lunedì 16 maggio 2011

La rosa di Paracelso



di Jorge Luis Borges


Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo.
Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l’athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l’uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola.
Il maestro fu il primo a parlare. “Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente”, disse, non senza una certa enfasi. “Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?”
“Il mio nome non ha importanza”, replicò l’altro. “Ho camminato per tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni.”
Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte, e d’oro. Lo fece con la mano destra.
Paracelso, per accendere la lanterna, aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.
Si chinò, giunse le estremità delle dita, e disse: “Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l’oro ciò che cerco, e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo.”
“L’oro non mi interessa”, rispose l’altro. “Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra.”
Paracelso disse lentamente: “La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta.”
L’altro lo guardò con aria diffidente. Disse, con voce chiara: “Ma, esiste una meta?”
Paracelso si mise a ridere. “I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario, e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione, ma non è possibile che io sia un illuso. So che esiste una via.”
Vi fu una pausa, e l’altro disse: “Sono pronto a percorrerla con te, anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova.”
“Quando?” disse Paracelso, con inquietudine.
“Subito”, rispose il discepolo con brusca determinazione.
Avevano iniziato la conversazione in latino, ora parlavano in tedesco.
Il giovane levò in alto la rosa. “Affermano”, disse, “che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua.”
“Sei molto credulo”, disse il maestro. “Non so che farmene della credulità; esigo la fede.”
L’altro insistette. “È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa.”
Paracelso l’aveva presa in mano, e parlando giocherellava con essa. “Sei credulo”, disse. “Tu dici che io sono capace di distruggerla?”
“Nessuno è incapace di distruggerla”, rispose il discepolo.
“Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d’erba?”
“Non siamo nel Paradiso”, disse ostinato il giovane; “qui, sotto la luna, tutto è mortale.”
Paracelso si era alzato in piedi. “E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?”
“Una rosa può bruciare”, disse il discepolo in tono di sfida.
“V’è ancora del fuoco nel camino”, rispose Paracelso. “Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l’abbiano consumata, e che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo.”
“Una parola?” disse stupefatto il discepolo. “L’athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che farai per farla rinascere?”
Paracelso lo guardò con tristezza. “L’athanor è spento”, ripeté, “e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti.”
“Non oso domandare quali”, disse l’altro con malizia o con umiltà.
“Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l’invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che insegna la scienza della Cabala.”
Il discepolo disse freddamente: “Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e la ricomparsa della rosa. Poco m’importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi.”
Paracelso rifletté. Infine disse: “Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa.”
Sempre diffidente, il discepolo lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: “E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare simile dono?”
L’altro replicò, tremando: “So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi.”
Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggìo e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo.
Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: “Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà.”
Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario, e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane.
Si inginocchiò, e disse: “Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa.”
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto.
Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c’era nessuno?
Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
Paracelso l’accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto.
Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.
Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consumata, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce. La rosa risorse.


domenica 1 maggio 2011

L'uomo è libertà - Osho



I filosofi hanno sempre creduto che l’essenza preceda l’esistenza, che un uomo sia già determinato all’atto della nascita. Egli contiene l’intero programma di ciò che sarà, come un seme: adesso bisogna solo portarlo alla luce. Non esiste libertà. Questa è stata la posizione di tutti i filosofi del passato: l’uomo ha un fato, un destino. Diventerà un’entità prefissata, perché tutto è già stato scritto. Il fatto che tu non ne sia consapevole è un’altra questione: qualunque cosa tu stia facendo non la stai facendo tu; viene fatta attraverso di te da forze naturali e inconsce, oppure da Dio.

Questa è la posizione dei deterministi, dei fatalisti. A causa di questa posizione l’intera umanità ha sofferto tantissimo, perché ciò implica l’impossibilità di qualsiasi cambiamento radicale. Rispetto alla trasformazione dell’uomo non si può fare alcunché: tutto accadrà come dovrà accadere. L’Oriente ha sofferto moltissimo a causa di questo atteggiamento. Se non è possibile fare nulla, si comincia ad accettare tutto: schiavitù, povertà, brutture... bisogna accettarle.

Questa non è né comprensione né consapevolezza, non è ciò che il Buddha definisce la realtà, lo stato di fatto delle cose, tathata; è semplice disperazione che si nasconde dietro belle parole, ma le conseguenze di tutto ciò sono disastrose. Le puoi vedere nella forma più acuta in India: la povertà, i mendicanti, le malattie, gli storpi, i ciechi... e nessuno se ne accorge, perché la vita è sempre stata, è e sarà sempre così. Un senso di letargia è filtrato fin dentro l’anima.

