge fondamentale della vita perché hanno distrutto il seme per divenire Budda.
In generale, che i discepoli di Nichiren, preti e laici, recitino Nam-myoho-renge-kyo in itai doshin (15) , senza alcuna distinzione fra di loro (16) , uniti come i pesci e l’acqua, questo si chiama eredità della Legge fondamentale della vita. Se è così, anche il grande desiderio di kosen-rufu potrà realizzarsi. Ma se fra i discepoli di Nichiren c’è qualcuno in itai ishin, sarebbe come uno che distrugge il suo castello dall’interno.
Io, Nichiren, ho cercato di risvegliare tutto il popolo giapponese alla fede del Sutra del Loto in modo che potesse condividerne l’eredità e ottenere la Buddità, ma invece mi hanno perseguitato in ogni modo e infine mi hanno esiliato in questa isola. Tu hai seguito Nichiren nonostante tutto e hai incontrato delle persecuzioni. Questo pensiero mi addolora profondamente.
L’oro non può essere bruciato dal fuoco né corroso e spazzato via dall’acqua, mentre il ferro è vulnerabile al fuoco e all’acqua. Una persona saggia è paragonabile all’oro, uno sciocco al ferro. Tu sei come l’oro puro perché abbracci «l’oro» del Sutra del Loto. Un brano del sutra dice: «Sumeru è la più alta di tutte le montagne; allo stesso modo il Sutra del Loto [è il alto di tutti i sutra]» (17) . E dice anche: «[La fortuna di un credente] non può essere bruciata dal fuoco né corrosa dall’acqua» (18) .
Non è dovuto alla relazione karmica formata nel passato se ora sei diventato discepolo di Nichiren? Certamente i Budda Shakyamuni e Taho lo sanno. Le parole del sutra «vita dopo vita nacquero insieme ai loro maestri nella varie terre di Budda» (19) non possono essere false.
Finora nessuno mi aveva fatto una domanda sulla trasmissione dell’eredità della Legge fondamentale della vita. È ammirevole, ammirevole! Comprendi bene ciò che ho spiegato dettagliatamente in questa lettera. Pratica solo Nam-myoho-renge-kyo, l’eredità trasmessa da Shakyamuni e Taho al bodhisattva Jogyo.
La funzione del fuoco è bruciare e dare luce. La funzione dell’acqua è lavare la sporcizia. La funzione del vento è spazzar via la polvere e soffiare la vita nelle piante, negli animali e nell’uomo. Quella della terra è far crescere l’erba e gli alberi, e quella del cielo è provvedere alla pioggia. Anche i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo operano così: sono le funzioni benefiche dei Bodhisattva della Terra. Il Sutra del Loto dice che il bodhisattva Jogyo deve apparire adesso per propagare questo insegnamento nell’Ultimo giorno della Legge, ma questo è accaduto realmente? Che il Bodhisattva Jogyo sia già apparso o no, Nichiren ha già cominciato la propagazione.
Sii fermamente deciso a risvegliare il grande potere della fede e recita Nam-myoho-renge-kyo con una mente corretta fino al momento della morte. Non cercare assolutamente un altro modo per ereditare la Legge fondamentale della vita; questo è il significato di «I desideri terreni sono Illuminazione» e di «Le sofferenze di nascita e morte sono nirvana». Senza l’eredità della fede, sarebbe inutile abbracciare il Sutra del Loto. Avrei molte altre cose da chiarire.
NOTE: 1. I cinque caratteri: negli scritti del Daishonin spesso Myoho-renge-kyo sta per Nam-myoho-renge-kyo. 2. Hokke gengi, vol. 7. 3. Legge del Loto: la legge di simultaneità di causa ed effetto. 4. Tendai hokkeshu gozu homon yosan, vol. 5. 5. Yin e yang: i due princìpi universali dell’antica filosofia cinese. Yin è il principio negativo, scuro, femminile; Yang è il principio positivo, chiaro, maschile. Dalla loro combinazione dipende la natura di tutte le cose. 6. Cinque pianeti: Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno. I pianeti più esterni non erano ancora stati scoperti. 7. Vera natura: letteralmente, natura della Legge (hossho), la vera natura immutabile o natura di Budda, presente in ogni essere e in ogni fenomeno. 8. Maka shikan, vol. 5. 9. Dal punto di vista del Buddismo di Nichiren Daishonin, quando si parla di Shakyamuni s’intende Nichiren Daishonin, il Budda originale di kuon ganjo. Quando si parla del Sutra del Loto ci si riferisce al Gohonzon, l’oggetto di culto del vero Buddismo. 10. Sutra del Loto, cap. 28. 11. Ibidem, cap. 3. 12. I dieci re dell’inferno: figure simboliche della tradizione religiosa popolare. In Cina l’inferno era rappresentato come un tribunale dei demoni in cui i morti erano processati per le loro azioni malvagie. 13. Messaggeri del cielo: Dosho (stessa nascita) e Domyo (stesso nome). Si diceva che questi due messaggeri stessero sulle spalle di ogni persona osservando tutte le sue azioni. Sono una metafora che indica le funzioni della legge di causa ed effetto. 14. Sutra del Loto, cap. 3. 15. Itai doshin: diversi corpi, uguale mente. Itai ishin: diversi corpi, diversa mente (o fede). 16. Letteralmente: senza alcun pensiero di me o degli altri, di questo o di quello. Non si tratta di una negazione dell’individualità, ma del superamento del divario fra persona e persona, che sorge dall’egoismo e dalla sfiducia. 17. Sutra del Loto, cap. 23. 18. Ibidem. 19. Ibidem, cap. 7.
