venerdì 28 gennaio 2011

Non nascita e non morte



di Thich Nhat Hanh

Una signora che era qui con noi ieri è dovuta partire perché le è morta la madre. Credo che le sarebbe piaciuto molto restare con noi e condividere il discorso di Dharma, ma lo ascolterete anche per lei. Quando una persona che ci è molto cara muore non sappiamo dove andrà, e non sappiamo se la incontreremo ancora in futuro, da qualche parte. Nell'insegnamento del Buddha si parla di non venire e non andare. Si tratta di un modo profondo di vedere se quella persona cara è ancora con noi o non c'è più.
Faremo ora insieme un esercizio sul non andare e non venire. L'altro giorno ho detto che nel buddhismo si preferisce la parola manifestazione piuttosto che creazione; quando facciamo il gesto di accendere un fiammifero in realtà non siamo noi ad accendere la fiamma, ma piuttosto la aiutiamo a manifestarsi. Se si guarda profondamente in questa scatola di fiammiferi, potremo vedere che la fiamma c'è già, non la vediamo davvero, ma sappiamo che la fiamma c'è ed aspetta solo di manifestarsi.
Tutte le condizioni sono già sufficienti tranne una, e l'ultima è il movimento della mia mano. Già da ora possiamo parlare alla fiamma e dirle: "Per favore, fiamma, manifestati". Se non ci fosse, non potremmo parlarle così. Per piacere, aiutatemi a parlare alla fiamma ed ecco la risposta della fiamma: vedete, la fiamma si è manifestata, starà un pochino con noi e poi se ne andrà.
Ora parliamo di nuovo alla fiamma: "Cara fiamma, da dove sei venuta? Dove sei andata, mi manchi tanto". Nello stesso modo una persona che ci è molto cara si è manifestata ad un certo punto della nostra vita e poi è andata via. Crediamo che prima che apparisse non esisteva, e che dopo la sua scomparsa non esiste più perché abbiamo la nozione di essere e non essere. Qualifichiamo il prima della manifestazione come non essere e la manifestazione come essere. Poi, dopo la cessazione della manifestazione, è di nuovo un non essere. Secondo il Buddha questi due concetti non possono essere applicati alla realtà. Prima che la fiamma si manifesti non si può chiamarla "non essere", e quando si manifesta è sbagliato considerarla "essere". Infine quando la manifestazione cessa di nuovo sbagliamo dicendo che non è.
Secondo il Buddha, quindi, la natura della fiamma non è né essere, né non essere. La vera natura della fiamma è libera dalla nozione di essere e non essere. Nell'insegnamento del Buddha, "essere e non essere non è questo il problema". Nirvana è l'assenza di tutte le idee, comprese quella sull'essere e non essere. Chiediamo allora alla fiamma: "Da dove sei venuta?", e se ascoltiamo profondamente la fiamma ci dirà: "Caro amico, non sono venuta da nessun luogo, quando le condizioni sono sufficienti mi manifesto. E andrò ovunque, non importa dove, quando le condizioni non saranno sufficienti. Cesserà la manifestazione, ma non andrò da nessuna parte".
Possiamo comprendere l'affermazione fatta dalla fiamma e possiamo comprendere che la natura della fiamma non è né andare né venire. La realtà è libera dalle nozioni di essere, non essere, andare e venire.
Quando ci capita di perdere qualcuno molto vicino, vi prego, praticate nel modo suggerito dal Buddha. Potrete toccare davvero la sua presenza se eliminerete le nozioni di essere e non essere, andare e venire. Una volta ho fatto un discorso di Dharma a Plum Village e negli occhi dei bambini ho letto che avevano compreso questo essere e non essere, non andare e non venire. Se i bambini prestano attenzione, possono anche loro comprendere i discorsi di Dharma. Chiediamo alla fiamma di manifestarsi, inspiriamo ed espiriamo con attenzione ed aiutatemi a chiedere alla fiamma di manifestarsi: "Cara fiamma, per favore manifestati." Proviamo ad accendere una candela: la fiamma è la stessa di quella di prima o è diversa? Non rispondete subito, prima dobbiamo praticare il guardare profondamente. È la stessa o sono diverse?
Il Buddha ci direbbe che non sono né la stessa né sono diverse, perché la realtà trascende le idee di stesso e diverso. Se lasciamo la candela una mezz'ora e poi torniamo, vedremo che la fiamma è ancora lì e la fiamma sarà la stessa, o meglio pensiamo che la fiamma sia la stessa, ma se guardiamo profondamente vedremo che ogni fiamma ha il suo ossigeno con cui bruciare, il suo combustibile di cui vivere, e se guardiamo ancor più profondamente vedremo che c'è una successione di fiamme, che non è la stessa fiamma che ha una certa durata, ma è piuttosto la successione di una moltitudine di fiamme.
Immaginiamo che qualcuno al buio tenga una torcia in mano e con quella luce disegni un cerchio: se non siamo molto lontani dalla persona avremo l'impressione che sia un cerchio di fuoco, mentre non è affatto un cerchio di fuoco quanto il susseguirsi del movimento a darci l'impressione di un cerchio di fuoco. Allo stesso modo, se abbiamo una cinepresa, possiamo fare un esperimento analogo: con la successione di tanti fotogrammi daremo l'impressione del movimento. Ma guardando profondamente potremo vedere la successione di una moltitudine di immagini. Quindi pensare che la fiamma sia la stessa è un'illusione ottica, ma anche dire che sono fiamme diverse, che non hanno collegamento tra loro, non è corretto. Con la pratica del guardare in profondità si può dire che la natura della fiamma non è né di essere la stessa né di essere diversa. Ora, per non dimenticare, abbiamo bisogno che qualcuno scriva sulla lavagna queste parole: "Non andare, non venire; non essere, non non essere; non uguale e non diverso". Crediamo che la fiamma sia nata quando Thay l'ha accesa e che sia morta quando Thay l'ha spenta, quindi abbiamo ancora una nozione di nascita e morte. All'inizio di questo discorso vi ho invitato a pensare ai fenomeni come a qualcosa che si manifesta e non a qualcosa che nasce.
Guardiamo questo foglio di carta e pensiamo che sia venuto fuori dal nulla. Perché nella nostra mente nascere significa che da niente diventiamo qualcosa. Nascere significa che da nessuno diventiamo qualcuno. Nascere significa che da non essere diventiamo essere. Percezioni sbagliate. Questo foglio di carta prima di essere foglio di carta era già qualcosa? Guardando profondamente dentro il foglio di carta possiamo vedere la presenza di alberi, di foreste, del sole, dell'acqua. Tutto in un foglio di carta. E quindi è facile vedere che prima di essere foglio di carta era già qualcosa. Sarebbe sbagliato dire che il foglio di carta è venuto dal nulla, quella nella quale ora lo vediamo è solo una nuova manifestazione. Prima di nascere come foglio di carta, già era stato albero, pioggia, sole, e il momento che noi crediamo sia quello della nascita in realtà è solo una continuità. Il giorno del nostro compleanno è più appropriato cantare: "Buona continuazione", anziché: "Buon compleanno". Vorrei chiedere a questo bambino quando è nato. Prima di quella data esistevi già? "Sì". Quindi, se esistevi già qual è il significato di nascere? Lo chiediamo a questa bambina. Esistevi prima di essere nata? "No". E se non esistevi già, come hai fatto a nascere da tua madre?
Alcuni mesi prima che tu nascessi, la mamma già ti sentiva, eri già lì, quindi la data che è sul tuo certificato di nascita non è esatta. E prima del concepimento esistevi già? Almeno per il 50% nella tua mamma e il 50% in tuo padre. Guardando in questo modo scoprirai che ci sei sempre stata, e che la tua vera natura è la natura di non nascita. I nostri amici di tradizione cristiana non credono che Gesù non esistesse prima del concepimento. Era già lì prima di nascere. E nel suo insegnamento, anche dopo la crocifissione, ha continuato ad essere. La sua natura è di non morte: non solo il Cristo e il Buddha hanno la natura di non nascita e di non morte, ma tutti noi.
Lo scienziato francese Lavoisier disse: "Nulla nasce e nulla muore", non conosceva il buddhismo, ma ha detto la stessa cosa del Sutra del cuore che abbiamo cantato stamane. Facciamo un esperimento: proviamo a bruciare questo foglio di carta e vediamo se diventa niente, perché secondo la nostra mente quando qualcosa nasce poi muore e da niente diventa qualcosa per diventare poi di nuovo niente. Il foglio di carta bruciato è niente. No, questo non è niente, si è trasformato in qualcosa di diverso, prima in fumo che è salito in cielo e ha raggiunto una nuvoletta: possiamo guardare il cielo e salutare il foglio di carta bruciato. Ma si è anche trasformato in calore, quasi bruciava le mie dita e quel calore è penetrato nel mio corpo e nel vostro. E così quando tornerete a casa, porterete quel foglio con voi.
Uno di voi può portare questa cenere in un campo e magari il prossimo anno quando tornerò per un altro ritiro la troverò trasformata in fiore. Quindi il momento della morte del foglio di carta non è altro che un momento di continuazione. Per lo stesso motivo non dovremmo essere tristi quando qualcuno muore, perché la sua morte è un momento di continuazione. Non solo durante un compleanno possiamo cantare: "Buona continuazione", ma anche nel momento in cui uno muore. È un momento di un nuovo inizio, e se noi guardiamo con gli occhi del Buddha non possiamo sentire tanta disperazione. Se guardiamo in cielo possiamo vedere tante belle nuvole e quando viene il tempo in cui dovranno trasformarsi in poggia, la nuvola non avrà paura. Essere una nuvola che si muove nel cielo, ma alla stesso modo essere la pioggia che cade sulla terra è ugualmente una cosa meravigliosa. Se noi vogliamo vedere solo la nuvola, piangeremo quando si trasformerà in pioggia, e perciò in meditazione guardiamo profondamente per vedere la nuova manifestazione dei nostri cari, e allora potremo dire loro: "So dove siete e cercherò di identificare la vostra nuova manifestazione".
Il Buddha disse: "Se guardi in profondità nella tua vera natura scoprirai che la tua vera natura è di non nascere e di non morire, non venire e non andare, non uguale e non diverso, non essere e non non essere. Se riuscirai a vedere la tua vera natura, allora sarai libero dalla sofferenza."
Nel buddhismo esiste un termine che molti non comprendono: nirvana. Nirvana significa estinzione, ovvero estinzione di tutte le idee e di tutti i concetti, dell'idea di andare, venire, essere e non essere. Perciò dovremmo praticare abbastanza in modo da guardare in profondità e riconoscere la nostra vera natura.

