domenica 17 aprile 2011

Il sentiero dell'amore


Padroneggiare una relazione dipende da voi. Il primo passo è diventare coscienti del fatto che ognuno ha il suo sogno personale. Quando sapete questo, potete prendervi la responsabilità della vostra metà del rapporto. E’ più facile controllare la vostra metà che cercare di controllare tutta la relazione. Se avete rispetto, sapete che il vostro partner, amico, figlio, madre, è completamente responsabile per la sua metà. Se lo rispettate ci sarà sempre pace tra voi, e non guerra.

Il passo successivo è quello di sapere cosa è amore e cosa è paura, per diventare coscienti del modo in cui comunicate agli altri il vostro sogno. La qualità della comunicazione dipende dalle scelte che fate in ogni momento. Si tratta di decidere se volete rivolgere il vostro corpo emozionale verso l’amore, o verso la paura. Se scoprite di essere sul sentiero della paura, questa consapevolezza è già abbastanza per darvi la possibilità di spostare la vostra attenzione verso il sentiero dell’amore. Basta vedere dove vi trovate, cambiare la direzione dell’attenzione, e intorno a voi tutto cambierà.

Infine, se diventate consapevoli che nessun altro può rendervi felici, perché la felicità è il risultato dell’amore che viene da dentro di voi, sarete maestri della più grande arte dei Toltechi: la Padronanza dell’Amore.

Possiamo parlare dell’amore, scriverci sopra migliaia di libri, ma in realtà l’amore sarà sempre diverso per ciascuno di noi, perché si tratta di un’esperienza. L’amore non è un concetto, è azione. L’amore in azione può produrre soltanto felicità. La paura in azione non produce altro che sofferenza.

L’unico modo di padroneggiare l’amore è quello di praticarlo. Non c’è bisogno di giustificare il vostro amore, o di spiegarlo. Basta soltanto praticarlo. La pratica crea il Maestro.


Don Miguel Ruiz


giovedì 7 aprile 2011

Il richiamo della foresta



Qua e là Buck incontrò dei cani del Sud, ma per la maggior parte erano eschimesi della razza dei lupi selvaggi. Ogni notte, regolarmente, alle nove, alle dodici ed alle tre, essi alzavano il loro canto notturno, un canto misterioso e strano a cui Buck si univa con gioia. Quando l'aurora boreale si illuminava fredda nell'alto, o le stelle saltavano nella danza del gelo, e la terra era intorbidita e assiderata sotto il suo manto di neve, questo canto degli eschimesi avrebbe potuto essere la sfida della vita, solo che era modulato in tono minore con lunghi lamenti e singhiozzi, e sembrava quasi la supplica della vita, la voce della fatica di esistere. Era un antico canto, antico quanto la stessa razza, uno dei primi canti del giovane mondo, in un periodo in cui le canzoni erano tristi. Era avvolto nel dolore di generazioni senza numero, un lamento che commuoveva Buck nel profondo. Quando egli si lamentava e singhiozzava, vi era in lui la pena del vivere che era stata l'antica pena dei suoi padri selvaggi, e insieme la paura e il mistero del freddo e del buio che erano stati la loro paura e il loro mistero. E il fatto che egli ne fosse così commosso, indicava l'intensità con cui ascoltava, attraverso la lontananza dei secoli dei primi fuochi e dei primi tetti, i rudi inizi della vita nell'età dei ruggiti.

[...]

Più di tutto, forse, gli piaceva star accanto al fuoco, accovacciato sulle zampe posteriori e con quelle anteriori stese avanti, la testa alta e lo sguardo assorto sulle fiamme. A volte pensava alla grande casa del giudice Miller nella vallata di Santa Chiara baciata dal sole, e alla grande vasca di cemento, e a Ysabel, la messicana senza pelo, e a Toots, il cagnolino giapponese; ma più spesso ricordava l'uomo della maglia rossa, la morte di Curly, la gran lotta con Spitz e le buone cose che aveva mangiato o desiderava mangiare. Non soffriva di nostalgia. La Terra del Sole svaniva nella lontananza, e quei ricordi non avevano potere su di lui. Molto più potenti erano i ricordi ereditari che gli facevano apparir familiari cose non mai viste. Gli istinti (che erano solo reminiscenze dei suoi antenati, divenute abitudini) indeboliti negli ultimi tempi, si risvegliavano adesso in lui e divenivano nuovamente vivi.

E sognando così sulle rive dell'Yukon, con i pigri occhi assorti sul fuoco, quei suoni e quei sospiri di un altro mondo gli facevano ergere il pelo sulla schiena, sulle spalle e sul collo, finché dava un gemito basso e soffocato o un fioco mugolio.

[...]

Quell'uomo gli aveva salvato la vita, e questo era qualche cosa; ma inoltre era il padrone ideale. Gli altri provvedevano al benessere dei loro cani per un senso di dovere, e di pratica utilità; lui invece lo faceva come se fossero stati suoi figli, perché non poteva fare altrimenti. E andava anche oltre. Non dimenticava mai di dar loro un saluto benevolo, di rivolger loro una buona parola, e si divertiva non meno di loro a sedersi in mezzo ai suoi cani facendo con loro lunghe conversazioni (a "chiacchierare", diceva). Aveva un modo particolare di prendere tra le mani il muso di Buck o di posare su quella di Buck la propria testa scuotendolo avanti e indietro, dicendogli affettuosamente parolacce che per Buck erano parole di amore. Buck non conosceva gioia più grande di quel rude abbraccio e del suono di quelle ingiurie mormorate, e ad ogni scossone gli sembrava che il cuore gli balzasse fuori dal petto tanta era la sua estasi. E quando, lasciato libero, balzava in piedi con la bocca ridente, gli occhi parlanti, la gola vibrante di suoni inarticolati, e rimaneva così immobile, John Thornton esclamava con riverenza: "Dio mio, non ti manca che la parola!".
Buck aveva un modo per esprimere il suo amore che sembrava un'aggressione violenta. Spesso afferrava tra i denti la mano di Thornton e stringeva così forte che l'impronta rimaneva per parecchio tempo nella carne. E come Buck interpretava le parolacce come parole d'amore, così l'uomo considerava quel finto morso come una carezza.

