Visualizzazione post con etichetta dio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dio. Mostra tutti i post

domenica 7 marzo 2021

Ispirami a scoprire come amarti (Yogananda)

 



Ispirami a scoprire come amarti,

affinché io impari a nutrire per Te un amore perfetto.

Versami il vino della saggezza

affinché io possa inebriarmi di Te.

Sussurra nelle mie orecchie, in cui regna il silenzio,

il segreto per poter restare sempre con Te.

Parla ai miei sensi vagabondi

e riconducili nel Tuo santuario interiore.

Richiama la mia mente smarrita, esortandola

a ripercorrere i suoi passi per fare ritorno alla Tua dimora.

Guardami con i Tuoi occhi silenziosi,

e saprò dove trovarti.

Puoi nasconderti dietro l'oceano,

puoi nasconderti dietro l'illusione,

puoi nasconderti dietro la vita,

puoi nasconderti dietro le dualità,

puoi nasconderti dietro i misteri teologici,

puoi nasconderti dietro le preghiere non esaudite,

ma non puoi nasconderti dietro il mio amore,

perché è nello specchio di luce del mio amore che Tu appari.



Paramahansa Yogananda


5 gennaio 1893 - 7 marzo 1952




giovedì 13 agosto 2020

I viaggi di Socrate - Dan Millman

 

 

Con la primavera del 1905 erano trascorsi nove anni dall’arrivo di Sergei a Valaam. Nove anni di servizio, contemplazione e addestramento al combattimento e alla vita. Sergei aveva trentadue anni. L’irruenza giovanile aveva lasciato il posto a uno stato mentale più riflessivo, a un sobrio senso di maturità, umiltà e visione: i primi segni della trasformazione che Serafim gli aveva predetto.
Dalla morte di Anya, Sergei aveva dedicato più di dieci anni a preparare la vendetta. A volte continuava a sembrargli giusta e onorevole, altre volte una forma di pazzia. Ma un uomo uccide la tua famiglia e tu gli spalanchi i cancelli dell’inferno, ecco tutto.
Era diventato un formidabile guerriero e senza saperlo aveva superato di molto Alexei il Cosacco e Razin. Dentro di lui scorrevano una nuova energia e una nuova forza, un senso di maestria e di invincibilità temperato soltanto dalle regolari bastonate di Serafim.
Questa metamorfosi era accompagnata da un senso di impazienza che scorgeva ogni volta che si poneva la domanda che si era fatto tante volte: per quanto tempo ancora lascerò che Dimitri Zakolev calpesti questa terra? La sua mente volava a sud, verso la Zona di Residenza, dove quell’uomo continuava a spargere sangue innocente.
Pensava che ormai fosse giunto il momento di andarsene, ma non era facile dire addio. Ammirava e invidiava Serafim per la sua pace interiore, uno stato di grazia che forse Sergei non avrebbe mai conosciuto. Ma aveva intravisto la possibilità di imparare un giorno quello che il vecchio monaco avrebbe voluto insegnargli davvero.

La prossima volta che si incontrarono, annunciò la sua decisione: “Serafim, è venuto il momento di andare per la mia strada”.
Il monaco si accarezzò la barba e disse: “Così sia. Ma come pensi di sconfiggere tanti uomini se non riesci nemmeno a mettere fuori combattimento questo vecchio monaco?”.
“Volete dire che prima di potermene andare devo sconfiggervi?”.
“Puoi andartene quando vuoi. Questo è un eremo, non una prigione”.
“Vorrei andarmene con la vostra benedizione”.
“L’hai avuta sin dal primo giorno, e anche prima di allora...”.
“So che capite che cosa intendo, Serafim”.
Il vecchio monaco sorrise. “Ormai ci capiamo benissimo. Stavo semplicemente dicendo che, se riesci a sconfiggermi, vorrà dire che sei pronto”.
In passato si erano affrontati molte volte, ma questa era diversa. Non si sarebbe più trattato di un bambino contro un gigante. Adesso Sergei non aveva dalla sua solo la rapidità e la giovinezza, ma i frutti di un lungo addestramento. Praticava anche mentre mangiava, lavorava, contemplava, persino nel sonno. Sì, era pronto.
Annuì, e Serafim annuì di rimando.

Si misero uno di fronte all’altro e iniziarono a studiarsi. Sergei fece un profondo respiro e lanciò un colpo preciso ma ingannevole, tentando una finta. Serafim non abboccò e rimase rilassato, mentre Sergei gli danzava attorno. Poi il vecchio monaco fece un passo in avanti e mosse un braccio. La mossa improvvisa rischiò di sbilanciare Sergei, che riuscì a mantenere l’equilibrio e la concentrazione. Si gettò in avanti per afferrare il suo avversario per la veste...
Il suo maestro si spostò come un soffio di vento.
Tirò calci, pugni e gomitate, ma Serafim li evitava con tale rapidità che Sergei non trovava mai un punto da colpire. Il suo avversario non era mai dove Sergei si aspettava che fosse. Allora cambiò tattica e invece di cercare l’avversario aprì lo sguardo e la sensibilità a tutto quello che c’era: Serafim, il cielo, la terra... Riuscì a buttarlo a terra, ma cadendo Serafim trascinò con sé Sergei. Si rialzarono nello stesso istante. La lotta continuava, ma il conflitto era scomparso. Non c’erano più, né Serafim né Sergei. Solo energia in movimento.

Sergei balzò in avanti, ma prima che il suo piede toccasse il suo suolo, Serafim svanì e ricomparì in un altro punto, mentre con il piede colpiva il polpaccio di Sergei. Sergei cadde e Serafim gli fu subito sopra, pronto a sferrare il colpo decisivo. L’incontro era finito.
Fu la prima volta in cui si misurarono in uno scontro quasi vero. Serafim non stava solo giocando con lui, ormai Sergei era troppo bravo. E finalmente Sergei vide le qualità che il suo maestro possedeva e che a lui mancavano ancora. Nonostante la sconfitta, fu un progresso decisivo: in quei pochi istanti, Sergei aveva messo a frutto mesi di allenamento. L’avevano capito entrambi, così come entrambi sapevano che Sergei non se ne sarebbe andato. Almeno, non subito. L’addestramento continuava.
Ma sarebbe cambiato al di là di qualunque aspettativa.



La volta successiva, Serafim disse semplicemente: “Tutto ciò che hai imparato è stato solo una preparazione a quello che ti insegnerò adesso. Sarà la tua rinascita, ed è la pratica che mi ha dato le modeste capacità di cui sono in possesso. Avrei potuto insegnartela subito, ma in questo caso ci avresti messo vent’anni. Allenandoti come ho fatto, ho abbreviato i tempi come volevi tu. Con le capacità che hai sviluppato, credo che quest’ultima pratica non ti richiederà più di un anno. Guarda!”.
Fu il metodo più radicale di combattimento che Sergei avesse mai visto. Cominciò con una sola parola: “Preparati!”, seguita da altre tre: “Sto per colpirti”.
Sergei si rilassò nella consapevolezza allargata a cui era stato addestrato. Attese, vigile. Continuava ad attendere, ma Serafim rimaneva immobile come una statua. Sergei fece un lunghissimo respiro profondo, poi un altro. Poi non si tenne più. “Allora, attaccate o no?”.
“Sto attaccando”.
“Cosa? Non capisco”.
“Sttt! Silenzio, per favore. Le parole spingono l’attenzione verso la mente inferiore e rischi di non vedere quello che sta accadendo”.
Nel silenzio che seguì, Sergei riuscì finalmente a vedere che cosa stava accadendo. Il braccio e il corpo di Serafim si stavano effettivamente muovendo verso di lui, ma con una tale lentezza che sembrava fermo.

Passò un altro minuto. “Maestro, avete voglia di giocare? Che cosa significa tutto questo?”.
“Ascolta ogni momento”, rispose Serafim in tono appena udibile. “Senti tutto il tuo corpo, dalla punta dei piedi alla cima della testa e alle dita delle mani. E armonizza il ritmo della tua risposta al ritmo dei miei movimenti”.
Sergei sospirò e iniziò a muoversi con tutta la lentezza possibile. Era frustrante e privo di senso. Ciò nonostante seguì i movimenti del suo maestro per tutti i lunghi minuti che occorsero a Serafim per completare la presa a gancio che aveva iniziato molti minuti prima.
Muovendosi con quella lentezza, Sergei si accorse di alcuni punti di sottile tensione nelle gambe, nell’addome e nelle spalle, e li rilassò.
Quando il primo movimento fu completato, Serafim ne iniziò un altro, anche se era difficile dirlo con sicurezza. Sergei ruppe il silenzio: “Capisco il valore di praticare lentamente, ma non muoversi affatto? Potrei bloccarvi come voglio, oppure andare in cucina, lavare le pentole e tornare prima che voi mi colpiate”.
“Rilassati... respira... guarda”, ripeté Serafim. “Fai come faccio io”.
E continuarono a muoversi lenti e silenziosi come il sole che scende nel cielo all’ora del tramonto.



Il tempo si fermò mentre la pratica continuava. Passarono intere settimane prima che nei movimenti di Serafim apparisse un cambiamento visibile. Si muovevano ancora come attraverso una densa melassa, ma adesso i loro movimenti erano quasi percepibili.
Sergei correggeva gli squilibri di cui fino a quel momento non era mai stato consapevole e imparava a rilassarsi sempre più profondamente nel movimento. Il corpo rispondeva con naturalezza a qualunque situazione, senza nessuno sforzo, e la consapevolezza permeava ogni poro.
Iniziò a sentire i sottili rapporti tra le varie parti del suo corpo, gli organi interni, le ossa, le giunture e le linee di energia che partendo dal cuore scorrevano nelle braccia e nelle gambe, che divennero docili estensioni del loro centro.
A volte Serafim sussurrava: “Muoviti come un’onda... Cresci, allargati, ricadi...”, ma in genere praticavano in silenzio, perché le parole erano inutili. Il movimento divenne una meditazione profonda e a volte, quando l’energia sgorgava dal cuore, si trasformava in una preghiera.
Nei mesi successivi, Serafim continuò ad attaccarlo con quel movimento fluido e lentissimo: un pugno... ginocchio... gomito... mano sinistra... mano destra... colpo diretto... presa... calcio... presa... da tutte le angolazioni. Il sole si muoveva nel cielo, le ombre sulla terra cambiavano, le stagioni si susseguivano.