Questo intero approccio è fondamentalmente sbagliato. È una consolazione, non una scoperta che deriva dall’aver guardato dentro la realtà. Serve a coprire in qualche modo le ferite: è una razionalizzazione. E ogni volta che le razionalizzazioni cominciano a nascondere la tua realtà, sei condannato a scendere in oscurità sempre maggiori.

Io vorrei dirti che l’essenza non precede l’esistenza; al contrario, l’esistenza precede l’essenza. L’uomo è l’unico essere sulla Terra a possedere la libertà. Un cane nasce, vive e muore come un cane: non ha libertà. Una rosa resterà una rosa, non è possibile alcuna trasformazione, non può diventare un fiore di loto. Ogni possibilità di scelta è fuori discussione, non c’è libertà. È qui che l’uomo è completamente diverso; queste sono la sua dignità, la sua specificità e la sua unicità nell’esistenza.

Ecco perché sostengo che Charles Darwin ha torto, perché parte classificando l’uomo insieme agli altri animali, non ha neppure preso in considerazione questa differenza fondamentale. La differenza fondamentale è che tutti gli animali nascono con un programma, a eccezione dell’uomo. L’uomo nasce come una tabula rasa, una lavagna vuota; su di essa non c’è scritto nulla. Tu devi scriverci tutto ciò che desideri: sarà la tua creazione.

L’uomo non è soltanto libero, vorrei affermare che l’uomo è libertà. Questo è il suo nucleo fondamentale, la sua stessa anima. Non appena neghi la libertà all’uomo, hai negato il suo tesoro più prezioso, il suo stesso regno. A quel punto egli è un mendicante, ma in una situazione molto peggiore degli altri animali, perché almeno essi possiedono un programma specifico. L’uomo è semplicemente perduto.

Una volta compreso questo – che l’uomo nasce in quanto libertà – tutte le dimensioni sono disponibili, si può crescere in tutte le dimensioni. A quel punto dipende da te cosa diventare e cosa no: sarà la tua creazione. La vita diventa un’avventura; non il venire alla luce di un seme, ma un’avventura, un’esplorazione, una scoperta. La verità non ti è già data: devi crearla. Da un certo punto di vista, in ogni istante ti stai creando.

Anche accettare la teoria del fato è una decisione sulla tua vita. Accettando il fatalismo hai scelto la vita di uno schiavo: è una tua scelta! Hai scelto di entrare in una prigione e di essere incatenato, ma si tratta sempre di una tua scelta. Puoi uscire dalla prigione.

Naturalmente la gente ha paura di essere libera, perché la libertà è rischiosa. Non si sa mai cosa si sta facendo, dove si sta andando e quale sarà il risultato finale. Se non sei un essere prefabbricato, la responsabilità ricade interamente su di te; non puoi scaricarla sulle spalle di qualcun altro. Alla fin fine, sarai di fronte all’esistenza completamente responsabile di te stesso. Qualunque cosa tu sia, chiunque tu sia, non puoi evitarlo, non puoi tirarti indietro: questa è la paura. A causa di questa paura la gente ha assunto ogni sorta di posizione determinista.

Ed è strano: tanto le persone religiose quanto quelle non religiose sono d’accordo su un solo punto, cioè che non esiste libertà. Su qualsiasi altro argomento sono in disaccordo, ma la loro intesa su un punto è sospetta. I comunisti dicono di essere atei e antireligiosi, ma sostengono che l’uomo è determinato dalla situazione sociale, economica e politica. Egli non è libero, la sua consapevolezza è determinata da forze esterne. È la stessa logica! Puoi chiamare quella forza esterna “la struttura economica”. Hegel la definisce “Storia” – con la “S” maiuscola, nota bene – mentre le persone di religione la chiamano “Dio”, di nuovo una parola con una maiuscola. Dio, la Storia, l’Economia, la Politica, la Società... tutte forze esterne, ma tutti concordano su un punto: non sei libero. Io ti dico: tu sei assolutamente e incondizionatamente libero. Non evitare la responsabilità, non sarebbe d’aiuto. Prima l’accetti e meglio è, perché puoi cominciare a creare immediatamente te stesso. E nell’istante in cui crei te stesso nasce una grande gioia, e quando ti sei completato nel modo in cui tu volevi, l’appagamento è immenso. È proprio come quando un pittore dà l’ultimo tocco a un quadro: nel suo cuore sorge una profonda soddisfazione. Un lavoro ben fatto porta una grande pace. Si ha la sensazione di aver partecipato al Tutto.

