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domenica 7 marzo 2021

Ispirami a scoprire come amarti (Yogananda)

 



Ispirami a scoprire come amarti,

affinché io impari a nutrire per Te un amore perfetto.

Versami il vino della saggezza

affinché io possa inebriarmi di Te.

Sussurra nelle mie orecchie, in cui regna il silenzio,

il segreto per poter restare sempre con Te.

Parla ai miei sensi vagabondi

e riconducili nel Tuo santuario interiore.

Richiama la mia mente smarrita, esortandola

a ripercorrere i suoi passi per fare ritorno alla Tua dimora.

Guardami con i Tuoi occhi silenziosi,

e saprò dove trovarti.

Puoi nasconderti dietro l'oceano,

puoi nasconderti dietro l'illusione,

puoi nasconderti dietro la vita,

puoi nasconderti dietro le dualità,

puoi nasconderti dietro i misteri teologici,

puoi nasconderti dietro le preghiere non esaudite,

ma non puoi nasconderti dietro il mio amore,

perché è nello specchio di luce del mio amore che Tu appari.



Paramahansa Yogananda


5 gennaio 1893 - 7 marzo 1952




sabato 19 settembre 2020

Paramahansa Yogananda - Canti dell'Anima

 



Se guardo davanti a me e mi volgo indietro,

non trovo altro che tenebre.

L'ira mi infiamma e incendio il buio

con la scintilla immortale del pensiero,

provocata dall'attrito

fra la concentrazione

e la distrazione.

L'oscurità arde

fra mille e mille lingue di fuoco;

e ora io vedo tutto il passato,

tutte le cose distanti, come fossero qui.

Sorrido serenamente

mentre svelo al mio sguardo,

nell'ardente fulgore della saggezza,

tutte le seduzioni dell'invisibile Dimora segreta:

la Dimora in cui nasce la Natura,

la fucina che modella i pianeti,

la fabbrica da cui provengono

tutte le forme o le creature incantate,

i poeti, le menti dei grandi e i cuori,

gli dei e tutti,

e tutti, e tutti.



- Paramahansa Yogananda, "Canti dell'Anima" -




mercoledì 22 novembre 2017

Il silenzio assoluto della mente (Sri Aurobindo e Satprem)



Quando ci si siede, con gli occhi chiusi – per fare il silenzio mentale – si è immediatamente invasi da un torrente di pensieri che sorgono da tutte le parti, in maniera confusa e aggressiva.

Non esiste un manuale con diversi metodi per venire a capo di questo baccano infernale; non c’è che da tentare e tentare ancora, pazientemente, ostinatamente. Soprattutto non c’è da commettere l’errore di lottare mentalmente contro la mente; bisogna spostare il centro.

Ciascuno di noi possiede al di là della mente o ancora più in profondità, un’aspirazione; quella stessa aspirazione che ci spinse verso il sentiero dello yoga. Un bisogno intimo dell’essere, come se fosse una parola d’ordine con virtù solamente per noi, per noi soli.

Aggrappandoci a questa aspirazione, il lavoro riuscirà più facile giacché passeremo da un’attitudine negativa ad un’attitudine positiva. Più ripeteremo la nostra parola d’ordine, più essa acquisterà potenza. Ma si può ricorrere anche ad un’immagine, come per esempio: quella di un mare immenso, senza una sola increspatura, sul quale ci abbandoniamo galleggiando fino a divenire parte di quella tranquilla immensità.

Ci si lascia andare, dolcemente, seguendo il moto ondoso fino a che, a poco a poco, si viene assorbiti da quella tranquilla pace. Avremo in tal modo non solo il silenzio, ma anche l’allargamento della coscienza.

Ognuno deve trovare il metodo che più gli si addice e quanto più completo sarà l’abbandono, più presto si riuscirà.

« Si può cominciare con qualsiasi sistema – che normalmente richiederebbe un lungo lavoro – ed essere afferrati fin dal principio da un rapido intervento o da una manifestazione del silenzio, e ottenere effetti assolutamente sproporzionati ai mezzi utilizzati. S’incomincia con un metodo, ma il lavoro è preso in mano da una grazia proveniente dall’alto, da ciò a cui si aspira o dall’irruzione delle immensità dello Spirito. In questo modo io stesso ho trovato il silenzio assoluto della mente, inimmaginabile per me prima di aver avuto l’esperienza concreta (Sri Aurobindo, On Himself, 1953 pag. 135). »

Abbiamo toccato qui un punto di singolare importanza, giacché saremmo indubbiamente tentati di pensare che queste esperienze yogiche sono veramente belle e interessanti, ma che in fondo sono ben lontane dalla nostra umanità ordinaria. Com’è possibile che noi – così come siamo – possiamo arrivare fin là? L’errore consiste nel fatto che si giudica con un “sé attuale” delle possibilità che appartengono ad un altro “se stesso”.

Infatti, per il solo fatto di essersi messi in cammino, lo yoga sveglia automaticamente una gamma di facoltà latenti e di forze invisibili che vanno molto al di là delle possibilità esteriori del nostro essere e che possono fare per noi quello che normalmente saremmo incapaci di compiere.

« È necessario chiarificare il passaggio tra mente esteriore ed essere interiore... perché la coscienza yogica e i suoi poteri sono già in voi (D. K. Roy, Sri Aurobindo Came to Me, 1952, pag.219) »

e il miglior sistema per “chiarificare” è quello di fare il silenzio mentale. Non sappiamo ancora chi siamo e nemmeno quello di cui siamo o non siamo capaci.

Ma gli esercizi di meditazione, a dire il vero, non sono la vera soluzione del problema – quantunque, al principio, la loro spinta sia necessaria per dare l’impulso – perché potremmo anche arrivare ad un relativo silenzio, ma... appena messo il piede fuori dalla nostra stanza o dal luogo di isolamento scelto per la meditazione, ricadremmo ancora una volta nella ressa abituale e continuerà l’eterna separazione del ‘di dentro’ dal ‘di fuori’, della ‘vita interiore’ dalla ‘vita mondana’.

Noi abbiamo bisogno di una vita completa, abbiamo bisogno di vivere la verità del nostro essere, tutti i giorni, in ogni momento, non solamente qualche volta oppure nella solitudine.

« Rischiamo di incrostarci nella nostra reclusione spirituale... e dopo, trovar difficile proiettarci al di fuori, vittoriosamente, per applicare alla vita quello che avremo conquistato nella Natura Superiore. Quando vorremo annettere questo regno dell’esterno alle nostre conquiste interne, ci troveremo troppo abituati ad un’attività puramente soggettiva e non potremo esercitare una pressione efficace sul piano materiale. Avremo gran difficoltà a trasformare la vita esteriore e il corpo. Oppure ci accorgeremo che la nostra azione non risponde alla luce che ci illumina interiormente, ma che obbedisce ancora ai vecchi imperfetti influssi; un abisso doloroso separerà ancora la Verità che è in noi, dal meccanismo ignorante della nostra natura esteriore... come se vivessimo in un altro mondo, più vasto e più sottile, ma senza presa divina, o può darsi senza presa di nessuna specie sull’esistenza materiale e terrestre (Sri Aurobindo, The Synthesis of Yoga, 1955 pag. 105). »

La sola possibile soluzione è quindi di praticare il silenzio mentale nell’ambiente e nel posto dove apparentemente sembra più difficile: in strada, in metropolitana, al lavoro e ovunque. Invece di passare quattro volte al giorno per il Boulevard Saint Michel come poveracci stanchi e obbligati a camminare svelti, si può passare le stesse quattro volte coscientemente, come ricercatori.

