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mercoledì 15 settembre 2010

Perché la vita non muore.

In ricordo di Oriana Fallaci





- da “Lettera a un bambino mai nato” -


Mi hanno salutato con grande entusiasmo, come se fossi stata ammalata a un piede o a un orecchio ed ora mi accingessi a trascorrere una convalescenza. Si sono congratulati per il lavoro che son riuscita a condurre a termine malgrado-le-difficoltà. Mi hanno portato a mangiare. E non una parola su te. Quando ho tentato io, hanno assunto un’aria tra evasiva e imbarazzata: quasi alludessi a un argomento sgradevole o volessero dirmi non-ci-pensiamo-più-quel-che-è-stato-è-stato. Più tardi la mia amica m’ha preso da parte e, col tono di ricordarmi un appuntamento importante, ha detto d’essersi consultata col medico il quale sostiene che non è il caso di contare su una tua partenza spontanea: se non ti faccio togliere, muoio di setticemia. Sì, bisogna che mi decida: sarebbe paradossale se, per ristabilir l’equilibrio, tu uccidessi me. Ho ancora tante cose da fare. Tu non le hai incominciate, ma io sì. Ho da sviluppare la mia carriera, ad esempio, e dimostrare che non sono meno brava di un uomo. Ho da battermi contro le comodità dei punti esclamativi, ho da indurre la gente a porsi più perché. Ho da spegnere la pietà per me stessa, e convincer me stessa che il dolore non è il sale della vita. Il sale della vita è la felicità, e la felicità esiste: consiste nel darle la caccia. Infine devo ancora chiarire il mistero che chiamiamo amore. Ma non quello che si divora in un letto, toccandoci: quello che mi accingevo a conoscer con te... Mi manchi, bambino. Mi manchi quanto mi mancherebbe un braccio, un occhio, la voce: e tuttavia mi manchi meno di ieri, meno di stamani. È strano. Si direbbe che di ora in ora il tormento si affievolisca per chiudersi in una parentesi. I lupi hanno già incominciato a chiamarmi, e non importa se sono lontani: quando si avvicineranno, lo sento, li seguirò. Davvero ho sofferto così profondamente ed a lungo? Me lo chiedo con incredulità. Una volta lessi in un libro che la durezza di una pena sopportata si avverte soltanto quando ce ne siamo liberati e, stupefatti, si esclama: come ho fatto a tollerare un simile inferno? Dev’essere davvero così, e la vita è straordinaria: rimargina le ferite a una velocità folle. Se non restassero le cicatrici, non ci ricorderemmo nemmeno che di lì sgorgò il sangue. Del resto anche le cicatrici svaniscono. Impallidiscono e infine svaniscono. Succederà anche a me.

Succederà? Deve succedere! Perché lo pretendo, lo esigo. Infatti ora stacco il tuo ritratto dal muro, la smetto di farmi impressionare dai tuoi occhi spalancati. E nascondo le altre fotografie. Anzi le strappo. E faccio a pezzi questa culla che mi son portata dietro come una bara. La scaravento nell’inceneritore. E regalo il tuo guardaroba. Anzi lo straccio. E prendo appuntamento col medico, gli dico che sono d’accordo, che bisogna strapparti via. E magari chiamo tuo padre, o non importa chi, e stasera vado con lui. Perché io sono viva... così viva che non accetto processi, non accetto verdetti, neanche il tuo perdono... E perché i lupi non sono lontani. Sono già qui, ed io posso partorirti cento volte senza implorare soccorso né a Dio né a nessuno... Dio, che male! Mi sento male, ad un tratto. Cos’è? Di nuovo le coltellate. Si allungano fino al cervello come allora, per bucarlo come allora... Sto sudando. Mi sale la febbre. È arrivato il nostro momento, bambino... Il momento di separarci... E non vorrei... Non voglio... Non voglio che ti strappino come un dente cariato, per gettarti nella pattumiera tra il cotone sporco e le garze... Ma non ho scelta. Se non ti strappano via, mi ammazzi. E tu sbagliavi, tu sbagli, a pensare che io non credo alla vita... Ci credo, ci credo! E mi piace. Anche con le sue ingiustizie, le sue tristezze, le sue infamie... E intendo viverla ad ogni costo. Io corro, bambino. E ti dico addio con fermezza.