L’unica preghiera è essere creativi, perché solo tramite la creatività partecipi al Tutto; non esiste altro modo. Non bisogna pensare a Dio, devi partecipare in qualche modo. Non puoi essere un osservatore, ma solo un partecipante; solo allora ne assaporerai il mistero. Creare un quadro, una poesia o una musica non è nulla in confronto alla creazione di te stesso, della tua consapevolezza, del tuo essere.

Ma la gente ha paura, e ci sono dei motivi. Innanzitutto, si tratta di qualcosa di rischioso, perché solo tu sei responsabile. Secondo, è possibile fare cattivo uso della libertà, perché puoi scegliere la cosa sbagliata. “Libertà” vuol dire che puoi scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; se sei libero di scegliere solo ciò che è giusto, non è libertà. Sarebbe come quando Ford creò le sue prime macchine: erano tutte nere. E lui portava i clienti nella sala vendite e diceva: “Potete scegliere qualsiasi colore, basta che sia nero!”.

Che razza di libertà è questa? “Basta che sia giusto”, “Basta che segua i Dieci Comandamenti”, “Basta che segua la Gita, il Corano, il Buddha, Mahavira, Zarathustra”: non sarebbe affatto libertà! “Libertà” vuol dire intrinsecamente, fondamentalmente, che sei libero di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

E il pericolo è che la via sbagliata è sempre più facile: da qui la paura. La via sbagliata è una strada in discesa, quella giusta è una strada in salita. Andare in salita è difficile, faticoso, e più arrivi in alto più diventa arduo. Ma andare in discesa è facilissimo. Non devi fare nulla, la gravità provvede a tutto. Puoi semplicemente rotolare come una roccia dalla cima della collina e arrivare fino al fondo: non c’è nulla che tu debba fare. Ma se vuoi innalzare la tua consapevolezza, se vuoi salire al mondo della bellezza, della verità, della beatitudine, stai aspirando alle vette più elevate che esistano, e questo è veramente difficile.

Secondo: più arrivi in alto maggiore è il pericolo di cadere, perché il sentiero si fa stretto e sei circondato da oscure valli. Basta un passo falso e cadrai, svanirai nell’abisso. È più comodo e sicuro camminare in pianura, senza pensare alle vette.

La libertà ti dona l’opportunità di cadere al di sotto degli animali o di innalzarti al di sopra degli angeli. La libertà è una scala: un’estremità raggiunge l’inferno, l’altra tocca il paradiso. È la stessa scala; la scelta è tua, la direzione è stata voluta da te.

E per me, se non sei libero, non puoi fare un cattivo uso della tua mancanza di libertà, è impossibile. Il prigioniero non può fare un cattivo uso della propria situazione: è in catene, non è libero di fare alcunché. E questa è la situazione di tutti gli altri animali, a eccezione dell’uomo: non sono liberi. Nascono per essere un certo tipo di animali e realizzeranno quel destino. In realtà è la natura stessa a realizzarlo, essi non devono fare nulla. La loro vita è priva di sfide. Solo l’uomo deve affrontare la sfida, la grande sfida. E pochissime persone hanno scelto di rischiare, di andare verso le vette, di scoprire le proprie cime estreme. Sono ben pochi: il Buddha, Cristo... è possibile contarli sulle dita delle mani.

Perché l’intera umanità non ha scelto di raggiungere lo stesso stato di beatitudine del Buddha, di amore di Cristo, di celebrazione di Krishna? Come mai? Per il semplice motivo che è pericoloso persino aspirare a quelle altezze. È meglio non pensarci, e il modo migliore per farlo è accettare il fatto che la libertà non esiste: sei già predeterminato. Prima della tua nascita ti è stato dato un certo copione, ora devi solo recitarlo.