Invece di vivere in un modo qualsiasi, sperduto in una moltitudine di pensieri – non solamente privi di interesse, ma che esauriscono sfibrando l’essere – si possono riunire i fili sparsi della coscienza e lavorare, lavorare su se stessi ad ogni istante. Allora la vita comincerà a prendere interesse, un interesse assolutamente inaspettato, perché le minime circostanze diventeranno l’occasione di una vittoria su se stessi.

Avremo allora un orientamento, sapremo dove andare invece di camminare alla cieca. Lo yoga non è una maniera di fare, ma una maniera di essere.


- da "Sri Aurobindo. L’avventura della coscienza" di Satprem -


http://www.innernet.it/il-silenzio-mentale-secondo-aurobindo/


lunedì 29 aprile 2013

La Coscienza Cristica - Paramahansa Yogananda


Il vero significato di “fede nel suo nome” e di salvezza

“Poiché Dio ha talmente amato il mondo che ha dato il Figlio suo unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo; ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi. Chi in lui crede, non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato; perché non crede nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E la condanna sta in questo: al mondo è venuta la luce, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce; perché le opere loro erano malvagie. Poiché chi fa male odia la luce, e non si accosta alla luce, perché non vengano biasimate le opere sue. Chi poi opera secondo la verità, si accosta alla luce, affinché si rendano manifeste le opere sue, perché sono fatte secondo Dio.”
(Giovanni; 3, 16-21)


La confusione tra “Figlio dell’uomo” e “Figlio unigenito di Dio” ha provocato un atteggiamento di estremo bigottismo in seno alla comunità cristiana tradizionalista. Quest’ultima infatti non comprende o non riconosce la componente umana di Gesù, cioè la sua natura di uomo: una creatura nata in un corpo mortale, la quale aveva fatto evolvere la propria coscienza fino a diventare una cosa sola con Dio stesso. Non Gesù in quanto individuo dotato di un corpo fisico, ma la coscienza racchiusa in quel corpo era una cosa sola con il Figlio unigenito, ovvero con la coscienza cristica, unico riflesso di Dio Padre nel creato. Nell’esortare l’umanità a credere nel Figlio unigenito, Gesù si riferiva a questa coscienza cristica, latente in ogni anima e pienamente manifesta in lui, come in tutti i maestri che nel corso dei secoli hanno realizzato Dio. Gesù ha detto che tutte le anime capaci di capaci di innalzare al cielo astrale la propria coscienza fisica (la coscienza del Figlio dell’uomo), e quindi di diventare una cosa sola con l’unigenita Intelligenza cristica immanente in tutta la creazione, conosceranno la vita eterna.

Questo passo della Bibbia sta forse a significare che tutti coloro che non credono in Gesù o non lo accettano come loro salvatore saranno condannati? Questo è un concetto dogmatico di condanna. In realtà, Gesù intendeva dire che chiunque non comprenda di essere una cosa sola con la coscienza cristica universale è condannato a vivere e a pensare come un essere mortale, tormentato dalle avversità, limitato dai confini sensoriali, perché ha essenzialmente disgiunto se stesso dall’eterno Principio della vita.

Gesù non si è mai riferito alla propria coscienza di Figlio dell’uomo, ovvero al proprio corpo, come all’unico salvatore di tutti i tempi. Abramo e molti altri furono salvati anche prima che Gesù nascesse. È un errore metafisico considerare il personaggio storico di Gesù come l’unico salvatore. Il redentore universale è l’intelligenza cristica. Quale unico riflesso dello Spirito assoluto (il Padre), onnipresente nel mondo della relatività, il Cristo infinito è l’unico intermediario, l’unico legame tra Dio e la materia. Tutti gli individui dotati di forma materiale (a qualsiasi casta o fede appartengano) devono ricorrere a questo intermediario per giungere a Dio. Entrando in sintonia con la coscienza cristica, ogni anima può liberare la propria coscienza dai suoi confini materiali e immergerla nella vastità dell’Onnipresenza.

Gesù ha detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono lui”. Egli sapeva che il suo corpo fisico era destinato a rimanere sul piano terreno solo per breve tempo; così spiego a coloro che lo consideravano il proprio salvatore che, una volta scomparso quel corpo (il Figlio dell’uomo) dalla terra, l’umanità sarebbe stata ancora in grado di trovare Dio e la salvezza, credendo nell’onnipresente figlio unigenito di Dio e conoscendolo. Gesù voleva mettere in risalto che chiunque avesse creduto nel suo spirito in quanto Cristo infinito incarnato in lui avrebbe scoperto il sentiero che porta alla vita eterna, grazie alla scienza della meditazione, che conduce a uno stato di interiorizzazione e di elevazione della coscienza.

“Affinché chiunque crede in lui non perisca”. Le forme della natura sono soggette al cambiamento, ma l’intelligenza infinita immanente nella natura non è mai toccata dalle mutazioni create dall’illusione. Un bambino che si è affezionato a un pupazzo di neve scoppierà in lacrime quando il sole salirà alto nel cielo e scioglierà quella forma. Allo stesso modo soffrono i figli di Dio affezionati al mutevole corpo umano, che subisce i cambiamenti dell’infanzia, della giovinezza, della vecchiaia e della morte. Ma coloro che interiorizzano la forza vitale e la coscienza e si concentrano sull’immortale scintilla interiore della propria anima percepiscono il cielo anche mentre si trovano su questa terra; e, realizzando l’essenza trascendente della vita, non sono soggetti al dolore e alla sofferenza inerenti ai cicli ricorrenti della vita e della morte.

Le solenni parole pronunciate da Gesù in questo passo del Vangelo intendevano comunicare un’incoraggiante promessa divina di redenzione per tutta l’umanità. Le interpretazioni errate che hanno dominato per secoli sono invece valse a fomentare guerre di odio intollerante, inquisizioni, torture, condanne, ripudi e divisioni.

“Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo, ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi”. In questo versetto il “mondo” sta ad indicare l’intera creazione di Dio. Nel riflettere la sua intelligenza nel creato, rendendo così possibile l’esistenza di un universo ordinato e armonico, l’intento del Signore non era quello di creare una prigione di finitezza in cui confinare le anime e farle partecipare, volenti o nolenti, a una danse macabre di sofferenza e distruzione. Dio intendeva piuttosto rendersi accessibile come quella irresistibile Forza che spinge il mondo a superare la manifestazione materiale, immersa nelle tenebre dell’ignoranza, per giungere alla luce della manifestazione spirituale.