Verso le metà dell’estate, dopo migliaia di attacchi ognuno dei quali prendeva un intero minuto, nacque in Sergei un nuovo senso del ritmo e della fluidità. Da tempo aveva abbandonato i pensieri ed era tutto un gioco di energie. Qualunque risposta avveniva da sola: movimenti privi di pensiero, risposta priva di sforzo. Sergei avrebbe potuto continuare nel sonno, anche se era l’esatto contrario del sonno. Era pura consapevolezza: nessun io, ma solo due corpi che si muovevano come uno solo, come il vento che soffia diverso a seconda della stagione.
Quando arrivò l’autunno, i movimenti richiedevano solo quindici secondi, poi dieci, poi cinque... ma Sergei non si era neppure accorto della riduzione dei tempi. Il movimento era diventato immateriale. Qualunque forza lo colpisse, veniva assorbita e restituita e percepiva il processo sin nel midollo. Ormai possedeva le abilità di un maestro, ma non era lui a dirigerle.
Con l’inverno, gli attacchi divennero sempre più veloci. Sergei li neutralizzava tutti rimanendo semplicemente consapevole, senza fare nulla volontariamente.
In un momento di grazia, Sergei “vide” l’eleganza e l’efficacia dei movimenti di Serafim e ne rimase profondamente meravigliato. Ma la cosa più incredibile era che sapeva fare lo stesso.
Aveva abbandonato ogni resistenza della mente e del corpo ed era diventato vuoto, un canale in cui scorreva l’energia vitale. Prima aveva imparato a credere a Serafim, poi a credere al suo corpo e adesso era arrivato finalmente a credere in Tutto Ciò Che È.

Un’altra primavera arrivò nel ciclo delle stagioni. I colpi di Serafim erano veloci come il lampo, così veloci che l’occhio non riusciva a coglierli, ma ormai non faceva nessuna differenza. Solo un anno prima, Sergei non sarebbe neppure riuscito a vederli, per non parlare di pararli. Ma adesso la velocità con cui venivano portati non costituiva più un problema.
Poi, senza preavviso, durante un attacco, Serafim si fermò.
Sergei cadde quasi. Il suo corpo era un’unica vibrazione. Sentiva un’aura di energia che li attorniava.
“Un bel movimento, vero?”, disse Serafim.
Sergei annuì sorridendo, mentre il sole primaverile calava all’orizzonte.
“Qual è la prossima pratica?”, chiese.
“Nessuna. Abbiamo finito”.
Per qualche secondo, Sergei udì solo il vento che soffiava tra gli alberi. Non essendo sicuro di avere capito, chiese conferma: “Volete dire che il mio addestramento è completo?”.
“L’addestramento non finisce mai”, rispose Serafim. “Continua a evolvere, a seconda degli obiettivi. Ma adesso conosci l’essenza del movimento e della vita. Hai anche imparato qualcosa sull’arte del combattimento. Hai avuto quello che volevi”. E aggiunse: “Domani andremo a fare una passeggiata e dimenticheremo ogni desiderio di vendetta. Ci sono scopi molto più elevati”.
“Ma Serafim, voi sapete benissimo...”.
“Domani. Ne riparleremo domani”.



Il giorno dopo, Sergei riprese la frase che aveva interrotto: “Voi sapete che ho fatto un voto sulla tomba della mia famiglia”.
“Un voto fatto a te stesso, non a Dio. In verità, Socrate, non hai altri nemici che te stesso. Trova la pace dentro di te e nessuno potrà mai sconfiggerti. E tu non vorrai sconfiggere nessuno”.
Camminarono a lungo in silenzio, prima che Sergei rispondesse. “Un mio antico insegnante diceva che prendere un impegno significa fare quello che ci si è proposti di fare, o morire nel tentativo”. Guardò negli occhi Serafim. “E io ho preso un impegno, padre Serafim. Devo portarlo fino in fondo”.
Il vecchio monaco sembrava molto stanco. “Non vorresti rimanere con noi, come uno di noi, solo per qualche anno?”.
“Mentre quegli uomini continuano a uccidere?”.
“Gli uomini uccidono su tutta la terra, Socrate. La natura uccide, con le tempeste, i terremoti, le malattie e le carestie. In questo momento, migliaia e migliaia di innocenti stanno morendo. Ne sei forse responsabile? Chi ti dà il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire? Chi sei tu per pretendere di conoscere il volere di Dio?”.
“Di quale Dio parlate, padre Serafim? Del Dio di misericordia e di giustizia che nella sua infinita saggezza mi ha tolto la mia famiglia? È questo il Dio che voi pregate?”.
Serafim sollevò le sopracciglia canute con aria perplessa ma felice. “Finalmente ti poni la domanda che ha gravato sulla tua anima per tutto questo tempo, Socrate! Vorrei avere una risposta, parole dolci per lenire il tuo cuore, ma Dio è un mistero per gli uomini, anche per me. Un uomo saggio, un ebreo di nome Hillel, disse: ʻCi sono tre misteri in questo mondo: l’aria è un mistero per gli uccelli, l’acqua è un mistero per i pesci e l’umanità è un mistero per gli uomini’.
“Per me, Dio è il mistero più grande, anche se ci è più intimo del battito del cuore, più vicino del nostro respiro. Ci circonda come l’aria, come l’acqua, ed è sempre presente. Ma la mente non può conoscere Dio, solo il cuore può farlo. È nel cuore che troverai la fede”.
“Ho smesso di credere in Dio molti anni fa”.
“Anche chi non crede è circondato da Dio. Come potrebbe essere diversamente?”. Lo guardò profondamente negli occhi. “Sprofonda in questo mistero, Socrate. Credi. Smetti di pensare di sapere che cosa deve essere e cosa non deve, e ritroverai la fede”.
Sergei scosse la testa. “Le vostre parole hanno il sapore della verità, ma non riesco ad afferrarne il significato profondo”.
“Una volta non riuscivi nemmeno ad afferrare la mia veste. Poi, con un po’ di pazienza, hai visto che cosa sei riuscito a fare?”.
“Con la pazienza e la pratica”.
“Sì, e forse è venuto per te il momento di praticare... in un altro modo”. Si interruppe, alla ricerca delle parole giuste. “La tua pratica ti ha fatto vedere i limiti della mente. L’intelletto è una meravigliosa scala per salire al cielo, ma si ferma alle porte del paradiso. Da quel punto in avanti, solo la saggezza del cuore può illuminare il cammino. L’antico filosofo che portava il tuo nome, Socrate, diceva ai giovani ateniesi che la saggezza inizia dalla meraviglia...”.
“Parole bellissime, padre Serafim. Ma in pratica, che cosa dovrei fare?”.
“Quello che dobbiamo fare tutti: mettere un piede davanti all’altro. Tu sei solo l’attore di una commedia che nessuno, salvo Dio, conosce. E a volte mi chiedo se anche Dio non ne ignora il senso!”, disse Serafim ridendo. “Possiamo recitare soltanto il ruolo che ci è stato assegnato, capisci? Tutte le persone che incontri nella vita, buone o cattive, ti sono mandate da Dio. Incontrale con un cuore in pace e uno spirito guerriero. Fallirai molte volte, ma fallendo imparerai, e imparando troverai la tua via. Nel frattempo, arrenditi a Dio e alla vita che ti viene data, momento per momento”.
“Ma come fare per conoscere il volere di Dio?”.
“La fede non si basa sulla conoscenza certa. Esige il coraggio di accettare che tutto ciò che accade, piacevole o doloroso, serve a uno scopo più alto”.
E con quelle parole ritornarono all’eremo.



– da “I viaggi di Socrate. La vera storia del Guerriero di Pace” di Dan Millman –





domenica 15 settembre 2019

Madre Meera: il potere del Divino lavora nel silenzio



L'intero scopo del mio lavoro è far scendere la Luce di Paramatman e aiutare le persone. Per questo sono venuta, per aprire i vostri cuori alla Luce.

Le persone sono troppo attive e raramente stanno sedute nella quiete. In silenzio si riceve di più perché tutte le attività si concentrano in un punto. Il mio insegnamento consiste nel dare solo l'essenza, il Divino, ciò che è necessario. Io do esattamente quello di cui ogni persona ha bisogno.

Paramatman è silenzio. Dio è silenzio. Tutto viene dal silenzio. Nel silenzio si realizza di più. La vera esperienza della beatitudine è senza parole. Io non parlo ma la mia forza cambia completamente le persone. Il potere del Divino lavora nel silenzio e cambierà le cose a seconda del tuo scopo e di cosa chiedi.

Japa è la ripetizione del nome di quello in cui crediamo. Japa è essenziale. Japa non è semplicemente delle parole – ogni nome divino è pieno di vibrazioni divine. Esse ci circondano e ci proteggono e penetrano i nostri corpi e il nostro intero essere interiore. Ricordare il nome divino dona pace e felicità immediate e ci fa volgere dal mondano al Divino.

- Madre Meera -



venerdì 17 novembre 2017

Le prove della vita - Paramahansa Yogananda



Attraverso le prove noi impariamo le lezioni della vita. Le prove non sono fatte per distruggerci: sono fatte per sviluppare il nostro potere. Esse fanno parte della naturale legge dell’evoluzione e sono necessarie per noi per avanzare da un livello più basso ad uno superiore. Tu sei molto più forte di tutte le tue prove. Se non lo capisci adesso, dovrai capirlo più tardi.

Dio ti ha dato il potere di controllare la tua mente e il tuo corpo e così liberarti dai dolori e dai dispiaceri. Non dire mai “sono finito”. Non inquinare la tua mente pensando che se cammini un po’ di più ti sforzerai troppo o che se non puoi avere un certo tipo di cibo soffrirai, e così via.

Non permettere mai alla tua mente di ospitare pensieri di malattia o di limitazione: vedrai che il tuo corpo cambierà in meglio.

Ricorda che la mente è il potere che governa questo corpo, quindi se la mente è debole anche il corpo diventa debole. Non intrististi o preoccuparti di nulla. Se rafforzi la tua mente non sentirai sofferenze fisiche. Non importa cosa succede, devi essere assolutamente libero nella tua mente.

Come in un sogno puoi pensare che stai male e svegliandoti di colpo vedi che non è vero, così nello stato di veglia devi sapere che la vita non è altro che un sogno.

La mente non ha alcun legame con il corpo se non quello che tu gli dai. Quando la mente potrà rimanere distaccata dal corpo a tuo piacimento, tu sarai libero. Ricorda che sei immortale. Per poter superare le prove della vita avrai bisogno di ringiovanire sia il corpo che la mente. Dovrai sviluppare l’elasticità mentale. Se non puoi fare fronte alle prove della vita, sarai indifeso quando i problemi e le tribolazioni arriveranno.

A volte la vita sembra un gioco crudele. La sola giustificazione per questo è che la realtà è solo un sogno. Hai avuto molte esperienze attraverso molte incarnazioni e ne avrai altre in futuro, ma non dovrebbero impaurirti. Devi recitare tutte le parti in questo film della vita, dicendo a te stesso “Io sono Spirito”.

Questa è la grande consolazione che la saggezza ci dà. Realizza la presenza dell’infinito. Guarda Dio, tuo Padre, il tuo Spirito, dietro le ombre. Nel profondo del tuo essere realizza questo, indipendentemente da ciò che i tuoi pensieri comandano.

Non lasciare sedere nessuno sul trono del tuo cuore se non Dio. Se ami la creazione di Dio più di Dio stesso, sarai deluso. Dio deve essere il primo e l’ultimo, sempre. Non seguire i dettami dei tuoi sogni terreni, perché qualche volta i sogni si trasformano in incubi. Distruggi queste illusioni risvegliandoti in Dio e sarai salvo per sempre.