È possibile fare un cattivo uso solo della libertà, non della schiavitù. Ecco perché al giorno d’oggi scorgi tanto caos nel mondo. Prima non era mai successo, per la semplice ragione che l’uomo non era altrettanto libero. Vedi più caos in America per la semplice ragione che là si gode della più grande libertà che sia mai esistita al mondo, in qualsiasi tempo e luogo. Ogni volta che c’è libertà, esplode il caos. Ma quel caos è prezioso, perché solo da esso nascono le stelle.

Io non ti sto dando alcuna disciplina, perché ogni disciplina è una sottile forma di schiavitù. Non ti sto dando alcun comandamento, perché qualsiasi comandamento proveniente da una persona esterna ti imprigionerà e ti renderà schiavo. Ti sto solo insegnando a essere libero e poi ti lascio a te stesso: puoi fare quello che vuoi con la tua libertà. Se vuoi cadere al di sotto degli animali, è una tua scelta e sei perfettamente libero di farlo, perché è la tua vita. Se decidi in tal modo, è una tua prerogativa. Ma se comprendi la libertà e il suo valore, non comincerai a cadere; non scenderai al di sotto degli animali, bensì ti innalzerai al di sopra degli angeli.

L’uomo non è un’entità, ma un ponte tra due entità: l’animale e il divino, l’inconscio e il conscio. Cresci in consapevolezza e cresci in libertà. Fa’ di ogni passo una tua scelta. Crea te stesso e assumitene l’intera responsabilità.


– da “Con te e senza di te” di Osho


martedì 26 aprile 2011

Rodolfo Siri - Breathing (Nel Respiro)




"Il respiro è il ponte che connette la vita alla coscienza,
che unisce il corpo ai pensieri"
- Thich Nhat Hanh -


"Breathing (Nel Respiro)" di Rodolfo Siri

dall'album "Lost Harp" (2004)


http://www.lastfm.it/music/Rodolfo+Siri


domenica 17 aprile 2011

Il sentiero dell'amore


Padroneggiare una relazione dipende da voi. Il primo passo è diventare coscienti del fatto che ognuno ha il suo sogno personale. Quando sapete questo, potete prendervi la responsabilità della vostra metà del rapporto. E’ più facile controllare la vostra metà che cercare di controllare tutta la relazione. Se avete rispetto, sapete che il vostro partner, amico, figlio, madre, è completamente responsabile per la sua metà. Se lo rispettate ci sarà sempre pace tra voi, e non guerra.

Il passo successivo è quello di sapere cosa è amore e cosa è paura, per diventare coscienti del modo in cui comunicate agli altri il vostro sogno. La qualità della comunicazione dipende dalle scelte che fate in ogni momento. Si tratta di decidere se volete rivolgere il vostro corpo emozionale verso l’amore, o verso la paura. Se scoprite di essere sul sentiero della paura, questa consapevolezza è già abbastanza per darvi la possibilità di spostare la vostra attenzione verso il sentiero dell’amore. Basta vedere dove vi trovate, cambiare la direzione dell’attenzione, e intorno a voi tutto cambierà.

Infine, se diventate consapevoli che nessun altro può rendervi felici, perché la felicità è il risultato dell’amore che viene da dentro di voi, sarete maestri della più grande arte dei Toltechi: la Padronanza dell’Amore.

Possiamo parlare dell’amore, scriverci sopra migliaia di libri, ma in realtà l’amore sarà sempre diverso per ciascuno di noi, perché si tratta di un’esperienza. L’amore non è un concetto, è azione. L’amore in azione può produrre soltanto felicità. La paura in azione non produce altro che sofferenza.

L’unico modo di padroneggiare l’amore è quello di praticarlo. Non c’è bisogno di giustificare il vostro amore, o di spiegarlo. Basta soltanto praticarlo. La pratica crea il Maestro.