Ma nonostante questo grande amore per John Thornton, che sembrava rivelare l'influenza della mite civiltà, l'impeto che il primitivo del Nord aveva risvegliato in lui rimaneva vivo e attivo. Egli possedeva la fedeltà e la devozione, creature del fuoco e del tetto; e tuttavia manteneva la sua selvatichezza e la sua astuzia. Era una creatura della foresta, venuta dalla foresta per sedersi davanti al fuoco di John Thornton, piuttosto che un cane del mite Sud segnato dalle impronte di generazioni civili.

[...]

I cani non avevano nulla da fare se non trasportare ogni tanto la selvaggina uccisa da Thornton, e Buck trascorreva lunghe ore assorto accanto al fuoco. La visione dell'uomo peloso dalle gambe corte venne a lui più di frequente, adesso che c'era poco da fare; e spesso, guardando il fuoco, Buck errava con lui in quell'altro mondo che era il suo ricordo.

E vicinissimo alle visioni dell'uomo peloso era il richiamo che sempre risuonava nelle profondità della foresta. Quell'appello lo colmava di una grande irrequietudine e di strani desideri, provocava in lui una vaga, dolce felicità, ed egli si rendeva conto di selvaggi desideri e impulsi per cose che non conosceva. Qualche volta seguiva il richiamo nella foresta, cercandolo come se fosse una cosa tangibile, latrando dolcemente o a sfida, a seconda dell'umore. Cacciava il naso nel fresco muschio del bosco, o nella nera terra dove crescevano alte erbe, e fiutava con gioia i grassi odori del terreno; oppure stava acquattato per ore, come se si nascondesse, dietro i tronchi ricoperti di funghi o gli alberi abbattuti, con gli occhi e gli orecchi tesi a tutto ciò che si muoveva o risuonava intorno a lui. Forse, standosene così, sperava di sorprendere quel richiamo che non riusciva a capire. Ma non sapeva perché facesse tutto ciò. Era costretto a farlo, ma non poteva afferrarlo con il pensiero.
Impulsi irresistibili lo afferrarono. Se ne stava magari tranquillo nell'accampamento, sonnecchiando oziosamente nel caldo pomeriggio, quando a un tratto ergeva la testa con le orecchie dritte, tutte intese ad ascoltare, e poi balzava in piedi e si slanciava avanti, sempre avanti, per ore, attraverso gli intercolunni della foresta e le aperte radure dove crescevano folti i canneti. Gli piaceva correre nei letti asciutti dei torrenti, spiare la vita degli uccelli del bosco. A volte per un giorno intero se ne stava sdraiato nel sottobosco dove poteva osservare le pernici che andavano in su e in giù becchettando. Ma soprattutto gli piaceva correre nel cupo crepuscolo delle mezzenotti estive, ascoltando i soffocati e sonnolenti sussurri della foresta, interpretando segni e suoni così come un uomo può leggere un libro, e cercando quella misteriosa cosa che continuava, continuava a chiamarlo, nel sonno e nella veglia, ad ogni ora, perché la raggiungesse.
Una notte balzò dal sonno sussultando, l'occhio intento, le nari frementi, la criniera irta in onde ruggenti. Dalla foresta giungeva il richiamo (o per lo meno una nota di esso, ché il richiamo aveva molte note) distinto e definito come non mai: un lungo ululato, simile a un qualsiasi suono emesso da un cane eschimese, e tuttavia diverso. Ed egli lo riconobbe in quell'antico clima familiare come suono già udito. Balzò attraverso il campo addormentato, e rapido e silenzioso si precipitò tra i boschi. Via via che si avvicinava al grido rallentava la sua corsa, divenendo cauto in ogni movimento, finché giunse a una radura fra gli alberi e, spiando, vide, eretto sulle anche, il muso puntato al cielo, un lungo e sottile lupo dei boschi.

E corsero a fianco a fianco nel buio crepuscolo su per il letto del torrente, nella gola da cui scaturiva, e varcando la nuda cresta ove erano le sue sorgenti.
Sull'opposto pendio scesero in una regione pianeggiante con grandi distese di boschi e molti fiumi, e per queste distese corsero decisi, per ore e ore, mentre il sole saliva sempre più e il giorno diveniva sempre più caldo. Buck aveva una gioia selvaggia. Capiva di rispondere finalmente al richiamo correndo così a fianco del suo fratello del bosco verso il luogo da cui certo quel richiamo veniva. Antichi ricordi lo assalivano adesso, ed egli ne era eccitato come un tempo era eccitato dalla realtà di cui essi erano l'ombra. Aveva già fatto le stesse cose in qualche parte di quell'altro mondo oscuramente rievocato, e le ripeteva adesso correndo libero nell'aperto spazio con la terra vergine sotto i piedi e gli aperti cieli sul capo.

[...]

Per tutto il giorno Buck rimase meditando presso lo stagno o vagò senza riposo per il campo. La morte, come cessazione del movimento, come un passar oltre la vita di ciò che vive, la conosceva; e sapeva che John Thornton era morto. Questo lasciava in lui un gran vuoto, qualche cosa di simile alla fame, ma che doleva e doleva e che non vi era cibo che potesse saziarlo.

Scese la notte, e la luna piena si levò sugli alberi, alta nel cielo, illuminando la regione fino ad irrorarla di una spettrale luce. E col sopravvenir della notte, meditando e soffrendo presso lo stagno, Buck cominciò ad avvertire il fremito di una nuova vita nella foresta, diverso da quello che gli Yeehats vi avevano suscitato. Si drizzò ascoltando e fiutando. Dalla lontananza si levava un debole, acuto ululato seguito da un coro di ululati simili, che via via divenivano più fitti e più alti. Ancora una volta Buck li riconobbe come cose udite in quell'altro mondo che persisteva nella sua memoria. Si portò al centro della radura e si mise in ascolto. Era il richiamo, il richiamo dalle molte note che risuonava più allettante e imperioso che mai. E come mai prima di allora egli era pronto a obbedire. John Thornton era morto, l'ultimo legame era spezzato. L'uomo e le pretese dell'uomo non lo tenevano più avvinto.

[...]

E il vecchio lupo sedette, puntò il naso alla luna e ruppe nel lungo ululo del lupo. Gli altri sedettero e ulularono. E adesso il richiamo veniva a Buck in accenti inconfondibili. Si accosciò anche lui e ululò. Fatto questo, uscì dal suo angolo e il branco lo circondò annusandolo in modo tra amichevole e selvaggio. I capi levarono il latrato del branco e saltarono via, nei boschi. I lupi li seguirono latrando in coro. E Buck corse via con loro, a fianco del fratello selvaggio, latrando.

[...]

