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sabato 16 febbraio 2013

Osservazione e Ricordo di Sé



(chi è questo strano individuo nel quale abito...
e che intenzioni ha?)


Per arrivare a osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso quale può essere il loro valore?
G.I. Gurdjieff (cit. in Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto, di P.D. Ouspensky)

Coloro che sanno questo sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di se stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino a una comprensione del suo essere.
G.I. Gurdjieff (ibidem)


Se vogliamo divenire degli autentici maghi il nostro scopo deve essere il risveglio.
Non possiamo conseguire alcunché di sovranaturale in una situazione di addormentamento nella quale non vediamo la realtà e ci limitiamo a proiettarne all’esterno una illusoria, edificata sulla base di quelle che sono le nostre attuali caratteristiche psicofisiche.

Ognuno di noi vive in un suo mondo soggettivo: a seconda delle nostre peculiarità fisiche, emotive e mentali proiettiamo all’esterno una realtà che non può mai essere oggettiva, in quanto è sempre solo il riflesso di tali peculiarità. La nostra genetica, l’educazione, i traumi infantili, l’ambiente in cui siamo vissuti... tutto ha contribuito a plasmare sia il corpo che la psiche, per cui adesso percepiamo un mondo interamente soggettivo. Esso è simile a quello di tutti gli altri unicamente nella misura in cui il nostro apparato psicofisico è simile – ma mai identico – a quello di tutti gli altri.


La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe.
Ciascuno ne prese un pezzo e vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l’intera verità.

Gialal al-Din Rumi, poeta sufi


Nello stato ipnotico in cui ci troviamo non agiamo, bensì ci limitiamo a re-agire agli stimoli esterni, esattamente come «macchine biologiche» fabbricate per sopravvivere. La nostra personalità infatti non è altro che una macchina biologica il cui compito è re-agire con la massima efficacia di cui è capace alle situazioni quotidiane. Finché dormiamo restiamo ʻmacchine per la sopravvivenza’.

Se qualcuno ci insulta, noi nel rispondere non agiamo in maniera consapevole, ma re-agiamo come farebbe una qualsiasi macchina che è stata programmata per farlo. Nei rapporti con il partner, sul lavoro, mentre guidiamo, davanti alla televisione... non siamo in grado di agire attivamente – con coscienza – ma reagiamo passivamente a tutti gli impulsi esterni secondo quelle che sono le nostre caratteristiche psicofisiche, cioè i programmi di reazione che si trovano registrati nel subconscio di ciascuno.

Durante un colloquio di lavoro siamo nervosi: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Mentre guidiamo la nostra auto qualcuno ci taglia la strada in maniera brusca e ci irritiamo: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Nel corso di un esame universitario siamo ansiosi e abbiamo paura di fallire: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Quando il nostro partner ci abbandono cadiamo in depressione, oppure diventiamo violenti: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?

I nostri consueti modi di pensare e i nostri abituali atteggiamenti emotivi sono così radicati in noi da rispondere al posto nostro. Di fronte agli eventi della vita la nostra autocoscienza, non essendo ancora stata pienamente sviluppata, non ha mai la forza di agire in maniera consapevole, viene quindi bypassata dai nostri meccanismi psichici: all’evento corrisponde immediatamente una reazione di tipo fisico ed emotivo senza che noi, in quanto autocoscienza, possiamo fare nulla per intervenire.

Siamo schiavi della nostra natura inferiore, la quale segue le leggi meccaniche della sopravvivenza, esattamente come ogni altro animale. Per uscire da questa poco rassicurante situazione e trasformarci in maghi, dobbiamo cominciare a sviluppare la nostra «presenza», una reale autocoscienza: la coscienza del qui-e-ora.

L’osservazione di noi stessi, cioè l’osservazione distaccata, giorno dopo giorno, dei comportamenti inerenti la nostra personalità – il nostro apparato psicofisico – consente la progressiva creazione di un «testimone»: una parte di noi che non si lascia coinvolgere dalle sofferenze o dai piaceri del corpo, dal dolore o dall’euforia, ma li guarda con compassione prendendone le distanze.

Il «testimone» diviene in tal modo gradualmente consapevole di essere qualcosa di diverso da un mucchio di carne, qualche emozione e una serie di pensieri. Esso, sviluppandosi grazie all’osservazione, provoca al contempo, come per magia, la disgregazione dei nostri «composti psichici»: le paure, i rancori e i giudizi del nostro lato animale. Il «testimone» non è altro che l’embrione del nostro Sé, l’anima immortale, la nostra parte più profonda.

Tutti noi abbiamo un’anima, ma è come se non l’avessimo fino a quando non diveniamo tutt’uno con essa. Di norma l’anima esiste in noi solo ʻin potenza’, come possibilità realizzativa, ma non siamo capaci di sentirla – o meglio, di esserla. Restiamo pertanto tenacemente identificati con la nostra parte più animale, illudendoci di essere solo quella: materiale deperibile!

La creazione del «testimone» non serve a operare il controllo sulla realtà: il dominio sulla materia è ancora un basso desiderio dell’Io. Attraverso l’osservazione dei comportamenti della personalità il «testimone» ci consente di spostare giorno dopo giorno la nostra coscienza dall’involucro animale all’essenza spirituale, fino all’identificazione completa con la pace del Sé. Dobbiamo assistere in silenzio, dietro le quinte, senza modificare qualcosa intenzionalmente.

Cosa vuol dire osservarsi?
Dobbiamo cominciare a considerare ogni manifestazione della nostra personalità come materiale di studio, senza identificarci con le emozioni e i pensieri che essa produce in continuazione. L’aggressività, l’invidia, la competitività, la paura, il senso di inadeguatezza... sono espressioni dell’animale di cui siamo ospiti che noi dobbiamo prima conoscere e poi imparare a controllare e sfruttare a nostro vantaggio.