Don Miguel Ruiz


giovedì 7 aprile 2011

Il richiamo della foresta



Qua e là Buck incontrò dei cani del Sud, ma per la maggior parte erano eschimesi della razza dei lupi selvaggi. Ogni notte, regolarmente, alle nove, alle dodici ed alle tre, essi alzavano il loro canto notturno, un canto misterioso e strano a cui Buck si univa con gioia. Quando l'aurora boreale si illuminava fredda nell'alto, o le stelle saltavano nella danza del gelo, e la terra era intorbidita e assiderata sotto il suo manto di neve, questo canto degli eschimesi avrebbe potuto essere la sfida della vita, solo che era modulato in tono minore con lunghi lamenti e singhiozzi, e sembrava quasi la supplica della vita, la voce della fatica di esistere. Era un antico canto, antico quanto la stessa razza, uno dei primi canti del giovane mondo, in un periodo in cui le canzoni erano tristi. Era avvolto nel dolore di generazioni senza numero, un lamento che commuoveva Buck nel profondo. Quando egli si lamentava e singhiozzava, vi era in lui la pena del vivere che era stata l'antica pena dei suoi padri selvaggi, e insieme la paura e il mistero del freddo e del buio che erano stati la loro paura e il loro mistero. E il fatto che egli ne fosse così commosso, indicava l'intensità con cui ascoltava, attraverso la lontananza dei secoli dei primi fuochi e dei primi tetti, i rudi inizi della vita nell'età dei ruggiti.

[...]

Più di tutto, forse, gli piaceva star accanto al fuoco, accovacciato sulle zampe posteriori e con quelle anteriori stese avanti, la testa alta e lo sguardo assorto sulle fiamme. A volte pensava alla grande casa del giudice Miller nella vallata di Santa Chiara baciata dal sole, e alla grande vasca di cemento, e a Ysabel, la messicana senza pelo, e a Toots, il cagnolino giapponese; ma più spesso ricordava l'uomo della maglia rossa, la morte di Curly, la gran lotta con Spitz e le buone cose che aveva mangiato o desiderava mangiare. Non soffriva di nostalgia. La Terra del Sole svaniva nella lontananza, e quei ricordi non avevano potere su di lui. Molto più potenti erano i ricordi ereditari che gli facevano apparir familiari cose non mai viste. Gli istinti (che erano solo reminiscenze dei suoi antenati, divenute abitudini) indeboliti negli ultimi tempi, si risvegliavano adesso in lui e divenivano nuovamente vivi.

E sognando così sulle rive dell'Yukon, con i pigri occhi assorti sul fuoco, quei suoni e quei sospiri di un altro mondo gli facevano ergere il pelo sulla schiena, sulle spalle e sul collo, finché dava un gemito basso e soffocato o un fioco mugolio.

[...]

Quell'uomo gli aveva salvato la vita, e questo era qualche cosa; ma inoltre era il padrone ideale. Gli altri provvedevano al benessere dei loro cani per un senso di dovere, e di pratica utilità; lui invece lo faceva come se fossero stati suoi figli, perché non poteva fare altrimenti. E andava anche oltre. Non dimenticava mai di dar loro un saluto benevolo, di rivolger loro una buona parola, e si divertiva non meno di loro a sedersi in mezzo ai suoi cani facendo con loro lunghe conversazioni (a "chiacchierare", diceva). Aveva un modo particolare di prendere tra le mani il muso di Buck o di posare su quella di Buck la propria testa scuotendolo avanti e indietro, dicendogli affettuosamente parolacce che per Buck erano parole di amore. Buck non conosceva gioia più grande di quel rude abbraccio e del suono di quelle ingiurie mormorate, e ad ogni scossone gli sembrava che il cuore gli balzasse fuori dal petto tanta era la sua estasi. E quando, lasciato libero, balzava in piedi con la bocca ridente, gli occhi parlanti, la gola vibrante di suoni inarticolati, e rimaneva così immobile, John Thornton esclamava con riverenza: "Dio mio, non ti manca che la parola!".
Buck aveva un modo per esprimere il suo amore che sembrava un'aggressione violenta. Spesso afferrava tra i denti la mano di Thornton e stringeva così forte che l'impronta rimaneva per parecchio tempo nella carne. E come Buck interpretava le parolacce come parole d'amore, così l'uomo considerava quel finto morso come una carezza.

Ma nonostante questo grande amore per John Thornton, che sembrava rivelare l'influenza della mite civiltà, l'impeto che il primitivo del Nord aveva risvegliato in lui rimaneva vivo e attivo. Egli possedeva la fedeltà e la devozione, creature del fuoco e del tetto; e tuttavia manteneva la sua selvatichezza e la sua astuzia. Era una creatura della foresta, venuta dalla foresta per sedersi davanti al fuoco di John Thornton, piuttosto che un cane del mite Sud segnato dalle impronte di generazioni civili.

[...]