(da "Inner Culture", aprile 1941)


https://www.pomodorozen.com/zen/le-prove-della-vita/



martedì 7 marzo 2017

Quando me ne sarò andato, soltanto l'Amore potrà prendere il mio posto



«Quando me ne sarò andato, soltanto l'amore potrà prendere il mio posto. Il mio corpo passerà, ma la mia opera andrà avanti e il mio spirito continuerà a vivere. Nella morte, come nella vita, vi amerò sempre, attraverso infiniti cicli di tempo, incondizionatamente, senza alcun desiderio se non la vostra felicità, per sempre, in Dio!»


Quando farò il voto del silenzio
per rimanere racchiuso col mio Amato
fra le braccia della Sua onnipresenza,
resterò intento ad ascoltare la Sua sinfonia
dei gioiosi canti del creato
e a contemplare meravigliose visioni nascoste.
Ma non scorderò tutti voi.
In silenzio vi osserverò
camminare su di me nell'erba fresca
e scoprire la mia viva presenza nelle foglie.
Vi guarderò con tenerezza materna
da ogni fiore vermiglio
che s'imporpora d'amore per darvi gioia.
Vi accarezzerò con la brezza sinuosa
per alleviare i vostri affanni e le vostre paure;
e vi avvolgerò nel calore del sole
quando il freddo della solitudine illusoria
si smarrirà nel vostro cuore.
Quando contemplerete l'oceano
guarderete me
fuso col mio Amato sull'altare dell'orizzonte,
sotto la volta di raggi d'argento
dell'azzurro, ondoso, vago santuario.
Non parlerò, se non con la vostra ragione,
non vi ammonirò,
se non con la vostra coscienza.
Vi convincerò solo col vostro amore
e col desiderio del vostro cuore
di cercare soltanto l'Amato.
Vi tenterò, ma con la sola tentazione
di assaporare unicamente l'amore dell'Amato.
Dimenticate me, se volete, ma non il mio Amato!
Ricordando Lui, non potrete dimenticare me.


Vengo a voi per dirvi di Lui
e della via per chiuderlo nel vostro cuore
e della disciplina che porta la Sua grazia.
Per mezzo della mia mente che in silenzio vi parla,
io comunico con voi che mi avete chiesto di guidarvi
alla presenza del mio Amato
o vi parlo con un dolce sguardo espressivo
o con amore vi dico parole sommesse
o, in modo chiaro, vi induco a non allontanarvi da Lui.
Ma quando non sarò più che un ricordo
o un'immagine mentale, o una voce silente,
quando nessun richiamo terreno potrà mai rivelare
la mia dimora nello spazio inesplorato,
quando né lievi implorazioni, né duri,
possenti comandi vi porteranno la mia risposta,
sorriderò nella vostra mente quando sarete nel giusto
e quando avrete torto piangerò coi miei occhi
osservandovi nell'oscurità,
e piangerò coi vostri occhi, forse;
e, sussurrando, parlerò nella vostra coscienza
e ragionerò con voi attraverso il vostro amore.
Quando non potrete più parlare con me,
leggete i miei 'Sussurri dall'Eternità';
attraverso di essi vi parlerò eternamente.
Sconosciuto camminerò al vostro fianco
e vi proteggerò con braccia invisibili.
E non appena conoscerete il mio Amato
e udrete la Sua voce nel silenzio
voi conoscerete anche me in un modo tangibile,
più di quanto mi abbiate conosciuto
su questo piano terrestre.
E, inoltre, quando non sarò più che un sogno per voi
verrò a ricordarvi che anche voi non siete altro
che un sogno del mio Celeste Amato,
e quando anche voi saprete di essere un sogno,
come lo so io ora,
saremo tutti per sempre desti in Lui.



- Paramahansa Yogananda -








sabato 18 febbraio 2017

Il messaggio di tutte le religioni: Dio è Amore

Un bellissimo video tratto dalla serie tv "Le avventure del giovane Indiana Jones", andata in onda in Italia nei primi anni '90.
Qui un Indiana Jones bambino incontra Jiddu Krishnamurti ancora adolescente, ma già saggio e spiritualmente elevato (all'epoca era stato scelto come futuro Maestro del mondo dalla Società Teosofica, da cui poi si distaccò).
Parlano della meditazione, dell'anima, della sofferenza, di Dio... e dell'unità di tutte le religioni, che hanno lo stesso insegnamento spirituale di fondo: Dio è Amore.
Jiddu accompagna il piccolo Indiana nei luoghi sacri delle varie religioni e gliele spiega, facendogli fare un viaggio non solo attraverso le varie tradizioni spirituali, ma anche dentro se stesso, e dandogli un grande insegnamento.






giovedì 2 febbraio 2017

"Alla ricerca di Dio. Dalla religione ai maestri contemporanei" di Paolo Franceschetti



Ogni religione del mondo e ogni maestro spirituale, ha sempre riconosciuto che non esiste una religione migliore delle altre, ma che tutte costituiscono delle strade diverse, per arrivare alla medesima meta.

Il libro è quindi concepito come una panoramica delle varie religioni dal punto di vista spirituale, ma allo stesso tempo come un cammino spirituale che ciascuno può effettuare per capire e meditare sui concetti di Dio, anima, reincarnazione, e sul perché esiste il male nel mondo. In secondo luogo questo libro nasce per far capire non tanto le differenze tra le varie religioni, ma l’unità di fondo di esse.

Il messaggio di fondo dei mistici di tutte le religioni e di tutte le forme di spiritualità, è sempre lo stesso: siamo fatti di spirito, non di materia, e per vivere felici occorre vivere in armonia con il divino, che è ovunque. La verità, se esiste, non può essere varia, ma una sola, e questa verità può essere solo intuita, mai spiegata completamente a parole.


“Alla Ricerca di Dio.
Dalla Religione ai Maestri Contemporanei”


di Paolo Franceschetti

edito da Risveglio Edizioni



Acquistabile in libreria e online:

http://www.risvegliocomune.com/product-page/alla-ricerca-di-dio

https://www.ibs.it/alla-ricerca-di-dio-dalla-libro-paolo-franceschetti/e/9788899009236


Disponibile anche in versione e-book:

https://play.google.com/store/books/details/Paolo_Franceschetti_Alla_Ricerca_di_Dio?id=7YGKDQAAQBAJ



domenica 11 dicembre 2016

L'Amore divino che danza da un cuore all'altro (Yogananda)



Ho cercato l'amore in molte vite. Ho versato lacrime amare di separazione e di pentimento per capire che cosa sia l'amore. Ho sacrificato ogni cosa, gli attaccamenti e le illusioni, per imparare, alla fine, che amo soltanto l'Amore, soltanto Dio. Allora ho bevuto l'amore da tutti i cuori sinceri. E ho visto che egli è l'unico cosmico amante, l'unica fragranza che permea nel giardino della vita tutti i variopinti fiori dell'amore.

Molte anime, ansiose e impotenti, si domandano perché mai l'amore voli da un cuore all'altro: le anime risvegliate sanno che il cuore non è incostante quando ama persone diverse, perché è l'amore per l'unico Dio-Amore, che è presente in tutti i cuori.

Il Signore ti sussurra sempre silenziosamente:

Io sono l'Amore. Ma, per fare l'esperienza del dono dell'amore, ho diviso me stesso in tre: l'amore, colui che ama e colui che è amato. Il mio amore è bello, puro, eternamente felice e io lo assaporo in molti modi e in molte forme.

Come padre, bevo riverente amore dalla sorgente del cuore di mio figlio. Come madre, bevo il nettare dell'amore incondizionato dalla coppa dell'anima del bambino. Come bambino, assorbo l'amore protettivo della giusta razionalità paterna. Come neonato, bevo l'amore senza limiti dal sacro Graal della magia materna. Come padrone bevo l'amore comprensivo dalla coppa della sollecitudine del servo. Come servo, sorseggio rispettoso amore dalla coppa dell'apprezzamento del padrone. Come Guru, gusto l'amore purissimo dal calice dell'assoluta devozione del discepolo. Come amico bevo dalle fontane spumeggianti dell'amore spontaneo. Come amico divino, bevo a grandi sorsi le acque cristalline dell'amore cosmico, dalla riserva dei cuori che adorano Dio.

Amo l'amore soltanto, ma mi lascio illudere quando, come padre o come madre, curo e amo solo il mio bambino; quando, come amante, mi prendo cura solo dell'amato, quando, come servo, vivo solo per il padrone. Ma poiché amo soltanto l'amore, spezzo infine l'illusione della miriade dei miei sé umani. Per questa ragione conduco il padre nelle regioni astrali, quando dimentica che è il mio amore, e non il suo, a proteggere il figlio. E strappo il bambino dalle braccia della mamma, perché lei possa capire che è il mio amore che adorava in lui. E rapisco l'amata all'innamorato che crede di amare lei, invece del mio amore che risponde in lei.

Così il mio amore gioca a nascondino in ogni cuore umano, affinché tutti possano imparare a scoprire e adorare non i temporanei involucri umani del mio amore, ma il mio amore stesso, che danza da un cuore all'altro.

Gli esseri umani si tormentano l'un l'altro dicendo: "Ama solo me", e così io raffreddo le loro labbra e le sigillo per sempre, affinché non pronuncino più questa menzogna. Poiché sono tutti miei figli, voglio che imparino a pronunciare la verità: "Ama l'unico Amore in tutti". E' una falsità dire a un altro: "Ti amo", finché non si comprende la verità: "Dio, quale amore, in me, ama il suo amore in te".

La luna ride dei milioni di innamorati che, inconsapevolmente, hanno mentito ai loro amati dicendo: "Ti amerò per sempre". Le loro ossa sono sparpagliate sulle sabbie dell'eternità spazzate dal vento. Essi non possono più usare il loro respiro per dire: "Ti amo". Non possono né ricordare né mantenere la promessa di amarsi per sempre.

Senza dire una parola, io ti ho sempre amato. Io solo posso veramente dire: "Ti amo", perché ti amavo prima che tu nascessi, il mio amore ti dà la vita e ti sostiene anche in questo momento; io solo potrò amarti quando i cancelli della morte ti imprigioneranno là dove nessuno, neanche il tuo più grande amore umano, potrà raggiungerti.

Io sono l'amore che fa danzare le marionette umane sui fili delle emozioni e degli istinti, per recitare il dramma dell'amore sul palcoscenico della vita. Il mio amore è meraviglioso e infinitamente dolce, quando amate soltanto l'amore; ma la fune di salvataggio della vostra pace e della vostra gioia si spezzerà, se vi lascerete irretire dalle emozioni umane e dagli attaccamenti. Figli miei, cercate di capire che desiderate veramente soltanto il mio amore.

Coloro che mi amano solo come persona, o che mi amano imperfettamente in una sola persona, non sanno che cosa sia l'amore. Sanno che cosa è l'amore solo coloro che mi amano saggiamente, perfettamente, completamente, con totale abbandono, coloro che mi amano perfettamente e ugualmente in tutti e che mi amano perfettamente e ugualmente come tutti.