Non possiamo però ottenere questi risultati tentando di controllare direttamente la macchina. Il mago/alchimista agisce con astuzia: si limita ad osservare tutto senza provare ad alterare nulla... anche perché all’inizio non sapremmo cosa è meglio cambiare e cosa è meglio che resti com’è.

Come farebbe uno scienziato – e il vero mago ha da essere tale – ognuno di noi deve annotare i comportamenti della macchina biologica senza alcun coinvolgimento, quasi fossero questione che non lo riguardano personalmente. Proseguendo sul sentiero magico/alchemico capiremo presto quanto ciò che noi veramente siamo non ha nulla da spartire con una mente e un involucro di carne.

Tali radicali considerazioni non implicano, si badi bene, l’indifferenza o addirittura il disprezzo per la personalità... tutt’altro... l’amore per essa e per le sue difficoltà è l’energia che deve muovere la nostra osservazione distaccata. Il giudizio nei confronti della nostra personalità, così come il giudizio verso quella degli altri, ci ricaccia nell’ego impedendoci ogni genere di sviluppo. Comprenderemo che noi certamente non siamo né mente né materia, ma allo stesso tempo sentiremo il bisogno di amare ed elevare mente e materia spiritualizzandole.

Se stiamo giudicando alcuni aspetti di noi che non ci piacciono, ciò è segnale sicuro che non stiamo osservando con gli occhi del «testimone», ma ancora con quelli della mente. Se ci stiamo giudicando troppo addormentati, o troppo aggressivi, o troppo impacciati... non è il «testimone» a osservare. Il giudizio nei riguardi di noi stessi e di chi ci circonda deve scomparire dalla nostra vita, o non progrediremo di un passo. Il «testimone» osserva dapprima con distacco e poi addirittura con amore e infinita compassione. Dobbiamo stare all’erta, perché la macchina biologica farà di tutto per giocarci!

Per favorire il processo di osservazione è consigliabile tenere un diario personale – o meglio, un diario ʻdella personalità’! – sul quale annotare la sera, prima di andare a dormire, le manifestazioni della macchina biologica che a noi sono sembrate maggiormente rilevanti.

– Cosa l’ha fatta irritare?
– Cosa le ha dato fastidio?
– Cosa l’ha fatta sentire in imbarazzo?
– Quali sono i suoi atteggiamenti più tipici nell’ambiente di lavoro?
– Come si comporta con il partner?
– Quali sono le cause dei litigi? Come risponde alle offese?
– Quali sono gli argomenti sui cui vertono più spesso le sue conversazioni?
– Cosa le dà più fastidio quando è alla guida dell’auto?
– ... ... ...

Un simile processo di osservazione, in fondo, viene compiuto anche nel corso di una terapia psicanalitica., dove il paziente, mettendo l’attenzione sugli eventi passati e presenti della sua vita, impara a guardarli e ad analizzarli in maniera distaccata, quasi come non appartenessero più a lui. Con il passare del tempo, attraverso il dialogo, egli riesce a togliere loro la pesante drammaticità di cui sembravano pervasi. In un certo senso lo psicanalista fa le veci del testimone interiore. Se anche nel campo della psicanalisi venisse spiegato che la «liberazione» definitiva dell’individuo è possibile solo nella misura in cui si crea una nuova ʻentità’, un testimone interno capace di non farsi coinvolgere dagli aspetti grossolani dell’apparato psicofisico, tutto il processo risulterebbe più rapido.


LA PRESENZA

La «presenza» – detta anche «ricordo di sé» o «consapevolezza del qui-e-ora» – di cui adesso tratteremo, può essere vista come una forma intensa e concentrata della semplice osservazione di sé. Nell’ambito di questa pratica si tratta di essere presenti qui-e-ora almeno in corrispondenza di determinate occasioni che vengono stabilite a priori. Dobbiamo cioè osservarci nel mentre compiamo certe azioni o manifestiamo certe reazioni emotive, e non prima o dopo come accade nella normale osservazione.

Quando ci risvegliamo completamente alla nostra anima il ricordo di sé diventa uno stato costante. Allora diventiamo presenti qui-e-ora per ventiquattro ore al giorno... anche nel sonno. Si verifica infatti un particolare fenomeno detto «continuità di coscienza»: l’apparato psicofisico sta riposando, ma l’anima, il Sé, resta ininterrottamente vigile e cosciente. Fino a quando però non ci troviamo in uno stato permanente di risveglio dobbiamo organizzare i nostri tentativi di rimanere presenti qui-e-ora secondo una ben definita serie di sforzi.

Il ricordo di sé è un livello di coscienza superiore che possiamo raggiungere solo sforzandoci di ricordarci di noi. Si tratta dell’unica autentica autocoscienza, che noi esseri umani ci vantiamo di possedere per diritto di nascita, ma che invece, come vedremo più avanti provandolo sulla nostra pelle, non possediamo affatto, in quanto non è possibile essere autocoscienti se non nei momenti della nostra vita nei quali ce lo ricordiamo in maniera consapevole. In altri termini: per essere autocoscienti... dobbiamo essere autocoscienti, e non basta credere di esserlo sul piano intellettuale.

Ricordarsi di sé implica che diveniamo finalmente autocoscienti concentrando tutta la nostra attenzione nell’Adesso. Un’attività a cui noi esseri umani, sempre persi nei ricordi del passato e nelle anticipazioni del futuro, non siamo abituati. Eppure, come ogni essere illuminato può testimoniare, solo l’Adesso esiste realmente, mentre i ricordi del passato e le nostre fantasie sul futuro sono frutto di un’attività meccanica e incontrollata della mente. Una volta messa a tacere la mente grazie alla pratica della presenza, i problemi sono finiti.

La pratica del ricordo di sé ha origini antichissime: di solito viene assegnata alla tradizione Sufi – l’esoterismo islamico – ma con ogni probabilità proviene dalle civiltà già presenti sul continente atlantideo. In occidente è stata introdotta grazie alla preziosa opera divulgativa di George Ivanovitch Gurdjieff e del suo allievo Piotr Demianovitch Ouspensky e, più di recente, dall’americano Eugene Jeffrey Gold, ai testi dei quali rimandiamo per ulteriori approfondimenti.