Nell'estate, tuttavia, vi è in quella valle un visitatore che gli Yeehats non conoscono. E' un grande lupo dalla meravigliosa pelliccia, simile agli altri lupi, e tuttavia diverso da loro. Arriva solitario dal ridente paese dei boschi e scende fino a una radura tra gli alberi. Là un rivo biondo fluisce da sacchi marciti di pelle d'alce e si disperde a terra; lunghe erbe e muschi lo ricoprono e nascondono al sole il suo giallo splendore. E là egli rimane per qualche tempo silenzioso, ululando una volta sola, a lungo e lugubremente, prima di partire.
Ma non sempre è solo. Quando vengono le lunghe notti d'inverno e i lupi seguono il loro cibo nelle vallate più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nella pallida luce lunare o nei chiarori crepuscolari dell'aurora boreale, balzando gigantesco sopra i suoi compagni, la vasta gola mugghiante mentre canta il canto del più giovane mondo, il canto del branco.


– Jack London, “Il richiamo della foresta” –


sabato 2 aprile 2011

Inneres Auge




Inneres Auge - Franco Battiato


Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.
Uno dice che male c'è
a organizzare feste private con delle belle ragazze
per allietare primari e servitori dello stato?
Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro?
La giustizia non è altro che una pubblica merce...
di cosa vivrebbero
ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante
da gettare come ami tra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.

Inneres Auge
das innere Auge

Con le palpebre chiuse s'intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore:
inneres Auge, das innere Auge

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.

Ma quando ritorno in me, sulla mia via,
a leggere e studiare,
ascoltando i grandi del passato...
mi basta una sonata di Corelli,
perché mi meravigli del creato


giovedì 24 marzo 2011

Siate semplicemente consapevoli



Jiddu Krishnamurti


Vi prego di prestare ascolto a ciò che sto per dire. Fatelo mentre parlo. Non pensate a farlo, ma fatelo ora. Ecco, siate consapevoli degli alberi, delle palme, del cielo; ecco il corvo che gracchia; guardate la luce sulle foglie, il colore di quel sari, di quel volto, e poi tornate a voi, interiormente. Potete osservare, potete essere consapevoli incondizionatamente delle cose all’esterno, è molto facile. Ma portare l’attenzione a noi stessi ed essere ugualmente consapevoli, senza condannarci, né giustificarci, senza paragonarci a qualcun altro, è molto più difficile. Siate semplicemente consapevoli di ciò che accade dentro di voi, le vostre convinzioni, le paure, i dogmi, le speranze, le frustrazioni, le ambizioni e tutto il resto. Allora lo svelarsi del mondo conscio e inconscio comincia. Non dovete fare nulla.

Siate semplicemente consapevoli; questo è tutto ciò che dovete fare, senza giudizi, senza forzature, senza cercare di cambiare ciò di cui diventate consapevoli. Allora noterete che è come quando sale la marea, non potete impedire a una marea di arrivare; potete costruire un muro, potete fare quello che volete, ma la marea giungerà con la sua energia dirompente. Allo stesso modo, se siete consapevoli in modo incondizionato, l’intero campo della coscienza comincia a schiudersi. E mentre si schiude, dovete seguirlo, e ciò diventa incredibilmente difficile: seguire nel senso di stare con il movimento di ogni pensiero che sorge, di ogni sensazione, di ogni desiderio segreto. Diventa molto difficile nel momento in cui vi opponete, nel momento in cui dite: “Questo è spiacevole”, “questo è bene”, “questo è male”, “tratterrò questo”, “rifiuterò quest’altro”.

Perciò, cominciate con le cose all’esterno e poi muovete dentro di voi. Allora troverete, nell’interiorità, che esterno e interno non sono due cose diverse, che la consapevolezza di ciò che è all’esterno non è differente da quella rivolta all’interno, che entrambe sono la stessa cosa. Allora scoprirete che vivete nel passato; che non c’è mai un momento di vita attuale, presente; solo quando né il passato né il futuro vengono a esistere si è nel momento attuale. Scoprirete che vivete sempre nel passato, nei ricordi: ciò che avete vissuto, ciò che eravate, quanto eravate intelligenti, bravi, cattivi. Questa è la memoria. È per questo che dovete comprendere la memoria, non negarla, sopprimerla, o fuggirla. Se qualcuno ha fatto un voto di celibato, e si ricorda continuamente di quella decisione, quando smette di trattenere quel ricordo, o se ne scorda, si sente in colpa e questo soffoca la sua vita.

Allora voi cominciate a osservare ogni cosa, e per questo motivo diventate molto sensibili. Perciò, nell’ascoltare (cioè nell’osservare non solo il mondo esterno, i gesti esterni, ma anche la mente al suo interno, che vede e che, di conseguenza, sente, prova sensazioni), nell’essere così incondizionatamente consapevoli, allora non si genera alcuno sforzo. È di grande importanza comprenderlo.



Bombay, 28 febbraio 1965
- dal libro "Sulla mente e il pensiero" -



http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/semplicemente.htm


martedì 15 marzo 2011

La verità del Tao


Il maestro si trovava vicino alla grande Pagoda Wyn Chou che si stagliava immensa, grande all'incirca come quella vera, al di là del fiume, dove il vecchio Gou Lin Dhao scrutava i suoi fantasmi nell'ombra. Riempiva quasi tutta la stanza di Huao Chyen che ormai preferiva dormire fuori dalla porta.

Quella mattina la costruzione della grande Pagoda era stata finalmente completata.
Era una delle cose più belle che il giovane Gou Lao Youn avesse mai visto; non ci si stancava mai di guardarla, specie al tramonto, quando i raggi rossi e obliqui del sole entravano nelle sue aperture, penetravano nei suoi prismi di carta e resina e la illuminavano di mille colori.

Per costruirla erano occorsi quasi tre anni di lavoro... con pazienza e perizia era stata edificata un poco alla volta, raccogliendo e intagliando mille pezzetti di pane secco, di foglie del grande giardino Botsiao di tutte le grandezze e colori, di fiori e aghi di pino lavorati, impastati insieme e manipolati per farli diventare minuscoli gradini di legno, infissi di microscopiche finestre, tegole d'oro del grande tetto ondulato, largo quasi quanto l'intera stanza di Huao Chyen, che erano state incastrate e giustapposte in un enorme, inafferabile mosaico.