I cani non avevano nulla da fare se non trasportare ogni tanto la selvaggina uccisa da Thornton, e Buck trascorreva lunghe ore assorto accanto al fuoco. La visione dell'uomo peloso dalle gambe corte venne a lui più di frequente, adesso che c'era poco da fare; e spesso, guardando il fuoco, Buck errava con lui in quell'altro mondo che era il suo ricordo.

E vicinissimo alle visioni dell'uomo peloso era il richiamo che sempre risuonava nelle profondità della foresta. Quell'appello lo colmava di una grande irrequietudine e di strani desideri, provocava in lui una vaga, dolce felicità, ed egli si rendeva conto di selvaggi desideri e impulsi per cose che non conosceva. Qualche volta seguiva il richiamo nella foresta, cercandolo come se fosse una cosa tangibile, latrando dolcemente o a sfida, a seconda dell'umore. Cacciava il naso nel fresco muschio del bosco, o nella nera terra dove crescevano alte erbe, e fiutava con gioia i grassi odori del terreno; oppure stava acquattato per ore, come se si nascondesse, dietro i tronchi ricoperti di funghi o gli alberi abbattuti, con gli occhi e gli orecchi tesi a tutto ciò che si muoveva o risuonava intorno a lui. Forse, standosene così, sperava di sorprendere quel richiamo che non riusciva a capire. Ma non sapeva perché facesse tutto ciò. Era costretto a farlo, ma non poteva afferrarlo con il pensiero.
Impulsi irresistibili lo afferrarono. Se ne stava magari tranquillo nell'accampamento, sonnecchiando oziosamente nel caldo pomeriggio, quando a un tratto ergeva la testa con le orecchie dritte, tutte intese ad ascoltare, e poi balzava in piedi e si slanciava avanti, sempre avanti, per ore, attraverso gli intercolunni della foresta e le aperte radure dove crescevano folti i canneti. Gli piaceva correre nei letti asciutti dei torrenti, spiare la vita degli uccelli del bosco. A volte per un giorno intero se ne stava sdraiato nel sottobosco dove poteva osservare le pernici che andavano in su e in giù becchettando. Ma soprattutto gli piaceva correre nel cupo crepuscolo delle mezzenotti estive, ascoltando i soffocati e sonnolenti sussurri della foresta, interpretando segni e suoni così come un uomo può leggere un libro, e cercando quella misteriosa cosa che continuava, continuava a chiamarlo, nel sonno e nella veglia, ad ogni ora, perché la raggiungesse.
Una notte balzò dal sonno sussultando, l'occhio intento, le nari frementi, la criniera irta in onde ruggenti. Dalla foresta giungeva il richiamo (o per lo meno una nota di esso, ché il richiamo aveva molte note) distinto e definito come non mai: un lungo ululato, simile a un qualsiasi suono emesso da un cane eschimese, e tuttavia diverso. Ed egli lo riconobbe in quell'antico clima familiare come suono già udito. Balzò attraverso il campo addormentato, e rapido e silenzioso si precipitò tra i boschi. Via via che si avvicinava al grido rallentava la sua corsa, divenendo cauto in ogni movimento, finché giunse a una radura fra gli alberi e, spiando, vide, eretto sulle anche, il muso puntato al cielo, un lungo e sottile lupo dei boschi.

E corsero a fianco a fianco nel buio crepuscolo su per il letto del torrente, nella gola da cui scaturiva, e varcando la nuda cresta ove erano le sue sorgenti.
Sull'opposto pendio scesero in una regione pianeggiante con grandi distese di boschi e molti fiumi, e per queste distese corsero decisi, per ore e ore, mentre il sole saliva sempre più e il giorno diveniva sempre più caldo. Buck aveva una gioia selvaggia. Capiva di rispondere finalmente al richiamo correndo così a fianco del suo fratello del bosco verso il luogo da cui certo quel richiamo veniva. Antichi ricordi lo assalivano adesso, ed egli ne era eccitato come un tempo era eccitato dalla realtà di cui essi erano l'ombra. Aveva già fatto le stesse cose in qualche parte di quell'altro mondo oscuramente rievocato, e le ripeteva adesso correndo libero nell'aperto spazio con la terra vergine sotto i piedi e gli aperti cieli sul capo.

[...]

Per tutto il giorno Buck rimase meditando presso lo stagno o vagò senza riposo per il campo. La morte, come cessazione del movimento, come un passar oltre la vita di ciò che vive, la conosceva; e sapeva che John Thornton era morto. Questo lasciava in lui un gran vuoto, qualche cosa di simile alla fame, ma che doleva e doleva e che non vi era cibo che potesse saziarlo.