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Il ricordo di sé è il fenomeno più importante sia della Magia che dell’esoterismo in genere. Compreso questo, l’uomo possiede la chiave per farsi progressivamente strada in altri stati di coscienza e acquisire nuovi poteri. L’unico modo che abbiamo per capire cosa è il ricordo di sé è fare degli esercizi; esso non può infatti venire afferrato attraverso una spiegazione intellettuale come un qualunque altro concetto.

Possiamo conoscere il sonno della coscienza solo se tentiamo di contrastarlo: se noi siamo nati in catene, se siamo nati in una prigione, fino a quando non proviamo a uscire e ci accorgiamo che è difficilissimo, non abbiamo alcuno strumento per capire di essere nati dentro un carcere. Fino a quando stiamo zitti e buoni all’interno della nostra prigione tutto fila liscio; solo quando tentiamo di superare il muro perimetrale, e non ci riusciamo, comprendiamo che non siamo liberi e non lo siamo mai stati.

Attraverso il persistente sforzo teso al ricordo di sé si produce nella materia della macchina biologica – l’apparato psicofisico – una trasmutazione alchemica che consente di costruire prima il «testimone» e poi il «corpo dell’anima» o «corpo di gloria» e di trasferire in esso la nostra coscienza. Tale nuovo corpo ospita infatti il Sé, e non più l’ego, che è invece ancora un Io psichico legato all’apparato psicofisico.

Il Sé sopravvive alla morte della macchina biologica. Ciò significa bere dal Sacro Graal l’Elixir Vitae Aeternae: è il conseguimento della Pietra Filosofale, l’apertura del Cuore.

Questo risultato si ottiene grazie ai ripetuti sforzi tesi verso l’osservazione di sé e il ricordo di sé, la pratica del non-giudizio, il perdono e l’«imitatio Christi».


– da “La Porta del Mago” di Salvatore Brizzi –



lunedì 12 novembre 2012

La via occulta - Dion Fortune


La “Via Mistica” che conduce all’unione con il divino è talmente nota che spesso ignoriamo l’altro Sentiero, del tutto diverso pur avendo in comune lo stesso obiettivo. Siamo così abituati a sentire parlare di rinuncia al mondo e abnegazione del Sé, quale unico percorso dell’anima protesa verso l’Altissimo, che osiamo a malapena sussurrare che un Sentiero alternativo esiste davvero: la Via del dominio sulla vita manifesta e dell’apoteosi del Sé.

Dio può essere venerato in due maniere: nella Sua Essenza non manifesta oppure nella Sua forma manifesta. Entrambe sono legittime, purché quando ne riveriamo la forma manifesta non dimentichiamo la Sua Essenza, oppure quando ci rivolgiamo all’Essenza non la confondiamo con la Sua forma manifesta, perché entrambe diventano peccato di idolatria, ossia di enfasi collocata erroneamente.

Il mistico cerca di adorare l’Essenza di Dio, ma essendo questa non manifesta, sfugge alla coscienza umana. Per riuscire a concepire l’oggetto della sua venerazione egli deve allora arrivare a trascendere il normale stato di coscienza umano. Non è possibile conoscere la natura più intima di uno stato di esistenza, se non si riesce a penetrarla e a condividerne in qualche modo l’esperienza. Il mistico si prefigge dunque il compito di liberare la sua coscienza dai vincoli della forma attraverso una disciplina ascetica. Uccide la sua natura inferiore per liberare quella superiore, al fine di unirsi a Dio e arrivare a conoscerlo.

La Via del Mistico è un percorso di rinuncia fino a che egli riesce a squarciare tutte le limitazioni della sua natura inferiore e a penetrare nella libertà; a questo punto nessun freno riesce più a trattenerlo lontano da Dio e la sua anima vola in alto per entrare nella Luce e non fare più ritorno.

L’altro Sentiero non è una via di rinuncia bensì di autorealizzazione. Non ci si allontana dal percorso del destino umano, quanto piuttosto ci si concentra su tale destino fino a sublimarlo. Ogni anima che intraprende il Sentiero vive, attraverso la propria esperienza, tutte le fasi e gli aspetti dell’esistenza manifesta, equilibrandola, spiritualizzandola e assorbendone l’essenza.

Lo scopo di coloro che seguono questo Sentiero è di ottenere il completo dominio su ogni aspetto della vita creata. Quando però parliamo di dominio, non intendiamo quello esercitato da uno schiavista sulle sue vittime bensì quello di un virtuoso sul suo strumento: la padronanza con cui vi entra in sintonia e ne trae le piene capacità interpretative.

L’Adepto che ha ottenuto il dominio sulla Sfera di Luna è in grado di interpretare il messaggio della Luna e di dimostrarne equilibratamente i poteri al mondo. Il regno governato dal Maestro del Tempio non è una monarchia assoluta. Egli non ottiene tale padronanza per avere Troni, Dominazioni e Potenze al suo servizio, ma per far pervenire a tutti il messaggio divino di salvezza e per condurli alla loro eredità più sublime. Egli è un servitore dell’evoluzione, il cui compito è fare uscire l’ordine dal caos, l’armonia dalla discordia e di riportare le forme sbilanciate verso l’equilibrio.

Gli insegnanti dello Yedanta della Tradizione Orientale distinguono nettamente tra la devozione al Dio non manifesto, l’essenza spirituale del creato, e i suoi aspetti manifesti o dèi. “Identificate il Sé con gli aspetti parziali (Yogini) e sarete in grado di ottenere i poteri (Siddhi). Identificate il Sé con la Maha-yogini stessa e l’uomo sarà liberato, poiché non sarà più uomo ma la divinità... Le scelte di identificazione dell’uomo dipendono unicamente da ciò che desidera, ma qualsiasi cosa esse siano, egli otterrà il Potere solo se lo vorrà intensamente e se lavorerà a tal fine.”