Il discepolo si avvicinò con discrezione, forse quasi un reverenziale pudore, vedendo il proprio maestro assorto nella contemplazione di quell'opera maestosa.
"E' molto bello, maestro", sussurrò infine, con incontenibile ammirazione.
Il vecchio monaco distolse lo sguardo dalla Pagoda Wyn Chou e delicatamente lo condusse negli occhi commossi del ragazzo.
Sotto la saggezza di mille rughe pietrificate la piccola bocca, come una ferita di Wan Lao sull'albero del pesco, sorrideva serena e gentile con l'amore silenzioso di un vecchio padre.
Il giovane sorrise a sua volta e il suo petto vibrava di orgoglio. Guardò in terra, sul pavimento dove le quindici scale della Pagoda, come radici di un grande albero vorace, sembravano quasi lambire i suoi sandali whon dhou.

Ma quando rialzò la testa il suo sorriso scomparve.
Con occhi increduli vide il suo maestro sollevare in silenzio il braccio destro sopra la sua testa e colpire con violenza la mirabile struttura, una volta, una volta e una ancora, con le mani, con i piedi, gettandovisi con tutto il corpo finché non rimase più niente da guardare, solo un inutile cumulo di foglie, croste di pane dipinte, fiori secchi e paglia.

In un solo istante il paziente lavoro di tre anni si era dissolto nel nulla.
L'allievo guardò stupefatto e addolorato prima il cumulo poi il maestro; le sue labbra tremavano, gli occhi spalancati dallo stupore rigettavano quella scena e cercavano ancora le bellissime forme che pochi istanti prima li avevano riempiti con i loro colori. Il giovane stette in silenzio a lungo, corrucciato e attonito. Il maestro non parlava ancora ed egli non riusciva a reprimere profondi e desolati sospiri.

Allora il saggio si incurvò con grazia e dalle macerie raccolse un piccolo fiore di Wo Tu Tse e lo portò sotto i suoi occhi grandi e calmi facendone rotolare il gambo secco fra le dita.

"Mio caro Gou Lao Ryu", disse allora, "non dobbiamo pensare che le cose debbano durare per sempre; la loro natura è quella di cambiare continuamente sotto i nostri occhi e i nostri occhi cambiano con le cose... la vera bellezza non è una Pagoda Wyin Chou che sogna di sopravvivere al suo tempo... ma è il tempo stesso, con il suo respiro che crea e distrugge. E' il movimento del Tao in cui gli opposti si inseguono come due amanti, ma, bada Gou Lao Ryu, in nessuno di essi arderebbe la fiamma dell'amore se non ci fosse l'amato da inseguire. La grande Pagoda è inscritta nel cerchio infinito del tempi, essa è pagoda, è stata il pane che è avanzato dal nostro desco e prima ancora il grano per farlo, oggi è il piccolo fiore Wo Tu Tse che si sbriciola tra le mie dita. Tutte queste cose e nessuna di esse perché il prima e il dopo non esistono singolarmente; il passato, il presente e il futuro sono la stessa cosa e io e te siamo già morti, siamo ancora qui e dobbiamo ancora nascere... questa è infatti la verità del Tao".

L'allievo era stato in silenzio, il volto ancora corrucciato e gli occhi ubriachi di pensieri e di dolore. "Capisco maestro", disse infine, "la verità del Tao mi è ora più chiara...". Aprì la bocca per continuare ma la richiuse sopraffatto ancora dal vuoto che era subentrato a tanta pur effimera bellezza.
"Ma un'altra volta", aggiunse infine dopo un altro interminabile, pensieroso istante, "perché non butta giù la sua?"



- tratto da "La seconda che hai detto! Il libro di Quelo e di altra gente in grossa crisi" di Corrado Guzzanti -



sabato 12 marzo 2011

Ogni cosa è necessaria

I Tarocchi Zen di Osho
62. Confronto


Il confronto produce l'inferiorità e la superiorità. Quando non fai confronti, ogni inferiorità e ogni superiorità scompaiono. In questo caso sei, esisti semplicemente. Un piccolo cespuglio o un albero maestoso - non importa, sei te stesso. Sei necessario. Un filo d'erba è necessario tanto quanto la stella più grande. Senza quel filo d'erba, Dio sarebbe meno di ciò che è. Il canto del cuculo è tanto necessario quanto un buddha; il mondo sarebbe sminuito, sarebbe meno ricco, se questo cuculo scomparisse. Guardati intorno. Ogni cosa è necessaria, e ogni cosa si completa con le altre. È un'unità organica: nessuno è superiore e nessuno è inferiore; nessuno è più in alto e nessuno è più in basso. Tutti sono incomparabilmente unici.

Osho The Sun Rises in the Evening Chapter 4


Commento:

Chi è che ti ha detto che il bambù è più bello della quercia, o che la quercia ha più valore del bambù? Pensi che la quercia voglia avere un tronco cavo come questo bambù? O che il bambù sia invidioso perché la quercia è più grossa e le sue foglie cambiano colore in autunno? L'idea stessa che i due alberi facciano un confronto fra loro sembra ridicola, eppure sembra che noi esseri umani troviamo questa abitudine estremamente difficile da spezzare. Confrontati con quest'evidenza: ci sarà sempre qualcuno più bello, più capace, più forte, più intelligente, o apparentemente più felice di te. E, d'altra parte, esisteranno sempre persone che sono "meno" di te, sotto tutti questi punti di vista. La via per scoprire chi sei non passa per il confronto con gli altri, ma dal guardare per scoprire se stai realizzando le tue potenzialità nel modo migliore che conosci.


giovedì 3 marzo 2011

La voce del fiume


Lentamente fioriva, lentamente maturava in Siddharta il riconoscimento, la consapevolezza di ciò che realmente sia saggezza, qual fosse la meta del suo lungo cercare. Non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque istante, nel bel mezzo della vita, il pensiero dell’unità, sentire l’unità e per così dire respirarla. Lentamente questo fioriva in lui, gli raggiava incontro dal vecchio volto infantile di Vasudeva: armonia, scienza dell’eterna perfezione del mondo, sorriso, unità.

Ma la ferita bruciava ancora: con amaro desiderio Siddharta pensava a suo figlio, nutriva in cuore l’amore e la tenerezza per lui, si lasciava consumare dal dolore, commetteva tutte le pazzie dell’amore. Non da sé si sarebbe mai spenta questa fiamma. E un giorno, che la ferita bruciava intensamente, Siddharta attraversò il fiume, sospinto dalla nostalgia, e scese dalla barca deciso ad andare in città e cercare suo figlio. Il fiume scorreva calmo e lieve – era la stagione asciutta – ma la sua voce aveva uno strano suono: rideva! Era chiaro che rideva. Il fiume rideva, rideva apertamente alle spalle del vecchio barcaiolo.