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Lo scopo della pratica è di liberarci dalla sofferenza, ma il più grande sollievo è di toccare la nostra vera natura di non nascere e non morire. Ecco perché non dovremmo essere troppo indaffarati nella vita quotidiana, ma trovare sempre il tempo di praticare questo meraviglioso insegnamento del Buddha che ne costituisce la crema, il nettare; sarebbe un terribile spreco non riuscire a praticarlo.
Al tempo del Buddha, c'era un praticante di nome Anathapindika che era un uomo d'affari molto generoso sia dal punto di vista delle risorse materiali che delle energie che metteva al servizio dei più deboli e poveri. La gente nel suo paese lo amava, tanto che gli aveva dato questo nome che significa "colui che si prende cura degli emarginati". Un giorno si recò nel boschetto di bambù dove il Buddha meditava e gli chiese di accettarlo come suo discepolo e poi lo invitò a recarsi nel suo paese, Kosala. E quando il Buddha accettò, egli tornò felice nel suo paese per trovare un luogo degno di ospitare il Buddha e i suoi discepoli, trovò il palazzo di un principe il quale fu contento di metterlo a disposizione del Buddha e dei suoi discepoli come centro di pratica. Poi l'uomo d'affari con sua moglie e i tre figli presero i cinque meravigliosi addestramenti di consapevolezza e praticarono insieme al Buddha. Cinque anni dopo, Anathapindika si ammalò gravemente e il Buddha personalmente andò a trovarlo a casa, dopodiché chiese al suo discepolo più anziano, Sariputra, di prendersi cura di quell'uomo. Sariputra era intimo amico di Anatapindika perché quando quest'ultimo aveva invitato il Buddha nella sua terra lo aveva aiutato ad organizzare l'accoglienza. Sariputra chiese al venerabile Ananda, suo fratello di Dharma, di accompagnarlo a far visita al morente.
Anatapindika fu felice di vedere arrivare i due monaci al suo capezzale, ma era talmente debole da non riuscire a mettersi a sedere e allora Sariputra disse: "Caro amico, non devi metterti a sedere, noi prenderemo due sedie e ci siederemo accanto a te per parlare".
Dopo essersi seduto Sariputra chiese: "Caro amico, come stai? Il dolore del corpo sta diminuendo o sta crescendo?" "Caro venerabile Sariputra, il dolore del mio corpo non sembrerebbe proprio diminuire, sta aumentando piuttosto." Shariputra allora propose la meditazione delle tre Rimembranze: la rimembranza del Buddha, la rimembranza del Dharma e la rimembranza del Sangha.
Sariputra era uno dei discepoli più intelligenti del Buddha, egli sapeva che per più di venti anni Anatapindika aveva provato piacere ad essere al servizio del Buddha, del Dharma e del Sangha e perciò sapeva bene che praticare le tre rimembranze avrebbe annaffiato i semi della gioia e dunque propose proprio questo esercizio. Immaginate i due monaci seduti al capezzale di quest'uomo che praticano la meditazione guidata. Dopo circa otto minuti i dolori diminuirono e il sorriso ricomparve sul suo viso. Dobbiamo ricordare l'esperienza di Sariputra quando sediamo accanto a qualcuno gravemente ammalato, così da annaffiare i semi della gioia e dare sollievo alla sua mente ed al suo corpo. Subito dopo, Sariputra invitò Ananda e Anatapindika a continuare una meditazione sui sei organi di senso:

"Questi occhi non sono me,
io non sono preso da questi occhi;
questo corpo non sono io,
io non sono preso da questo corpo;
questa coscienza mentale non è me,
io non sono preso da questa coscienza mentale."