Indubbiamente, la manifestazione vibratoria dell’intelligenza universale, ovvero la creazione, ha dato origine alle innumerevoli attrazioni del teatro cosmico che continuano a confondere l’uomo, inducendolo ad allontanarsi dallo Spirito per volgersi verso la vita materiale, a distogliere lo sguardo dall’Amore universale per rivolgerlo alle infatuazioni umane. Tuttavia l’assoluto che trascende il creato resta vicino e intimamente percepibile attraverso il suo intermediario, l’intelligenza divina che si riflette nel creato stesso. Grazie a questo contatto, il devoto comprende che Dio ha mandato l’intelligenza cristica (il suo Figlio unigenito) per creare non una camera di tortura, ma un grandioso film cosmico, le cui scene e i cui attori sono destinati a intrattenere e intrattenersi per qualche tempo, e poi tornare infine alla beatitudine dello Spirito.

Alla luce di questa consapevolezza, il devoto, in qualunque circostanza lo ponga questo mondo della relatività, avverte il proprio legame con lo Spirito universale e comprende che l’immensa intelligenza dell’Assoluto opera in tutte le relatività della natura. Chiunque creda in questa intelligenza, cioè in Cristo, e si concentri su di essa piuttosto che sulle sue opere, ovvero sulla creazione esteriore, trova la redenzione.

È assurdo pensare che Dio infligga ai non credenti la condanna di peccatori. Poiché il Signore dimora Egli stesso in tutte le creature, la sua condanna sarebbe una forma di vero e proprio autolesionismo. Dio non punisce mai l’uomo che non crede in Lui; è l’uomo a punire se stesso. Se qualcuno non crede al potere di un generatore di corrente e tagli i fili elettrici che collegano la sua casa a quel generatore, egli si nega i vantaggi offerti dall’elettricità. Allo stesso modo, disconoscere l’Intelligenza onnipresente in tutto il creato vuol dire negare alla coscienza il suo legame con la Sorgente della saggezza e dell’amore divini, la quale consente il processo di ascensione allo Spirito.

Riconoscere l’immanenza divina è un processo che può cominciare in un modo molto semplice: lasciando che il nostro amore si espanda in flussi sempre più ampi. L’uomo si condanna alla limitazione ogni volta che pensa soltanto al suo piccolo sé, alla sua famiglia, alla sua nazione. Il processo di espansione è un elemento essenziale dell’evoluzione della natura e dell’uomo per ritornare a Dio. Essere consapevoli esclusivamente della propria famiglia – “noi quattro e nessun altro” – è una cosa sbagliata. Escludere la più grande famiglia dell’umanità vuol dire escludere il Cristo infinito. Chi separa la propria felicità e il proprio benessere da quelli altrui si è già condannato all’isolamento dallo Spirito che pervade tutte le anime. Infatti, non espandendo se stesso nell’amore e nel servizio reso a Dio negli altri, egli non riconosce il potere salvifico dell’unione con il Cristo universale. Ogni essere umano ha ricevuto il potere di fare il bene; se non usa questa facoltà, il suo livello di evoluzione spirituale è di poco superiore a quello dell’istintivo egoismo di un animale.

L’amore pure presente nei cuori umani irradia l’amore cristico universale. Espandere continuamente il proprio amore vuol dire mettere in sintonia la coscienza umana con il Figlio unigenito. L’amore per i familiari è il primo passo dell’espansione dell’amore di sé verso chi ci circonda; amare tutti gli esseri umani, di qualsiasi razza e nazionalità, è conoscere l’amore cristico.

Dio in quanto Cristo onnipresente è l’unico artefice di tutte le forme di vita. Nelle nuvole e nel cielo il Signore dipinge scenari grandiosi e sempre mutevoli; nei fiori crea altari di fragrante bellezza; in ogni cosa e persona (negli amici e nei nemici, nelle montagne, nelle foreste, nell’oceano, nell’aria e nella roteante volta galattica che sovrasta ogni cosa) il devoto cristico vede l’unica luce di Dio, in cui tutto si fonde. Egli si rende conto che le innumerevoli espressioni di quell’unica Luce, spesso apparentemente caotiche perché in conflitto o in contrasto tra loro, sono state create dall’intelligenza divina non per ingannare gli esseri umani o per farli soffrire, ma per persuaderli a cercare l’Infinito da cui provengono. Chi guarda non le parti ma l’insieme riconosce lo scopo della creazione, cioè l’ineluttabile destinazione di noi tutti, senza alcuna eccezione, verso la salvezza. Tutti i fiumi vanno verso l’oceano; i fiumi delle nostre vite vanno verso Dio.

Le onde che si trovano sulla superficie dell’oceano sono in continuo mutamento, mentre giocano con il vento e con le forze che regolano le maree; ma la loro essenza di oceano resta immutata. Chi si concentra sulla singola onda di un’unica vita è destinato a soffrire, perché l’onda è instabile e non può durare. Questo è ciò che Gesù intendeva con “condannato”: l’uomo che resta legato al corpo, isolandosi da Dio, causa la propria condanna. Per ottenere la salvezza egli deve riconquistare la consapevolezza della propria inscindibile unità con l’immanenza divina.

“Mentre veglio, mangio, lavoro, sogno, dormo,
servo, medito, canto e divinamente amo,
l’anima mia bisbiglia senza posa, non udita da alcuno:
Dio, Dio, Dio!”
(da “Songs of the Soul” di Paramahansa Yogananda)

In questo modo si mantiene la costante consapevolezza del proprio legame con l’immutabile intelligenza divina, la Bontà assoluta celata dietro gli enigmi del creato e le loro sfide.

“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato”. Qui si mette in risalto anche quale ruolo svolga il “credere” nel provocare o meno la condanna dell’uomo. Chi non comprende che l’Assoluto è immanente nel mondo della relatività tende a diventare vuoi uno scettico vuoi un dogmatico, perché in entrambi i casi la religione è per lui una questione di fede cieca. Incapace di conciliare l’idea di un Dio buono con gli apparenti mali della creazione, lo scettico rifiuta le credenze religiose con la stessa testardaggine con cui il dogmatico vi resta aggrappato.

Le verità impartite da Gesù andavano ben oltre le credenze cieche, che acquistano o perdono valore sotto l’influenza dei paradossali proclami dei preti o dei cinici. Credere è uno stadio iniziale dell’evoluzione spirituale, necessario per accogliere l’idea di Dio. Ma quell’idea deve trasformarsi in una convinzione, deve diventare oggetto di esperienza. La credenza è la progenitrice della convinzione; per indagare in modo imparziale su qualcosa, è necessario prima accogliere l’idea che esista. Ma se ci si accontenta della mera credenza, questa diventa dogma, e quindi ristrettezza mentale, che preclude l’accesso alla verità e al progresso spirituale. È quindi necessario coltivare, nel terreno della credenza, la messe dell’esperienza diretta di Dio e del contatto con Lui. Questa inconfutabile realizzazione, non la mera credenza, è ciò che salva gli esseri umani.