Cosa dovrebbe desiderare un uomo? La risposta a questa domanda dipende interamente dallo stadio evolutivo che ha raggiunto. L’anima deve aver completato la propria esperienza umana prima di essere pronta a unirsi con il divino: deve passare il nadir della discesa nella materia prima di poter intraprendere il Sentiero del ritorno.

Non possiamo essere pronti per la Via Mistica fino a che non siamo vicini alla liberazione della Ruota di nascita e morte. Il tentativo di sfuggire prematuramente a tale Ruota ci squalificherebbe come una barca a vela in corsa che salta l’ultima boa. Non avremmo rispettato le condizioni per la liberazione che impongono di non saltare alcun passaggio e lasciare dietro di noi solo quanto abbiamo dominato, equilibrato, superato.

È falso l’insegnamento che ci impone di sradicare dalla nostra natura quanto Dio vi ha seminato: l’amore per la bellezza, lo stimolo vitale dell’istinto pulito, normale e sano, la gioia della contesa; saremmo ben misere creature senza tutto ciò. Dio ci ha fatto questi doni e possiamo ben presumere che sapesse quanto stava facendo. Chi siamo noi per giudicare il Suo operato e condannare quanto ha ritenuto fosse giusto?

La legge di Dio ci proibisce solo di abusare di queste cose e di utilizzarle per scopi diversi da quello originario. Il Sentiero del Focolare offre una disciplina degli istinti ben più solida ed efficace di quanto possano fare le caverne degli eremiti di Tebe con le loro torture ascetiche e le auto-mutilazioni, che violano la Natura e oltraggiano l’operato divino.

L’asceta, spaventato dalle forze elementari che lo colgono impuro e impreparato, rifugge dalla tentazione. È cosa saggia equilibrare le forze contrastanti della nostra natura fino a che non siano in grado di gestire i nostri istinti scalpitanti, facendo loro trainare il carro dell’anima con il potere della loro instancabile velocità.

Arriverà il giorno per ciascuno di noi quando saremo liberi dalla Ruota di nascita e morte ed entreremo nella Luce per non far più ritorno. Se riteniamo di aver superato gli Elementi e i relativi problemi prima di quel giorno, significa solo che abbiamo invertito la rotta prima di aver girato intorno all’ultima boa. Diventiamo simili all’uomo che ha sepolto il suo talento perché ne aveva paura. Il Signore non ci ringrazierà per una devozione male indirizzata e ci riterrà suoi ben miseri servitori.

La chiave di questa, come di tante altre questioni, è la dottrina della reincarnazione. Se riteniamo davvero che tutte le conquiste umane debbano essere raggiunte in un’unica vita al termine della quale saremo giudicati, diventa facile scivolare in un idealismo forzato che non è frutto di un autentico processo di maturazione. La libertà dalla Ruota, l’abbandono della materia, l’unione con il divino saranno tutti raggiunti durante le varie fasi della nostra evoluzione, perché è lo scopo dell’evoluzione stessa di farceli conseguire.

Quel momento è però ancora lontano per la maggior parte di noi e saremmo ben sciocchi se lasciassimo a qualche altro individuo il compito di giudicare a che punto siamo sulla scala evolutiva e quale deve essere il nostro prossimo passo.

Dobbiamo avere il coraggio di sostenere le nostre opinioni e di seguire gli impulsi più profondi. Se sentiamo la spinta a venerare Dio nelle Sue manifestazioni gloriose, facciamolo con tutto il cuore perché quella sarà la via della nostra autorealizzazione. Ciò non significa che dovremmo sciogliere le briglie dei nostri istinti: la danza della Natura è un movimento ordinato e ritmico e se ci stacchiamo dal nostro posto nello schema della vita ne interrompiamo il flusso armonico. Dobbiamo lavorare con la Natura per i Suoi fini se in Lei riconosciamo la Madre e ciò richiederà abbastanza disciplina per qualsiasi tipo di anima.

Se invece ci sentiamo spinti verso una via mistica, chiediamoci in tutta onestà se stiamo seguendo questo Sentiero perché il richiamo divino è molto forte nei nostri cuori, oppure perché la nostra vita è talmente difficile che desideriamo fuggire per sempre dai suoi problemi.


– da “Magia applicata” di Dion Fortune –



venerdì 29 luglio 2011

La dottrina immortale



Non era ancora mezzanotte, ma Glyndon già si dirigeva al luogo dell’appuntamento. Il misterioso ascendente che Zanoni aveva acquistato su di lui era ancor più solennemente confermato dagli avvenimenti delle ultime ore: l’improvvisa fine del principe, accuratamente preordinata e tuttavia così accidentale in apparenza, provocata da cause banali e associata a parole profetiche, tutto gli aveva suscitato una profonda ammirazione e altrettanto rispetto. Era come se quell’essere misterioso potesse mutare gli eventi più ordinari e gli strumenti più meschini in agenti della sua inscrutabile volontà; ma se era così, allora perché aveva permesso la cattura di Viola? Perché non prevenire il delitto, anziché punire il delinquente? E Zanoni, amava realmente Viola? E se l’amava, perché l’aveva offerta a lui, a un rivale che le sue arti avrebbero potuto rendere impotente con la massima facilità? Glyndon non credeva ormai più che Zanoni e Viola fossero stati d’accordo per obbligarlo a sposarla. Il suo timore e la sua reverenza per il primo respingevano ormai l’idea d’una sì meschina impostura. Egli stesso, amava ancora Viola? No. Quando al mattino aveva udito del suo pericolo era tornato, è vero, ai timori dell’affetto ma, con la morte del principe, l’immagine di lei era svanita di nuovo dal suo cuore ed egli non provava nessuna fitta di gelosia al pensiero che lei era stata salvata da Zanoni e che in quel momento, probabilmente, si trovava sotto il suo tetto. Ormai Glyndon non aveva più che un solo acuto e sublime desiderio: voleva essere il rivale di Zanoni, non negli affetti umani e mortali, ma nella sapienza soprannaturale e immortale. Avrebbe rinunciato alla vita con gioia, anzi con felicità, se tale fosse stato il prezzo richiesto per conoscere quei solenni segreti che separavano lo straniero dall’umanità.