- da "Il Divino Romanzo" di Paramahansa Yogananda -



http://www.centrostudikriyayoga.eu/CSKY/Yogananda/discorsi-articoli/Dellamore.html



lunedì 27 maggio 2013

Lo spirito del Sufismo



di Hazrat Inayat Khan


Il Sufismo non può essere chiamato una religione perché è libero dai principi, dalle distinzioni e dalle differenze, che sono proprio la base sulla quale le religioni sono fondate; il Sufismo non può neanche essere chiamato una filosofia, perché la filosofia insegna lo studio della natura nelle sue qualità e nella sua varietà, mentre il Sufismo insegna l’unità. Quindi potrebbe essere chiamato semplicemente l’allenamento della visione.

La parola ‘Sufi’ implica purità, e purità contiene due qualità (purità e purezza). Purità significa non mescolato con nessun altro elemento, o in altre parole ciò che esiste nel proprio elemento, non amalgamato e non macchiato. La seconda qualità della purezza è una grande adattabilità.

Tale è anche la natura del Sufi. Per prima cosa si purifica tenendo costantemente davanti a sé la visione di Dio, non permettendo che le macchie delle differenze e delle distinzioni terrene siano rispecchiate sul suo cuore, né alle associazioni buone o cattive, né ai rapporti con gente di classe alta o bassa. Nessuna fede o credenza può mai interferire con la sua purità.

Il Sufi mostra la sua fratellanza universale nella sua adattabilità. Fra i Cristiani lui è un Cristiano, fra Ebrei lui è un Ebreo, fra i Musulmani lui è un Musulmano, fra gli Indù lui è un Indù; poiché lui è uno con tutti, e quindi tutti sono con lui. Lui permette ad ognuno di unirsi alla sua fratellanza, e nello stesso modo permette a se stesso di unirsi a chiunque altro. Lui non chiede mai: “Qual è la tua fede o nazione o religione?”, né chiede: “Quali sono i tuoi insegnamenti o principi?”

Chiamalo fratello, lui risponde fratello, e lo pensa. Riguardo ai principi, il Sufi non ne ha nessuno, perché la dolcezza può essere vantaggiosa per uno, e dannosa per un altro. E così vale per ogni principio, bene o male, gentile o crudele. Se chiediamo a un soldato di avere compassione durante la battaglia, sarà subito sconfitto. Ciò dimostra che ognuno ha i propri principi per ogni azione o situazione. Una persona potrebbe credere in un certo principio, mentre un’altra potrebbe avere un’opinione completamente opposta. Ciò che una persona potrebbe chiamare bene, un’altra potrebbe chiamarlo male. Uno dice che una certa strada è quella giusta, mentre un altro prende la direzione opposta. Il Sufi, invece di centrarsi nei suoi piaceri e dispiaceri e di limitare se stesso ad un certa fede o credenza, ragionando da solo su ciò che è bene o male, focalizza la sua vista su quella di un altro, e quindi vede la ragione per cui lui crede e per cui non crede, per cui qualcosa è giusto per uno e sbagliato per un altro. Il Sufi comprende anche perché qualcosa che viene chiamato bene da alcuni potrebbe essere chiamato male da altri, e così mantenendo sotto controllo il suo punto di vista arriva alla vera altezza della saggezza.

Il Sufi è un vero Cristiano riguardo alla carità, alla fratellanza e alla guarigione della sua anima come a quella dell’anima di un altro. Non è intransigente nel modo di aderire ad una Chiesa particolare, o nell’abbandonare gli altri maestri ed i loro seguaci che vennero prima e dopo Cristo, e il suo apprezzamento e le pratiche della sua verità sono intensi come quelli di un vero Cristiano.

E’ nelle vite dei dervisci che si vede la vera rappresentazione della vita e degli insegnamenti di Cristo, specialmente nel loro condividere la loro casa e il loro cibo con gli altri, sia amici che nemici. Persino oggigiorno continuano nei loro modi puri. Il Sufi è un Cattolico poiché produce il disegno del suo ideale di devozione nella sua anima, ed è un Protestante abbandonando la parte cerimoniale del culto.

Il Sufi è un Bramano, perché la parola Bramano significa ‘colui che conosce Brahma’, o Dio, l’unico Essere. La sua religione consiste nel credere in nessuna altra esistenza tranne quella di Dio, che il Bramano chiama Advaita. Il Sufi ha tanti gradi spirituali da attraversare quanti ne hanno gli Yogi. Ci sono pochissime differenze persino nelle loro pratiche, dato che la differenza è principalmente nei nomi. Senza dubbio il Sufi preferibilmente sceglie una vita normale rispetto a quella di un asceta, tuttavia non si limita né alla prima né al seconda. Il Sufi considera gli insegnamenti degli Avatars vere manifestazioni della divina saggezza, ed ha una perfetta intuizione nella sottile conoscenza del Vedanta. Il Sufi apprezza il concetto dell’inoffensività del Jain, e considera che la gentilezza sia la vera strada di purità e perfezione. Nel passato i Sufi hanno vissuto la vita di rinuncia, e in Oriente la maggior parte di loro vive ancora una vita del tutto inoffensiva, proprio come gli Jains.

Il Sufi è un Buddista, perché ragiona su ogni passo in avanti nel suo viaggio spirituale. Gli insegnamenti Sufi sono molto simili agli insegnamenti dei Buddisti; infatti è il Sufi che unisce i credenti e i non credenti nell’Ideale di Dio e nella conoscenza dell’unità.

Il Sufi è un Musulmano, non perché molti Musulmani furono Sufi, né a causa del suo utilizzo della fraseologia Musulmana, ma perché nella sua vita dimostra quello che un vero Musulmano dovrebbe essere.

I Musulmani hanno un tale senso di devozione che non importa quanto grande un peccatore o quanto crudele un uomo possa essere, il nome di Allah o di Maometto lo scioglie subito in lacrime. In modo simile le pratiche del Sufismo sviluppano per prime le qualità del cuore che spesso sono trascurate da molti altri mistici.

E’ la purificazione del cuore che lo rende recettivo all’illuminazione dell’anima. I Sufi sono coloro che leggono il Corano per ogni esperienza nella vita, e vedono e riconoscono il volto di Maometto in ogni atomo della manifestazione.

Il Sufi, come uno Zoroastriano o un Parsi, guarda verso il sole e si inchina di fronte all’aria, al fuoco, all’acqua, alla terra, riconoscendo l’immanenza di Dio nella Sua manifestazione, prendendo il sole e la luna come i segni di Dio.

Il Sufi interpreta il fuoco come il simbolo della saggezza, e il sole come la luce celestiale. Non solo si inchina di fronte a loro ma assorbe anche le loro qualità. Generalmente in presenza dei dervisci brucia costantemente un fuoco di legno e l’incenso.

Il Sufi è un Ebreo, specialmente nello studio e nella maestria dei diversi nomi di Dio. Il potere miracoloso di Mosé può essere trovato anche nelle vite dei Sufi sia nel passato sia nel presente. Infatti, il Sufi è il maestro del misticismo Ebraico; la voce divina sentita da Mosé sul Monte Sinai nel passato è udibile a molti Sufi oggi.


http://www.movimentosufi.com/LO%20SPIRITO%20DEL%20SUFISMO%20di%20Hazrat%20Inayat%20Khan.html




IL SUFISMO E IL MESSAGGIO SUFI

Sufismo significa saggezza. Tutti sappiamo che i Cristiani sentono che c'è saggezza nell'essere Cristiani. Gli Ebrei sentono che c'è saggezza nell'essere Ebrei. I Musulmani sentono che c'è saggezza nell'essere Musulmani. Gli Indù e i Buddisti, e così molti altri, sentono anche che c'è saggezza nell'appartenere alla religione cui appartengono. Infatti, se i Cristiani scoprono veramente la saggezza, allora sono Sufi, sia che loro scelgano di chiamarsi così oppure no. Se gli Ebrei scoprono veramente la saggezza, allora sono Sufi. Se i Musulmani scoprono veramente la saggezza, allora sono dei Sufi, e lo stesso vale per i Buddisti e gli Indù e per tutti coloro che seguono qualsiasi religione.

Un Sufi, per definizione, è un'anima religiosa; tuttavia, il Sufismo non è una religione, né un culto o una scuola. Il Sufismo è proprio solo una "porta aperta", un atteggiamento di simpatia interiore verso tutte le credenze. Tutte le religioni sembrano essere tutte derivazioni di uno e dello stesso impulso, il grido del cuore, la brama dell'anima per Dio.

Un Sufi sente la necessità di fare certe pratiche che non sono tenute segrete egoisticamente come nel caso di vari culti e sette. Queste pratiche sono salutari da un punto di vista fisico come anche psicologico. Per esempio, le pratiche di respirazione sono incoraggiate per sviluppare la finezza dell'energia del Prana nel respiro. Non è il volume del respiro che è importante ma piuttosto l'intensità della luce del Cosmo che il respiro trasmette. Altre discipline come le pratiche di concentrazione aiutano estremamente l'allenamento della mente. Sorprendentemente, più siamo capaci di concentrarci su un dato pensiero e tenerlo saldo, più siamo capaci di liberare la mente da un pensiero che non è voluto. Ci sono talmente tante persone che sono infelici perché sono ossessionate da pensieri che disturbano, e non sanno come sbarazzarsene.

Ci sono anche pratiche di tipo devozionale, quali le preghiere in cui il Sufi si trattiene dal chiedere, ma invece tenta di offrire amore e gratitudine al Divino Amato. La parola amore rappresenta una realtà vastissima che ha significato soltanto quando l'io è dimenticato nello schiudersi dell'Amore.

Il Sufi prende gli altri più seriamente di sé, e questa è la ragione per cui è molto difficile comprendere ciò che un Sufi pensa e sente veramente. In riguardo all'esistenza materiale, il Sufi è sveglio alla realtà della creazione, mentre allo stesso tempo osserva l'infinita realtà dell'illusione.


http://www.movimentosufi.com/index.html#IL%20SUFISMO


lunedì 29 aprile 2013

La Coscienza Cristica - Paramahansa Yogananda


Il vero significato di “fede nel suo nome” e di salvezza

“Poiché Dio ha talmente amato il mondo che ha dato il Figlio suo unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo; ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi. Chi in lui crede, non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato; perché non crede nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E la condanna sta in questo: al mondo è venuta la luce, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce; perché le opere loro erano malvagie. Poiché chi fa male odia la luce, e non si accosta alla luce, perché non vengano biasimate le opere sue. Chi poi opera secondo la verità, si accosta alla luce, affinché si rendano manifeste le opere sue, perché sono fatte secondo Dio.”
(Giovanni; 3, 16-21)


La confusione tra “Figlio dell’uomo” e “Figlio unigenito di Dio” ha provocato un atteggiamento di estremo bigottismo in seno alla comunità cristiana tradizionalista. Quest’ultima infatti non comprende o non riconosce la componente umana di Gesù, cioè la sua natura di uomo: una creatura nata in un corpo mortale, la quale aveva fatto evolvere la propria coscienza fino a diventare una cosa sola con Dio stesso. Non Gesù in quanto individuo dotato di un corpo fisico, ma la coscienza racchiusa in quel corpo era una cosa sola con il Figlio unigenito, ovvero con la coscienza cristica, unico riflesso di Dio Padre nel creato. Nell’esortare l’umanità a credere nel Figlio unigenito, Gesù si riferiva a questa coscienza cristica, latente in ogni anima e pienamente manifesta in lui, come in tutti i maestri che nel corso dei secoli hanno realizzato Dio. Gesù ha detto che tutte le anime capaci di capaci di innalzare al cielo astrale la propria coscienza fisica (la coscienza del Figlio dell’uomo), e quindi di diventare una cosa sola con l’unigenita Intelligenza cristica immanente in tutta la creazione, conosceranno la vita eterna.