Se qualcuno mi dice: “Io credo in Dio”, gli chiedo: “Perché credi? Come fai a sapere che c’è un Dio?”. Se la risposta si basa su supposizioni o su una conoscenza indiretta, concluderò che egli non crede veramente. Per avere una convinzione bisogna anche avere dei dati a sostegno; altrimenti si tratta solo di un dogma, che è facile preda dello scetticismo.

Se, poniamo, io indicassi un pianoforte e dichiarassi che si tratta di un elefante, la ragione di una persona dotata di intelligenza si ribellerebbe dinanzi a una simile assurdità. Lo stesso accade con i dogmi religiosi trasmessi senza la verifica dell’esperienza e della realizzazione: presto o tardi, quando saranno messi alla prova da esperienze contrarie, la loro verità subirà l’attacco della ragione e delle sue speculazioni. Via via che i brucianti raggi del sole dell’indagine raziocinante divengono sempre più infuocati, le fragili credenze prive di fondamento appassiscono e si inaridiscono, lasciando dietro di sé una landa desolata, in cui crescono solo il dubbio, l’agnosticismo e l’ateismo.

Trascendendo la mera indagine filosofica, la meditazione scientifica mette in sintonia la coscienza con la verità più alta e più grande; a ogni passo che compie, il devoto si avvicina alla vera realizzazione e si sottrae a un incerto vagabondare. Perseverare negli sforzi di verifica e di esperienza diretta delle credenze mediante la realizzazione intuitiva, raggiungibile grazie ai metodi yoga, vuol dire forgiare una vera vita spirituale, a prova di qualsiasi dubbio.

Credere è una grande forza, se porta al desiderio e alla determinazione di fare l’esperienza del Cristo. Questo è ciò che intendeva Gesù esortando a “credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”: per mezzo della meditazione, bisogna ritirare la coscienza e la forza vitale dai sensi e dalla materia, per avere l’intuizione dell’Aum, la Parola, ovvero l’Energia vibratoria cosmica che è il “nome”, cioè l’attiva manifestazione dell’immanente coscienza cristica. Una persona può affermare continuamente la propria credenza intellettuale in Gesù Cristo, ma se le manca l’autentica esperienza del Cristo cosmico, incarnato in Gesù e onnipresente al tempo stesso, la sola credenza avrà per lei una ben scarsa utilità spirituale, insufficiente a ottenere la salvezza.

Nessuno può ottenere la salvezza limitandosi a ripetere il nome del Signore o a lodarlo in sequele crescenti di “alleluia”. Non sono la fede cieca nel nome di Gesù né l’adorazione della sua persona a permettere di accogliere il potere salvifico dei suoi insegnamenti. La vera adorazione di Cristo consiste nella divina comunione, che porta alla percezione del Cristo nel tempio senza mura della coscienza in espansione.

Dio non si manifesterebbe nel suo “Figlio unigenito” nel mondo per poi farlo agire come un implacabile investigatore che insegue i non credenti per punirli. L’intelligenza cristica redentrice, che alberga in seno a ogni anima indipendentemente dal bagaglio di peccati o di virtù accumulato nelle sue incarnazioni, attende con pazienza infinita che nella meditazione ciascuno si risvegli dal sonno narcotizzante dell’illusione per ricevere la grazia della salvezza. Chi crede in questa intelligenza cristica, e inoltre coltiva con l’azione spirituale il desiderio di ricercare la salvezza ascendendo a questa coscienza riflessa di Dio, non è più costretto a vagare alla cieca lungo l’ingannevole sentiero dell’errore. Con passi ponderati, egli si dirige sicuro verso l’infinita Grazia redentrice. Ma il non credente che irride il pensiero di questo Salvatore, unica via verso la salvezza, condanna se stesso all’ignoranza della prigionia nel corpo e alle sue conseguenze, finché non raggiungerà il risveglio spirituale.


– da “Lo Yoga di Gesù” di Paramahansa Yogananda




COSCIENZA CRISTICA: La coscienza di Dio proiettata nella creazione e immanente in essa. Nelle sacre scritture cristiane è il “figlio unigenito”, l’unico puro riflesso di Dio Padre nella creazione; in quelle induiste la coscienza cristica è chiamata “kutastha chaitanya” o “Tat”, la coscienza universale, ovvero l’intelligenza cosmica dello Spirito onnipresente nella creazione. (I termini “coscienza cristica” e “intelligenza cristica” sono sinonimi, come lo sono anche “Cristo cosmico” e “Cristo infinito”). È la coscienza universale, l’unione con Dio, manifestata da Gesù, Krishna e altri avatar. I grandi santi e i grandi yogi la conoscono come “samadhi”, lo stato meditativo in cui la loro coscienza diviene una cosa sola con l’intelligenza divina immanente in ogni particella del creato; allora essi percepiscono l’intero universo come fosse il proprio corpo.


martedì 17 luglio 2012

Meditare è ascoltare


I giusti atteggiamenti costituiscono solo l’inizio del viaggio spirituale, anche se perfezionare se stessi in tali ambiti richiede lo sforzo di una vita e comprende l’intero viaggio spirituale. Se da un lato è necessario il giusto atteggiamento per raggiungere la perfezione della meditazione, al tempo stesso è solo nella meditazione che le nostre attitudini possono essere perfezionate.

Che cos’è dunque la meditazione? Ecco una buona definizione: la meditazione è ascolto. Significa ascoltare non solo con l’orecchio, ma con l’anima, non solo il suono, ma il tacito linguaggio dell’ispirazione. Ognuno degli yama e dei niyama potrebbe essere descritto come una pratica per perfezionare l’arte dell’ascolto.

Considera il primo yama. “Non-violenza” è ascoltare il silenzio interiore, ascoltare in modo così attento da percepire la violenza che eserciti sulla tua pace interiore quando porti danno a qualcuno, sia pure solo nel pensiero.

“Evitare la falsità” significa “ascoltare” qualsiasi cosa accada, in questo caso imparando ad accettare ciò che non può essere evitato e a sentirsi completamente a proprio agio con esso. Significa non giudicare. Significa sforzarsi di sentire, dietro il silenzio interiore, la rassicurazione dell’anima che tutto è bene ed è come dovrebbe essere.

“Non-avarizia” significa vivere nella consapevolezza della libertà dell’anima, la compagna della pace meditativa. Significa “ascoltare” il silenzio che si trova dietro la baraonda dei desideri mondani nella mente.

La “non-accettazione” è ascoltare i divini suoni interiori (che saranno descritti più avanti); significa sapere in modo assoluto che questi suoni rappresentano la nostra sola realtà. Accettare che qualcosa possa appartenerci, siano pure i nostri talenti o i tratti della nostra personalità, può soltanto ostruire la conoscenza più profonda del Sé.

“Brahmacharya”, o controllo degli appetiti naturali, significa “ascoltare” le aspirazioni più vere, quelle dell’anima.

“Purezza” è ascoltare la “musica delle sfere”, che tutto purifica e che si ode nella meditazione profonda, invece delle influenze del mondo che insudiciano la pace.

“Appagamento” è ascoltare in un altro senso: non i canti delle sirene del desiderio, ma le armonie dell’anima simili a cori angelici, di gran lunga più piacevoli di ogni immaginabile soddisfazione mondana.