Dovete sapere che i sei organi di senso, ossia i cinque sensi più la mente, si manifestano quando le condizioni sono sufficienti e se noi ci identifichiamo con loro, la disintegrazione del corpo diventa molto dolorosa. Perciò non dobbiamo identificarci con i sei organi di senso che includono la coscienza mentale e il corpo. In questo modo potremo cancellare tutta la paura che si prova in punto di morte.
C'è una pratica che dice:

"L'elemento terra non è me,
io non sono racchiuso dall'elemento terra;
l'elemento acqua non è me,
io non sono limitato dall'elemento acqua;
l'elemento fuoco, il calore in me, non è me,
io non sono limitato dall'elemento fuoco;
l'elemento aria non è me,
io non sono limitato dall'elemento aria".


Quando le condizioni sono sufficienti, allora il corpo si manifesta, ma il corpo non viene e non va da nessuna parte. Prima della manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. Dopo la cessazione della manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. La natura del corpo e anche della nostra mente è la natura della non nascita, non morte, non andare, non venire. Ed è proprio questo insegnamento del non nascere, non morire, non andare, non venire che abbiamo imparato all'inizio del discorso di Dharma.
Quando arrivò a questa pratica, le lacrime iniziarono a scendere lungo le guance di Anatapidika e Ananda, sorpreso, gli chiese che cosa gli stesse succedendo: "Perché piangi, hai dei rimpianti?" "No, venerabile Ananda, non ho nessun rimpianto." "Oppure non hai praticato con successo la meditazione guidata?" "No, venerabile, ho praticato la meditazione guidata con molto successo" "E allora, perché piangi?" "Piango perché sono commosso, ho praticato il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha per più di trent'anni, ma non ho mai provato una pratica così meravigliosa come quella fattami provare oggi dal venerabile Sariputra". Al che Ananda replicò: "Caro amico, questo insegnamento il Buddha lo impartisce a noi monache e monaci tutti i giorni". Anatapitika disse: "Per favore, va e riferisci che è vero che ci sono persone che non praticano l'insegnamento dell'essere e non essere, non andare e non venire, non nascere e non morire, ma ce ne sono tante altre però che amano molto praticarlo. Chiedo quindi che il Buddha offra questo insegnamento anche ai laici e non solo ai monaci." Fu questa l'ultima frase pronunciata da Anatapidika prima di morire in pace.
Questa storia si trova nel libro appena tradotto: "I canti di Plum Village", nella parte dedicata agli insegnamenti per l'uomo moderno. Per favore, prendetene visione; il mio consiglio è di non essere troppo indaffarati nella vita quotidiana. Dovremmo avere il tempo per praticare ogni giorno questi insegnamenti, perché, se veramente pratichiamo liberandoci della paura, la nostra felicità aumenterà centinaia di volte, e se sediamo accanto ad una persona in fin di vita senza paura potremo davvero aiutarla a non aver paura.



Thich Nhat Hanh, 1° novembre 2000, Castelfusano (Roma).

Trascrizione del discorso di chiusura del ritiro di Castelfusano.
La prima parte è l'insegnamento che Thich Nhat Hanh ha rivolto ai bambini presenti al ritiro.

Dal sito "Essere Pace": http://www.esserepace.org/testi/011100.html


mercoledì 19 gennaio 2011

Tutto l’universo obbedisce all’amore




Tutto l’universo obbedisce all’amore - Franco Battiato


Rara la vita in due fatta di lievi gesti
e affetti di giornata, consistenti o no,
bisogna muoversi come ospiti pieni di premure
con delicata attenzione per non disturbare...

ed è in certi sguardi
che si vede l’infinito

Stridono le auto come bisonti infuriati,
le strade sono praterie...
accanto a grattacieli assolati,
come possiamo tenere nascosta la nostra intesa

ed è in certi sguardi
che s’intravede l’infinito

Tutto l’universo obbedisce all’amore,
come puoi tenere nascosto un amore.
Ed è così
che ci trattiene nelle sue catene
tutto l’universo obbedisce all’amore

Come possiamo
tenere nascosta la nostra intesa
ed è in certi sguardi
che si nasconde l’infinito

Tutto l’universo obbedisce all’amore,
come puoi tenere nascosto un amore.
Ed è così
che ci trattiene nelle sue catene
tutto l’universo obbedisce all’amore...


venerdì 7 gennaio 2011

Risvegliarsi è smettere di sognare



– da “Psicomagia. Una terapia panica”
di Alejandro Jodorowsky


Sogno lucido, sogno terapeutico, sogno saggio, sogno umile, sogno generoso... Cos’è per te l’ultimo dei sogni, il nec plus ultra onirico?

Il sogno magico, creativo. In tutti questi anni di esplorazione onirica, ne ho fatto uno solo; eccolo:

Sono nella mia camera da letto. Appoggiandomi nell’aria con i palmi delle mani, spicco il volo. Decido di sentire tutta la potenza della mia voce. Lascio che il canto fuoriesca, emetto con forza incredibile alcuni suoni che superano di gran lunga gli acuti da opera lirica. Non devo sforzarmi per tirare fuori la voce: la invoco e viene. Non devo fare altro che lasciarla uscire dalla bocca per scoprirla viva e magica... Profondamente emozionato, sento che mi sto aprendo a una dimensione interiore finora sconosciuta. Del tutto ludico, apro gli occhi e mi sveglio: il cuore mi batte all’impazzata. Senza muovermi, richiamo alla memoria tutti i particolari del sogno. D’improvviso sento un canto, né vicino né lontano. Non proviene da una voce umana, ma non per questo smette di avere una sonorità umana: è come se l’intero quartiere di una città si fosse messo a cantare. Quel canto sembra provenire da un’altra dimensione. Dico a me stesso che sono ancora mezzo addormentato e devo osservare più lucidamente ciò che sta accadendo. Il fenomeno si ripete e mi abbandono all’ascolto, anche se il carattere assolutamente inedito dell’esperienza mi ha alterato il battito cardiaco. Da una parte, mi sento vittima di un’allucinazione; dall’altra, mi sembra che si stia aprendo uno spiraglio verso quello che potremmo chiamare non il terzo occhio ma il terzo udito, quello del “chiaroascolto”... Mi addormento profondamente e, in sogno, mi vedo in una via di Montmartre. Cammino mormorando: “Era una voce divina, la voce di una dea. Non proveniva da un essere umano ma dalla realtà stessa. Proveniva dalle strade, dalle case, dall’aria...”.