Questo passo della Bibbia sta forse a significare che tutti coloro che non credono in Gesù o non lo accettano come loro salvatore saranno condannati? Questo è un concetto dogmatico di condanna. In realtà, Gesù intendeva dire che chiunque non comprenda di essere una cosa sola con la coscienza cristica universale è condannato a vivere e a pensare come un essere mortale, tormentato dalle avversità, limitato dai confini sensoriali, perché ha essenzialmente disgiunto se stesso dall’eterno Principio della vita.

Gesù non si è mai riferito alla propria coscienza di Figlio dell’uomo, ovvero al proprio corpo, come all’unico salvatore di tutti i tempi. Abramo e molti altri furono salvati anche prima che Gesù nascesse. È un errore metafisico considerare il personaggio storico di Gesù come l’unico salvatore. Il redentore universale è l’intelligenza cristica. Quale unico riflesso dello Spirito assoluto (il Padre), onnipresente nel mondo della relatività, il Cristo infinito è l’unico intermediario, l’unico legame tra Dio e la materia. Tutti gli individui dotati di forma materiale (a qualsiasi casta o fede appartengano) devono ricorrere a questo intermediario per giungere a Dio. Entrando in sintonia con la coscienza cristica, ogni anima può liberare la propria coscienza dai suoi confini materiali e immergerla nella vastità dell’Onnipresenza.

Gesù ha detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono lui”. Egli sapeva che il suo corpo fisico era destinato a rimanere sul piano terreno solo per breve tempo; così spiego a coloro che lo consideravano il proprio salvatore che, una volta scomparso quel corpo (il Figlio dell’uomo) dalla terra, l’umanità sarebbe stata ancora in grado di trovare Dio e la salvezza, credendo nell’onnipresente figlio unigenito di Dio e conoscendolo. Gesù voleva mettere in risalto che chiunque avesse creduto nel suo spirito in quanto Cristo infinito incarnato in lui avrebbe scoperto il sentiero che porta alla vita eterna, grazie alla scienza della meditazione, che conduce a uno stato di interiorizzazione e di elevazione della coscienza.

“Affinché chiunque crede in lui non perisca”. Le forme della natura sono soggette al cambiamento, ma l’intelligenza infinita immanente nella natura non è mai toccata dalle mutazioni create dall’illusione. Un bambino che si è affezionato a un pupazzo di neve scoppierà in lacrime quando il sole salirà alto nel cielo e scioglierà quella forma. Allo stesso modo soffrono i figli di Dio affezionati al mutevole corpo umano, che subisce i cambiamenti dell’infanzia, della giovinezza, della vecchiaia e della morte. Ma coloro che interiorizzano la forza vitale e la coscienza e si concentrano sull’immortale scintilla interiore della propria anima percepiscono il cielo anche mentre si trovano su questa terra; e, realizzando l’essenza trascendente della vita, non sono soggetti al dolore e alla sofferenza inerenti ai cicli ricorrenti della vita e della morte.

Le solenni parole pronunciate da Gesù in questo passo del Vangelo intendevano comunicare un’incoraggiante promessa divina di redenzione per tutta l’umanità. Le interpretazioni errate che hanno dominato per secoli sono invece valse a fomentare guerre di odio intollerante, inquisizioni, torture, condanne, ripudi e divisioni.

“Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo, ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi”. In questo versetto il “mondo” sta ad indicare l’intera creazione di Dio. Nel riflettere la sua intelligenza nel creato, rendendo così possibile l’esistenza di un universo ordinato e armonico, l’intento del Signore non era quello di creare una prigione di finitezza in cui confinare le anime e farle partecipare, volenti o nolenti, a una danse macabre di sofferenza e distruzione. Dio intendeva piuttosto rendersi accessibile come quella irresistibile Forza che spinge il mondo a superare la manifestazione materiale, immersa nelle tenebre dell’ignoranza, per giungere alla luce della manifestazione spirituale.

Indubbiamente, la manifestazione vibratoria dell’intelligenza universale, ovvero la creazione, ha dato origine alle innumerevoli attrazioni del teatro cosmico che continuano a confondere l’uomo, inducendolo ad allontanarsi dallo Spirito per volgersi verso la vita materiale, a distogliere lo sguardo dall’Amore universale per rivolgerlo alle infatuazioni umane. Tuttavia l’assoluto che trascende il creato resta vicino e intimamente percepibile attraverso il suo intermediario, l’intelligenza divina che si riflette nel creato stesso. Grazie a questo contatto, il devoto comprende che Dio ha mandato l’intelligenza cristica (il suo Figlio unigenito) per creare non una camera di tortura, ma un grandioso film cosmico, le cui scene e i cui attori sono destinati a intrattenere e intrattenersi per qualche tempo, e poi tornare infine alla beatitudine dello Spirito.

Alla luce di questa consapevolezza, il devoto, in qualunque circostanza lo ponga questo mondo della relatività, avverte il proprio legame con lo Spirito universale e comprende che l’immensa intelligenza dell’Assoluto opera in tutte le relatività della natura. Chiunque creda in questa intelligenza, cioè in Cristo, e si concentri su di essa piuttosto che sulle sue opere, ovvero sulla creazione esteriore, trova la redenzione.

È assurdo pensare che Dio infligga ai non credenti la condanna di peccatori. Poiché il Signore dimora Egli stesso in tutte le creature, la sua condanna sarebbe una forma di vero e proprio autolesionismo. Dio non punisce mai l’uomo che non crede in Lui; è l’uomo a punire se stesso. Se qualcuno non crede al potere di un generatore di corrente e tagli i fili elettrici che collegano la sua casa a quel generatore, egli si nega i vantaggi offerti dall’elettricità. Allo stesso modo, disconoscere l’Intelligenza onnipresente in tutto il creato vuol dire negare alla coscienza il suo legame con la Sorgente della saggezza e dell’amore divini, la quale consente il processo di ascensione allo Spirito.

Riconoscere l’immanenza divina è un processo che può cominciare in un modo molto semplice: lasciando che il nostro amore si espanda in flussi sempre più ampi. L’uomo si condanna alla limitazione ogni volta che pensa soltanto al suo piccolo sé, alla sua famiglia, alla sua nazione. Il processo di espansione è un elemento essenziale dell’evoluzione della natura e dell’uomo per ritornare a Dio. Essere consapevoli esclusivamente della propria famiglia – “noi quattro e nessun altro” – è una cosa sbagliata. Escludere la più grande famiglia dell’umanità vuol dire escludere il Cristo infinito. Chi separa la propria felicità e il proprio benessere da quelli altrui si è già condannato all’isolamento dallo Spirito che pervade tutte le anime. Infatti, non espandendo se stesso nell’amore e nel servizio reso a Dio negli altri, egli non riconosce il potere salvifico dell’unione con il Cristo universale. Ogni essere umano ha ricevuto il potere di fare il bene; se non usa questa facoltà, il suo livello di evoluzione spirituale è di poco superiore a quello dell’istintivo egoismo di un animale.

L’amore pure presente nei cuori umani irradia l’amore cristico universale. Espandere continuamente il proprio amore vuol dire mettere in sintonia la coscienza umana con il Figlio unigenito. L’amore per i familiari è il primo passo dell’espansione dell’amore di sé verso chi ci circonda; amare tutti gli esseri umani, di qualsiasi razza e nazionalità, è conoscere l’amore cristico.

Dio in quanto Cristo onnipresente è l’unico artefice di tutte le forme di vita. Nelle nuvole e nel cielo il Signore dipinge scenari grandiosi e sempre mutevoli; nei fiori crea altari di fragrante bellezza; in ogni cosa e persona (negli amici e nei nemici, nelle montagne, nelle foreste, nell’oceano, nell’aria e nella roteante volta galattica che sovrasta ogni cosa) il devoto cristico vede l’unica luce di Dio, in cui tutto si fonde. Egli si rende conto che le innumerevoli espressioni di quell’unica Luce, spesso apparentemente caotiche perché in conflitto o in contrasto tra loro, sono state create dall’intelligenza divina non per ingannare gli esseri umani o per farli soffrire, ma per persuaderli a cercare l’Infinito da cui provengono. Chi guarda non le parti ma l’insieme riconosce lo scopo della creazione, cioè l’ineluttabile destinazione di noi tutti, senza alcuna eccezione, verso la salvezza. Tutti i fiumi vanno verso l’oceano; i fiumi delle nostre vite vanno verso Dio.

Le onde che si trovano sulla superficie dell’oceano sono in continuo mutamento, mentre giocano con il vento e con le forze che regolano le maree; ma la loro essenza di oceano resta immutata. Chi si concentra sulla singola onda di un’unica vita è destinato a soffrire, perché l’onda è instabile e non può durare. Questo è ciò che Gesù intendeva con “condannato”: l’uomo che resta legato al corpo, isolandosi da Dio, causa la propria condanna. Per ottenere la salvezza egli deve riconquistare la consapevolezza della propria inscindibile unità con l’immanenza divina.

“Mentre veglio, mangio, lavoro, sogno, dormo,
servo, medito, canto e divinamente amo,
l’anima mia bisbiglia senza posa, non udita da alcuno:
Dio, Dio, Dio!”
(da “Songs of the Soul” di Paramahansa Yogananda)

In questo modo si mantiene la costante consapevolezza del proprio legame con l’immutabile intelligenza divina, la Bontà assoluta celata dietro gli enigmi del creato e le loro sfide.

“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato”. Qui si mette in risalto anche quale ruolo svolga il “credere” nel provocare o meno la condanna dell’uomo. Chi non comprende che l’Assoluto è immanente nel mondo della relatività tende a diventare vuoi uno scettico vuoi un dogmatico, perché in entrambi i casi la religione è per lui una questione di fede cieca. Incapace di conciliare l’idea di un Dio buono con gli apparenti mali della creazione, lo scettico rifiuta le credenze religiose con la stessa testardaggine con cui il dogmatico vi resta aggrappato.