“Austerità” è ascoltare la voce della saggezza interiore, per quanto severa possa sembrare all’inizio; ascoltare le parole o le ispirazioni interiori che dolcemente, ma con fermezza, ci portano a svincolarci da ogni attività che ci distolga dal Sé. Persino i poteri che derivano dal perfezionare tapasya (austerità) vengono percepiti nella profonda meditazione come pure e semplici tentazioni della mente, dato che il loro scopo è ancora una volta quello di coinvolgerci nell’illusione.

“Studio di sé” (swadhyaya) significa, parlando in termini figurati, “ascoltare” le melodie di una motivazione pura, e imparare a distinguere tra queste e il rauco gracchiare di una motivazione che deriva dall’ego.

“Devozione al Signore Supremo” significa ascoltare in modo assorto il “Verbo” interiore che la Bibbia ci dice era «in principio», era «presso Dio», ed «era Dio». Il “Verbo” non è, come credono molti cristiani, la Bibbia stessa; non è neanche qualche altra sacra Scrittura. È l’AUM, il suono divino dal quale si è manifestato l’universo.

È troppo presto a questo punto per discutere in profondità di esperienze esoteriche come i suoni interiori. È importante però capire, mediante questo semplice accenno all’esistenza di tali esperienze, che la meditazione non è tanto un procedimento per acquietare la mente, quanto un modo per percepire realtà che esistono dietro la mente. Esiste un mondo interiore che può essere percepito soltanto quando si distoglie l’attenzione dal coinvolgimento materiale e la si dirige nuovamente verso la divina sorgente interiore.

Come ho già detto, la parola stessa “ascoltare”, nel modo in cui è usata in questo contesto, sta ad indicare molto di più che ascoltare mediante le orecchie. Significa, tra l’altro, fra tacere ogni aspettativa e lasciare che la mente si lasci completamente assorbire da qualsiasi ispirazione possa giungerle. Significa ricevere, invece di generare pensieri edificanti con la mente. Comprende ognuno di questi aspetti, ma dà a ciascuno di essi una dimensione più profonda.

Esiste infatti, letteralmente, una musica interiore che, se ascoltata, distoglie la mente da tutto ciò che riguarda il mondo e bandisce l’illusione di un’esistenza vissuta fuori dal Sé.

Così l’“ascolto”, se applicato alle attitudini di yama e niyama e alla scienza dello yoga in generale, chiarisce un equivoco molto diffuso; molti infatti immaginano che lo yoga insegni l’impegno personale, ma disdegni la necessità della grazia divina. Paramahansa Yogananda, in “Autobiografia di uno Yogi”, afferma: «Una verità non può essere creata; può soltanto essere percepita».

La grazia divina è sempre impersonale. Non dipende, come la volontà umana, dalle scelte o dalle inclinazioni personali. Non ha favoriti. Come la luce del sole, splende ovunque in modo imparziale. Ciò che impedisce alla luce del sole di arrivare ugualmente dappertutto è la presenza di ostacoli: nuvole, palazzi, tende che coprono le finestre. Ciò che impedisce alla grazia di raggiungerci è la presenza di ostacoli nella nostra coscienza.

Può darsi che non possiamo fare molto per rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla grazia: come le nuvole e i palazzi, essi sono messi lì dalla Natura o da altre persone – malattie, per esempio, o forme-pensiero negative – ma possiamo sollevare le tende che coprono le finestre della nostra mente. Questi ostacoli sono le nostre inquietudini mentali e i nostri desideri mondani.

È questa, dunque, l’azione benefica della pratica dello yoga: essa solleva le nostre tende mentali e ci aiuta ad ascoltare con più attenzione il divino richiamo interiore. È – per usare un’altra immagine – come girare il calice del pensiero e sentire, tenendolo rivolto in alto, che il vino della grazia può riempirlo. Se invece il calice è capovolto, la grazia che (a differenza della luce del sole) è supercosciente, non lo riempirà. Perché dovrebbe versarsi inutilmente sul pavimento?


– da “Supercoscienza. Risvegliarsi oltre i confini della mente”
di Swami Kriyananda



domenica 1 gennaio 2012

Meditazione e Azione – Swami Sivananda



L’uomo che medita in una grotta, nell’Himalaya, trova difficile agire nel mondo. Non può meditare nei piani superiori di un edificio situato al centro di una città. Similmente, l’uomo che vive nel mondo trova difficile rimanere in un luogo solitario. Ambedue non hanno una mente bilanciata. Sono entrambi imperfetti; hanno uno sviluppo unilaterale. Chi può meditare in un ritiro solitario per sei mesi, e lavorare sinceramente nel mondo per altri sei mesi, è uno yogi ideale, un uomo perfetto. È il karma yogi ideale. È veramente un uomo forte, che si è sviluppato integralmente. Nulla può turbare la sua mente, neanche quando è posto in certe condizioni sfavorevoli e in cattivi ambienti.

Se uno ha praticato il pratyahara (il ritiro dei sensi dai loro oggetti) può ritirare la sua mente, come la tartaruga ritira i suoi arti sotto la conchiglia. Nessun suono può disturbare la sua mente. Il tuono di un cannone, il rumore dei camion e dei carri per strada non possono fare alcuna impressione nella sua mente. Egli è praticamente morto al mondo, ma internamente è davvero molto attivo. Così può mutare un’attiva città in una grande foresta. Ma chi non possiede pratyahara o concentrazione troverà una grande città anche in mezzo a una fitta foresta. Gli aspiranti dovrebbero sempre osservare e mettere a prova la mente; dovrebbero cercare di mantenere un perfetto equilibrio. La vera meditazione dà un’immensa forza interiore. Se uno non può realizzare questa forza e pace interiore, sicuramente vi è qualche errore nella sadhana o nella meditazione. Costruire castelli in aria, cadere nel sonno, rimuginare, e altri stati negativi della mente, non devono essere scambiati erroneamente per samadhi o meditazione. Gli aspiranti inesperti e impreparati fanno sempre di questi errori e vengono ingannati.

Soltanto una minoranza microscopica è adatta per la piena e profonda meditazione. La stragrande maggioranza all’inizio deve combinare meditazione e attività. Quando il sadhaka sarà veramente avanzato nella meditazione, lentamente potrà rinunciare all’azione.


– da “La pratica del Karma Yoga” di Swami Sivananda


sabato 3 dicembre 2011

La scienza del kriya yoga



di Paramahansa Yogananda


La scienza del kriya yoga, a cui si fa così spesso riferimento in queste pagine, ha avuto larga diffusione nell’India moderna grazie a Lahiri Mahasaya, il guru del mio guru. La radice sanscrita di ʻkriyaʼ è kri, ʻfare, agire reagireʼ; la stessa radice si trova nella parola ʻkarmaʼ, il principio naturale di causa ed effetto. Kriya yoga significa quindi ʻunione (yoga) con l’Infinito mediante una certa azione o rito (kriya)ʼ. Uno yogi che pratichi con impegno e costanza questa tecnica viene gradualmente liberato dal karma, la legge dell’equilibrio creato dalle concatenazioni di causa ed effetto.