Sopra di me c’è un soffitto bianco e accanto a me, dentro un bicchiere, ci sei tu. Non volevano che ti vedessi ma li ho convinti affermando che era mio diritto e ti hanno posato lì: con una smorfia di disapprovazione. Ti guardo, finalmente. E mi sento beffata perché non hai proprio nulla in comune con il bambino della fotografia. Non sei un bambino: sei un uovo. Un uovo grigio che galleggia in un alcool rosa e dentro il quale non si scorge nulla. Finisti assai prima che se ne accorgessero: non arrivasti mai ad avere le unghie e la pelle e le infinite ricchezze che io ti regalavo. Creatura della mia fantasia, riuscisti appena a realizzare il desiderio di due mani e due piedi, qualcosa che assomigliava ad un corpo, l’abbozzo di un volto con un nasino e due microscopici occhi. In fondo amai un pesciolino. E per amore di un pesciolino mi inventai un calvario in seguito al quale rischio di finire anch’io. È inaccettabile. Ma perché non ti ho fatto togliere prima? Perché ho perso tanto tempo prezioso lasciando che tu mi avvelenassi? Sto male, sembrano tutti allarmati. Mi hanno infilato aghi nel braccio destro e nel polso sinistro, dagli partono tubi sottili che salgono come serpenti fino ai boccioni. L’infermiera si aggira con passi d’ovatta. Ognitanto entra il dottore con un altro dottore e si scambiano frasi che non capisco ma che suonano come minacce. Darei molto perché arrivassero la mia amica o tuo padre, meglio ancora i miei genitori: m’era parso di udirne le voci. Invece non viene nessuno fuorché quei due col camice bianco: uno è lo stesso che mi condannò? Un momento fa s’è arrabbiato. Ha detto: «Raddoppiate la dose!». La dose di che? Della pena? L’ho già scontata, devo ricominciare? Poi ha detto: «Svelti, non capite che se ne va?». Chi se ne va? Non tu... Tu sei già morto... Morto senza sapere cosa significa essere vivo: senza sapere cosa sono i colori, i sapori, gli odori, i suoni, i sentimenti, il pensiero. Mi dispiace: per te e per me. Mi umilia. Perché a cosa serve volare come un gabbiano dentro l’azzurro se non si generano altri gabbiani che ne genereranno altri ancora ed ancora per volare dentro l’azzurro? A cosa serve giocare come bambini se non si generano altri bambini che ne genereranno altri ancora ed ancora per giocare e divertirsi? Dovevi resistere. Dovevi combattere, vincere. Hai ceduto troppo presto, ti sei rassegnato troppo alla svelta: non eri fatto per la vita. Chi si spaventa per un paio di fiabe, per due o tre avvertimenti? Eri simile a tuo padre: lui trova comodo riposarsi in Dio, tu trovasti comodo riposarti non nascendo. Chi di noi due ha tradito? Non io. Sono molto stanca, non sento più le gambe, a intervalli mi si annebbiano gli occhi e il silenzio m’avvolge come un ronzio di vespe. Eppure non cedo, io, guarda. Tengo duro, io, guarda. Siamo talmente differenti. Non devo addormentarmi. Devo stare sveglia e pensare. Se penso, forse, resisto. Da quando stai in quel bicchiere? Da ore, da giorni, da anni? Magari sono giorni e a me sembrano anni: non posso lasciarti ancora in un bicchiere. Bisogna che ti sistemi in un posto più dignitoso: ma dove? Forse ai piedi della magnolia. Il fatto è che la magnolia è lontana: si trova nel tempo in cui anch’io ero piccina. Il presente non ha magnolie. Nemmeno la mia casa. Dovrei portarti a casa. Al mattino, però. Ora è notte: il soffitto bianco sta diventando nero. E fa freddo. Meglio che infili il cappotto per scendere giù. Via, andiamo: ti porto. Vorrei tenerti fra le braccia, bambino. Ma sei così minuscolo: non posso tenerti fra le braccia. Posso appoggiarti sulla palma di una mano ed è tutto. Purché un colpo di vento non ti rubi. Ecco una cosa che non capisco: può rubarti un colpo di vento e tuttavia pesi tanto, barcollo. Dammi la mano, ti prego: così. Bravo. Ora sei tu che mi conduci, mi guidi. Ma allora non sei un uovo, non sei un pesciolino: sei un bambino! Mi arrivi già al ginocchio. No, al cuore. Non, alla spalla. No, al di sopra della spalla. Non sei un bambino, sei un uomo! Un uomo con dita forti e gentili. Ne ho bisogno ormai: sono vecchia. Non riesco nemmeno a scendere i gradini se non mi sorreggi. Ricordi quando andavamo su e giù per questa scala, attenti a non cadere, stretti l’uno all’altra in un abbraccio di complicità? Ricordi quando ti insegnavo ad andarci da solo, camminavi da poco, e contavamo i gradini ridendo? Ricordi come imparavi aggrappandoti ad ogni sporgenza, ansimando, mentre io ti seguivo con le mani tese? E il giorno in cui litigammo perché non ascoltavi le mie raccomandazioni? Dopo mi dispiacque. Volevo chiederti scusa ma non mi riusciva. Ti cercavo di sotto le ciglia e anche tu mi cercavi di sotto le ciglia finché ti fiorì sulle labbra un sorriso e compresi che avevi compreso. Poi cosa accadde? Il mio pensiero si appanna... le mie palpebre sembrano piombo... È il sonno o la fine? Non devo cedere al sonno, alla fine. Aiutami a restare sveglia, rispondimi: fu difficile usare le ali? Ti spararono in molti? Gli sparasti a tua volta? Ti oppressero nel formicaio? Cedesti alle delusioni e alle rabbie oppure rimanesti dritto come un albero forte? Scopristi se c’è la felicità, la libertà, la bontà, l’amore? Spero che i miei consigli ti siano serviti. Spero che tu non abbia mai urlato l’atroce bestemmia “perché sono nato?”. Spero che tu abbia concluso che ne valeva la pena: a costo di soffrire, a costo di morire. Sono così orgogliosa d’averti tirato fuori dal nulla a costo di soffrire, a costo di morire. Fa davvero freddo e il soffitto bianco ora è proprio nero. Ma siamo arrivati, ecco la magnolia. Cogli un fiore. Io non ci sono mai riuscita, tu ci riuscirai. Alzati sulla punta dei piedi, allunga un braccio. Così. Dove sei? Eri qui, mi sorreggevi, eri grande, eri un uomo. E ora non ci sei più. C’è solo un bicchiere di alcool dentro il quale galleggia qualcosa che non volle diventare un uomo, una donna, che non aiutai a diventare un uomo, una donna. Perché avrei dovuto, mi chiedi, perché avresti dovuto? Ma perché la vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita. Guarda, s’accende una luce... Si odono voci... Qualcuno corre, grida, si dispera... Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore.