[...]

Il fiume rideva. Sì, era così, tutto ciò che non era stato sofferto e consumato fino alla fine si ripeteva, e sempre si soffrivano di nuovo gli stessi dolori. Ma Siddharta rimontò nella barca e fece ritorno alla capanna, ripensando a suo padre, ripensando a suo figlio, deriso dal fiume, in disaccordo con se stesso, vicino alla disperazione, e meno vicino a ridere sonoramente di sé e del mondo intero. Ahimè! non ancora fioriva la ferita, ancora si ribellava il suo cuore contro il destino, non ancora germogliavano serenità e vittoria dal suo soffrire. Tuttavia sentiva qualcosa come una speranza, e quando fu rientrato nella capanna sentì un irresistibile desiderio di aprirsi a Vasudeva, di rivelargli tutto, di raccontare tutto a lui, ch’era maestro nell’ascoltare.

Vasudeva sedeva nella capanna e intrecciava una cesta. Non guidava più la barca, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi, e non solo gli occhi, ma anche braccia e mani. Soltanto la gioia e la serena benevolenza del suo viso fiorivano immutate.

Siddharta si pose a sedere accanto al vecchio, cominciò a parlare lentamente. Raccontò quelle cose di cui non avevano mai parlato, della sua andata in città, quella volta, della ferita ardente, della sua invidia alla vista dei padri felici, della sua vana lotta contro questi desideri di cui conosceva benissimo la stoltezza. Riferiva ogni cosa, anche le più penose, tutto poteva dire, tutto si sforzava di dire, tutto poteva raccontare e rivelare. Scopriva la propria ferita, raccontando anche della sua ultima fuga, quel giorno stesso, come si fosse imbarcato, fanciullino, col proposito di recarsi in città, e come il fiume ne aveva riso.

Mentre parlava – e parlò a lungo – mentre Vasudeva ascoltava tranquillo in volto, Siddharta sentiva quest’attrazione di Vasudeva più forte di quanto l’avesse mai sentita, sentiva i suoi dolori, i suoi affanni svanire, sentiva la sua segreta speranza prendere il volo e di laggiù venirgli di nuovo incontro. Mostrare la propria ferita a questo ascoltatore era lo stesso che lavarla nel fiume, finché diventasse fredda e una cosa sola col fiume. Mentre ancora continuava a parlare e a confessarsi, Siddharta sentiva sempre più che questo non era più Vasudeva, non era più un uomo che l’ascoltava, che questo immobile ascoltatore assorbiva in sé la sua confessione come un albero la pioggia, che questo uomo immobile era il fiume stesso, era Iddio stesso, era l’Eterno. E mentre Siddharta cessava di pensare a sé e alla propria ferita, questa scoperta del mutato essere di Vasudeva si impossessava di lui, e quanto più egli se n’accorgeva e ci s’immergeva, tanto meno la cosa diventava meravigliosa, tanto più egli scorgeva che tutto era in regola e naturale, che già da lungo tempo, forse da sempre Vasudeva era stato così, soltanto egli non se n’era mai reso conto pienamente. Sentiva ch’egli ora vedeva il vecchio Vasudeva come il popolo vede gli dèi, e che un simile stato non poteva durare; nel suo cuore cominciava già a prender congedo da Vasudeva. Con tutto ciò continuava a parlare.

Quand’egli ebbe finito, Vasudeva levò su di lui il suo sguardo affettuoso, un po’ indebolito dagli anni, non parlò, ma gli diffuse incontro in silenzio amore e serenità, comprensione e sapere. Prese per mano Siddharta, lo condusse al sedile presso la riva, sedette con lui, e sorrise al fiume.

«Tu l’hai sentito ridere» disse. «Ma non hai sentito tutto. Ascoltiamo, udrai ancor altro».

Ascoltarono. Lieve si levava il canto del fiume dalle molte voci. Siddharta guardò nell’acqua e nell’acqua gli apparvero immagini: apparve suo padre, solo, afflitto per il figliolo; egli stesso apparve, solo, anch’egli avvinto dai legami della nostalgia per il figlio lontano; apparve suo figlio, solo anche lui, avido ragazzo sfrenato sulla strada ardente dei suoi giovani desideri, ognuno teso alla sua meta, ognuno in preda alla sofferenza. Il fiume cantava con voce dolorosa, con desiderio, e con desiderio scorreva verso la sua meta, la sua voce suonava come un lamento.

«Odi?» chiese lo sguardo silenzioso di Vasudeva. Siddharta annuì.

«Ascolta meglio!» sussurrò Vasudeva.

Siddharta si sforzò d’ascoltar meglio. L’immagine del padre, la sua propria immagine, l’immagine del figlio si mescolarono l’una nell’altra, anche l’immagine di Kamala apparve e sparì, e così l’immagine di Govinda, e altre ancora, e tutte si mescolarono insieme, tutte si tramutarono in fiume, tutte fluirono come un fiume verso la meta, bramose, avide, sofferenti, e la voce del fiume suonava piena di nostalgia, piena di ardente dolore, d’insaziabile desiderio. Il fiume tendeva alla meta, Siddharta lo vedeva affrettarsi, quel fiume che era fatto di lui e dei suoi e di tutti gli uomini ch’egli avesse mai visto, tutte le onde, tutta quell’acqua si affrettavano, soffrendo, verso le loro mete. Molte mete: la cascata, il lago, le rapide, il mare, e tutte le mete venivano raggiunte, e a ogni meta una nuova ne seguiva, e dall’acqua si generava vapore e saliva al cielo, diventava pioggia e precipitava giù dal cielo, diventava fonte, ruscello, fiume, e di nuovo riprendeva il suo cammino, di nuovo cominciava a fluire. Ma l’avida voce era mutata. Ancora suonava piena d’ansia e d’affanno, ma altre voci si univano a lei, voci di grida e di dolore, voci buone e cattive, sorridenti e tristi, cento voci, mille voci. Siddharta ascoltava. Era ora tutt’orecchi, interamente immerso in ascolto, totalmente vuoto, totalmente disposto ad assorbire; sentiva che ora aveva appreso tutta l’arte dell’ascoltare. Spesso aveva già ascoltato tutto ciò, queste mille voci nel fiume; ma ora tutto ciò aveva un suono nuovo. Ecco che più non riusciva a distinguere le molte voci, le allegre da quelle in pianto, le infantili da quelle virili, tutte si mescolavano insieme, lamenti di desiderio e riso del saggio, grida di collera e gemiti di morenti, tutto era una cosa sola, tutto era mescolato e intrecciato, in mille modi contesto. E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita. E se Siddharta ascoltava attentamente questo fiume, questo canto dalle mille voci, se non porgeva ascolto né al dolore né al riso, se non legava la propria anima a una di quelle voci e se non s’impersonava in essa col proprio Io, ma tutte le udiva, percepiva il Tutto, l’Unità, e allora il grande canto delle mille voci consisteva di un’unica parola, e questa parola era Om: la perfezione.