Shoji Ichidaiji Kechimyaku Sho Gosho Zenshu, pag. 1336 Scritto l’11 febbraio 1272, a 51 anni, da Sado Destinato a Sairen-bo Nichijo
CENNI STORICI - Nichiren Daishonin scrisse questa lettera l’11 febbraio 1272, quando ancora viveva nel tempietto del cimitero di Tsukahara, sull’isola di Sado, dove era stato esiliato l’anno precedente. La lettera è indirizzata a Sairen-bo Nichijo, che in origine era un prete della setta Tendai. Circa un mese prima, il 16 e il 17 gennaio, Nichiren Daishonin aveva affrontato in un dibattito pubblico i preti dell’isola di Sado, dimostrando la correttezza dottrinale del suo insegnamento. È probabile che Sairen-bo, esiliato a Sado per motivi a noi sconosciuti, forse per dei contrasti con le autorità, abbia deciso di diventare discepolo del Daishonin dopo aver assistito al dibattito di Tsukahara. La setta Tendai, che aveva il proprio centro a Kyoto, al tempio Emyaku sul monte Hiei, era la massima scuola di filosofia buddista, ma la sua influenza sulla società del tempo si era notevolmente indebolita a causa dei continui e aspri contrasti con le sette rivali; in ogni caso, le profonde dottrine della scuola le assicuravano ancora un certo prestigio e il tempio del monte Hiei era pur sempre considerato il centro della cultura buddista in Giappone. Sairen-bo, che negli anni successivi ottenne il perdono dalle autorità e fondò un tempio chiamato Honkoku, poneva delle profonde domande sulla teoria buddista e Nichiren Daishonin rispose con alcuni scritti che rivestono una grande importanza. I principali sono L’Illuminazione delle piante, La vera entità della vita, La preghiera e L’eredità della legge fondamentale di vita e morte. Questo Gosho è uno scritto breve, ma denso di significato, sia teorico che pratico. Probabilmente per Sairen-bo, uno studioso che conosceva a fondo i testi e aveva meditato a lungo sulle complesse teorie della scuola Tendai, era relativamente facile da capire.
Quasi tutte le tradizioni buddhiste prevedono il prendere rifugio nel Buddha, nel dhamma e nel sangha. Questi tre elementi costituiscono un punto focale per il nostro impegno e per le nostre riflessioni sulla pratica.
Il primo rifugio: il Buddha
Il primo rifugio è il Buddha, spesso raffigurato da un'immagine su un tabernacolo. Qualcuno si chiederà perché i buddhisti possiedono immagini del Buddha. Sono idoli che adoriamo? Hanno una sorta di potere divino? Niente affatto; sono immagini su cui riflettere.
Quando contemplate un'immagine del Buddha, vi rendete conto che è l'immagine di un essere umano composto, vigile e sereno. Sta di fronte al mondo e osserva le cose. È consapevole del mondo, ma non se ne lascia ingannare né intrappolare. Non è estatico e neppure depresso. Rappresenta la capacità dell'essere umano di trovarsi in una calma assoluta e di vedere le cose per come sono davvero, e dà alla mente un'ispirazione di grande esperienza. Quando contemplate un'immagine del Buddha, provate un senso di calma. Perciò, vivere con le immagini del Buddha è una cosa piacevole; sono oggetti assai piacevoli da tenere con sé.
È ovvio che, se ci contorniamo di sculture che raffigurano forti passioni di rabbia e di estasi, o che attirano ed eccitano le passioni dentro di noi, diverremo passionali ed eccitati. Diventiamo quello che osserviamo. Ciò che ci circonda esercita un influsso sulla nostra mente. A mano a mano che intensificate la meditazione, scegliete di porre intorno a voi oggetti che portano alla tranquillità, non all'agitazione.
Nei monasteri, i monaci e le monache, per tradizione, fanno ogni mattina un'offerta di candele, incenso e fiori al tabernacolo del Buddha. Anche quelle offerte sono fatte per riflettere. I fiori sono alcuni tra i doni più leggiadri che si possano fare, perché sono tra i prodotti più belli della terra. I fiori freschi abbelliscono qualunque luogo in cui si trovano; non sminuiscono né danneggiano mai alcunché. Nel buddhismo sono un simbolo di purezza mentale. Di solito, le immagini del Buddha lo mostrano seduto su un fiore di loto. Nel sudest asiatico, il fiore di loto cresce nelle paludi e negli stagni, sbocciando tra il fango e la melma. Si innalza al di sopra di tutto ciò e diventa un fiore magnifico. Quel fiore è come un essere umano morale. Un essere umano responsabile di ciò che fa è sempre una creatura magnifica da avere vicino a sé. Ovunque vada è il benvenuto; abbellisce, adorna. Al contrario, il mondo è ingombro di esseri umani egoisti, immorali e noncuranti, simili a erbe infestanti. Ecco perché il Buddha è seduto simbolicamente su un trono di loto: la saggezza del Buddha può provenire solo dalla purezza morale.
Gli esseri umani possono raggiungere qualunque livello. Possiamo vivere, come fanno molti, a livello istintivo del corpo, seguendo gli impulsi animali al cibo, al sonno e alla procreazione. Possiamo anche abbassarci al di sotto di quel livello ed essere ossessionati da desideri di bassa natura. Molti esseri umani vivono in questo modo. Non sono veramente umani; sono come spettri che vivono in un mondo crepuscolare di appetiti ossessivi e desideri insaziabili, come tossicodipendenti e alcolizzati. Oppure possono essere demoni, con un'energia malvagia che cerca di distruggere e ferire gli altri. Il solo fatto di possedere un corpo umano non significa che siate pienamente umani. Non è così facile. Il regno umano è totalmente intriso di mortalità, perciò essere umani implica anche l'aspetto mentale.
Solo quando decidiamo di assumerci la responsabilità della nostra vita diventiamo esseri umani a tutti gli effetti. Dobbiamo compiere lo sforzo di elevarci. Essere responsabili richiede fatica; non è qualcosa che avviene senza sforzo. Dobbiamo sceglierlo. Dobbiamo decidere di essere in quel modo e assumerci l'impegno e la fatica necessari. Viceversa, ci limiteremo a seguire gli impulsi istintivi che spesso sono autoindulgenti e di basso livello. Quando compiamo lo sforzo necessario, ci innalziamo a un livello superiore. Ecco cosa rappresentano i fiori e il loto.
Quando prendiamo rifugio nel Buddha, stiamo prendendo rifugio in ciò che è saggio. La parola "Buddha" è in realtà un termine indicativo dell'umana saggezza; significa "colui che conosce la verità" o "quello che conosce". Se dite di essere un buddhista, potete pensare di esservi convertiti a una religione, oppure potete pensare di essere qualcuno che sta prendendo rifugio nella saggezza. Per essere saggi, si riflette e si contemplano le cose. La saggezza c'è già. Non è qualcosa che si ottiene, ma qualcosa che viene usato. È sbagliato pensare che diventerete saggi meditando. La meditazione è un modo per imparare la saggezza che c'è già. Nella meditazione, contemplate e riflettete sul dhamma, o sulla verità del così com'è. Così facendo, state già usando la saggezza. La saggezza non è qualcosa che non possedete, ma qualcosa che forse non sempre usate, o di cui non siete sempre consapevoli.
Nei canti quotidiani nei monasteri, il Buddha è detto l'arahant, il sammāsambuddha. Sono termini pali che stanno per ciò che è veramente puro e illuminato. Sammāsambuddha significa colui che è illuminato perché conosce la sua vera natura. Arahant è una parola che sta per essere umano perfetto, essere umano che vede con chiarezza e non si lascia ingannare dalle apparenze e dai condizionamenti mentali.