Le verità impartite da Gesù andavano ben oltre le credenze cieche, che acquistano o perdono valore sotto l’influenza dei paradossali proclami dei preti o dei cinici. Credere è uno stadio iniziale dell’evoluzione spirituale, necessario per accogliere l’idea di Dio. Ma quell’idea deve trasformarsi in una convinzione, deve diventare oggetto di esperienza. La credenza è la progenitrice della convinzione; per indagare in modo imparziale su qualcosa, è necessario prima accogliere l’idea che esista. Ma se ci si accontenta della mera credenza, questa diventa dogma, e quindi ristrettezza mentale, che preclude l’accesso alla verità e al progresso spirituale. È quindi necessario coltivare, nel terreno della credenza, la messe dell’esperienza diretta di Dio e del contatto con Lui. Questa inconfutabile realizzazione, non la mera credenza, è ciò che salva gli esseri umani.

Se qualcuno mi dice: “Io credo in Dio”, gli chiedo: “Perché credi? Come fai a sapere che c’è un Dio?”. Se la risposta si basa su supposizioni o su una conoscenza indiretta, concluderò che egli non crede veramente. Per avere una convinzione bisogna anche avere dei dati a sostegno; altrimenti si tratta solo di un dogma, che è facile preda dello scetticismo.

Se, poniamo, io indicassi un pianoforte e dichiarassi che si tratta di un elefante, la ragione di una persona dotata di intelligenza si ribellerebbe dinanzi a una simile assurdità. Lo stesso accade con i dogmi religiosi trasmessi senza la verifica dell’esperienza e della realizzazione: presto o tardi, quando saranno messi alla prova da esperienze contrarie, la loro verità subirà l’attacco della ragione e delle sue speculazioni. Via via che i brucianti raggi del sole dell’indagine raziocinante divengono sempre più infuocati, le fragili credenze prive di fondamento appassiscono e si inaridiscono, lasciando dietro di sé una landa desolata, in cui crescono solo il dubbio, l’agnosticismo e l’ateismo.

Trascendendo la mera indagine filosofica, la meditazione scientifica mette in sintonia la coscienza con la verità più alta e più grande; a ogni passo che compie, il devoto si avvicina alla vera realizzazione e si sottrae a un incerto vagabondare. Perseverare negli sforzi di verifica e di esperienza diretta delle credenze mediante la realizzazione intuitiva, raggiungibile grazie ai metodi yoga, vuol dire forgiare una vera vita spirituale, a prova di qualsiasi dubbio.

Credere è una grande forza, se porta al desiderio e alla determinazione di fare l’esperienza del Cristo. Questo è ciò che intendeva Gesù esortando a “credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”: per mezzo della meditazione, bisogna ritirare la coscienza e la forza vitale dai sensi e dalla materia, per avere l’intuizione dell’Aum, la Parola, ovvero l’Energia vibratoria cosmica che è il “nome”, cioè l’attiva manifestazione dell’immanente coscienza cristica. Una persona può affermare continuamente la propria credenza intellettuale in Gesù Cristo, ma se le manca l’autentica esperienza del Cristo cosmico, incarnato in Gesù e onnipresente al tempo stesso, la sola credenza avrà per lei una ben scarsa utilità spirituale, insufficiente a ottenere la salvezza.

Nessuno può ottenere la salvezza limitandosi a ripetere il nome del Signore o a lodarlo in sequele crescenti di “alleluia”. Non sono la fede cieca nel nome di Gesù né l’adorazione della sua persona a permettere di accogliere il potere salvifico dei suoi insegnamenti. La vera adorazione di Cristo consiste nella divina comunione, che porta alla percezione del Cristo nel tempio senza mura della coscienza in espansione.

Dio non si manifesterebbe nel suo “Figlio unigenito” nel mondo per poi farlo agire come un implacabile investigatore che insegue i non credenti per punirli. L’intelligenza cristica redentrice, che alberga in seno a ogni anima indipendentemente dal bagaglio di peccati o di virtù accumulato nelle sue incarnazioni, attende con pazienza infinita che nella meditazione ciascuno si risvegli dal sonno narcotizzante dell’illusione per ricevere la grazia della salvezza. Chi crede in questa intelligenza cristica, e inoltre coltiva con l’azione spirituale il desiderio di ricercare la salvezza ascendendo a questa coscienza riflessa di Dio, non è più costretto a vagare alla cieca lungo l’ingannevole sentiero dell’errore. Con passi ponderati, egli si dirige sicuro verso l’infinita Grazia redentrice. Ma il non credente che irride il pensiero di questo Salvatore, unica via verso la salvezza, condanna se stesso all’ignoranza della prigionia nel corpo e alle sue conseguenze, finché non raggiungerà il risveglio spirituale.


– da “Lo Yoga di Gesù” di Paramahansa Yogananda –




COSCIENZA CRISTICA: La coscienza di Dio proiettata nella creazione e immanente in essa. Nelle sacre scritture cristiane è il “figlio unigenito”, l’unico puro riflesso di Dio Padre nella creazione; in quelle induiste la coscienza cristica è chiamata “kutastha chaitanya” o “Tat”, la coscienza universale, ovvero l’intelligenza cosmica dello Spirito onnipresente nella creazione. (I termini “coscienza cristica” e “intelligenza cristica” sono sinonimi, come lo sono anche “Cristo cosmico” e “Cristo infinito”). È la coscienza universale, l’unione con Dio, manifestata da Gesù, Krishna e altri avatar. I grandi santi e i grandi yogi la conoscono come “samadhi”, lo stato meditativo in cui la loro coscienza diviene una cosa sola con l’intelligenza divina immanente in ogni particella del creato; allora essi percepiscono l’intero universo come fosse il proprio corpo.


lunedì 12 novembre 2012

La via occulta - Dion Fortune


La “Via Mistica” che conduce all’unione con il divino è talmente nota che spesso ignoriamo l’altro Sentiero, del tutto diverso pur avendo in comune lo stesso obiettivo. Siamo così abituati a sentire parlare di rinuncia al mondo e abnegazione del Sé, quale unico percorso dell’anima protesa verso l’Altissimo, che osiamo a malapena sussurrare che un Sentiero alternativo esiste davvero: la Via del dominio sulla vita manifesta e dell’apoteosi del Sé.

Dio può essere venerato in due maniere: nella Sua Essenza non manifesta oppure nella Sua forma manifesta. Entrambe sono legittime, purché quando ne riveriamo la forma manifesta non dimentichiamo la Sua Essenza, oppure quando ci rivolgiamo all’Essenza non la confondiamo con la Sua forma manifesta, perché entrambe diventano peccato di idolatria, ossia di enfasi collocata erroneamente.

Il mistico cerca di adorare l’Essenza di Dio, ma essendo questa non manifesta, sfugge alla coscienza umana. Per riuscire a concepire l’oggetto della sua venerazione egli deve allora arrivare a trascendere il normale stato di coscienza umano. Non è possibile conoscere la natura più intima di uno stato di esistenza, se non si riesce a penetrarla e a condividerne in qualche modo l’esperienza. Il mistico si prefigge dunque il compito di liberare la sua coscienza dai vincoli della forma attraverso una disciplina ascetica. Uccide la sua natura inferiore per liberare quella superiore, al fine di unirsi a Dio e arrivare a conoscerlo.

La Via del Mistico è un percorso di rinuncia fino a che egli riesce a squarciare tutte le limitazioni della sua natura inferiore e a penetrare nella libertà; a questo punto nessun freno riesce più a trattenerlo lontano da Dio e la sua anima vola in alto per entrare nella Luce e non fare più ritorno.

L’altro Sentiero non è una via di rinuncia bensì di autorealizzazione. Non ci si allontana dal percorso del destino umano, quanto piuttosto ci si concentra su tale destino fino a sublimarlo. Ogni anima che intraprende il Sentiero vive, attraverso la propria esperienza, tutte le fasi e gli aspetti dell’esistenza manifesta, equilibrandola, spiritualizzandola e assorbendone l’essenza.

Lo scopo di coloro che seguono questo Sentiero è di ottenere il completo dominio su ogni aspetto della vita creata. Quando però parliamo di dominio, non intendiamo quello esercitato da uno schiavista sulle sue vittime bensì quello di un virtuoso sul suo strumento: la padronanza con cui vi entra in sintonia e ne trae le piene capacità interpretative.

L’Adepto che ha ottenuto il dominio sulla Sfera di Luna è in grado di interpretare il messaggio della Luna e di dimostrarne equilibratamente i poteri al mondo. Il regno governato dal Maestro del Tempio non è una monarchia assoluta. Egli non ottiene tale padronanza per avere Troni, Dominazioni e Potenze al suo servizio, ma per far pervenire a tutti il messaggio divino di salvezza e per condurli alla loro eredità più sublime. Egli è un servitore dell’evoluzione, il cui compito è fare uscire l’ordine dal caos, l’armonia dalla discordia e di riportare le forme sbilanciate verso l’equilibrio.

Gli insegnanti dello Yedanta della Tradizione Orientale distinguono nettamente tra la devozione al Dio non manifesto, l’essenza spirituale del creato, e i suoi aspetti manifesti o dèi. “Identificate il Sé con gli aspetti parziali (Yogini) e sarete in grado di ottenere i poteri (Siddhi). Identificate il Sé con la Maha-yogini stessa e l’uomo sarà liberato, poiché non sarà più uomo ma la divinità... Le scelte di identificazione dell’uomo dipendono unicamente da ciò che desidera, ma qualsiasi cosa esse siano, egli otterrà il Potere solo se lo vorrà intensamente e se lavorerà a tal fine.”

Cosa dovrebbe desiderare un uomo? La risposta a questa domanda dipende interamente dallo stadio evolutivo che ha raggiunto. L’anima deve aver completato la propria esperienza umana prima di essere pronta a unirsi con il divino: deve passare il nadir della discesa nella materia prima di poter intraprendere il Sentiero del ritorno.

Non possiamo essere pronti per la Via Mistica fino a che non siamo vicini alla liberazione della Ruota di nascita e morte. Il tentativo di sfuggire prematuramente a tale Ruota ci squalificherebbe come una barca a vela in corsa che salta l’ultima boa. Non avremmo rispettato le condizioni per la liberazione che impongono di non saltare alcun passaggio e lasciare dietro di noi solo quanto abbiamo dominato, equilibrato, superato.

È falso l’insegnamento che ci impone di sradicare dalla nostra natura quanto Dio vi ha seminato: l’amore per la bellezza, lo stimolo vitale dell’istinto pulito, normale e sano, la gioia della contesa; saremmo ben misere creature senza tutto ciò. Dio ci ha fatto questi doni e possiamo ben presumere che sapesse quanto stava facendo. Chi siamo noi per giudicare il Suo operato e condannare quanto ha ritenuto fosse giusto?

La legge di Dio ci proibisce solo di abusare di queste cose e di utilizzarle per scopi diversi da quello originario. Il Sentiero del Focolare offre una disciplina degli istinti ben più solida ed efficace di quanto possano fare le caverne degli eremiti di Tebe con le loro torture ascetiche e le auto-mutilazioni, che violano la Natura e oltraggiano l’operato divino.

L’asceta, spaventato dalle forze elementari che lo colgono impuro e impreparato, rifugge dalla tentazione. È cosa saggia equilibrare le forze contrastanti della nostra natura fino a che non siano in grado di gestire i nostri istinti scalpitanti, facendo loro trainare il carro dell’anima con il potere della loro instancabile velocità.