«Senti?» chiese di nuovo lo sguardo di Vasudeva. Chiaro splendeva il sorriso di Vasudeva, sopra tutte le rughe del suo vecchio volto aleggiava luminoso, così come l’Om si librava su tutte le voci del fiume. Chiaro splendeva il suo sorriso quando guardava l’amico, e chiaro splendeva ora lo stesso sorriso anche sul volto di Siddharta. La sua ferita fioriva, il suo dolore spandeva raggi, mentre il suo Io confluiva nell’Unità.

In quell’ora Siddharta cessò di lottare contro il suo destino, in quell’ora cessò di soffrire. Sul suo volto fioriva la serenità del sapere, cui più non contrasta alcuna volontà, il sapere che conosce la perfezione, che è in accordo con il fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità.


– da “Siddharta” di Hermann Hesse


domenica 27 febbraio 2011

Rodolfo Siri - Stones Of Arabia




- dedicato alle vittime Palestinesi -


"Stones Of Arabia" di Rodolfo Siri

dall'album "Pulchra Manus" (2008)


http://www.lastfm.it/music/Rodolfo+Siri




- EDIT 15/04/2011 -
dedicato anche a Vittorio Vik Arrigoni,
attivista della causa palestinese
ed ennesima vittima del regime sionista israeliano.
STAY HUMAN , RESTIAMO UMANI



venerdì 18 febbraio 2011

Amore e libertà - Osho



Lasciate che vi sia spazio...


Nel “Profeta” di Kahlil Gibran, Almustafà dice: Lasciate che vi sia spazio nella vostra unione, e tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore: piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.


Se il vostro essere insieme non è frutto della lussuria, il vostro amore andrà sempre più in profondità con il passare del tempo. La lussuria appiattisce ogni cosa, poiché alla biologia non interessa che rimaniate insieme oppure no. Il suo unico interesse è la riproduzione, per la quale l’amore non è affatto necessario: potete continuare a generare figli senza alcun amore.
Ho osservato ogni sorta di animali. Ho vissuto nelle foreste, sulle montagne, e sono sempre rimasto perplesso: quando gli animali fanno l’amore sembrano sempre molto tristi.
Non ho mai visto un solo animale fare l’amore con gioia, sembra che qualche forza sconosciuta li obblighi a farlo. Non è frutto di una loro scelta, non è una loro libertà ma la loro schiavitù. Questo li rende tristi.
Ho osservato la stessa cosa nell’uomo. Avete mai visto un marito e una moglie per strada? Forse non sapete se due persone sono marito e moglie, ma se entrambe hanno un volto triste potete esser certi che sono sposate!

Una volta viaggiavo in treno da Delhi a Srinagar e nel mio scompartimento c’era solo un altro posto libero. Arrivò una coppia di giovani: un uomo e una donna molto belli. Poiché entrambi non potevano sedersi nell’unico posto libero, lui andò in un altro scompartimento. Ma a ogni stazione si presentava con dolci, frutta, fiori.
Io osservavo quello spettacolo... io non sono altro che un semplice osservatore... a un certo punto chiesi alla donna da quanto fossero sposati, e lei mi rispose: «Da circa sette anni».
Le dissi: «Non mentirmi! Puoi ingannare chiunque ma non me... voi non siete sposati!».
Rimase sconvolta. Un estraneo, con cui non aveva mai parlato... che si era limitato a osservare; mi chiese come l’avessi capito.
Dissi: «Non è una gran scoperta, è qualcosa di elementare. Se fosse tuo marito, saresti fortunata se, una volta scomparso, ricomparisse alla stazione d’arrivo!».
Disse: «Non mi conosci, né io conosco te. Ma ciò che dici è vero. È il mio amante, un amico di mio marito».
Commentai: «In questo caso è tutto chiaro!».

Che cosa va storta tra i mariti e le mogli, persino dopo un matrimonio d’amore? Il fatto è che non si tratta d’amore, e tutti l’hanno accettato, come se conoscessero cos’è l’amore: è pura e semplice lussuria. Ben presto vi ritroverete stanchi l’uno dell’altro. La biologia vi ha ingannati per rispettare il proprio programma biologico, finalizzato alla procreazione, e nel giro di pochissimo non trovate più nulla di nuovo: la stessa faccia, la stessa geografia, la stessa topografia. Quante volte l’avete esplorata? A causa del matrimonio il mondo intero vive nella tristezza, eppure tutti restano ancora inconsapevoli della causa.
L’amore è uno dei fenomeni più misteriosi che esistano. Ed è dell’amore che Almustafà sta parlando: se non si tratta di lussuria non potrete annoiarvi.

Almustafà dice: Lasciate che vi sia spazio nella vostra unione.

State insieme, ma non cercate di dominarvi, non cercate di possedervi e non distruggete l’individualità dell’altro.
Purtroppo è ciò che viene fatto, ovunque. Perché mai la donna dovrebbe prendere il nome dell’uomo? Ha un suo nome, ha una sua individualità. Pensate a un uomo che prende il nome della donna: nessun uomo lo farà mai.
Perché la donna dovrebbe andare a vivere nella casa dell’uomo? Perché non dovrebbe essere l’uomo a vivere nella casa della donna?
Ogni tanto accade che un uomo si sposi a condizione di andare a vivere nella casa della moglie, perché i genitori di lei sono anziani e non hanno altri figli che si prendano cura di loro. Ma ci avete fatto caso? Quando un uomo va a vivere nella casa della moglie, viene biasimato da tutti. Viene deriso, come se avesse perso la sua virilità... mentre nessuno deride la donna.
Il mio consiglio è questo: nel momento in cui un uomo e una donna decidono di vivere insieme, dovrebbero avere ciascuno la propria casa. Nessuno dovrebbe andare nella casa dell’altro, perché nell’attimo stesso in cui qualcuno va a casa di qualcun altro diventa inevitabilmente uno schiavo, e gli schiavi non possono essere felici. Hanno perso la loro integrità, la loro individualità. Hanno venduto se stessi.