domenica 15 novembre 2009

S’agapò tora ke tha s’agapò pantote


La felicità è un abbandono che a mezzanotte conduce alla casa col giardino di aranci e limoni dove entriamo in punta di piedi e incuranti dei poliziotti che controllano ogni tua mossa: due agli angoli della strada e due sul marciapiede. È un albero di gelsomini che fiorisce sotto la finestra alla quale ci siamo affacciati perché tu ne colga un ciuffo e tu me l’offra insieme alla tua timidezza. È una stanza di cui non vedo più lo squallore, le poltrone unte e sbucciate, i soprammobili brutti, gli assurdi diplomi in cornice: perché ci sei tu. È un bacio inaspettatamente pudico sulla mia fronte, mentre il vento fruscia tra i rami d’ulivo e ci porta la cantilena del mare. È una lacrima che inaspettatamente ti scivola giù per la guancia mentre sussurri: «Sono stato tanto solo. Non voglio stare più solo. Giura che non mi lascerai mai». È il tuo volto serio che si avvicina al mio volto serio, i tuoi occhi commossi che affogano nei miei occhi commossi, le tue braccia incerte che cercano le mie braccia incerte, neanche fossimo due ragazzi al loro primo incontro d’amore o sapessimo che ci accingiamo a compiere un rito da cui dipenderanno tutti i nostri anni a venire. È un silenzio lungo, impressionante, mentre le nostre labbra si toccano con esitazione, si uniscono con decisione, e i nostri corpi si allacciano senza timore, per adagiarsi palpitando nel buio, travolti da un fiume di dolcezza che abbaglia, cercando gesti dimenticati, agognati, e trovandoli per penetrarsi con armonia, di nuovo ed ancora, ed ancora ed ancora, quasi dovesse durare un’eternità. Il tempo ti appartiene ormai, nessun plotone di esecuzione avanza tra gli ordini secchi per condurti al poligono e fucilarti. Dopo ci fissiamo stremati, la testa appoggiata sullo stesso guanciale, ed esclami: «S’agapò tora ke tha s’agapò pantote». «Cosa significa?» «Significa: ti amo ora e ti amerò sempre. Ripetilo.» Lo ripeto sottovoce: «E se non fosse così?» «Sarà così.» Tento un’ultima vana difesa: «Niente dura per sempre, Alekos. Quando tu sarai vecchio e...» «Io non sarò mai vecchio.» «Sì che lo sarai. Un celebre vecchio coi baffi bianchi.» «Io non avrò mai i baffi bianchi. Nemmeno grigi.» «Li tingerai?» «No, morirò molto prima. E allora sì che dovrai amarmi per sempre.» Stai parlando sul serio o scherzando? Mi costringo a credere che tu stia scherzando, una luce beffarda guizza nella tua iride nera e un’allegria fatta di molti domani scatena il tuo corpo che subito mi ricopre insaziabile. Né bisogna ripensare a un dialogo sulla veranda: «Noi greci abbiamo la mania della veggenza e della tragedia. Forse perché l’abbiamo inventata». «Ma di quale tragedia parla?» «V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi: l’amore, il dolore, la morte.»


- Oriana Fallaci, “Un uomo” -


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