Arriverà il giorno per ciascuno di noi quando saremo liberi dalla Ruota di nascita e morte ed entreremo nella Luce per non far più ritorno. Se riteniamo di aver superato gli Elementi e i relativi problemi prima di quel giorno, significa solo che abbiamo invertito la rotta prima di aver girato intorno all’ultima boa. Diventiamo simili all’uomo che ha sepolto il suo talento perché ne aveva paura. Il Signore non ci ringrazierà per una devozione male indirizzata e ci riterrà suoi ben miseri servitori.

La chiave di questa, come di tante altre questioni, è la dottrina della reincarnazione. Se riteniamo davvero che tutte le conquiste umane debbano essere raggiunte in un’unica vita al termine della quale saremo giudicati, diventa facile scivolare in un idealismo forzato che non è frutto di un autentico processo di maturazione. La libertà dalla Ruota, l’abbandono della materia, l’unione con il divino saranno tutti raggiunti durante le varie fasi della nostra evoluzione, perché è lo scopo dell’evoluzione stessa di farceli conseguire.

Quel momento è però ancora lontano per la maggior parte di noi e saremmo ben sciocchi se lasciassimo a qualche altro individuo il compito di giudicare a che punto siamo sulla scala evolutiva e quale deve essere il nostro prossimo passo.

Dobbiamo avere il coraggio di sostenere le nostre opinioni e di seguire gli impulsi più profondi. Se sentiamo la spinta a venerare Dio nelle Sue manifestazioni gloriose, facciamolo con tutto il cuore perché quella sarà la via della nostra autorealizzazione. Ciò non significa che dovremmo sciogliere le briglie dei nostri istinti: la danza della Natura è un movimento ordinato e ritmico e se ci stacchiamo dal nostro posto nello schema della vita ne interrompiamo il flusso armonico. Dobbiamo lavorare con la Natura per i Suoi fini se in Lei riconosciamo la Madre e ciò richiederà abbastanza disciplina per qualsiasi tipo di anima.

Se invece ci sentiamo spinti verso una via mistica, chiediamoci in tutta onestà se stiamo seguendo questo Sentiero perché il richiamo divino è molto forte nei nostri cuori, oppure perché la nostra vita è talmente difficile che desideriamo fuggire per sempre dai suoi problemi.


– da “Magia applicata” di Dion Fortune –



sabato 20 ottobre 2012

L'Amore come vittoria sulla morte


di Massimo Scaligero

La certezza del cuore è il segreto: l’accogliere nel cuore il Divino che è il Cuore del Mondo. Un meraviglioso sentiero conduce verso il superamento della tenebra umana. È urgente questo superamento, perché l’aurora sia visibile ai cuori umani e si plachi l’ansia delle anime e si rianimi la volontà dei giusti! L’ora è decisiva: deve fiorire la reale vita dello Spirito perché l’esistere continui. Tutta un’offerta al Logos, perché il Suo dono giunga nel giusto momento.

Ritrovare cosí il circuito fulgureo, nella calma immobilità, nell’assoluto silenzio, nell’ekagrata assolutamente incorporeo. Ritrovare il movimento della perennità, perché viva la poesia dell’essere sulla Terra al servizio del Logos.

Riaccendere la corrente di splendore che reca altrui la certezza della speranza, la certezza del sogno, l’alta serenità dopo l’immenso dolore.

L’alito sidereo della visione di mezzanotte compensa della serie infinita di asperità e ricongiunge con la piú alta delle Forze. Come nella cripta delle Piramidi l’Osiride risorto veniva rappresentato come il “Sole di Mezzanotte”, cosí la vita che fluisce dalla visione notturna è la “Luce che splende nelle tenebre”: che vince le tenebre. Una possente Luce trasformatrice è attesa dalle anime dei convocati sulla Terra: la fede e la speranza aprono il varco, ma l’azione decisiva è della volontà: della volontà consacrata.

Occorre infinita generosità, infinita compassione, infinita pazienza, infinito compatimento delle debolezze umane: mitezza infinita, che è forza infinita, necessaria a non distruggere stupidamente, mediante inutile ira o irritazione, il dono del Logos. Su tutto deve raggiare con autonomia pura la luce del pensiero non coinvolto dalla psiche: in questa luce ritrovare la piú profonda Luce del Logos, che riedifica l’umano.

La tenebra infine sarà trasformata in Luce: la Luce del mondo, il Cuore del Mondo, ormai è la sorgente della Forza nel cuore umano. La via alla Pentecoste è aperta, non v’è piú impedimento. Colui che vuole può divenire “figliuolo di Dio”, come è annunciato nei primi versetti di Giovanni.

Sorge allora l’Amore come vittoria sull’avversione e sulla Morte. Questa vittoria deve diventare seconda natura dell’uomo. Dobbiamo realizzarla innumerevoli volte, perché divenga natura, perché il dono christico divenga nostra realtà.

Una serie di eventi pesanti caratterizzano il periodo attuale: nuove prove, nuovo sacrificio, nuova richiesta di superamenti. Nella richiesta del sacrificio qualcosa insiste con potere trascendente: occorre intuire questo linguaggio. V’è un segreto per rispondere integralmente a tale istanza: irraggiare il massimo Amore verso gli esseri, la massima pazienza, la massima comprensione, la massima compassione, l’infinita tenerezza. È la medicina vera, perché attinge al Cuore del Mondo e giunge al cuore di ogni essere. L’occhio di Luce si apre perché lo sguardo superi il limite terrestre e penetri folgorante l’essenza degli enti: per giungere al cuore delle cose, al cuore degli esseri. Il programma da svolgere per queste ore, queste urgenze, è attingere di continuo l’Amore là dove scaturisce da un Assoluto perenne.


(da una lettera dell’aprile 1977 a un discepolo)

http://www.larchetipo.com/2012/gen12/accordo.pdf


lunedì 17 settembre 2012

La meditazione sufi del cuore


di Llewellyn Vaughan-Lee


Tutte le scuole di meditazione offrono una via per calmare la mente, perché le esperienze spirituali accadono al di là del livello della mente. La mente è nota come “l’assassina del reale”; i suoi pensieri ci isolano in un mondo di illusioni.

Essa ci mantiene identificati con l’ego, e il suo continuo chiacchierio ci allontana dai livelli più profondi del nostro essere. Osservando i nostri pensieri, possiamo vedere quanto spesso la mente pensa noi, e non il contrario. Siamo prigionieri della nostra mente e del nostro ego, ma la meditazione può aiutare a liberarci.

Diverse tradizioni spirituali usano diverse tecniche per calmare la mente. Il sufismo è un sentiero dell’amore. L’amore è la forza più grande della creazione, in grado di portarci al di là della mente e dell’io: attraverso le profonde preghiere e meditazioni del sufismo, l’amante entra alla presenza dell’Amato.

In questi stati possiamo conoscere intimamente l’amore divino: carezze delicate, parole sussurrate nel nostro cuore. Potremo provare la meraviglia di sentirci amati, o assaporare la pace della nostra anima. Ma per il mistico il viaggio va ancora più in profondità, nel vuoto infinito al di là della mente: “Il silenzio oscuro in cui ogni amante perde se stesso”.

Per il sufi, il cammino mistico va dalla forma all’assenza di forma, dalla presenza dell’io a quella dell’Amato cercato dal nostro cuore. In questo cammino, l’amore ci riconduce all’amore. Dio, il nostro Amato, viene nel nostro cuore e ci chiama, seducendoci con la dolcezza del tocco e la fragranza intossicante dell’unione. Il compito dell’amante è arrendersi al mistero dell’amore, lasciare che il cuore venga aperto.

E anche se la maggior parte di questo lavoro accade segretamente dentro di noi, al centro profondo del nostro essere, esistono antiche tecniche per aprirci al trascendente, alla meraviglia che risiede nel nostro cuore.

La meditazione sufi del cuore è una tecnica per sollevare il velo della separazione e risvegliarci a ciò che è reale. È un modo semplice ma efficace di usare l’energia del cuore per calmare la mente e andare oltre l’ego. È preferibile praticarla per almeno mezz’ora ogni mattina.

In questa meditazione immaginiamo tre cose.

1) Pensiamo di scendere sempre più in profondità dentro di noi, nel nostro sé più nascosto. Là – nel nostro essere intimo, al centro di noi stessi – troveremo un luogo in cui vi è pace, tranquillità e, soprattutto, amore.

2) Dopo aver trovato questo luogo, dobbiamo immaginare di restarvi, immersi e circondati dall’Amore di Dio. Siamo nella pace più profonda, amati, protetti e al sicuro. Siamo qui con tutti noi stessi, il corpo fisico e il resto; nulla è all’esterno, nemmeno la punta di un dito o il capello più sottile. Il nostro intero essere è contenuto nell’Amore di Dio.

3) Mentre ci troviamo in tale luogo, felici e sereni alla presenza di Dio, i pensieri si affacceranno nella nostra testa: quello che abbiamo fatto il giorno prima, quello che faremo domani. Affiorano ricordi, passano immagini davanti all’occhio della mente. Dobbiamo immaginare di prendere ogni pensiero, immagine e sentimento, e affondarlo, immergerlo nel sentimento dell’amore.

Ogni sentimento, specialmente quello dell’amore, è molto più dinamico del processo del pensiero. Quindi, facendo bene questa pratica, con la massima concentrazione, tutti i pensieri scompariranno. Non resterà nulla e la mente sarà vuota.

Quando avremo acquistato familiarità con questa meditazione, non useremo più l’immaginazione. Ci basterà riempire il cuore con il sentimento dell’amore, e poi annegare ogni pensiero nel cuore. Svuotando la mente, creeremo uno spazio interiore in cui possiamo diventare consapevoli della presenza del nostro Amato. Dio è sempre con noi, ma la nostra mente, le emozioni e il mondo esteriore sono veli che ci separano. Dio è un vuoto silenzioso, e per farne esperienza dobbiamo diventare silenziosi. In meditazione torniamo a darci a Dio, al nostro Amato, passando dal mondo delle forme alla Verità senza forma all’interno del cuore.



http://www.innernet.it/la-meditazione-sufi-del-cuore/


mercoledì 25 luglio 2012

L'amore e la paura - da Conversazioni con Dio


Tutte le azioni umane sono motivate al loro livello più profondo da uno o due sentimenti: la paura o l’amore. In effetti esistono soltanto due sentimenti, solo due parole nel linguaggio dell’anima. Esse rappresentano gli estremi opposti della grande polarità che ho creato quando ho dato vita all’universo, e al vostro mondo, come lo conoscete oggi.

Essi costituiscono i due punti, l’Alfa e l’Omega, dai quali è consentito al sistema da voi definito “relatività” di esistere. Senza questi due punti, senza queste due idee circa le cose, nessun altro concetto potrebbe esistere.

Ogni pensiero umano e ogni azione dell’uomo si basano sull’amore o sulla paura. Non c’è altra motivazione umana e tutti gli altri concetti derivano unicamente da questi due. Sono soltanto versioni diverse, variazioni sullo stesso tema.