Se vivete insieme, lasciate che vi sia spazio... se il marito torna a casa tardi, non occorre che la moglie lo interroghi su dove è stato, sul perché è in ritardo. Egli ha diritto alla propria libertà, è un individuo libero. Siete due individui che vivono insieme e nessuno invade lo spazio dell’altro. Se la moglie torna tardi, non è necessario chiederle dove è stata. Chi sei per farlo? Lei ha la propria libertà, il proprio spazio.
Purtroppo questo accade ogni giorno, in tutte le case: la gente litiga per inezie, ma in profondità l’elemento della discordia è che nessuno è pronto a lasciare che l’altro abbia il proprio spazio, la propria libertà.
Le cose che piacciono possono essere diverse. A tuo marito può piacere qualcosa, a te qualcos’altro. Questo non vuol dire che dobbiate iniziare a litigare perché, in quanto marito e moglie, dovreste avere le stesse preferenze.
E poi, tutti questi interrogatori... ogni marito, quando torna a casa, rumina nella mente le stesse domande: «Cosa mi chiederà? Come risponderò?». E la donna sa già cosa chiederà e cosa il marito le risponderà, e sa che tutte quelle risposte sono false, inventate. Il marito la sta ingannando...
Che amore è mai questo: sempre sospettoso, sempre timoroso, vittima di qualche gelosia? Se tua moglie ti vede con un’altra donna – anche se state solo ridendo o chiacchierando – è sufficiente per litigare tutta la notte. E tu ti penti della tua scelta: questo è troppo... solo per aver riso un po’ con qualcun altro! E se il marito vede la moglie con un altro uomo e lei si rivela più allegra, più felice, è sufficiente per creare agitazione, scompiglio nel suo animo.
La gente è inconsapevole del fatto che non sa assolutamente cosa sia l’amore. L’amore non sospetta mai, non è mai geloso. L’amore non interferisce mai nella libertà dell’altro. L’amore non impone mai nulla all’altro. L’amore dona libertà, e la libertà può esistere solo se nell’essere insieme esiste spazio.
Questa è la bellezza di Kahlil Gibran... è un’intuizione importantissima. In amore si dovrebbe essere felici di vedere che la propria donna è felice con qualcun altro, perché l’amore vuole che la sua donna sia felice; l’amore vuole che il marito sia felice, quindi se sta parlando con un’altra donna ed è felice, la moglie dovrebbe essere contenta, non è il caso di sollevare discussioni.
Due persone stanno insieme per rendere più felici le loro esistenze, invece accade l’esatto opposto. Sembra che tutte le mogli e tutti i mariti stiano insieme per rendersi reciprocamente infelici, per rovinarsi a vicenda la vita. Il motivo è questo: essi non comprendono neppure il significato dell’amore.

Lasciate che vi sia spazio nella vostra unione... non è affatto una contraddizione. Più spazio vi date a vicenda, più sarete insieme. Più libertà vi concedete, più sarete intimamente uniti. E non sarete nemici intimi, ma amici intimi!

E lasciate che tra voi danzino i venti dei cieli. Questa è una legge fondamentale dell’esistenza: stare troppo insieme, non lasciare alcuno spazio per la libertà, distrugge il fiore dell’amore. Lo si schiaccia, non gli si lascia lo spazio per crescere.
Da tempo gli scienziati hanno scoperto che gli animali hanno un territorio, delimitano un loro spazio vitale. Avrai visto i cani che fanno pipì sui pali, pensi che sia inutile? Non lo è affatto: stanno tracciando dei confini: «Questo è il mio territorio». L’odore dell’urina impedirà a tutti gli altri cani di entrare in quello spazio: finché gli altri cani restano anche solo a un passo di distanza, verranno ignorati, se superano quei confini scoppiano subito delle zuffe.
Tutti gli animali selvatici fanno la stessa cosa. Persino un leone non ti farà nulla, se non superi i confini del suo territorio, ti considera un gentleman! Se però entri nel suo regno, non importa chi sei, verrai ucciso.
Ancora non abbiamo scoperto questa stessa esigenza di spazio vitale negli esserei umani: di certo l’avrai percepita, ma non è ancora stata stabilita su basi scientifiche. Se usi un treno locale per andare a Bombay, lo troverai così affollato... la gente è tutta in piedi, pochissimi riescono a trovare un posto per sedersi. Ma osserva le persone che stanno in piedi: anche se sono strette le une alle altre, fanno di tutto per non toccarsi.
Man mano che il mondo sarà sempre più sovrappopolato, aumenterà la gente che impazzisce, che si suicida, che compie omicidi, per il semplice motivo che non trova un proprio spazio vitale.
Gli amanti, quanto meno, dovrebbero essere abbastanza sensibili: la moglie ha bisogno del proprio spazio e così il marito.
Uno dei libri che amo di più è una delle ultime opere poetiche di Rabindranath Tagore, “Akhari Kavita” (“L’ultimo poema”). Non si tratta di una raccolta di poesie, ma di un racconto, sebbene strano, estremamente profondo e ricco di intuizioni.
Una giovane donna e un uomo si innamorarono e, come accade sempre, volevano sposarsi subito. La donna pose solo una condizione... era molto istruita, molto sofisticata, molto ricca. E l’uomo le disse: «Accetto qualsiasi tua condizione, ma non posso vivere senza di te».
Lei replicò: «Prima di tutto ascolta la mia condizione, poi pensaci. Non è una condizione qualsiasi... non dovremo vivere nella stessa casa. Io possiedo una grandissima proprietà e un lago bellissimo circondato da alberi, giardini e prati: ti farò costruire una casa sull’altra sponda, proprio di fronte a quella in cui vivo io».
L’uomo commento: «Ma così che senso ha sposarsi?».
La donna spiegò: «Sposarsi non significa distruggersi a vicenda. Io ti dono uno spazio tuo, e conservo il mio. Una volta ogni tanto, camminando in giardino potremo incontrarci. Una volta ogni tanto, mentre andiamo in barca sul lago, potremo incontrarci... per caso! Oppure, ogni tanto potrò invitarti a prendere un tè da me, oppure tu potrai invitare me».
L’uomo disse: «Questa idea è semplicemente assurda!».
Al che la donna concluse: «Allora scordati il matrimonio. Questa è la sola idea giusta, solo così il nostro amore potrà continuare a crescere, perché noi resteremo sempre freschi e nuovi l’uno agli occhi dell’altra; non ci daremo per scontati... io conserverò il diritto di rifiutare un tuo invito, e tu conserverai la libertà di rifiutare il mio: in nessun modo le nostre libertà verranno intaccate. E tra queste due libertà cresce lo splendido fenomeno dell’amore».
Ovviamente l’uomo non poté comprendere e rinunciò all’idea di sposarsi a quella condizione.