Innamorato di quella che era la dea delle dee, egli stese le braccia e si protese nell’etere infinito.

La notte era serena e l’inglese procedeva lungo la spiaggia, dove piccole onde venivano a morire ai suoi piedi. Finalmente giunse al luogo indicato e lì, appoggiato contro la solitaria colonna, scorse un uomo avvolto in un lungo mantello e in atteggiamento di profonda meditazione.

Gli si avvicinò e pronunciò il nome di Zanoni. L’uomo si volse, e vide il volto d’uno sconosciuto: un viso non modellato nella gloriosa bellezza di Zanoni, ma egualmente maestoso e forse anche più grave, perché marcato dall’età matura e dalla profondità del pensiero libero e disinteressato; la fronte molto spaziosa era sottolineata da occhi scuri e penetranti.

«Voi cercate Zanoni», disse costui, «egli verrà subito; ma, forse, colui che vedete ora è più legato al vostro destino e più disposto a realizzare i vostri sogni.»

«Vi è dunque sulla terra un secondo Zanoni?»

«Se così non fosse, perché accarezzereste la speranza e la fede di essere come Zanoni? Credete forse che nessun altro mai abbia inseguito il medesimo sogno? Chi, difatti, nella sua prima gioventù – quando cioè l’anima è più vicina al cielo dal quale venne e le sue divine nostalgie non sono ancora del tutto cancellate dalle sordide passioni e le cure meschine del tempo –, chi nella prima gioventù non ha nutrito la certezza che l’universo nasconda dei segreti ignoti alla massa, e non ha aspirato – come il cervo all’acqua limpida – conoscere le sorgenti che giacciono nascoste e lontane tra le vaste solitudini di una scienza ormai smarrita? La musica della sorgente viene udita dall’anima “interiore”, finché il passo, errante e deluso, non si allontana dalle sue acque e il viandante muore nello sconfinato deserto. Credete che nessuno tra quelli che accarezzarono quella speranza, riuscì mai a trovare la verità? O che il desiderio dell’ineffabile conoscenza ci fu dato invano? No! Ogni desiderio del cuore umano non è se non un presentimento di cose che esistono, lontane e divine. Nel mondo sono esistite, di secolo in secolo, alcune menti più illuminate e più felici che hanno raggiunto l’atmosfera ove si muovono esseri superiori ai comuni mortali. Zanoni, per grande che sia, non è solo. Ha avuto i suoi predecessori, e lunghe file di successori possono ancora venire.»

«Intendete dire», domandò Glyndon, «che nella vostra persona io contemplo uno di quei pochissimi sui quali Zanoni non ha superiorità di potere o di saggezza?»

«In me», rispose lo sconosciuto, «voi vedete uno dal quale Zanoni stesso imparò alcuni dei suoi maggiori segreti. Su questa spiaggia, in questo luogo, io sono già stato in epoche che le vostre cronache a stento conoscono. I Fenici, i Greci, i Romani, li ho veduti tutti!... Ma ciò non può interessarvi, e siete saggio nella vostra indifferenza. Non nella conoscenza delle cose esteriori, ma nella perfezione dell’anima interiore consiste la ricchezza dell’uomo che aspira a esser più degli altri uomini.»

«E quali libri contengono la vostra scienza, da quale laboratorio la si ottiene?»

«La Natura ne fornisce i materiali. Vi stanno attorno nelle vostre passeggiate quotidiane; nelle erbe che l’animale divora e il chimico disdegna di cogliere; negli elementi, dai quali la materia nelle sue minime e nelle sue massime forme vien dedotta; nel vasto seno dell’aria e nei neri abissi della terra, ovunque sono offerte ai mortali le risorse e i volumi della dottrina immortale. Ma come i più semplici problemi degli studi più elementari sono oscuri a colui che non rinforza la propria mente per la loro comprensione, come il mozzo di quel vascello laggiù non può dirvi perché due circoli possano toccarsi solo in un punto; così, sebbene la terra tutta sia composta e intessuta con parole di divina sapienza, i caratteri ne sono senza valore per colui che non si ferma a indagarne il linguaggio e a meditarne la verità. Giovanotto, se la vostra immaginazione è vivace, se il vostro cuore è coraggioso, se la vostra curiosità è insaziabile, io vi accetterò come discepolo. Ma vi avverto che le prime lezioni saranno severe e paurose.»

«Se voi che le avete superate, perché non lo potrei anch’io?» rispose Glyndon audacemente. «Fin dall’infanzia ho sentito in me che strani misteri avvolgevano il mio avvenire; e dalle mete più orgogliose d’una ordinaria ambizione ho girato lo sguardo nella buia nebbia che si stende al di là. Nell’istante stesso in cui scorsi Zanoni, sentii di aver trovato la guida e il tutore per il quale la mia giovinezza aveva via via pigramente languito o ardentemente bruciato, invano.»

«Il suo compito viene trasferito a me», rispose lo straniero. «Vi è laggiù, ancorato nel golfo, il vascello sul quale Zanoni cerca una casa più lieta; ancora poco tempo e la brezza gonfierà la vela, e andrà via, come il vento. Ma, come il vento, egli lascia nel vostro cuore il germe che può recar fiore e frutto. Zanoni ha iniziato il suo compito, non abbiamo più bisogno di lui. Colui che recherà a perfezione il suo compito, è al vostro fianco. Ma egli viene! Odo il battere d’un remo. Vi verrà nuovamente offerta la vostra scelta. A seconda di quanto deciderete, noi c’incontreremo di nuovo, oppure no.»