Formidabile. Ma torniamo a quel sogno che si chiama realtà: è possibile, come affermano alcuni saggi, vedere la propria vita come un sogno dal quale ci si dovrebbe svegliare?

Direi piuttosto che quel sogno inconscio che è la nostra vita deve diventare un sogno lucido. Ci fu un tempo in cui, prima di addormentarmi, avevo l’abitudine di passare in rassegna tutti gli avvenimenti del giorno. Visualizzavo il film della mia giornata, prima dalla mattina alla sera, e poi al contrario, secondo il consiglio di un antico libro di magia. La pratica della “retromarcia” mi permetteva di distanziarmi dagli eventi della giornata. Dopo aver analizzato, giudicato e preso posizione una prima volta, ripassavo il giorno in senso inverso e allora mi trovavo distante. La realtà, captata in questo modo, acquistava il carattere di un sogno lucido. Mi sono reso conto che anch’io, come tutti, in buona misura, sognavo la vita! Passare in rassegna la mia giornata di sera equivaleva alla pratica di ricordare i miei sogni di mattina.
Il mero fatto di ricordare un sogno equivale a organizzarlo. Non vedo il sogno intero ma solo alcuni particolari che ho selezionato. Analogamente, nel ripercorrere le ultime ventiquattr’ore, non rivivo tutti i fatti del giorno ma solo quelli che ho trattenuto. Questa selezione costituisce già una sorta di interpretazione sulla quale, in seguito, fondo i miei giudizi e i miei apprezzamenti. Per essere più coscienti di questa situazione, possiamo cominciare con il distinguere la nostra percezione del giorno dalla sua realtà oggettiva. Quando saremo in grado di non confonderle più, potremo assistere come spettatori allo sviluppo della giornata, senza lasciarci influenzare da giudizi o valutazioni. In veste di testimoni, si può interpretare la vita come si interpreta un sogno.

[...]

Posto che sogniamo la nostra vita, dobbiamo interpretarla e scoprire ciò che sta tentando di dirci, i messaggi che intende trasmetterci, fino a trasformarla in un sogno lucido. Una volta acquisita la lucidità, saremo liberi di intervenire sulla realtà sapendo che, se ci limitiamo a occuparci dei nostri desideri egoistici, saremo travolti, perderemo l’imparzialità di giudizio, il controllo e, di conseguenza, la possibilità di compiere un atto vero. Per poterci divertire comportandoci in questo modo, dobbiamo farci coinvolgere sempre meno sia dal sogno notturno sia da quello diurno che chiamiamo vita.


Questo distanziamento che non impedisce né l’azione né la compassione, ma non ammette né desiderio né pietismo, assomiglia molto alla saggezza.

Certo! A che cosa ti serve vivere con i tuoi sogni e fare uno sforzo per cercare di ottenere la lucidità, se non per trovare la saggezza? La realtà è un sogno nel quale dobbiamo lavorare per poter passare progressivamente dal sogno inconscio, sprovvisto di qualsiasi lucidità – che può sempre trasformarsi in incubo –, a quello che io chiamo “sogno saggio”.


E il Risveglio? Le tradizioni spirituali parlano di coloro che si sono risvegliati...

Risvegliarsi è smettere di sognare. In altre parole, è sparire da questo universo onirico per trasformarsi nella persona che lo sogna.




venerdì 24 dicembre 2010

Il sole è nuovo ogni giorno



“La giovinezza è una qualità dell’essere”

Questa è una delle massime più profonde di Eraclito.

Il sole è nuovo ogni giorno. La fame è nuova ogni giorno. L’amore è nuovo ogni giorno. La vita è nuova ogni giorno.

Dire “ogni giorno” non è esatto: ogni movimento, ogni gesto, ogni momento, ogni cosa è nuova. Da dove viene allora il vecchio? Perché ti annoi? Se ogni cosa è nuova e non puoi entrare nello stesso fiume, e se non puoi rivedere la stessa alba; se ogni cosa è così nuova e fresca, perché dunque ti annoi e muori? Perché non vivi in funzione dell’armonia interiore. Vivi in funzione della mente. La mente è vecchia.

Ogni sole è nuovo, ogni mattino è nuovo, ogni fame è nuova, ogni sazietà: ma la mente è vecchia.

La mente coincide col passato, la mente è memoria accumulata. E se guardi attraverso la mente, questa porta con sé vecchiaia e morte per tutte le cose: ogni cosa sembra polverosa, sporca, tutto a causa della mente. Metti da parte la mente, metti da parte i ricordi! Se riesci a mettere da parte i ricordi, tua moglie è nuova ogni giorno, perché è solo a causa dei ricordi che tu pensi di aver vissuto con questa donna trent’anni e di conoscerla bene. Chi può conoscere mai nulla. Rimaniamo estranei, eternamente estranei.

Come puoi conoscere una persona? Si può conoscere una cosa, non una persona, perché una cosa può essere esaurita. Come puoi conoscere una persona? Una persona è libertà. Cambia in ogni momento. Se non puoi entrare due volte nello stesso fiume, come puoi incontrare di nuovo la stessa persona? Se persino i fiumi sono così mutevoli... la consapevolezza, il fiume della consapevolezza non può essere vecchio. Se metti da parte la mente, se non guardi con gli occhi vecchi, tua moglie è nuova, ogni gesto è nuovo. In questo caso esiste una costante, una continua eccitazione nella tua vita, una continua vivacità.

Oggi avrai fame, è nuova. E oggi, quando mangi, questo cibo è nuovo, perché nulla può essere vecchio nell’esistenza. L’esistenza non ha passato. Il passato fa parte della mente. L’esistenza è sempre nel presente, nuova, fresca, sempre in movimento, una forza dinamica, un movimento dialettico, scorre come un fiume. Se avrai questa intuizione, non sarai mai annoiato. E la noia è la malattia più grave: uccide in profondità, è un lento avvelenamento. A poco a poco sei così annoiato che diventi un peso morto che grava su te stesso. Allora la poesia della vita scompare. A questo punto non fioriscono i fiori e non cantano gli uccelli. A questo punto sei già sepolto, sei già nella tomba.

Si dice che la gente muore a trent’anni e sia sepolta verso i settanta. Anche trent’anni sembrano troppi, questo proverbio deve risalire ai tempi antichi... ora non è così: ora la gente muore a vent’anni circa. Anche questa età pare troppo remota. Molti giovani, giovanissimi, di diciott’anni, venti, vengono a dirmi: “Siamo annoiati”. Sono già invecchiati. Li avete istruiti, avete già condizionato la loro mente. Stanno già morendo. Muoiono ancor prima di essere giovani.

Ricorda, la giovinezza è una qualità dell’essere. Se sei in grado di guardare il mondo senza mente, resterai giovane per sempre. Anche nella morte sarai giovane, emozionato, proprio perché la morte si sta avvicinando; sei eccitatissimo: una grande avventura, un culmine, una porta si apre ora sull’infinito.