Il Buddha è detto anche vijjācaraņasampanno, che significa perfetto nella conoscenza e nella condotta; non quindi sapere ciò che è giusto e comportarsi altrimenti. Di questi tempi, un gran numero di maestri agisce proprio in questo modo. Da una parte scrivono libri, insegnano e capiscono; le loro azioni, però, non si accordano alle loro conoscenze. Ma un Buddha è ciò che un Buddha conosce; vive in quel modo: vijjācaraņasampanno, perfetto nella conoscenza e nella condotta.
Un altro attributo del Buddha è lokavidū, che significa colui che vede il mondo, che conosce il mondo come è. Dov'è il mondo conosciuto dal Buddha? Quando contemplate la domanda: "Dov'è il mondo?", scoprirete che la risposta è la vostra mente. Di solito, però, non pensiamo al mondo in quel modo; lo identifichiamo con il pianeta. Guardate una carta geografica e vedrete che la Svizzera è azzurra e l'Inghilterra è rosa. Pensate che l'Asia, l'Australia e l'America siano il mondo, qualcosa che conoscete perché guardate una carta geografica o perché avete studiato storia e geografia. Ma il mondo reale è la vostra mente, e voi conoscete il mondo perché conoscete la mente. Osservando la mente, riflettendo su di essa, conoscete il mondo così com'è, come si presenta alla coscienza: le paure, i desideri, i punti di vista e le opinioni, le percezioni che vanno e vengono nella mente. Questo è il significato di lokavidū.
Il Buddha è sārathi, che significa auriga, colui che sta al posto di guida. Significa che quando prendiamo rifugio nel Buddha, ci lasciamo guidare da ciò che è saggio, non da ciò che è stupido e ignorante. Ci rivolgiamo alla nostra saggezza di Buddha che ci addestra. Aprendoci alla saggezza, ci alleniamo a vivere con rettitudine. Impariamo a essere di utilità e a non rappresentare un fastidio o una maledizione per il mondo. Nei regni celesti, il Buddha è il maestro (satthā) di tutti gli dèi, ed è anche il maestro di tutti gli esseri umani. Ciò significa che il Buddha addestra tutte le creature virtuose a vedere le cose nel modo giusto, a conoscere la verità.
Il secondo rifugio: il dhamma
Il Buddha può essere personificato e potete fabbricare immagini umane del Buddha, ma il rifugio successivo, il dhamma, non possiede alcuna qualità personale. Il simbolo che si usa per il dhamma è generalmente quello della ruota (dhammacakka). Dhamma significa verità, la verità del così com'è. Perciò il dhamma comprende ogni cosa, esseri umani, animali, demoni, angeli, tutti gli dèi, tutte le cose che si possono concepire o percepire, e anche la verità immortale. Il dhamma comprende ogni cosa: il conoscere, la verità, le condizioni, tutte le esperienze sensoriali, il vuoto e tutte le forme. Tutto è dhamma.
La meditazione è un modo per aprirsi al dhamma. Vi aprite alla verità. Nei nostri canti dedicati al dhamma, diciamo che esso è "visibile qui e ora" (sandiţţhiko), "senza tempo" (akāliko), "promotore dell'investigazione (ehipassiko), "guida alla liberazione" (opanayiko), "ciò che va sperimentato personalmente" (paccatam) e "realizzabile dal saggio" (veditabbo viññūhi). Sono parole che mettono in luce il qui e ora. Quando vi aprite alla verità, non cercate qualcosa in particolare, non vi concentrate su un oggetto, né vi chiedete: "È questa la verità?". Aprirsi alla verità significa aprire la mente, non concentrarsi su una cosa. Il prendere rifugio nel Buddha e nel dhamma ci riporta allo stato di attenzione vigile. Non cerchiamo di concentrarci su questo e sbarazzarci di quello; non ci facciamo intrappolare dall'abitudine alla condiscendenza e alla repressione. Quando ci apriamo, quando impariamo ad aprirci qui e ora, sperimentiamo la tranquillità, perché non stiamo cercando alcunché in particolare a cui attaccarci. Non corriamo più di qua e di là; stiamo interrompendo la nostra corsa frenetica. L'apertura al dhamma è la via che conduce alla tranquillità, e dobbiamo realizzarla di persona. Dobbiamo realizzare la verità per conto nostro; non aspettare che qualcun altro la realizzi per noi o ci dica cos'è.
Il Buddha e il dhamma non sono solo piccoli concetti graziosi su cui intonare canti; su di essi bisogna riflettere. Sono insegnamenti che esaminiamo e applichiamo alla nostra vera esperienza. Invece di pensare al Buddha come a un profeta morto duemilacinquecento anni fa, pensiamo che egli rappresenta la saggezza che esiste in ciascuno di noi e che ci colloca nel momento presente. Non è necessario andare a cercare il Buddha sull'Himalaya. Aprirsi al così com'è, ora, qui, in questo momento e in questo luogo, significa prendere rifugio nel Buddha e nel dhamma. Prendere rifugio non significa cercare qualcosa da qualche parte, ma aprirsi al così com'è, qui e ora. Prendere rifugio significa guardare le cose come sono realmente e non come desideriamo, romanticamente, che siano.
Il terzo rifugio: il sangha
Il sangha è la società, o la comunità dei virtuosi, di coloro che praticano, che usano la saggezza, che contemplano la verità. Quando prendete rifugio nel sangha, non vi rifugiate più nella personalità o nelle capacità individuali, ma in qualcosa di più vasto. Il sangha è di tutti e in esso la personalità non è più così importante. Che siate un uomo o una donna, che siate giovane o vecchio, colto o incolto, o qualsiasi altra cosa, nel sangha non ha più alcuna importanza. Il sangha è formato da chi pratica, da chi vive in modo retto, da chi contempla la verità e usa la saggezza.
Quando prendete rifugio nel sangha, siete disposti ad abbandonare le qualità personali, le esigenze e le aspettative che avete come individui. Abbandonate tutto ciò a beneficio del sangha, la comunità dei praticanti, avanzando verso la verità, realizzando la verità.