Rifletti con attenzione e vedrai che è vero. È questo ciò che ho definito il Pensiero Promotore. Si tratta di un pensiero d’amore o di paura. Si tratta del pensiero dietro il pensiero dietro il pensiero. Si tratta del pensiero primario. Si tratta della forza primaria. Si tratta della forza bruta che guida il motore dell’esperienza umana.

È la ragione per cui il comportamento umano dà luogo a ripetute esperienze dopo ripetute esperienze; è la ragione per cui l’umanità ama, poi distrugge, poi ama di nuovo: c’è sempre l’oscillazione da un sentimento all’altro. L’amore promuove la paura che promuove l’amore che promuove la paura...

E la ragione risiede nella prima menzogna – la menzogna da voi sostenuta come la verità a proposito di Dio –, cioè che di Dio non ci si può fidare; che non si può fare affidamento sull’amore di Dio; che l’approvazione di Dio per quanto vi riguarda sottostà a determinate condizioni; che l’esito ultimo è perciò incerto. Perché se non vi è possibile fare affidamento sul fatto che l’amore di Dio è sempre disponibile, su quale amore potete fare affidamento? Se Dio si allontana e si sottrae quando non vi comportate bene, non lo faranno anche i semplici mortali?

E così, nel momento in cui impegnate il vostro più elevato amore, date il benvenuto alla più grande paura.

La prima cosa della quale vi preoccupate dopo aver pronunciate le parole “Ti amo” è di domandarvi se ve le sentirete ripetere in risposta. E se ve le sentite ripetere, cominciate allora subito a preoccuparvi del fatto di poter perdere quell’amore appena trovato. E in tal modo tutte le azioni diventano reazioni, una difesa contro la perdita, anche mentre cercate di difendervi contro la perdita di Dio.

Eppure se sapeste Chi Siete, cioè l’essere più meraviglioso mai creato da Dio, non avreste più timore. Perché chi potrebbe respingere una così stupenda magnificenza? Nemmeno Dio potrebbe trovare pecche in una simile creatura.

Ma non sapete Chi Siete, e vi considerate molto più scadenti. E da dove vi viene la convinzione di essere fino a tal punto meno meravigliosi di quello che siete? Dalle uniche persone in cui credete più che in ogni altro. Da vostra madre e da vostro padre.

Sono loro ad amarvi o ad avervi amato più di tutti. Perché dovrebbero mentirvi? Eppure non vi hanno forse detto che siete troppo di questo e non abbastanza di quello? Non vi hanno rammentato che dovete farvi vedere ma non sentire? Non vi hanno rimproverato in qualche momento della vostra più grande esuberanza? E non vi hanno incoraggiato a mettere da parte qualcuna delle vostre più sfrenate fantasie?

Tali sono i messaggi che avete ricevuto e, sebbene non corrispondano ai princìpi, e non siano perciò messaggi provenienti da Dio, potrebbero benissimo esserlo stati, perché sono giunti dagli dei del vostro universo.

Sono stati i vostri genitori a insegnarvi come l’amore soggiaccia a delle condizioni, avete subìto le loro molte volte, e questa è l’esperienza che portate nei vostri rapporti affettivi.

Ed è inoltre l’esperienza che Mi portate. Da questa esperienza tirate le conclusioni sul Mio conto. Dall’interno di questa struttura esprimete la vostra verità. «Dio è un Dio d’amore», sostenete, «ma se infrangete i suoi comandamenti, Egli vi punirà bandendovi in eterno e con un’imperitura dannazione.»

Non avete forse sperimentato il bando impostovi dai vostri stessi genitori? Non conoscete la sofferenza della loro condanna? Come potreste allora immaginare che le cose possano essere diverse nei Miei confronti?

Avete dimenticato ciò che significa essere amati senza condizioni. Non ricordate l’esperienza dell’amore di Dio. E così cercate di immaginare a che cosa potrebbe essere simile quell’amore, basandovi su quello che vedete dell’amore nel mondo.

Avete proiettato il ruolo di “genitore” su Dio, e siete quindi arrivati a concepire un Dio giudicante che premia e punisce, basandovi su come Egli apprezzi la conclusione a cui siete arrivati. Ma si tratta di un modo di vedere semplicistico circa Dio, fondato sulla vostra esperienza personale. Ciò non ha niente a che fare con quello che Io sono.

Avendo in tal modo creato un sistema di pensiero a proposito di Dio, basato sull’esperienza umana invece che sulle verità spirituali, date origine a un’intera realtà attorno all’amore. Si tratta di una realtà fondata sulla paura, radicata sul concetto di un Dio terribile, vendicativo. Il suo Pensiero Promotore è sbagliato, ma negare tale pensiero vorrebbe dire distruggere nella sua totalità la vostra teologia. E sebbene quella che verrebbe a sostituirla costituirebbe una vera salvezza per voi, non la potete accettare, perché l’idea di un Dio di cui non si dovrebbe avere timore, che non giudica e non ha motivo di punire, è addirittura troppo meravigliosa per essere abbracciata anche entro l’ambito del più grande concetto che possiate avere su chi e che cosa sia Dio.

Questa realtà di un amore fondato sulla paura domina le vostre esperienze affettive; e in effetti le crea. Perché non soltanto vedete voi stessi ricevere un amore soggetto a condizioni, ma vi vedete offrirlo nello stesso modo. E anche mentre vi negate e vi ritraete e ponete le vostre condizioni, una parte di voi si rende conto di come questo non sia quanto l’amore è veramente. Inoltre vi sembra che non si possa cambiare il modo in cui lo dispensate. Avete imparato la durezza, vi dite, e che siate dannati se avete intenzione di rendervi di nuovo vulnerabili. Eppure la verità è che sarete dannati qualora non lo facciate.

Grazie alle vostre stesse opinioni (sbagliate) circa l’amore, vi dannate non sperimentando in maniera pura. Inoltre, dannate voi stessi evitando di conoscerMi per quello che sono in realtà. Fin quando non finirete per farlo. Perché non sarete in grado di respingerMi per sempre e arriverà il momento della nostra Riconciliazione.

Tutte le iniziative intraprese dagli esseri umani si fondano sull’amore o sulla paura, e non soltanto quelle che riguardano i rapporti affettivi. Le decisioni riguardanti gli affari, l’industria, la politica, la religione, l’educazione dei giovani, l’ordine sociale della nazione, le mete economiche della società, le scelte in cui sono coinvolte la guerra, la pace, l’attacco, la difesa, le aggressioni, la sottomissione; le decisioni in merito ad agognare o a rinunciare, a serbare o a condividere, a unire o a separare... ognuna delle libere scelte che decidiate di fare si sviluppa da uno dei due unici possibili pensieri che esistono: un pensiero d’amore o un pensiero di paura.

La paura è l’energia che costringe, rinchiude, trattiene, trasforma, nasconde, accaparra, danneggia.

L’amore è l’energia che espande, apre, esprime, sopporta, rivela, condivide, risana.

La paura avvolge i vostri corpi con gli abiti, l’amore ci consente di starcene nudi. La paura si avvinghia e si aggrappa a tutto quello che abbiamo, l’amore distribuisce tutto quanto possediamo. La paura tiene costretti, l’amore tiene stretti. La paura afferra, l’amore lascia liberi. La paura affligge, l’amore consola. La paura guasta, l’amore migliora.

Ogni pensiero umano, ogni parola e ogni azione si fondano sull’uno o sull’altro di questi sentimenti. Non avete scelta a tale proposito, poiché non esiste nient’altro tra cui scegliere. Ma avete la possibilità di decidere a quale dei due rivolgervi.


Fai apparire tutto ciò così facile, eppure al momento della decisione la paura vince con maggiore frequenza. Perché?

Vi è stato insegnato a vivere nella paura. Vi è stato detto della sopravvivenza dei più idonei e della vittoria dei più forti e del successo dei più intelligenti. Vi hanno solo accennato alla gloria di chi ama di più. E quindi cercate di essere i più idonei, i più forti, i più intelligenti – in un modo o nell’altro – e se vi considerate come qualcosa di meno di questo in qualunque situazione, temete di perdere poiché vi è stato detto che mostrarsi inferiori significa perdere.

E così, naturalmente, scegliete i promotori dell’azione della paura, perché questo è quanto vi hanno insegnato. Eppure Io vi insegno quanto segue: Quando sceglierete i promotori delle iniziative dell’amore, vi troverete a fare qualcosa di più del limitarvi a sopravvivere, in tal caso otterrete di più di una vittoria, sarà per voi molto meglio dell’ottenere soltanto un successo. Sperimenterete la piena gloria di Chi Siete in Realtà, e di chi potreste essere.

Per fare questo potete mettere da parte gli insegnamenti dei vostri beneintenzionati, ma male informati professori terreni, e dare retta ai consigli di coloro la cui saggezza giunge da qualche altra fonte.

Esistono molte di queste persone in grado di insegnare in mezzo a voi, come sono sempre esistite, perché non intendo lasciarvi senza chi vi potrebbe istruire, mostrare la giusta via e guidarvi e ricordarvi queste verità. Per quanto chi potrebbe costituire il miglior maestro non sia nessuno al di fuori di voi, ma soltanto la voce del vostro cuore. Costituisce il principale mezzo da Me usato, poiché si tratta di quello più accessibile.

La voce interiore è la voce più sonora con cui ci si possa esprimere, dal momento che è quella più vicina a voi. È la voce che vi dice se una qualsiasi cosa è vera o falsa, giusta o sbagliata, buona o cattiva come voi l’avete definita. È il radar che stabilisce la rotta, manovra la barca, guida il viaggio se soltanto glielo consentite.

È la voce che vi dice proprio in questo momento se le parole che state leggendo sono parole d’amore o di paura. Grazie a questa valutazione potete decidere se ascoltarle o ignorarle.


– da “Conversazioni con Dio” di Neale Donald Walsch –



mercoledì 28 marzo 2012

Entrare nel sacro è entrare in se stessi





Siamo fatti della stessa sostanza del divino.
Entrare nel sacro è entrare in se stessi.
- Alejandro Jodorowsky -



venerdì 17 febbraio 2012

Giordano Bruno - 17 febbraio 1600



Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell'illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco.

Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini.

Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose.

Dio è in ogni luogo e in nessuno, fondamento di tutto, di tutto governatore, non incluso nel tutto, dal tutto non escluso, di eccellenza e comprensione egli il tutto, di defilato nulla, principio generatore del tutto, fine terminante il tutto. Mezzo di congiunzione e di distinzione a tutto, centro ogni dove, fondo delle intime cose. Estremo assoluto, che misura e conchiude il tutto, egli non misurabile né pareggiabile, in cui è il tutto, e che non è in nessuno neanche in se stesso, perché individuo e la semplicità medesima, ma è sé.

Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia.

Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.

L'ombra prepara lo sguardo alla luce. Attraverso l'ombra la divinità tempera e pone davanti all'occhio oscurato dell'anima affamata e assetata quelle immagini che sono i messaggeri delle cose.

Un'unica Forza, l'Amore, unisce e dà vita a infiniti mondi.






Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...