Mai nulla è uguale a se stesso. Ogni cosa continua a cambiare. Solo la mente è vecchia e morta. Essere capaci di guardare la vita senza mente, questo è meditazione.



- da “L’armonia nascosta, discorsi sui frammenti di Eraclito” di Osho -


http://www.pomodorozen.com/zen/il-sole-e-nuovo-ogni-giorno/


giovedì 9 dicembre 2010

Il cuore a due cilindri




Colui che non sente la musica
pensa che chi danza sia matto.


Jalaluddin Rumi, maestro Sufi


Questo è un libro sull’amore. Anche se dalla copertina potrebbe non sembrarlo affatto, in realtà lo è.
Probabilmente adesso qualcuno inizierà ad avere dei dubbi o magari incomincerà a sfogliare freneticamente i capitoli. Forse potremmo anche giocarci qualche lettore non troppo motivato.
Non ce ne frega assolutamente niente.
L’amore di cui si parla è di una categoria particolare: quello verso le motociclette. Tuttavia, descriverlo così risulta ingiustamente riduttivo, visto che innamorarsi di un oggetto meccanico, non è di norma cosa da persone intelligenti.
Forse la definizione migliore è l’amore verso ciò che le motociclette rappresentano, o ancora meglio, verso ciò che una motocicletta può far provare a ognuno di noi.
La moto che mi ha spinto a scrivere questo libro è la mia Harley-Davidson, ma niente paura: vi assicuro che qui non troverete le solite cazzate sulle highway americane, il vento sulla faccia e robe simili.
No, perché l’amore a cui faccio riferimento è un sentimento molto più complesso, qualcosa che si nasconde negli angoli più profondi e sconosciuti della nostra anima.
Un’emozione che va ben oltre la marca e il motore della nostra moto, ma piuttosto una sensazione che stava annidata lì, ben prima che qualcosa ci spingesse a diventare un motociclista, o per lo meno a provarci.
Un sentimento strano e sovversivo, sempre pronto a saltar fuori e a prenderci per la gola, facendolo quasi sempre nel momento meno opportuno.
Non tutti hanno la fortuna di averlo, non tutti hanno la capacità di controllarlo, ma questo in realtà non è un problema.
Fino a quando l’avrà vinta sulla nostra mente e su quello che siamo diventati, facendoci galoppare anche solo per un istante negli spazi luminosi dei nostri sogni, beh, ragazzi, allora saremo ancora in tempo.





E all’improvviso l’ho vista. Era lì per me, mandata dal dio dei biker per fare nuovi proseliti: e il prescelto, quel giorno, ero io.
Né il mio cervello né il mio conto in banca erano pronti per quell’esperienza. L’unico che sembrava sapere già tutto era il cuore.
E il tempo era arrivato.


Insomma, arriva un certo momento della propria vita in cui ci si compra una Harley-Davidson.
In realtà, il processo che ci porta a questa bizzarra conclusione è tutt’altro che naturale.
Per esempio, alcuni se la comprano perché sentono che nel loro parco macchine manca un oggetto che sia l’equivalente a due ruote di una Porsche Cayenne.
Altri lo fanno perché sono convinti che le Harley-Davidson possano essere un utilissimo modo di aumentare le proprie quotazioni con le ragazze, altri ancora sono stregati da un colpo di fulmine a due cilindri, che di solito dura lo spazio di una stagione.
In effetti non sono molti quelli che arrivano a possedere una Harley seguendo una naturale evoluzione, passando cioè attraverso una lunga serie di moto che li fanno maturare portandoli verso the real thing.
Ma tutto ciò non ha alcuna importanza; ciò che conta davvero è che, a partire da un certo giorno della vostra vita, inspiegabilmente iniziate a pensare più o meno ossessivamente a una Harley-Davidson.
Quest’oscura e impellente concupiscenza motociclistica capita soprattutto con le Harley-Davidson e la ragione, ancora oggi ignota a tutti, va cercata nelle misteriose alchimie dell’innamoramento piuttosto che nelle fredde valutazioni di marketing o nelle più razionali logiche tecniche.
E non potrebbe che essere così, visto che le Harley sono moto che logicamente nessuno si comprerebbe mai. Innanzi tutto costano molto più delle loro pari, di solito hanno prestazioni inferiori, sono certamente più pesanti, portano immediatamente a ebollizione i polpacci della vostra fidanzata e consumano una cifra.
Non avventuriamoci per ora nell’insidioso universo dei pezzi di ricambio e delle officine autorizzate, ma indugiamo ancora per un po’ nel meraviglioso pianeta dell’innamoramento. Credo che non ci siano altri modi per giustificare l’impressionante impennata di vendite di queste motociclette in Italia e in tutto il mondo: il colpo di fulmine, signori, null’altro.
La potete incrociare ferma a un semaforo o vederne una bella foto su “Freeway Magazine” o “Low Ride”. Magari ne individuate una che parcheggia sempre al solito posto sotto casa vostra o vicino al vostro ufficio e poco alla volta vi scoprite a cercarla ogni mattina. Quello è il momento in cui il seme ha trovato un nido nel vostro cuore (ribadisco: nel cuore, non nella vostra mente) e inizia a germogliare.
Iniziate così a immaginarvi a cavallo della vostra nuova Harley-Davidson nei luoghi più disparati; mentre raggiungete la Liguria attraverso la tortuosa autostrada di Serravalle o mentre attaccate i primi tornanti del vostro passo di montagna preferito o anche solo mentre la parcheggiate nel garage e vi fermate a osservarla mentre si raffredda.
Ma ormai non avete più scampo.
Immaginarvela nel garage è di solito l’immagine più seducente, forse perché l’innamoramento significa innanzi tutto possesso; è come lo struggente desiderio di possedere una ragazza, di poterla considerare la vostra ragazza. Ed è allora che iniziate a sognarvi di telefonarle e di trovarla disponibile, di passarla a prendere e trovarla lì ad aspettarvi sotto il portone. Quando inizierete a immaginare la vostra nuova Harley-Davidson che vi aspetta silenziosa nella penombra del vostro garage, la vostra anima sarà perduta per sempre e la vostra mente non avrà più alcun potere su di lei.
Quindi partiamo dal presupposto che ormai non potete più fare a meno di una moto americana, più precisamente di una con due cilindri e un marchio le cui iniziali sono H e D: da questo momento, come ogni innamoramento, per voi iniziano anche i problemi.
Un vecchio saggio disse: “If it has tits or wheels, then you’ve got a problem” (se ha tette o ruote, avrai sempre problemi!).
E i problemi arrivano già prima di comprarla: il primo dei quali potrebbe essere quello che non possedete il garage del sogno, o più probabilmente non avete i soldi necessari né per acquistare la moto né per prendervi anche il garage (il cui costo è comunque dello stesso ordine di grandezza). Talvolta è possibile che non abbiate neppure la minima idea di come si guida una motocicletta.
Tuttavia al vostro cuore, ormai completamente preda del sogno, non potrebbe fregare di meno di tutte le obiezioni che sia la vostra mente che vostra moglie cercano di sottoporvi.
È inutile, il colpo di fulmine non si arresta davanti a nulla: le giustificazioni e le vie di uscita nasceranno immediatamente, con soluzioni irrealizzabili che al momento vi sembreranno geniali: sloggiare la Citroën Saxo di vostra moglie dal garage, rinunciare alle vacanze estive con la vostra fidanzata per sette anni di seguito, vendere il vostro Jack Russel Terrier per un nuovo paio di silenziatori Screamin’ Eagle.
Ogni problema troverà immediatamente una “brillante” soluzione che consentirà al vostro sogno di potersi finalmente realizzare. Forse.