Rendere omaggio ai tre gioielli
Sono questi i tre rifugi, spesso designati come i tre gioielli. Sono gioielli inestimabili a cui rendiamo omaggio, e a cui, rendendo omaggio, ci apriamo. Il senso di devozione e di riguardo è un aspetto assai positivo dell'essere umano. Una persona che non prova rispetto per alcunché, che non prova né amore né gratitudine, è una persona la cui compagnia è assai sgradevole. Le persone che si lamentano, che criticano e che pretendono, le persone testarde e orgogliose, sono persone con cui non è piacevole stare. L'atteggiamento "Sono troppo in gamba, non mi inchinerò davanti a nessuno" è pura arroganza ed è un aspetto disdicevole degli uomini.
La pratica della devozione consiste nell'aprirsi, nel fare offerta di noi stessi inchinandoci. E' un movimento del corpo nel quale realmente offriamo alla verità noi stessi, questo corpo, questa forma umana. Abbassiamo il corpo a terra, mettendo ai piedi del Buddha ciò con cui ci identifichiamo, offrendoci alla verità.
Questo è il modo in cui interpretiamo la tradizione. Se volete, potete farne lo stesso uso. Se vi sembra un mucchio di roba inutile, non ve ne curate. Non siete costretti a farlo, potete servirvene o non servirvene. Dipende da voi. Imparare a usare quelle tradizioni richiede un certo sforzo, e farne un buon uso abbellisce la nostra vita. Ci dà grazia, stile e il senso della comunità come sangha. Diventiamo una cosa sola, non siamo più un gruppo di esseri singoli che fanno ciò che sentono o vogliono. Impariamo ad agire in conformità, in un atto di devozione, amore, gratitudine e rispetto.
Aprirsi alle convenzioni religiose
A volte, le persone appartenenti ad altre religioni si sentono a disagio con i simboli buddhisti. Non è necessariamente questione di orgoglio o di caparbietà, quanto di scarsa dimestichezza. In certi casi, le persone hanno la sensazione, usando i simboli buddhisti, di tradire i propri, probabilmente cristiani. Spero che il modo in cui ho presentato i tre rifugi sia un modo di guardare a ogni tradizione religiosa. Grazie a una comprensione siffatta, sappiamo come usare la tradizione buddhista o cristiana. Io vedo l'unità, l'integrità di tutto ciò. Non considero il buddhismo, come forma esteriore, l'unica via. Penso che ciò di cui si occupa, o dovrebbe occuparsi, la religione, è la verità o l'apertura nei confronti della verità. Tutto si confonde perché la gente se ne dimentica e rimane invischiata nella tradizione come se fosse fine a se stessa. Invece di usare la tradizione e le cerimonie per aprirsi, le utilizzano per aggrapparvisi.
Quando iniziate ad attaccarvi al buddhismo, non siete più aperti. Diventate buddhisti settari. Nel buddhismo ci sono diverse scuole, perciò potete diventare un buddhista mahāyāna, in contrapposizione a un buddhista hīnayāna, oppure un buddhista vajrayāna, o un buddhista Zen. C'è un'infinità di varianti nel buddhismo. In Gran Bretagna abbiamo di tutto: cristiani buddhisti, buddhisti cristiani, ebrei buddhisti, buddhisti ebrei, moderni buddhisti scientifici, buddhisti britannici, e così via. Poi, ci sono buddhisti che non sono buddhisti perché hanno rifiutato il Buddha e il sangha e accettano solo il dhamma: sono i dhammaisti.
L'attaccamento nutre tali separazioni; è divisivo. Qualsiasi cosa a cui vi attaccate diventa una setta o un culto. La tendenza settaria è uno dei grandi problemi dell'umanità, che sia religiosa, politica o d'altra natura. Quando la gente dice: "Il mio percorso è quello giusto e gli altri sono sbagliati", oppure "Il mio è il migliore, gli altri sono inferiori", quello è attaccamento. Anche se avete il meglio, l'attaccamento al meglio vi rende una persona ignorante, non illuminata. Potete avere il meglio di tutto e continuare a non essere illuminati.
Non intendo dare l'impressione che il buddhismo theravada sia la via migliore o l'unica via. Perché "migliore" e "unica" sono qualità a cui attaccarsi. Il buddhismo theravada è una convenzione, qualcosa a cui aprirsi, contemplare, imparare a utilizzare. Che vi piaccia o no, che vi offenda, vi irriti, ne siate entusiasti o indifferenti, prendete nota della condizione della mente, invece di prendere posizione a favore o contro. Allora potete pensarci su. Vi offre qualcosa da osservare in voi stessi. E vi offre l'opportunità di rivolgere l'attenzione alla verità.
° ° °
Domanda: Questo prendere rifugio nel Buddha-dhamma-sangha ha un aspetto marcatamente devozionale; però, da quanto ho letto, mi sembra che il buddhismo sia molto intellettuale, filosofico. Quanto è importante la devozione nella pratica, e che forma gli attribuite se, di fatto, non adorate e non credete in niente?
Risposta: Penso che per la maggior parte di noi la devozione derivi dalla pratica del dhamma, nella quale si rimuovono le illusioni della mente e si nutre più fiducia nel Buddha-dhamma-sangha. Non c'è bisogno di convincersi che esista qualcosa come il Buddha-dhamma-sangha per confidare in esso; non è un'invenzione idealistica. Quanto più vi spogliate dell'illusione, quanta più fiducia avrete in ciò che chiamiamo, per convenzione, Buddha-dhamma-sangha. Senza quella fiducia, non importa quanto meditate o quanto riflettete sulle cose; se non avete gettato le basi nei tre rifugi, il dhamma diventa una sorta di ideale da raggiungere in futuro, o un metodo di liberazione psicologica da applicarsi a situazioni diverse. In entrambi i casi, non è trascendente; non realizzate la realtà immortale trascendente. Se continuate a lavorare a livello dell'io, come persona, cercando di liberarvi dall'illusione, dalla paura o dal desiderio, potrete ricevere un aiuto per cavarvela nel mondo reale, nella società, ma non è una via trascendente. Per percorrerla, dovete nutrire una fede e una fiducia complete e totali nel Buddha-dhamma-sangha. I rifugi non esistono per meriti propri. Sono stimoli per la mente che aiutano a comprendere la vera natura del Buddha-dhamma-sangha. Contemplandoli, rinuncerete a tutti i presupposti che provengono dalla visione egoica.
D.: Avete consigli da dare, per esempio cantare o avere un tabernacolo, per alimentare la fede e renderla concreta.