Con queste parole lo sconosciuto s’allontanò lentamente e scomparve nell’oscurità che avvolgeva le scogliere. L’imbarcazione avanzò rapidamente: ne scese un uomo, e Glyndon riconobbe Zanoni.

Questi, dopo un breve saluto, entrò subito in argomento: «Glyndon, io non vi offro più la scelta d’un amore felice e d’un sereno avvenire. Quell’ora è superata, e il destino ha unito alla mia quella mano che avrebbe potuto essere vostra. Ma ho ancora altri doni da offrirvi se volete abbandonare la speranza che vi rode il cuore e la cui realizzazione nemmeno io ho il potere di vedere. Lasciate che la vostra ambizione sia umana, e io la potrò colmare pienamente. Gli uomini desiderano quattro cose nella vita: amore, ricchezza, celebrità e potere. La prima non ve la posso più dare, le altre sono tuttora a mia disposizione. Scegliete quella che volete e separiamoci in pace.»

«Non sono questi i doni ch’io desidero. Io scelgo la Conoscenza, quella conoscenza che è pure in vostro potere. Per questo, e solo per questo, ho rinunciato all’amore; questa, e questa solo, deve essere la mia ricompensa.»

«Non vi posso contrariare, sebbene vi possa ammonire. Il desiderio d’imparare non sempre racchiude le possibilità di acquisire. Io vi posso dare, è vero, l’istruttore; ma il resto dipenderà unicamente dalle vostre facoltà. Siate savio in tempo, e prendete quanto io vi posso assicurare.»

«Rispondete solo a queste domande, dopo di che deciderò. È nel potere dell’uomo di ottenere comunicazioni con gli esseri d’altri mondi? È nel potere dell’uomo d’influenzare gli elementi e di assicurare la propria vita contro la spada e la malattia?»

«Tutto ciò è possibile», rispose Zanoni, «ma solo a pochi. Per uno solo che raggiunga tali segreti, milioni possono perire nel tentativo.»

«Una domanda ancora. Voi...»

«Attento! Di me stesso, come già dissi, non rendo conto a nessuno.»

«Allora, devo credere ai vanti dello sconosciuto che ho incontrato stanotte? È egli, lo sconosciuto, uno di quei profeti prescelti che ammettete abbiano conquistato quei misteri ai quali agogno?»

«Oh, uomo temerario!» disse Zanoni in tono di compassione «la vostra crisi è ormai passata e la vostra scelta decisa! Posso solo augurarvi d’essere coraggioso e di prosperare. Sì, io vi cedo a un maestro che ha veramente il potere e la volontà di aprirvi i cancelli d’un mondo terribile. Sappiate però che il vostro benessere o la vostra miseria sono nulla agli occhi della sua inflessibile saggezza. Vorrei raccomandargli di risparmiarvi, ma non mi darebbe retta. Mejnour, accogliete il vostro discepolo!»

Glyndon si volse, e il suo cuore batté quando vide che lo sconosciuto, i cui passi non aveva udito ed il cui avvicinarsi non aveva veduto nel chiaro di luna, era di nuovo al suo fianco!

«Addio», continuò Zanoni, «la vostra prova ha dunque inizio. La prossima volta che c’incontreremo, voi sarete vittima o vincitore.»

L’occhio di Glyndon lo seguì mentre ritornava nella barca, e allora per la prima volta s’accorse che accanto ai rematori vi era una figura femminile, che si alzò in piedi per accogliere Zanoni. Anche a distanza egli riconobbe la figura già tanto adorata di Viola. Ella gli fece un cenno con la mano, e attraverso l’aria calma e luminosa, gli giunse la sua voce dolce e triste: «Addio, Clarence... io vi perdono! Addio... addio!»

Egli tentò di rispondere, ma era troppo commosso e le parole gli mancarono. Viola era dunque perduta per sempre, partita con quel misterioso personaggio: l’oscurità sommergeva il suo destino!

La barca si allontanava, recando i due innamorati, finché raggiunse il vascello, che già gonfiava allegramente le vele al primo alzarsi d’un fresco vento. Glyndon, volgendosi a Mejnour, ruppe il silenzio: «Ditemi, se potete leggere nel futuro, ditemi che il suo destino sarà bello, e che la sua scelta almeno è stata saggia.»

«O mio discepolo!» rispose Mejnour con un tono che ben si addiceva alle parole raggelanti. «Il tuo primo compito deve consistere nel ritirare ogni pensiero, o sentimento, o simpatia, dagli altri. Lo stadio elementare della conoscenza è di rendere il sé, e soltanto il sé, il tuo studio e il tuo mondo. Hai scelto il tuo destino, hai rinunciato all’amore, hai ripudiato la ricchezza, la celebrità, le pompe volgari del potere. Che cosa è dunque per te l’umanità? D’ora innanzi, il tuo solo scopo è di perfezionare le tue facoltà e concentrare le tue emozioni!»

«E la fine sarà la felicità?»

«Se la felicità esiste», rispose Mejnour, «dev’essere concentrata nel sé, al quale le passioni sono sconosciute. Ma la felicità è l’ultimo stadio dell’essere, e finora tu non sei che sulla soglia del primo stadio.»

Mentre Mejnour così parlava, il vascello si allontanava lentamente. Glyndon sospirò, e discepolo e maestro ritornarono verso la città.