La mia medicina per quando la banca, i capi e i francesi superavano il mio livello di sopportazione era un viaggio con i miei amici.
In verità anche l’equilibrio con Giovanna si armonizzava miracolosamente dal momento in cui le ruote della mia moto incominciavano a rotolare su qualche vecchia statale abbandonata.
Era la sensazione impagabile di poter controllare anche la mia vita, oltre alla moto, e di poterle imprimere la direzione che volevo, con un colpo d’anca.
Il problema non stava nella mia vita di tutti i giorni, nella mia famiglia, o nel lavoro. Non era la voglia di fuggire il mio presente, ma sapevo che nel profondo la mia anima custodiva una scheggia fatta di rock’n’roll e di curve in terza piena che a volte reclamavano la mia presenza per un po’. La moto è il mio personale di affrontare le cose, e non necessariamente il meno faticoso.
Se si sceglie la moto per le proprie esigenze, non si è per forza motociclisti: si sta identificando il mezzo di trasporto più idoneo. Che è diverso. Ecco perché proliferano gli scooteristi, i caschi integrali multifunzione, il BMW C-1 o addirittura le moto a tre ruote.
Per me andare in moto equivale a essere un motociclista, quindi è qualcosa di più. Non uso la moto perché c’è traffico o perché c’è un bel sole, né tanto meno per “fuggire dalla vita di tutti i giorni”: palle.
La moto per me è uno stato mentale: la consapevolezza del fatto che qualsiasi cosa stia facendo, io resto un motociclista. C’è sempre un angolo del mio cervello impercettibilmente sintonizzato su quel mezzo a due ruote. Penso alle modifiche da apportare, ai prossimi viaggi, alle ultime sensazioni provate in sella.
E aggiungo che non amo “le moto” in generale: amo la mia moto, quella che ho scelto e che m’identifica perfettamente, che mi fa sentire completo.
È robusta anche se non va fortissimo, è affidabile e generosa, ha una storia e grandi significati legati al passato. Ha un’estetica originale, perché l’ho trasformata piano piano. È unica.
A volte mi fermo a pensare cosa ci sto a fare in moto con una Belstaff anni Settanta e un vecchio casco jet sotto la pioggia, o all’Elefantentreffen, o a 40 gradi sotto il sole africano e ho la vaga impressione che io stia facendo una cazzata; ma nello stesso tempo mi sento più vivo, totalmente padrone delle mie decisioni e della mia libertà, in totale controllo delle mie scelte.
E sono felice, perché sento che sto vivendo esattamente quello che ho deciso di vivere e nel modo che volevo.
È una sensazione esclusiva e privata, la stessa che unisce i motociclisti mentre s’incrociano e si salutano su qualche oscuro tornante, magari verso una meta che ha un senso solo perché l’hai scelta tu come punto di arrivo.
E la consapevolezza che tutti e due, per quell’attimo, stanno provando gli stessi sentimenti.





I viaggi in moto hanno la caratteristica zen
che sei solo con te stesso.




– da “Il cuore a due cilindri. Viaggi e riflessioni di un motociclista innamorato della sua Harley-Davidson” di Roberto Parodi



domenica 5 dicembre 2010

Il re del mondo




Il re del mondo - Franco Battiato


Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo
stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi...
e poi silenzio... e poi lontano il tuono dei cannoni a freddo...
e dalle radio dei segnali in codice.
Un giorno in cielo fuochi di bengala...
la pace ritornò
ma il Re del Mondo
ci tiene prigioniero il Cuore.
Nei vestiti bianchi a ruota echi delle danze sufi...
Nelle metro giapponesi oggi macchine di ossigeno.
Più diventa tutto inutile e più credi che sia vero
e il giorno della fine non ti servirà l'inglese.
E sulle biciclette verso casa
la vita ci sfiorò
ma il Re del Mondo
ci tiene prigioniero il Cuore.


venerdì 26 novembre 2010

Ho incontrato l'anima in cammino sul mio sentiero



E un uomo disse: Parlaci della Conoscenza.
E lui rispose dicendo:
Il vostro cuore conosce nel silenzio i segreti dei giorni e delle notti.
Ma il vostro orecchio è assetato dal rumore di quanto il cuore conosce.
Vorreste esprimere ciò che avete sempre pensato.
Vorreste toccare con mano il corpo nudo dei vostri sogni.

Ed è bene che sappiate:
La fonte nascosta della vostra anima dovrà necessariamente effondersi e fluire mormorando verso il mare;
E il tesoro della vostra infinita profondità si mostrerà ai vostri occhi;
Ma non con la bilancia valuterete questo sconosciuto tesoro;
E non scandaglierete con asta o sonda le profondità della vostra conoscenza.
Poiché l'essere è un mare sconfinato e incommensurabile.

Non dite: "Ho trovato la verità", ma piuttosto, "Ho trovato una verità".
Non dite: "Ho trovato il sentiero dell'anima", ma piuttosto, "Ho incontrato l'anima in cammino sul mio sentiero".
Poiché l'anima cammina su tutti i sentieri.
L'anima non procede in linea retta, e neppure cresce come una canna.
L'anima si schiude, come un fiore di loto dagli innumerevoli petali.


- da "Il Profeta" di Khalil Gibran -


lunedì 22 novembre 2010

L'esistenza ha bisogno di te

I Tarocchi Zen di Osho
1. L'Esistenza


Non esisti in quanto frutto del caso. L'esistenza ha bisogno di te. Senza di te nell'esistenza mancherebbe qualcosa e niente potrebbe prendere il suo posto. Ciò ti dà dignità - il fatto che l'intera esistenza sentirà la tua mancanza. Le stelle e il sole e la luna, gli alberi e gli uccelli e la terra - ogni cosa, nell'intero universo, sentirà che un angolino è vuoto, e nessuno lo può colmare, fatta eccezione per te. Questo ti dà una gioia immensa, un appagamento, poiché senti di essere in relazione con l'esistenza, ed essa si prende cura di te. Allorché sarai limpido e pulito, vedrai riversarsi in te da tutte le dimensioni un amore sconfinato.