R.: Sì. Vi suggerisco di usare qualunque forma d'arte, simbolo, convenzione o tradizione che sia, secondo voi, di aiuto. Ricordate che in una società in cui il Buddha, il dhamma e il sangha non significano nulla e in cui sono molteplici le opinioni contrarie alla tradizione e alla devozione, quest'ultima è considerata una sorta di ingenua credenza. Perciò abbiamo veramente bisogno di scegliere i simboli nella nostra religione e valorizzarli, per saggezza, non per superstizione. Nel caso del Buddha, del dhamma e del sangha, noi non usiamo i simboli in modo superstizioso, ma con saggezza; per commemorazione, ricordo, attenzione. Se coltivate la devozione al Buddha, al dhamma e al sangha nel qui e nell'adesso, li state usando. Così essi diventano strumenti di attenzione, e non simboli di un credo.
Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dall’eternità e raggiungere sicuramente la suprema Illuminazione in questa esistenza, devi risvegliarti alla mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di percepire la mistica verità dentro di te. Myoho-renge-kyo è il re dei sutra, senza errori sia nella lettera che nella teoria. Le sue parole sono la realtà della vita, e la realtà della vita è la Legge mistica (myoho). È chiamata Legge mistica perché spiega la relazione di mutua compenetrazione tra la vita e tutti i fenomeni. È questa la ragione per cui questo Sutra è la saggezza di tutti i Budda.
“Mutua compenetrazione tra la vita e tutti i fenomeni” significa che la vita in ogni istante abbraccia il corpo e lo spirito, l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti in ognuno dei dieci mondi e dei tremila mondi (1) , come pure tutti gli esseri insenzienti: le piante, il cielo e la terra, fino alla più piccola particella di polvere. La vita in ogni istante permea l’universo e si manifesta in tutti i fenomeni. Chi si risveglia a questa verità realizza la mutua compenetrazione tra la sua vita e tutti i fenomeni.
Tuttavia, se reciti e credi in Myoho-renge-kyo, ma pensi che la Legge sia al di fuori di te, stai abbracciando non la Legge mistica ma un insegnamento imperfetto. “Insegnamenti imperfetti” sono quelli al di fuori di questo sutra e sono espedienti provvisori. Nessun insegnamento provvisorio conduce direttamente all’Illuminazione e, senza la diretta via all’Illuminazione, non si può raggiungere la Buddità, neanche praticando vita dopo vita per innumerevoli eoni. Raggiungere la Buddità in questa esistenza sarebbe dunque impossibile. Quindi, quando invochi la Legge e reciti il Sutra del Loto, devi essere profondamente convinto che Myoho-renge-kyo è la tua stessa vita.
Non cercare mai nessuno degli ottantamila insegnamenti di Shakyamuni e nessuno dei Budda e bodhisattva delle tre esistenze e delle dieci direzioni al di fuori della tua mente. La padronanza degli insegnamenti buddisti non ti solleverà affatto dalle sofferenze di nascita e morte fino a che non percepirai la natura della tua vita. Se cerchi l’Illuminazione al di fuori della tua mente, qualsiasi disciplina o buona azione sarà priva di significato. Per esempio, un povero non potrà guadagnare un centesimo contando le ricchezze del suo vicino, anche se lo fa continuamente giorno e notte.
Miao-lo afferma: «Se non si percepisce la natura della propria mente, non si può sradicare il cattivo karma» (2) . Questo significa che finché non percepisci la natura della tua mente, la tua pratica sarà un’infinita e dolorosa austerità. Perciò Miao-lo, commentando il passo del Maka shikan: «Benché studino il Buddismo, le loro idee non sono buddiste», condanna tali studiosi come non buddisti.
Invocare il nome del Budda (3) , recitare il sutra o semplicemente offrire fiori e incenso, sono tutte azioni virtuose che apportano benefici alla tua vita. Pratica con questa convinzione.
Per esempio, il Sutra Jomyo afferma che l’Illuminazione del Budda è da ricercarsi nella vita umana, perciò gli esseri umani possono conseguire la Buddità e le sofferenze di nascita e morte possono essere nirvana. Afferma inoltre che, se la mente degli uomini è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura, lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente.
Lo stesso vale per un Budda e un comune mortale. Quando una persona è illusa è chiamata comune mortale, ma una volta illuminata è chiamata Budda. Anche uno specchio appannato brillerà come un gioiello se viene lucidato. Una mente annebbiata dalle illusioni derivate dall’oscurità innata della vita è come uno specchio appannato, che però, una volta lucidato, diverrà chiaro e rifletterà l’Illuminazione alla verità immutabile. Risveglia in te una profonda fede e lucida il tuo specchio notte e giorno. Come puoi lucidarlo? Solo recitando Nam-myoho-renge-kyo.
Cosa significa myo? È semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di momento in momento, che la mente non può comprendere e le parole non possono esprimere. Se guardi nella tua mente in qualsiasi istante, non puoi percepire né un colore né una forma per verificarne l’esistenza. Tuttavia non puoi neanche dire che non esista, poiché pensieri differenti l’attraversano di continuo. La vita è veramente una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti dell’esistenza e della non-esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e tuttavia ha le caratteristiche di ambedue. È la mistica entità della Via di mezzo che è la realtà di tutte le cose. Myo è il nome dato alla misteriosa natura della vita e ho alle sue manifestazioni.
La meraviglia di questa Legge è esemplificata da renge, il fiore del loto. Una volta compreso che la tua vita stessa è la Legge mistica, comprenderai che lo è anche la vita di tutti gli altri. Tale comprensione è il mistico kyo, o sutra. È il re dei sutra, la diretta via all’Illuminazione, poiché spiega che l’entità della nostra mente, dalla quale sorgono sia il bene che il male, è in realtà l’entità della Legge mistica; se hai una profonda fede in questa verità e reciti Myoho-renge-kyo, sicuramente raggiungerai la Buddità in questa esistenza.
Questo è il motivo per cui il Sutra afferma: «Dopo la mia morte, dovete abbracciare questo Sutra. Quelli che lo faranno percorreranno la diretta via verso la Buddità» (4) . Non dubitare mai minimamente, ma mantieni la tua fede, poiché questa è la pratica per raggiungere la Buddità in questa esistenza. Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo.
NOTE: 1. Di ichinen sanzen. 2. Maka shikan bugyoden guketsu, vol. 4. 3. Il nome del Budda: qui è da intendere come Nam-myoho-renge-kyo. 4. Sutra del Loto, cap. 21.