– da “Zanoni” di Edward Bulwer-Lytton –



lunedì 16 maggio 2011

La rosa di Paracelso



di Jorge Luis Borges


Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo.
Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l’athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l’uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola.
Il maestro fu il primo a parlare. “Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente”, disse, non senza una certa enfasi. “Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?”
“Il mio nome non ha importanza”, replicò l’altro. “Ho camminato per tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni.”
Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte, e d’oro. Lo fece con la mano destra.
Paracelso, per accendere la lanterna, aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.
Si chinò, giunse le estremità delle dita, e disse: “Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l’oro ciò che cerco, e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo.”
“L’oro non mi interessa”, rispose l’altro. “Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra.”
Paracelso disse lentamente: “La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta.”
L’altro lo guardò con aria diffidente. Disse, con voce chiara: “Ma, esiste una meta?”
Paracelso si mise a ridere. “I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario, e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione, ma non è possibile che io sia un illuso. So che esiste una via.”
Vi fu una pausa, e l’altro disse: “Sono pronto a percorrerla con te, anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova.”
“Quando?” disse Paracelso, con inquietudine.
“Subito”, rispose il discepolo con brusca determinazione.
Avevano iniziato la conversazione in latino, ora parlavano in tedesco.
Il giovane levò in alto la rosa. “Affermano”, disse, “che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua.”
“Sei molto credulo”, disse il maestro. “Non so che farmene della credulità; esigo la fede.”
L’altro insistette. “È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa.”
Paracelso l’aveva presa in mano, e parlando giocherellava con essa. “Sei credulo”, disse. “Tu dici che io sono capace di distruggerla?”
“Nessuno è incapace di distruggerla”, rispose il discepolo.
“Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d’erba?”
“Non siamo nel Paradiso”, disse ostinato il giovane; “qui, sotto la luna, tutto è mortale.”
Paracelso si era alzato in piedi. “E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?”
“Una rosa può bruciare”, disse il discepolo in tono di sfida.
“V’è ancora del fuoco nel camino”, rispose Paracelso. “Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l’abbiano consumata, e che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo.”
“Una parola?” disse stupefatto il discepolo. “L’athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che farai per farla rinascere?”
Paracelso lo guardò con tristezza. “L’athanor è spento”, ripeté, “e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti.”
“Non oso domandare quali”, disse l’altro con malizia o con umiltà.
“Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l’invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che insegna la scienza della Cabala.”
Il discepolo disse freddamente: “Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e la ricomparsa della rosa. Poco m’importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi.”
Paracelso rifletté. Infine disse: “Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa.”
Sempre diffidente, il discepolo lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: “E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare simile dono?”
L’altro replicò, tremando: “So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi.”
Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggìo e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo.
Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: “Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà.”
Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario, e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane.
Si inginocchiò, e disse: “Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa.”
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto.
Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c’era nessuno?
Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
Paracelso l’accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto.
Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.
Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consumata, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce. La rosa risorse.