Osho God is Dead: Now Zen is the Only Living Truth Capitolo1


Commento:

La figura nuda siede sulla foglia di loto della perfezione e osserva la bellezza del cielo stellato. Sa che "la casa" non è un luogo fisico del mondo esterno, ma una qualità interiore di rilassamento e accettazione. Le stelle, le pietre, gli alberi, i fiori, i pesci e gli uccelli sono tutti nostri fratelli e sorelle nella danza della vita. Noi esseri umani tendiamo a dimenticarlo, poiché inseguiamo i nostri scopi personali e privati, e crediamo di dover lottare per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Ma in ultima analisi il nostro senso di separatezza è solo un'illusione fabbricata dalle piccole preoccupazioni della mente. Ora è tempo di guardare se permetti a te stesso di ricevere lo straordinario dono di sentirti "a casa", ovunque ti trovi. Se lo fai, assicurati di concederti tempo per assaporarlo, in modo che possa sedimentare in te ancor più profondamente e accompagnarti sempre. Se invece hai la sensazione che il mondo esiste per sopraffarti, è tempo di fare una pausa. Questa notte esci, e guarda le stelle.


lunedì 15 novembre 2010

Attimi di eternità



di Francesco Lamendola


Esiste una distorsione culturale secondo la quale, per avere una visione spirituale della vita, bisognerebbe ostentare il massimo disprezzo nei confronti del corpo e, più in generale, per la dimensione emozionale legata alla sfera del sensibile.
Niente di più falso.

La visione spirituale della vita non passa attraverso il misconoscimento del corpo e della sensibilità fisica: pensare una cosa del genere, significa pensare da eunuchi; al contrario, essa passa attraverso la celebrazione del corpo ed il pieno riconoscimento della sensibilità, per oltrepassare la dimensione fisica e spiccare il volo verso più ampi orizzonti.

Chi non ha mai provato un sentimento di profonda ammirazione davanti al corpo; chi non ha mai fatto, neppure una volta nella vita, l’esperienza di sciogliersi nella pura gioia dell’estasi fisica, non possiede i requisiti per capire cosa sia realmente la spiritualità: poiché quest’ultima non è la negazione, ma la piena realizzazione, la sublimazione e l’oltrepassamento della bellezza della dimensione fisica ed emozionale.

Un uomo che non si sia mai sentito dissolvere, neppure una volta, nella dolcezza dell’abbraccio di una donna, fino a non capire più dove finisce il proprio corpo e dove incomincia quello di lei; una donna che non abbia provato la medesima esperienza tra le braccia di un uomo, non sono delle persone complete: a meno che esse abbiano saputo giungere direttamente alla bellezza dell’Essere, cosa che è concessa, come uno speciale privilegio, alle anime mistiche.

In ogni caso, nessun calunniatore del corpo ha mai posseduto gli strumenti adeguati per spiccare il volo verso le regioni superiori dell’anima; perché, senza bisogno di scomodare l’Eros platonico, è intuitivo che chi non sa vedere la bellezza del corpo, non è neppure degno di apprezzare quella dell’anima.

Infatti, la bellezza del corpo e quella dell’anima non sono due cose diverse e contrapposte: sono due facce di una stessa medaglia. È vero, comunque, che il corpo non si accende di luce propria, che la sua luminosità non è autosufficiente; che sempre esso riceve la sua bellezza dall’alto, cioè dall’anima, e non avviene mai il contrario.

Ciò detto, tuttavia, non bisogna pensare che il corpo sia una sorta di errore del piano divino o uno scherzo esistenziale; e, anche se la sua reale consistenza ontologica è illusoria - così come lo è quella di ogni altro ente materiale -, fino a che noi viviamo nella presente dimensione, non possiamo separarci o emanciparci da esso, ma dobbiamo, al contrario, integrarlo nello splendore dell’anima, farlo tutt’uno con essa.

Per cui la giusta domanda che ci dovremmo porre non è se la nostra anima possa fare a meno del corpo, ma, piuttosto, se possediamo un’anima abbastanza grande, abbastanza luminosa, da abbracciare il corpo, da trasfigurarlo, da illuminarlo, da spiritualizzarlo. Oppure la nostra anima è così piccola e meschina che non riuscirà mai a glorificare il corpo, per quante cure materiali noi prodighiamo a quest’ultimo, come si farebbe con un bambino viziato?

Noi non siamo cartesiani, grazie al Cielo; non siamo dualisti, non crediamo che si possa separare la “res cogitans” dalla “res extensa”. Crediamo e siamo profondamente convinti che non vi sia cosa più sublime e più nobile della fusione tra la dimensione corporea e la dimensione spirituale, quando due anime si incontrano fino a compenetrarsi anche nel corpo; quando due corpi si compenetrano fino a far scaturire l’anima, purificata e glorificata.

Nessuno ha il diritto di aggrottare le ciglia, di fare il moralista, di impancarsi a “uomo superiore” quando si parla di una delle più alte e preziose esperienze che siano concesse alle creature umane: quella di abbandonarsi pienamente, felicemente, incondizionatamente, l’una nelle braccia di un'altra, ritrovando - al tempo stesso - la propria parte più vera e trascurata.

Al fondo dell’anima umana, vi è un riflesso dell’anima cosmica e una scintilla dell’anima divina: e, se le potenze dell’estasi sensoriale sono capaci di ridestarne la consapevolezza, dischiudendo uno spiraglio d’infinito, allora vuol dire che la bellezza e la gioia del corpo sono anch’esse una delle nobili vie che conducono alla liberazione dell’anima.

Ciò non significa che automaticamente, sempre e comunque, l’incontro di due corpi si traduca nell’incontro e nella liberazione reciproca di due anime. Se le anime sono sufficientemente evolute, ciò può aver luogo. Ma può anche accadere che esse si trovino su due livelli evolutivi diversi; oppure che, pur trovandosi al di sopra del livello più basso ed egoistico, non siano ancora capaci di far scaturire quella melodia divina che si diffonde quando l’anima abbandona interamente i propri istinti di aggressione e di difesa, per lasciarsi andare alla gioia dell’incontro.

Per incominciare a vedere la luce, non basta avere lo sguardo limpido: bisogna anche che esso sia allenato; per godere il privilegio della fusione con l’altro, non basta possedere una retta coscienza e una disponibilità all’apertura spirituale: bisogna anche spogliarsi della paura e dell’istinto di conservazione, che tenderebbero a tenerci rinchiusi in noi stessi, diffidenti nei confronti di chiunque possa mettere in crisi i nostri equilibri faticosamente conquistati.

Potremmo definire l’essere umano come una creatura che vive, paradossalmente, nella terra di nessuno fra questi due istinti contrastanti: la sete di assoluto e l’istinto di conservazione. La prima lo spinge più oltre e più in alto; il secondo lo trattiene e lo richiama indietro, quand’egli si spinge avanti. La prima discende dalla sua parte celeste, il secondo è figlio della sua parte terrestre; la prima è essenziale alla realizzazione della sua vocazione divina, la seconda è necessaria alla sua preservazione nella sfera del finito.