Issho Jobutsu Sho Gosho Zenshu, pag. 383 Scritto nel 1255, a 34 anni, da Kamakura Destinato a Toki Jonin
CENNI STORICI - Nichiren Daishonin scrisse questo Gosho nel 1255, all’età di 34 anni, destinandolo a Toki Jonin, un samurai del governo militare di Kamakura, discepolo del Daishonin dal 1254. È stato quindi scritto due anni dopo la proclamazione del vero Buddismo, avvenuta il 28 aprile 1253. Dopo questa data, il Daishonin era andato a vivere in una capanna a Matsubagayatsu, da dove poteva propagare meglio il suo insegnamento. In quel periodo si erano convertiti molti giovani, sia preti che laici; avevano infatti abbracciato questo insegnamento i preti Nissho e Nichiro e laici come Shijo Kingo, i fratelli Ikegami e Kudo Yoshitaka. Da ciò possiamo presumere che a quel tempo la capanna di Matsubagayatsu fosse animata dallo spirito di ricerca di questi giovani e che si facesse shakubuku in modo vivace.
Significa “azione compiuta” e indica contemporaneamente le cause e gli effetti che derivano dalle azioni, parole e pensieri della nostra vita quotidiana, buoni e cattivi, leggeri e pesanti, superficiali e profondi. Il karma: l’identikit di questo importante concetto buddista
a cura di Sabina Guzzanti
«Se è la sofferenza che temi, se è la sofferenza ciò che detesti, non compiere mai azioni cattive, perché tutto si vede per quanto segreto. Persino un volo nell’aria non ti può liberare dalla sofferenza dopo che l’azione cattiva è stata commessa. Non nel cielo, né nel mezzo dell’oceano, né se ti nascondessi nelle crepe delle montagne, un angolo riusciresti a trovare in questa terra tutta, dove il karma il colpevole non raggiungerebbe. Ma se vedi il male che altri ti fanno e se sentitamente tu disapprovi, stai attento a non fare al medesimo modo, perché le azioni delle persone con esse rimangono. Quelli che imbrogliano negli affari, quelli che contro il Dharma agiscono, quelli che frodano, quelli che truffano, se stessi gettano in un gorgo, perché le azioni delle persone con esse rimangono. Qualsivoglia azione possa un individuo compiere, siano esse di gioia portatrici, siano esse cattive, un’eredità per lui costituiscono, le azioni non svaniscono senza lasciar traccia. (…) Un’azione cattiva non necessariamente causa subito a chi l’ha compiuta un qualche guaio. Essa nascostamente allo stolto superficiale si accompagna, proprio come un fuoco che giace sotto la cenere. Proprio come una lama appena forgiata, l’azione cattiva nell’immediato non provoca alcuna ferita. Proprio il ferro produce la ruggine che lentamente di certo lo consumerà. Colui che il male compie, dalle sue stesse azioni è portato a una vita di sofferenza».
Questi versi sono tratti dal Dharmapada, una delle scritture buddiste più antiche, e contengono probabilmente la prima enunciazione del concetto di karma. Karma è una parola sanscrita che significa “azione compiuta”, ed è un termine generico designante gli effetti delle nostre azioni: le azioni fisiche che compiamo, le parole che pronunciamo e i pensieri che passano per la nostra mente. Ciascuna di queste tre azioni produce un effetto latente nella nostra vita, che causa successivamente un effetto manifesto. Quindi il karma indica contemporaneamente le cause e gli effetti derivanti dalle azioni, parole e pensieri che fanno parte della nostra vita quotidiana, buoni e cattivi, leggeri e pesanti, superficiali e profondi. Secondo il Buddismo quindi tutti gli aspetti della vita sono legati fra loro dalla legge di causalità. Non solo ciò che è visibile e materiale, ma anche ciò che è invisibile. Tutto ha una conseguenza. Non esistono azioni fisiche o spirituali che non abbiano prima o poi un effetto. Il nostro pensiero può essere invisibile a tutti, ma non è neutro per la Legge di causalità. Possiamo dichiarare cose che non faremo mai, ma quella dichiarazione produrrà un effetto. Una stessa azione produrrà effetti diversi a seconda dello spirito con cui è stata compiuta. Si può offrire aiuto ad esempio per generosità o per umiliare qualcuno o per farsi pubblicità o per opportunismo. L’effetto che avrà sulla nostra vita sarà coerente con l’intenzione con cui abbiamo agito. Che riusciamo a ingannare gli altri o meno, che i nostri gesti abbiano il giusto riconoscimento o meno, il seme che abbiamo piantato germoglierà e potrà essere per noi fonte di nutrimento o di malessere a seconda della natura dell’azione che lo ha generato. Il presente, sia individuale che collettivo, è quindi generato dal karma accumulato nel passato. Tuttavia quando abbiamo una sofferenza tendiamo a pensare che siano gli altri, o più genericamente “l’esterno”, a farci soffrire. Che ci sia un colpevole e che noi siamo le vittime. Secondo la visione buddista la realtà è diversa: dentro la nostra vita esiste una causa per quello che ci accade, ovvero noi siamo gli autori, gli altri sono solo dei complici, lo specchio che riflette il nostro karma. Né la teoria del karma ci deve indurre a pensare che sia tutto già scritto e che ogni sforzo per migliorare la nostra condizione sia inutile. Se è vero che il presente è modellato dal passato, è vero pure che il presente modella il futuro. Per questo Nichiren Daishonin cita un brano del sutra Shinjikan: «Se vuoi conoscere le cause passate guarda i risultati che si manifestano nel presente, se vuoi conoscere gli effetti che si manifesteranno nel futuro, guarda le cause che stai ponendo nel presente». Il presente è quindi la chiave di tutto. Difficile da afferrare, da descrivere, da comunicare (appena lo nomini è già passato), è la parte più pura e incontaminata della vita e in esso, secondo il Buddismo, è custodito un potere immenso. Infatti il principio di ichinen sanzen (tremila mondi in un singolo istante di vita), che lo studioso cinese T’ien-t’ai (538-597) formulò come spiegazione teorica di Myoho-renge-kyo, altro non è che la descrizione minuziosa di tutto ciò che contiene ogni singolo istante di vita, ovvero l’attimo presente. Dall’aspetto esteriore alle potenzialità, alla sua storia passata, alla sua particolare relazione col mondo, alla relazione del mondo con esso, a tutte le sue qualità, buone e cattive, costruttive e distruttive, alle diverse sfere dell’universo con cui entra in relazione, tutto questo e altro è contenuto in un singolo istante. T’ien-t’ai e i suoi coltissimi e dotati discepoli meditavano su questo principio per cercare di aprire la mente e renderla adeguata alla complessità della realtà. Il presente è il luogo che tutti cerchiamo, l’unico che può darci sollievo e gioia. Ma pur essendo lì alla portata di tutti noi, sono rari i momenti in cui riusciamo a starci dentro. È come se ci fossero mille correnti che ce ne allontanano. Queste correnti sono per l’appunto il karma.