venerdì 9 aprile 2010

La magia è uno stato di consapevolezza


In diverse occasioni don Juan tentò di dare un nome alla sua conoscenza, a mio beneficio. A suo parere il termine più adatto era nagualismo, anche se un po’ oscuro. Dire semplicemente “conoscenza” rendeva tutto troppo vago, e chiamarla “negromanzia” era spregiativo. “La padronanza dell’intento” era troppo astratto e “la ricerca della libertà totale” troppo lungo e metaforico. Alla fine, non riuscendo a trovare un lemma più appropriato, la chiamò “magia”, pur ammettendo una certa inaccuratezza.
Nel corso degli anni egli mi aveva fornito varie definizioni della magia, ma aveva sostenuto che le definizioni cambiano con il crescere della conoscenza. Verso la fine del mio apprendistato, mi sentii in grado di apprezzare una definizione più chiara, così gli posi la domanda ancora una volta.
«Dal punto di vista dell’uomo comune» disse don Juan «la magia è un insieme di sciocchezze, oppure uno spaventoso mistero che travalica la sua comprensione. E qui non sbaglia – non perché sia una verità assoluta, ma perché l’uomo comune non ha l’energia sufficiente per trattare con la magia.»
Fece un attimo di pausa, prima di continuare. «Gli esseri umani nascono con una quantità di energia limitata,» proseguì don Juan «un’energia spiegata sistematicamente a partire dal momento della nascita, in modo da essere usata con il maggior vantaggio dalla modalità del tempo.»
«Cosa intendi per “modalità del tempo”?» chiesi io.
«La modalità del tempo è il fascio preciso dei campi di energia recepiti» mi rispose. «Credo che la percezione umana sia cambiata nel tempo. Il tempo reale decide il modo; il tempo decide quale fascio preciso di campi di energia sarà usato, scegliendo tra una quantità incalcolabile. Tutta l’energia a nostra disposizione viene assorbita dal contatto con la modalità del tempo – quei pochi, scelti campi di energia – non lasciandoci nulla che possa esserci di aiuto a usare un qualsiasi altro campo di energia.»
Con un impercettibile inarcare delle sopracciglia mi spronava a considerare il tutto.
«Ecco cosa intendo quando dico che all’uomo comune manca l’energia necessaria per aver a che fare con la magia» continuò. «Se usa solo l’energia che ha, non può percepire i mondi creati dagli stregoni. Gli stregoni, infatti, per farlo, si servono di un insieme di campi di energia che di solito non sono usati. Naturalmente, se l’uomo comune intende percepire quei mondi e comprendere la percezione dei maestri dell’occulto, deve per forza usare lo stesso insieme usato da quelli, e ciò non è materialmente possibile, in quanto egli ha già spiegato tutta la sua energia.»
S’interruppe, quasi cercasse la parola più appropriata a esprimere il concetto.
«Mettiamola così» riprese. «Non è tanto che si apprenda la magia col tempo, quanto che si apprenda ad accumulare energia. Questa energia ti metterà in grado di maneggiare alcuni campi di energia che al momento ti sono inaccessibili. La magia è dunque l’abilità di usare campi di energia non necessari per la percezione del mondo di tutti i giorni, che noi conosciamo. La magia è uno stato di consapevolezza. È l’abilità di concepire qualcosa che sfugge alla percezione ordinaria.
«Quel che ti ho mostrato,» continuò don Juan «tutto ciò che ho sottoposto alla tua attenzione, non era che un accorgimento per convincerti che c’è più di quanto appaia a un primo sguardo. Non c’è bisogno che venga qualcuno a insegnarti la magia, perché in realtà non c’è nulla da imparare. Occorre solo che un maestro ci convinca dell’incalcolabile potere che abbiamo sulla punta delle dita. Che strano paradosso! Ogni guerriero sulla via della conoscenza crede, una volta o l’altra, di star acquisendo cognizioni magiche, ma tutto quello che fa è lasciarsi convincere dal potere nascosto dentro di sé, che riuscirà a raggiungere.»
«È quel che stai facendo con me, don Juan? Mi stai convincendo?»
«Proprio così. Sto cercando di convincerti che puoi raggiungerlo, quel potere. Ci sono passato anch’io. Ed ero duro da convincere, come te ora.»
«Una volta raggiunto, cosa ne facciamo esattamente, don Juan?»
«Nulla. Una volta raggiunto, esso si servirà per conto suo dei campi di energia che sono a nostra disposizione, ma inaccessibili. Questa è magia, come ho già detto. Allora cominciamo a vedere – cioè, a percepire – qualcos’altro, non immaginario, ma reale e concreto. Così cominciamo a conoscere senza dover usare le parole. Quel che ognuno di noi fa con l’accresciuta percezione, con quella conoscenza silenziosa, dipende dal carattere individuale.»
In una diversa occasione, mi diede una spiegazione di altro genere. Stavamo discutendo di tutt’altro quando, di punto in bianco, cambiò argomento e cominciò a raccontarmi una barzelletta. Rise, e con mano leggera mi diede dei colpetti sulla schiena, fra le scapole, quasi fosse affetto da grande timidezza e ritenesse da parte sua molto sfacciato toccarmi. La mia reazione nervosa lo fece ridacchiare.
«Come sei sensibile» disse, scherzando, e mi assestò una pacca sulla schiena con maggior forza.
Mi ronzarono le orecchie. Per un istante mi mancò il fiato, quasi mi avesse colpito ai polmoni. Respiravo con grande fatica, eppure, dopo aver tossito più volte, come soffocando, le mie vie nasali si aprirono e mi ritrovai a fare dei respiri profondi, rasserenanti. Provavo una tale sensazione di benessere che non me la presi affatto con lui per il colpo che mi aveva dato, benché fosse stato forte e inaspettato.
Poi don Juan iniziò una spiegazione davvero notevole. In termini chiari e concisi mi fornì una definizione più precisa della magia.
Ero entrato in un meraviglioso stato di consapevolezza! Avevo una lucidità di mente tale che riuscii a comprendere e assimilare tutto quello che don Juan stava dicendo. Diceva che nell’universo c’era una forza indescrivibile e smisurata che gli stregoni chiamavano intento, e che in assoluto tutto quel che esiste nell’intero cosmo è unito all’intento da un anello di collegamento. Gli stregoni o guerrieri, come li chiamava lui, si dedicavano a discutere, capire e utilizzare quell’anello di collegamento. Erano particolarmente occupati a liberarlo dagli stordimenti provocati dalle ordinarie preoccupazioni della vita quotidiana. La magia a questo livello poteva definirsi come il procedimento di ripulitura del proprio anello di collegamento con l’intento. Don Juan sottolineò che era molto difficile capire e imparare a praticare questo “procedimento di ripulitura”. Per questo gli stregoni dividevano il loro insegnamento in due categorie. Una comprendeva le lezioni per lo stato di consapevolezza della vita di ogni giorno, nelle quali il procedimento si presentava sotto alterate spoglie. L’altra comprendeva le lezioni per gli stati di consapevolezza intensa, come quello che stavo sperimentando al momento, nelle quali gli stregoni raggiungevano la conoscenza direttamente dall’intento, senza fastidiosi interventi della lingua parlata.
Don Juan spiegò che, usando la consapevolezza intensa per migliaia di anni di lotte dolorose, gli stregoni avevano acquisito una comprensione specifica dell’intento, e che avevano trasmesso questi nuclei di conoscenza diretta di generazione in generazione, fino al presente. Disse che era compito della magia prendere questa conoscenza, all’apparenza incomprensibile, e renderla comprensibile ai livelli di consapevolezza della vita di ogni giorno.
Dopo mi chiarì il ruolo della guida nella vita degli stregoni. Mi spiegò che una guida era chiamata “nagual” e che il nagual era una persona, uomo o donna, con un’energia straordinaria, un maestro dotato di sobrietà, resistenza, fermezza, che i veggenti vedevano come una sfera luminosa formata d quattro comparti, simili a quattro globi luminosi pressati l’uno contro l’altro. Grazie a questa straordinaria energia, i nagual erano intermediari. La loro energia permetteva loro di incanalare pace, armonia, allegria e conoscenza direttamente dalla fonte, dall’intento, e di trasmetterle ai loro compagni. I nagual avevano la responsabilità di fornire ciò che gli stregoni chiamavano “la possibilità minima”, la consapevolezza del proprio collegamento con l’intento.
Gli dissi che la mia mente afferrava tutto quello che lui mi stava spiegando e che l’unica parte della sua spiegazione ancora poco chiara era perché mai fossero necessarie due categorie di insegnamento. Riuscivo a capire con facilità tutto ciò che diceva del suo mondo, mentre egli me l’aveva descritto come un processo irto di difficoltà.
«Ti ci vorrà tutta la vita per ricordare quanto hai appreso oggi» affermò «perché si trattava nella quasi totalità di conoscenza silenziosa. Fra qualche istante avrai dimenticato tutto. È questo uno degli insondabili misteri della percezione.»
Don Juan allora mi fece cambiare livelli di consapevolezza, dandomi un colpetto sul lato sinistro, proprio all’estremo della gabbia toracica. All’istante persi la straordinaria chiarezza di mente, e non fui in grado di ricordare di averla mai avuta...


– da “Il Potere del Silenzio” di Carlos Castaneda –



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