In obbedienza ad alcune antiche ingiunzioni yogiche, non mi è possibile fornire una spiegazione dettagliata del kriya yoga in un libro destinato al grande pubblico. La tecnica vera e propria deve essere insegnata da un kriyaban (kriya yogi) autorizzato dalla Self-Realization Fellowship (Yogoda Satsanga Society of India). Qui sarà sufficiente trattare l’argomento a grandi linee.

Il kriya yoga è un semplice metodo psicofisiologico che permette di purificare il sangue dall’anidride carbonica e di arricchirlo di ossigeno. Gli atomi di questo ossigeno supplementare vengono trasformati in corrente vitale, che rigenera il cervello e i centri spinali. Arrestando l’accumularsi di sangue venoso, lo yogi può ridurre o prevenire il deterioramento dei tessuti. Lo yogi evoluto trasforma le cellule del proprio corpo in energia. Elia, Gesù, Kabir e altri profeti furono un tempo maestri nella pratica del kriya o di una tecnica simile, grazie alla quale potevano materializzare o smaterializzare il proprio corpo a loro discrezione.

Il kriya yoga è una scienza antica. Lahiri Mahasaya l’apprese dal suo grande guru Babaji. La conoscenza della tecnica era andata perduta nelle età oscure; Babaji la riscoprì, la semplificò e la chiamò semplicemente kriya yoga.

“Il kriya yoga che per tuo tramite io dono al mondo in questo diciannovesimo secolo”, disse Babaji a Lahiri Mahasaya, “è la stessa scienza che Krishna insegnò millenni or sono ad Arjuna, e che in seguito appresero anche Patanjali e Cristo, come pure san Giovanni, san Paolo e altri discepoli”.

Il Signore Krishna, il più grande profeta dell’India, menziona il kriya yoga in due versetti della Bhagavad Gita. Nel primo si legge: “Nel consacrare il respiro che entra in quello che esce e il respiro che esce in quello che entra, lo yogi neutralizza entrambi i tipi di respiro; egli libera così il prana dal cuore e ottiene il controllo della forza vitale”. Questo passo si interpreta nel modo seguente: “Calmando l’attività dei polmoni e del cuore, lo yogi ottiene una riserva aggiuntiva di prana (forza vitale), che gli permette di arrestare il deterioramento dei tessuti del corpo; mediante il controllo di apana (la corrente dell’eliminazione), egli arresta nel corpo anche le alterazioni causate dai processi di crescita. Annullando in questo modo i processi di deterioramento e di sviluppo, lo yogi impara a controllare la forza vitale”.

Un altro versetto della Gita afferma: “Diviene libero per l’eternità quell’esperto nella meditazione (muni) che, cercando la mèta suprema, riesce a isolarsi dai fenomeni esteriori fissando lo sguardo nel punto centrale fra le sopracciglia e neutralizzando le due correnti uniformi di prana e di apana [che scorrono] nelle narici e nei polmoni; e riesce a dominare le facoltà sensoriali e l’intelletto, e a ripudiare il desiderio, la paura e la collera”.

Krishna inoltre ci dice che fu lui, in un’incarnazione precedente, a comunicare questi imperituri insegnamenti yoga all’illuminato Vivasvat, vissuto in tempi remoti, il quale li trasmise a Manu, il grande legislatore. Questi a sua volta istruì Ikshwaku, fondatore della dinastia solare dei guerrieri. Trasmessa così dall’uno all’altro, la conoscenza dello yoga regale fu preservata dai rishi fino al sorgere delle ere del materialismo. Da quel momento in poi la sacra scienza fu sempre meno nota, fino a diventare inaccessibile, a causa della prassi della segretezza invalsa in ambito ecclesiastico e dell’indifferenza degli uomini.

Il kriya yoga è menzionato due volte dall’antico saggio Patanjali, massimo esponente dello yoga, il quale ha scritto: “Il kriya yoga comprende la disciplina del corpo, il controllo della mente e la meditazione sull’Aum”. In questo passo Patanjali identifica Dio con il suono cosmico di Aum che si si ode nella meditazione. Aum è la Parola o il Verbo della creazione, il rombo del motore vibratorio, il testimone della presenza divina. Anche lo yogi principiante può percepire be presto il suono meraviglioso di Aum. Questo sublime incoraggiamento spirituale gli dà la certezza di essere in comunione con i regni celesti.

Patanjali si riferisce nuovamente alla tecnica kriya, ovvero al controllo della forza vitale, quando afferma: “Si può raggiungere la liberazione mediante quel pranayama che si ottiene separando il fluire dell’inspirazione e dell’espirazione”.

San Paolo conosceva il kriya yoga o una tecnica simile, che gli consentiva di inviare le correnti vitali nei sensi o di ritirarle da essi. Per questo poteva dire: “Io dichiaro per la nostra gioia che ho in Cristo, io muoio ogni giorno”. Grazie a un metodo che permette di concentrare interiormente tutta la forza vitale (che di solito è rivolta solo all’esterno, verso il mondo dei sensi, e così facendo attribuisce alla materia la sua apparente veridicità), san Paolo viveva ogni giorno una vera unione yogica con la ʻgioiaʼ (la beatitudine) della coscienza cristica. In questo stato di felicità egli era consapevole di essere ʻmortoʼ per il mondo di maya, ossia liberato dall’illusione dei sensi.

Nello stato iniziale di comunione con Dio (sabikalpa samadhi), la coscienza del devoto si fonde con lo Spirito cosmico; la forza vitale si ritira dal corpo, che appare come ʻmortoʼ, cioè immobile e rigido. Lo yogi è pienamente consapevole dello stato di animazione sospesa in cui si trova il suo corpo. Progredendo verso gli stati spirituali più elevati (nirbikalpa samadhi), egli tuttavia riesce a entrare in comunione con Dio senza alcune rigidità corporea, nel normale stato di veglia della coscienza, e persino mentre continua a svolgere impegnative mansioni terrene.

“Il kriya yoga è uno strumento che permette di accelerare l’evoluzione umana”, spiegava Sri Yukteswar ai suoi allievi. “Nell’antichità, gli yogi scoprirono che il segreto della coscienza cosmica è intimamente legato al controllo del respiro. Questo è l’impareggiabile e immortale contributo con cui l’India ha arricchito il patrimonio di conoscenza dell’umanità. La forza vitale, che normalmente è impegnata a sostenere l’azione del cuore, deve essere liberata dalle sue funzioni inferiori per svolgere attività più elevate, grazie a un metodo che rallenta e infine arresta le incessanti sollecitazioni del respiro”.

Il kriya yogi dirige mentalmente la propria energia vitale, facendola ruotare verso l’alto e verso il basso, attorno ai sei centri spinali (i plessi midollare, cervicale, dorsale, lombare, sacrale e coccigeo) che corrispondono ai dodici segni astrali dello zodiaco, il simbolico uomo cosmico. Mezzo minuto di rotazione dell’energia intorno al sensibile midollo spinale dell’uomo determina un sottile progresso nella sua evoluzione; mezzo minuto di kriya equivale a un anno di sviluppo spirituale naturale.