Ma anche Rabindranath rivela la stessa intuizione di Kahlil Gibran... ed essi scrissero praticamente nello stesso periodo.
Se questo è possibile – se riuscite ad avere spazio e intimità al tempo stesso – allora tra voi danzeranno i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore.

L’amore dovrebbe essere un dono dato e preso in libertà, ma non dovrebbe esistere alcuna pretesa. Altrimenti, ben presto vi ritroverete insieme eppur lontani e remoti come le stelle.
Nessuna comprensione vi avvicinerà più: non avete lasciato lo spazio necessario per costruire un ponte che vi colleghi.

Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime... non fatene una cosa statica, non fatene una routine: Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

Se potete avere al tempo stesso la libertà e l’amore, non avrete bisogno più di altro. Avrete ottenuto ogni cosa, tutto ciò per cui si vive vi sarà stato dato.



– da “Con te e senza di te” di Osho



sabato 12 febbraio 2011

Il respiro consapevole - Eckhart Tolle



Scoprite lo spazio interiore creando degli intervalli nel flusso dei pensieri. Senza questi intervalli, il vostro pensiero diventa ripetitivo, non ispirato, privo di ogni scintilla creativa, come è tuttora per la maggior parte delle persone sul pianeta.

Non avete bisogno di preoccuparvi della durata di questi intervalli, pochi secondi basteranno. A poco a poco aumenteranno da soli, senza alcuno sforzo da parte vostra. Più che la loro lunghezza è importante farli accadere frequentemente, cosi che le vostre attività giornaliere e il flusso dei vostri pensieri si alternino con lo spazio.

Recentemente qualcuno mi ha mostrato il programma annuale di una vasta organizzazione spirituale. Mentre lo esaminavo, ero colpito dalla grande scelta di interessanti seminari e gruppi di lavoro. Mi ricordava uno smorgasbord, uno di quei buffet scandinavi dove si può scegliere tra un enorme varietà di cibi abbondanti. Quella persona mi chiese se potevo raccomandargliene uno o due. “Non so” dissi. “Questi seminari sembrano tutti molto interessanti. “Ma una cosa so di sicuro” aggiunsi. “Rimani consapevole del tuo respiro più spesso che puoi, ogni volta che te ne ricordi. Fai questo per un anno e ciò produrrà una trasformazione più potente che non la partecipazione a tutti questi corsi. E non costa niente”.

Essere consapevoli del respiro sposta l’attenzione dai pensieri e crea spazio. È un modo di generare consapevolezza. Sebbene la pienezza della coscienza esista già in forma non manifestata, siamo qui per portare la coscienza in questa dimensione.

Siate consapevoli del respiro. Fate attenzione alla sensazione del respiro. Sentite l’aria che entra ed esce dal corpo. Osservate come il petto e l’addome si espandono e si contraggono leggermente con l’inspirazione e l’espirazione. Un respiro consapevole è sufficiente a creare spazio li dove prima c’era un interrotta successione di un pensiero dopo l’altro. Un respiro consapevole, due o tre sarebbe ancora meglio, molte volte al giorno, è un modo eccellente per portare spazio nella vostra vita.

Anche se meditate sul respiro per due ore o più, cosa che alcuni hanno fatto, un solo respiro è tutto ciò di cui avete bisogno per essere consapevoli o meglio, tutto ciò di cui potete essere consapevoli. Il resto è memoria o anticipazione, cioè pensiero.

Il respirare non è in realtà qualcosa che si fa, ma qualcosa che si può osservare mentre accade. Il respirare accade da solo. È l’intelligenza interna del corpo che lo fa. Tutto quello che dovete fare è osservarlo mentre accade. Non implica alcuno sforzo o tensione. Fate attenzione, inoltre, alla breve pausa nel respiro, in particolare al punto di quiete alla fine dell’espirazione, prima dell’inizio di una nuova inspirazione.

In molte persone il respiro è innaturalmente superficiale. Quanto più sarete consapevoli del respiro, tanto più questo ritroverà la sua naturale profondità. Poiché il respiro in se non ha forma, è stato fin dall’antichità considerato uguale allo spirito: l’unica Vita senza forma. “Allora il Signore Dio modello l’uomo con la polvere del terreno e soffio nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente”.

La parole respiro in tedesco, Atmen, deriva dall’antica parola indiana (sanscrita) Atman, il cui significato è lo spirito divino innato o Dio dentro di noi.

Il fatto che il respiro non abbia forma è una delle ragioni per cui la consapevolezza del respiro è un modo straordinariamente efficace di portare spazio nella vostra vita, di generare consapevolezza. È un eccellente oggetto di meditazione proprio perché non è un oggetto, non ha struttura né forma. L’altro motivo è che il respiro è uno dei fenomeni più sottili e apparentemente più insignificanti. “La cosa più piccola” che, secondo Nietzsche, crea “la più grande felicità”.

Praticare o meno la consapevolezza del respiro come forma di meditazione vera e propria è una vostra scelta. La meditazione praticata regolarmente, comunque, non è un sostituto del portare la coscienza dello spazio nella vita di ogni giorno.

Essere consapevoli del vostro respiro vi costringe a stare nel momento presente, che è la chiave di tutte le trasformazioni interiori. Ogni volta che siete consapevoli del respiro, siete assolutamente presenti. Potete anche rendervi conto che non potete pensare e, allo stesso tempo, essere consapevoli del vostro respiro. Il respiro cosciente ferma la mente. Ma lungi dall’essere in trance o mezzo addormentati, siete completamente svegli e totalmente vigili. Non state cadendo al di sotto del pensiero, ma vi state elevando sopra di esso. E se guardate più attentamente troverete che queste due cose, arrivare pienamente nel presente e smettere di pensare senza perdere consapevolezza, sono in realtà una sola e unica cosa, il sorgere della coscienza nello spazio.



- tratto dal libro “Un Mondo Nuovo” -


http://animeradianti.com/eckhart-tolle-il-respiro-consapevole/


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...