Come nasce storicamente Il Buddismo assorbe il concetto di karma, o Legge di causa ed effetto, dalla precedente tradizione induista. Nel Buddismo però lo stesso concetto è utilizzato con una funzione molto diversa. Nella “Via della liberazione induista” l’essere umano, o meglio la sua anima, è destinata a seguire il ciclo delle rinascite (samsara), attraverso le quali entra a far parte della natura vivente come pianta o animale. Quando l’anima si diparte dal corpo al momento della morte, sosta per tre epoche prima di trasmigrare nel corpo di un altro essere vivente; la forma della nascita dipenderà, secondo la legge del karma, dalle qualità etiche delle azioni compiute nel passato. Nell’Induismo, quindi, l’ordinamento del mondo è fondato su un principio etico,fondato a sua volta sul karma o legge di causalità. Qui il karma però è senza inizio né fine. Le colpe commesse nel passato non si possono espiare se non dopo un ciclo lunghissimo di rinascite e mai durante l’esistenza presente. La legge di causa ed effetto viene quindi interpretata in senso fatalista. Se nasci povero vuol dire che te lo sei meritato e non ci puoi fare niente. La vita è vista come un mezzo per espiare le proprie colpe. La conseguenza politica di questo modo di interpretare l’esistenza è per esempio l’ordinamento in caste della società. Shakyamuni diffonde e predica il Buddismo in aperto contrasto con questa visione del mondo. Sostiene che gli esseri umani hanno fondamentalmente tutti lo stesso potenziale e che la Legge di causa ed effetto va utilizzata per trasformare il proprio destino e non per subirlo. Questa Legge meravigliosa secondo Shakyamuni esiste per condurre le persone alla felicità e all’Illuminazione. La natura profonda di questa Legge è la compassione. La sua funzione non è quella di punire o sottomettere. La prima sistematizzazione buddista del concetto di karma risale al V sec. d.C., quando il monaco Vasubandhu, appartenente alla corrente mahayana, espose il concetto della alayavijnana, o deposito (alaya) delle percezioni. Vasubandhu intuisce la presenza di una coscienza che funziona come deposito di tutte le nostre esperienze: un vero e proprio magazzino del karma. Fino ad allora nel Buddismo venivano individuati sei tipi di coscienze corrispondenti ai sei sensi: vista, udito, gusto, olfatto, tatto, e una mente cosciente. Vasubandhu individuò oltre a queste la coscienza manas (ragione) e quella alaya (deposito). Lo studioso cinese T’ien-t’ai successivamente completò il quadro individuando una nona coscienza, la coscienza amala (pura), che Nichiren Daishonin identificò con Nam-myoho-renge-kyo. Il sistema dei sei tipi di coscienza comportava che ciascun individuo percepisse il mondo esterno in base al particolare e soggettivo funzionamento della sua mente conscia; con Vasubandhu, grazie al sistema delle otto coscienze, tutte le persone del passato, del presente e del futuro possono percepire le cose in maniera pressoché identica. I semi dell’esperienza passata vengono sistemati infatti nella “coscienza-deposito”, e una volta influenzati da stimoli esterni mettono radici nel presente. Tutte le esperienze del mondo empirico sono quindi il prodotto di semi accumulati nell’ottava coscienza e richiamati in vita da stimoli esterni. Tutti gli esseri viventi sono in genere simili, possiedono depositi simili di semi e quindi sono propensi a percepire il mondo esterno in modo analogo.
Come si forma Il Daishonin afferma che tutte le sofferenze, sia fisiche che spirituali, nascono dai tre veleni di avidità, stupidità e collera. I desideri terreni e le sofferenze che questi producono sono legati al karma. I desideri terreni, il karma e la sofferenza sono chiamati i tre sentieri. I sentieri si snodano in questo modo: la sofferenza provoca tantissimi desideri i quali inducono ad azioni che creano karma negativo. L’effetto del karma si manifesta di nuovo come sofferenza fisica o mentale, che a sua volta alimenta nuovi desideri. Il karma che si sviluppa da questi è sempre più negativo e il ciclo continua all’infinito. Il punto critico di tutto questo processo sono i desideri. Desiderio in sanscrito si dice klesha e a volte è tradotto con “illusione”. Il termine indica tutte le funzioni che disturbano una persona a livello fisico e spirituale. Rappresentano il lato oscuro della vita e impediscono alle persone di ottenere l’Illuminazione. Le illusioni si dividono in fondamentali e derivate. Le fondamentali sono: avidità, collera, stupidità, arroganza, dubbio e visioni distorte. Quelle derivate sono: l’illusione che nasce dal considerare l’io come assoluto; l’illusione che nasce dal considerare la morte come il termine della vita; quella che nasce dal non riconoscere la legge di causalità; quella che nasce dall’attaccamento a idee sbagliate che fanno considerare superiori le cose inferiori; quella che nasce dal considerare pratiche e precetti erronei come veicoli per raggiungere la Buddità. Nella prima parte della sua vita Shakyamuni predica vari insegnamenti per sfuggire ai desideri terreni e alle illusioni. I più noti sono l’insegnamento della dodecupla catena che spiega la relazione tra ignoranza e sofferenza, le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Negli ultimi anni della sua predicazione Shakyamuni espone il Sutra del Loto. In questo insegnamento rivela che, al contrario di quanto aveva sostenuto fino a quel momento, i desideri terreni non vanno estirpati ma trasformati in Illuminazione. Nel Sutra del Loto si legge: «Anche senza estinguere i desideri terreni essi possono purificare tutti i loro sensi ed estirpare i loro errori». E che: «Le sofferenze di nascita e morte sono nirvana».