L’organismo astrale dell’essere umano, con sei costellazioni interiori (dodici per polarità) che ruotano intorno al sole dell’onnisciente occhio spirituale, è in correlazione con il sole fisico e con i dodici segni dello zodiaco. Tutti gli esseri umani subiscono così l’influenza di un universo interiore e di uno esteriore. Gli antichi rishi scoprirono che sia l’ambiente terreno sia quello celeste fanno progredire l’uomo sul suo sentiero naturale, in cicli di dodici anni. Secondo le scritture è necessario un milione di anni di normale evoluzione esente da malattie perché l’uomo possieda un cervello che ha pienamente sviluppato le sue potenzialità e possa raggiungere la coscienza cosmica.

Mille kriya eseguiti in otto ore e mezza equivalgono a mille anni di evoluzione naturale, che lo yogi raggiunge in un solo giorno; 365.000 anni di evoluzione in un anno. In tre anni, un kriya yogi può così ottenere, in virtù del proprio impegno volontario e consapevole, lo stesso risultato che la natura permette di conseguire in un milione di anni. Beninteso, solo gli yogi altamente progrediti possono seguire questa scorciatoia del kriya. Sotto la guida di un guru, essi hanno accuratamente preparato il corpo e la mente a sopportare l’energia generata da una pratica intensiva.

Il principiante esegue la tecnica kriya solo da quattordici a ventiquattro volte, due volte al giorno. Più di uno yogi giunge alla liberazione in sei, dodici, ventiquattro o quarantotto anni. Lo yogi che muore prima di aver ottenuto la completa realizzazione porta con sé il buon karma creato dall’impegno con cui ha praticato il kriya. Nella nuova vita sarà naturalmente sospinto verso la sua
mèta infinita.

Il corpo dell’uomo comune è come una lampadina da cinquanta watt, che non può sostenere l’energia di miliardi di watt generati da una pratica estrema del kriya. Seguendo il semplice e infallibile metodo del kriya e intensificando la pratica della tecnica in modo graduale e regolare, il corpo umano subisce giorno per giorno una trasformazione astrale, e alla fine sarà in grado di manifestare le potenzialità infinite dell’energia cosmica, che costituisce la prima espressione dell’azione dello Spirito nel mondo materiale.

Il kriya yoga non ha nulla in comune con quegli esercizi di respirazione privi di fondamento scientifico che sono insegnati da tanti fanatici malinformati. I tentativi di trattenere a forza il respiro nei polmoni sono innaturali e decisamente spiacevoli. La pratica del kriya, invece, è accompagnata fin dall’inizio da un sentimento di pace e da sensazioni di benessere, suscitate dall’effetto rigenerante del kriya sulla spina dorsale.

Questa antica tecnica yoga trasforma il respiro in sostanza mentale. L’evoluzione spirituale consente di percepire il respiro come un concetto mentale, un atto della mente: un respiro di sogno.

Esiste un rapporto matematico fra il ritmo con cui l’uomo respira e le variazioni dei suoi stati di coscienza; sono molti gli esempi che si potrebbero portare a riguardo. Quando una persona è completamente concentrata su qualcosa, ad esempio quando cerca di seguire una complicata argomentazione intellettuale o di compiere un’attività fisica che richiede accuratezza o impegno, il suo respiro rallenta automaticamente. Per riuscire a concentrarci dobbiamo respirare lentamente; a una respirazione rigida o irregolare si accompagnano inevitabilmente stati emotivi dannosi, come la paura, la concupiscenza, la collera. La scimmia, solitamente irrequieta, in un minuto respira trentadue volte, a differenza dell’uomo che in media respira diciotto volte. L’elefante, la tartaruga, il serpente e altre creature note per la loro longevità, hanno un ritmo respiratorio più lento di quello umano. Per esempio, la tartaruga gigante, che può vivere fino a 300 anni, respira solo quattro volte
al minuto.

Gli effetti rigeneranti del sonno sono dovuti al fatto che l’uomo in quel lasso di tempo non è consapevole del corpo e del respiro. Quando dorme, l’uomo diventa uno yogi; ogni notte compie inconsciamente il rito yogico di liberarsi dall’identificazione con il corpo e di fondere la forza vitale con le correnti risanatrici della regione cerebrale, che è la dinamo principale, e delle sei dinamo ausiliarie dei centri spinali. Inconsapevolmente, mentre dorme, si ricarica dell’energia cosmica che sostiene ogni forma di vita.

Durante la sua pratica, lo yogi attua consciamente questo processo semplice e naturale, e non inconsciamente come colui che nel sonno rallenta i processi fisiologici. Il kriya yogi usa la sua tecnica per saturare e nutrire di luce imperitura tutte le cellule del corpo, mantenendole così in uno stato di magnetizzazione spirituale. Egli rende superfluo il respiro in modo scientifico, senza tuttavia entrare (durante l’esecuzione della tecnica) negli stati negativi del sonno, dell’incoscienza o della morte.

Negli uomini soggetti a maya, o legge naturale, il flusso dell’energia vitale è diretto verso il mondo esterno; accade così che le correnti si consumano e si sprecano nell’attività sensoriale. La pratica inverte la loro direzione; la forza vitale viene mentalmente guidata verso l’universo interiore, dove si riunisce alle sottili energie spinali. Con questo potenziamento della forza vitale, il corpo e le cellule cerebrali dello yogi sono rinnovati da un elisir spirituale.

Grazie al cibo adatto, alla luce del sole e all’armonia della mente, coloro che si lasciano guidare unicamente dalla natura e dal suo disegno divino potranno raggiungere la realizzazione del Sé in un milione di anni. Occorro dodici anni di una vita normale e sana per realizzare anche un lieve miglioramento nella struttura cerebrale, ed è necessario un milione di cicli solari per purificare la dimora del cervello tanto da renderlo capace di manifestare la coscienza cosmica. Il kriya yogi, tuttavia, potendo avvalersi di una scienza spirituale, è in grado di sottrarsi per un lungo periodo alla necessità di osservare scrupolosamente le leggi naturali.

Liberando l’anima dal legame del respiro che la tiene avvinta al corpo, il kriya permette di prolungare la vita e di espandere la coscienza nell’infinito. Questa tecnica yoga pone fine all’eterno conflitto fra la mente e i sensi assoggettati alla materia, e fa sì che il devoto sia libero di rientrare in possesso del suo regno eterno. Egli comprende allora che la sua vera natura non dipende né dall’involucro fisico né dal respiro, questo simbolo della schiavitù dell’essere umano all’aria e alle coercizioni degli elementi della natura.

Ormai padrone del corpo e della mente, il kriya yogi riporta infine la vittoria sull’ʻultimo nemicoʼ, la morte.