L’uomo è un viandante in cammino, conteso da spinte contrastanti; ma non è lo zimbello di un destino incomprensibile, né il trastullo di dèi capricciosi. Entrambe le spinte svolgono una degna funzione, ciascuna nel proprio ambito; il male non è che esse mirino a obiettivi discordanti, bensì che l’uomo non le sappia leggere e riconoscere per la funzione che svolgono, evitando di porle in un ambito ed in una prospettiva che non competono loro.

Un essere umano che si lasciasse guidare unicamente dal richiamo dell’assoluto, si perderebbe in quanto individuo sociale e, probabilmente, finirebbe per consumarsi in quanto creatura di carne: come la falena che, volando troppo vicino al fuoco, prima o poi si brucia le ali. D’altra parte, un essere umano che si lasciasse guidare unicamente dall’istinto di conservazione, finirebbe per vivere come i bruti, contentandosi di soddisfare le necessità primarie e aggirandosi per le strade della vita come un ottuso cacciatore di piaceri.

La nostra nobiltà risiede nella sete di assoluto; ma, nella nostra presente condizione di esistenza, non possiamo perseguirla incondizionatamente, altrimenti finiremmo per disumanizzarci: della nostra umanità, infatti, sono parte anche le contingenze legate al corpo, ai sensi, alla bellezza della dimensione fisica. Il mistico che non sappia più gioire del sorriso di un altro essere umano, della luce che si accende al mattino sui monti, del rigoglio di un giardino in primavera, ha smarrito la sua profonda umanità in cambio di una velleitaria pretesa di autodeificazione.

Sì, in noi vi è una scintilla divina; ma questo non significa che noi siamo già pronti, qui e ora, per diventare delle creature incorporee, fatte di pura luce; né bisogna intendere questa condizione anfibia in senso puramente negativo, come un non poter essere quel che si dovrebbe essere. No, l’uomo è quella creatura che deve armonizzare in se stessa il richiamo delle altezze e la pienezza del poggiare i piedi al suolo, gioiosamente e senza riserve.

Il santo che prova orrore della propria dimensione fisica è un fanatico che ignora la vera natura dell’uomo; l’edonista che insegue continuamente il piacere effimero è una creatura di fango, del pari ignorante quanto al senso della propria vita. La commovente bellezza della nostra condizione è proprio quella di trovarsi sospesa quassù, sul sentiero a fil di rasoio: aggrappata al solido fianco della montagna da un lato, ma, al tempo stesso, affacciata su una tale vastità di orizzonti, da mozzare il respiro.

Tale è il nostro destino, tale il nostro ineludibile richiamo.

Noi siamo chiamati ad operare in noi stessi una suprema operazione alchemica: realizzare il grande nel piccolo, ciò che sta in alto con ciò che sta in basso.

Ha scritto il filosofo Salvatore Veca nel libro «Questioni di vita e conversazioni filosofiche» (Milano, Rizzoli, 1991, pp. 132-33):

«Ora, la vita può essere letteralmente un viaggio ottuso o disperato nei territori dell’orrore, dell’odio, della crudeltà e della desolazione. Essa può anche generare esperienze di eccellenza, dignità, fioritura, felicità, amore, intensa dedizione a piccole e grandi cause. Difficilmente riuscirei a riconoscere vite umane se esse non prevedessero un impasto variabile, un composto chimico instabile di valore e disvalore. Come potremmo parlare di cose importanti e questioni di vita se non fosse così? Allo stesso modo, riconoscere il contrasto permanente che nasce dall’esercizio del doppio sguardo non equivale a accettare l’esito dell’assurdo o quello, simmetrico, della euforia. Essi possono essere esiti nobili e eroici tanto quanto vili, ottusi e gretti. A volte, queste caratteristiche contrastanti si mischiano in un impasto dai contorni e dalle tonalità incerte e formano figure ambigue.

Riconoscere il contrasto può anche voler dire riconoscere la più umana e più rispondente descrizione del tipo di esseri che ci è accaduto di essere o di essere divenuti, con tutta la nostra storia e biologia.»

L’estasi dell’incontro fra uomo e donna si inscrive in questa richiesta di senso, in questo sforzo per realizzare pienamente le potenzialità della natura umana e per spalancare una finestra di infinito nella nostra dimensione finita, concedendoci - per così dire - un piccolo anticipo di quell’altra dimensione che sperimenteremo, quando non saremo più legati al corpo fisico.

Ma, fino a tanto che esiste un legame del genere, sarebbe sbagliato e fuorviante, oltre che impossibile, volerlo reprimere, negare, cancellare. Perché siamo figli del Cielo, ma - non dobbiamo dimenticarlo - anche della Terra; e disconoscere la nostra seconda discendenza, sarebbe ingratitudine e follia.

Nell’abbandono che trasforma l’incontro con l’altro in una perfetta offerta di sé, si rende a se stessi il dono più grande: l’oblio della ragione strumentale e calcolante, la ritrovata libertà del libero fluire dell’essere, al di là e al di sopra del rovello della ragione che pretenderebbe di capire tutto, di spiegare tutto e perfino di dare un nome a tutto.

Vi sono delle cose che non sono esprimibili a parole, semplicemente perché non esistono concetti capaci di descriverle; eppure se ne può fare esperienza, lasciando che ci prendano per mano e ci conducano lungo i fiammeggianti sentieri dell’Essere. Malati di razionalismo, non siamo abbastanza umili per ammettere una verità tanto semplice, dopo tutto: che la nostra facoltà di sentire le cose supera di molto la nostra capacità di esprimerle mediante la logica.

Aveva ragione Shakespeare, dunque, allorché affermava che vi sono molte cose tra la terra e il cielo, che la nostra ragione non è neppure in grado di sognare; e aveva ragione anche Nietzsche, quando aggiungeva che esistono tante cose, che non sono state ancora dette e nemmeno pensate. C’è tutto un mondo, là fuori, ma anche qui, dentro di noi, del quale la nostra ragione non sospetta neanche l’esistenza; meno ancora potrebbe descriverlo e analizzarlo.

Gli attimi di eternità che si rivelano nell’abbandono del nostro Ego e nella fusione con un altro essere umano, sono una delle esperienze del sublime che la nostra coscienza può realizzare in se stessa, uscendo, al tempo stesso, fuori di sé; così come accade che, in essi, si realizza il paradosso dell’atemporale che si riflette nel temporale.

Non vi sono parole per dire una cosa del genere.

Ci si può solo fare piccoli e silenziosi, per ascoltare.

Il prodigio è questo: che le cose più profonde ci parlano, solo quando noi siamo capaci di accoglierle tacendo; tacendo e contemplando.

Allora, quando si creano le condizioni per quella magica sospensione, tutto diviene possibile: anche vedere l’intero universo in una singola goccia d’acqua...



http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35420


martedì 9 novembre 2010

Il Pianeta Verde




"Il Pianeta Verde", film di Coline Serreau (1996)


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