Come può essere e come si manifesta Il Buddismo esamina il karma sotto diversi aspetti dividendolo in varie categorie. Le principali sono: karma positivo, karma negativo, karma presente, karma passato, karma mutabile e immutabile, karma che si manifesta nella vita presente e karma che si manifesta dopo essere rinati in un tempo del remoto futuro. Il termine karma positivo indica le azioni nate da buone intenzioni, dalla gentilezza e dalla compassione; il karma negativo si riferisce alle azioni indotte dai desideri terreni come stupidità, avidità e collera. L’Antologia dell’analisi della Legge e altri trattati tradizionali del Buddismo individuano dieci fondamentali atti malvagi che causano il karma negativo: le tre malvagità fisiche di uccidere, rubare e tenere un comportamento sessuale sregolato, le quattro malvagità verbali di mentire, adulare (o parlare superficialmente o a vanvera), diffamare e fingere, e le malvagità mentali di collera, avidità e stupidità (o rimanere attaccati alle visioni errate). Il karma presente è il karma i cui effetti si manifestano nella vita presente. Il karma passato è quello formato in una vita precedente. Il karma immutabile produce un effetto prefissato nel tempo (un esempio di karma immutabile è la durata della vita), al contrario di quello mutabile il cui effetto e tempo non sono predeterminati. Il karma più leggero può produrre il suo pieno effettonello stesso periodo di vita in cui è stato creato. Se le cause sono più pesanti esse continueranno a produrre sofferenza o gioia anche nella prossima esistenza. Il karma può avere uno “spessore”. Aumenta se i pensieri si trasformano in parole e si ingigantisce quando diventano azioni. Il karma dipende anche dall’oggetto con cui ci mettiamo in relazione sia in senso positivo che negativo. Scrive Nichiren Daishonin: «Se qualcuno percuote l’aria con un pugno non si fa male, ma se colpisce una roccia si fa male… la gravità di un peccato dipende da chi viene offeso» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 106). Da questo punto di vista calunniare la Legge è considerata la causa più negativa che esista, e lodare la Legge la causa più positiva. L’atteggiamento verso la Legge forma dunque un karma completamente differente da quello creato nelle azioni della vita quotidiana. Si parla anche di causa karmica, tendenza karmica e relazione karmica. La causa karmica è il karma vero e proprio. Come abbiamo detto, ogni persona è erede del proprio karma, crea il proprio destino in ogni momento, che lo voglia oppure no. Una volta piantato il seme, o causa, l’effetto rimane impresso nella nostra vita come energia latente, come una forza pronta a esplodere appena si presenta l’occasione giusta. Perché si manifesti un effetto sono necessarie due condizioni: la causa interna e l’occasione esterna. Se manca l’una o l’altra non si può manifestare nessun effetto. Tutti possono ottenere l’Illuminazione perché ognuno ha in sé il seme della Buddità. Incontrare la pratica buddista è l’occasione esterna per manifestare la parte illuminata già presente nella profondità della nostra vita. La tendenza karmica è quell’attitudine che si presenta nella nostra vita in seguito alla ripetizione costante di determinate azioni. Assomiglia a una forza che trascina. È una strada facile da imboccare perché mille volte battuta. La relazione karmica è un legame più o meno profondo che abbiamo con cose o persone. Anche se più in generale c’è una relazione profondissima tra ogni individuo e il resto dell’universo. «La vita in ogni istante abbraccia sia il corpo che lo spirito, sia l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti in ognuno dei dieci mondi e dei tremila mondi come pure gli esseri insenzienti» (ibidem, p. 3).
Come si cambia Scrive Nichiren Daishonin: «Mentre il saggio osservava i principi e assegnava i nomi a tutte le cose, percepì l’esistenza di una legge meravigliosa (myoho) dotata simultaneamente di causa ed effetto (renge) e la chiamò Myoho-renge. Questa Legge di Myoho-renge comprende in sé tutti i fenomeni dei dieci mondi e dei tremila regni, nessuno escluso. Chiunque pratichi questa Legge otterrà simultaneamente sia la causa che l’effetto della Buddità»(ibidem, vol. 9, pp. 11-12). Il grande maestro T’ien-t’ai nel trattato sul Sutra del Loto scrive: «Qui il termine renge non è un simbolo, è l’insegnamento del Sutra del Loto. Tale insegnamento è puro e incorrotto e spiega minutamente la Legge di causa ed effetto. Perciò gli è stato dato il nome di renge o fiore di loto. Questo nome designa l’entità percepita nella meditazione sul Sutra del Loto, non è una metafora» (ibidem, p. 11). La simbologia del loto ci rimanda al problema della trasformazione del karma. Se, come abbiamo detto, gli altri sono uno specchio della causa karmica che esiste dentro di noi, cambiando questa causa l’ambiente in cui viviamo cambierà nella stessa misura. È importante sottolineare che il cambiamento non è determinato dalla paura della punizione o dall’attesa di un premio. Il cambiamento invisibile che avviene dentro di noi e che porta a cambiamenti visibili nella nostra vita è solo quello che nasce da un’automotivazione, per decisione personale. Se cambio per paura di una punizione, ad esempio, otterrò un effetto conseguente a quella paura; bisogna sempre ricordare che è l’intenzione o ichinen a plasmare il futuro, non l’apparenza. Per comprendere fino in fondo la teoria del karma è necessario evitare le separazioni: comprendere che la mente non è separata dal corpo, l’io non è separato dall’altro, l’individuo non è separato dall’ambiente, la vita non è separata dalla morte, il presente non è separato dal futuro, noi stessi non siamo separati da noi stessi. Il karma è ad ogni modo una forza profonda e difficile tra trasformare. Per vincere questa forza oscura che ci sottrae libertà e gioia sono necessarie una forte fede e una forte determinazione. Innanzitutto è importante verificare che la nostra mente sia rivolta verso il futuro. Se guardiamo al passato pieni di rimpianto o se viviamo alla giornata, senza avere un progetto, un sogno, qualcosa che ci spinga a migliorare e a porci tante domande su noi stessi e sulla vita, non faremo nessun progresso. La nostra esistenza sarà statica o retrocederà. Nella vita quotidiana è importante mantenere sempre uno stesso ciclo: stabilire uno scopo, pregare con sincerità, sforzarsi al massimo per trovare un modo di realizzarlo (vale a dire agire) e ottenere un effetto (cioè realizzare l’obiettivo). Non è sufficiente decidere una volta, è necessario mantenere questa decisione costante nel tempo. Ribadire con noi stessi la nostra decisione ogni volta che ci scoraggiamo, ci distraiamo o ci troviamo di fronte a un ostacolo sul nostro cammino che sembra troppo faticoso superare. Mantenendo questo ciclo si accumulano esperienze che rafforzano la nostra fede. Ci fanno sentire che ciò che il Buddismo insegna corrisponde davvero al funzionamento della vita. Preparare una grande determinazione è fondamentale ma non è però sufficiente. Nichiren Daishonin afferma: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» (ibidem, vol. 4, p. 195). Il che significa che dopo avere preso una decisione dobbiamo continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo saremo in grado di: - manifestare la saggezza del Budda, che è superiore alla nostra saggezza di comuni mortali e ci permetterà di trovare la soluzione più appropriata; - avere più forza vitale e intraprendere quindi l’azione migliore; - rendere l’ambiente favorevole al nostro sviluppo. Mantenendo questo tipo di determinazione e di pratica, come scrive Daisaku Ikeda nella Rivoluzione umana «l’impossibile si trasforma in possibile».