Così ti nutrirai di morte, che degli uomini si nutre:
E, morta la morte, non vi sarà più il morire.
(W. Shakespeare, sonetto 146)

L’introspezione, ossia il ʻraccoglimento nel silenzioʼ, è un metodo privo di rigore scientifico per tentare di separare la mente dai sensi, legati insieme dalla forza vitale. La mente contemplativa che cerca di riunirsi alla divinità viene continuamente ricondotta verso i sensi dalle correnti vitali. Il kriya, che controlla la mente direttamente attraverso la forza vitale, è la via più facile, più efficace e più scientifica per raggiungere l’Infinito. A differenza del sentiero della teologia, paragonabile a un lento e incerto ʻcarro a buoiʼ, il kriya yoga può essere giustamente chiamato la ʻvia aereaʼ verso Dio.

La scienza dello yoga si fonda sulla sperimentazione di ogni tipo di tecnica di concentrazione e di meditazione. Lo yoga permette al devoto di attivare o disattivare a suo piacimento la corrente vitale dei sensi, i cinque ʻtelefoniʼ della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto. Per lo yogi che ha acquisito questa facoltà di disattivazione sensoriale, è semplice unire la mente, a sua scelta, ai reami divini oppure al mondo della materia. Non è più costretto dalla sua forza vitale a ritornare suo malgrado nella sfera terrena delle sensazioni turbolente e dei pensieri irrequieti.

La vita di un kriya yogi evoluto non subisce l’influenza delle azioni compiute nel passato, ma si fa guidare soltanto dai dettami dell’anima. In questo modo il devoto si sottrae ai consigli e agli ammonimenti impartiti da una lenta evoluzione naturale, che opera attraverso le azioni egoistiche, buone o cattive, dell’esistenza comune: un cammino, questo, troppo tortuoso e lento, degno di una lumaca, per chi invece possiede un cuore d’aquila.

Questo modo spiritualmente elevato di condurre la propria vita rende lo yogi libero; uscendo dalla prigione dell’ego, egli assapora l’aria purissima dell’onnipresenza. La schiavitù della vita naturale impone invece un ritmo umiliante. Conformando la propria vita unicamente all’ordine evolutivo, l’uomo non può pretendere che la natura gli concede di accelerare il suo cammino. Pur vivendo senza contravvenire alle leggi che governano il suo corpo e la sua mente, dovrà comunque indossare le molteplice maschere delle incarnazioni per un milione di anni, prima di raggiungere l’emancipazione finale.

Coloro che guardano con orrore alla prospettiva di attendere un milione di anni dovrebbero quindi adottare i lungimiranti metodi dello yogi, che si libera dall’identificazione con il corpo e con la mente per diventare una cosa sola con l’anima. Il numero di anni di attesa cresce ulteriormente per l’uomo comune, che non vive in armonia neanche con la natura, oltre che con la propria anima, e va invece in cerca di complicazioni innaturali, turbando con la mente e con il corpo i delicati equilibri della natura. Per lui due milioni di anni saranno appena sufficienti per raggiungere la liberazione.

La persona materialista si rende conto raramente, o forse mai, che il suo corpo è un regno governato dall’anima sovrana, che siede sul trono del cervello, coadiuvata dai reggenti ausiliari, i sei centri spinali o sfere di coscienza. Questa teocrazia governa una moltitudine di sudditi ubbidienti: ventisettemila miliardi di cellule (che sono dotate di indubbia, per quanto apparentemente involontaria, intelligenza, mediante la quale assolvono a tutte le funzioni dell’organismo, ossia lo sviluppo, la trasformazione e la dissoluzione) e un substrato di cinquanta milioni di pensieri, emozioni e stati di coscienza variabili, soggetti a fasi alterne durante una vita media di sessant’anni.

Ogni apparente insurrezione del corpo o della mente contro l’anima sovrana, che si manifesti sotto forma di malattia o di irrazionalità, non è dovuta alla slealtà degli umili sudditi, ma all’uso improprio che l’uomo ha fatto, nel passato o nel presente, della propria individualità, ovvero del libero arbitrio, dono inalienabile ricevuto nel momento stesso in cui fu dotato di un’anima.

Identificandosi con un ego superficiale, l’uomo dà per scontato di essere lui a pensare, volere, sentire, digerire e mantenersi in vita, senza mai riconoscere (anche se gli basterebbe solo un momento di riflessione) che nella sua vita di ogni giorno non è che un burattino manovrato dalle azioni compiute nel passato (karma), dalla natura o dall’ambiente. In ogni uomo, i processi cognitivi, i sentimenti, gli stati d’animo e le abitudini sono semplicemente effetti di cause da ricercare nel passato, in questa vita o in una precedente. La sua anima regale rimane tuttavia ben al di sopra di tali influenze. Disdegnando le verità e le libertà effimere, il kriya yogi oltrepassa lo stadio della disillusione per raggiungere l’assoluta libertà del proprio essere. L’uomo, dichiarano le scritture di tutto il mondo, non è un corpo corruttibile, ma un’anima vivente; nel kriya yoga egli trova un metodo che permette di dimostrare quanto affermano le scritture.

“I riti esteriori non possono sconfiggere l’ignoranza, perché non c’è incompatibilità fra gli uni e l’altra”, disse Shankara nel suo famoso Century of Verses. “Soltanto la vera conoscenza può sconfiggere l’ignoranza... La conoscenza non si può acquisire se non ponendosi degli interrogativi. ʻChi sono io? Com’è nato l’universo? Chi lo ha creato? Qual è la sua causa materiale?ʼ. Questo è il genere di domande cui mi riferisco”. L’intelletto non trova risposte a tali domande; per questo motivo i rishi hanno elaborato la tecnica di ricerca spirituale dello yoga.

Il vero yogi, che richiama a sé i pensieri, la volontà e i sentimenti impedendone la falsa identificazione con i desideri del corpo, e unisce la mente alle forze supercoscienti dei santuari spinali, vive nel mondo in armonia con il disegno divino; egli non subisce né le costrizioni degli impulsi provenienti dal passato né quelle imposte dai nuovi bisogni generati dalla stoltezza umana. Avendo esaudito il supremo desiderio, è ormai salvo nel porto finale dell’inesauribile beatitudine dello Spirito.

Riferendosi all’efficacia sicura e sistematica dello yoga, Krishna elogia lo yogi che pratica le tecniche con queste parole: “Lo yogi è più grande degli asceti che disciplinano il corpo, più grande persino di coloro che seguono il sentiero della saggezza (jnana yoga) o il sentiero dell’azione (karma yoga); sii tu, mio discepolo Arjuna, uno yogi!”.

Il kriya yoga è il vero ʻrito del fuocoʼ spesso esaltato nella Gita. Lo yogi getta i suoi desideri terreni in un monoteistico rogo consacrato al Dio incomparabile. Questa è la vera cerimonia yogica del fuoco, in cui tutti i desideri presenti e passati sono il combustibile che, consumandosi, fa ardere la fiamma dell’amore divino. L’ultima fiamma accoglie in sacrificio tutta l’umana folla, liberando finalmente l’uomo da ogni impurità. Con le ossa ormai metaforicamente spoglie della carne e dei suoi desideri, con lo scheletro karmico esposto al sole della saggezza, che lo rende candido, purgato da ogni contaminazione, non più in grado di offendere né l’uomo né il Creatore, egli è finalmente puro.


– da “Autobiografia di uno Yogi” di Paramahansa Yogananda


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