Scese la notte, e la luna piena si levò sugli alberi, alta nel cielo, illuminando la regione fino ad irrorarla di una spettrale luce. E col sopravvenir della notte, meditando e soffrendo presso lo stagno, Buck cominciò ad avvertire il fremito di una nuova vita nella foresta, diverso da quello che gli Yeehats vi avevano suscitato. Si drizzò ascoltando e fiutando. Dalla lontananza si levava un debole, acuto ululato seguito da un coro di ululati simili, che via via divenivano più fitti e più alti. Ancora una volta Buck li riconobbe come cose udite in quell'altro mondo che persisteva nella sua memoria. Si portò al centro della radura e si mise in ascolto. Era il richiamo, il richiamo dalle molte note che risuonava più allettante e imperioso che mai. E come mai prima di allora egli era pronto a obbedire. John Thornton era morto, l'ultimo legame era spezzato. L'uomo e le pretese dell'uomo non lo tenevano più avvinto.

[...]

E il vecchio lupo sedette, puntò il naso alla luna e ruppe nel lungo ululo del lupo. Gli altri sedettero e ulularono. E adesso il richiamo veniva a Buck in accenti inconfondibili. Si accosciò anche lui e ululò. Fatto questo, uscì dal suo angolo e il branco lo circondò annusandolo in modo tra amichevole e selvaggio. I capi levarono il latrato del branco e saltarono via, nei boschi. I lupi li seguirono latrando in coro. E Buck corse via con loro, a fianco del fratello selvaggio, latrando.

[...]

Nell'estate, tuttavia, vi è in quella valle un visitatore che gli Yeehats non conoscono. E' un grande lupo dalla meravigliosa pelliccia, simile agli altri lupi, e tuttavia diverso da loro. Arriva solitario dal ridente paese dei boschi e scende fino a una radura tra gli alberi. Là un rivo biondo fluisce da sacchi marciti di pelle d'alce e si disperde a terra; lunghe erbe e muschi lo ricoprono e nascondono al sole il suo giallo splendore. E là egli rimane per qualche tempo silenzioso, ululando una volta sola, a lungo e lugubremente, prima di partire.
Ma non sempre è solo. Quando vengono le lunghe notti d'inverno e i lupi seguono il loro cibo nelle vallate più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nella pallida luce lunare o nei chiarori crepuscolari dell'aurora boreale, balzando gigantesco sopra i suoi compagni, la vasta gola mugghiante mentre canta il canto del più giovane mondo, il canto del branco.


– Jack London, “Il richiamo della foresta” –


sabato 2 aprile 2011

Inneres Auge




Inneres Auge - Franco Battiato


Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.
Uno dice che male c'è
a organizzare feste private con delle belle ragazze
per allietare primari e servitori dello stato?
Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le leggi dove regna soltanto il denaro?
La giustizia non è altro che una pubblica merce...
di cosa vivrebbero
ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante
da gettare come ami tra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.

Inneres Auge
das innere Auge

Con le palpebre chiuse s'intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore:
inneres Auge, das innere Auge

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.

Ma quando ritorno in me, sulla mia via,
a leggere e studiare,
ascoltando i grandi del passato...
mi basta una sonata di Corelli,
perché mi meravigli del creato


giovedì 24 marzo 2011

Siate semplicemente consapevoli



Jiddu Krishnamurti


Vi prego di prestare ascolto a ciò che sto per dire. Fatelo mentre parlo. Non pensate a farlo, ma fatelo ora. Ecco, siate consapevoli degli alberi, delle palme, del cielo; ecco il corvo che gracchia; guardate la luce sulle foglie, il colore di quel sari, di quel volto, e poi tornate a voi, interiormente. Potete osservare, potete essere consapevoli incondizionatamente delle cose all’esterno, è molto facile. Ma portare l’attenzione a noi stessi ed essere ugualmente consapevoli, senza condannarci, né giustificarci, senza paragonarci a qualcun altro, è molto più difficile. Siate semplicemente consapevoli di ciò che accade dentro di voi, le vostre convinzioni, le paure, i dogmi, le speranze, le frustrazioni, le ambizioni e tutto il resto. Allora lo svelarsi del mondo conscio e inconscio comincia. Non dovete fare nulla.

Siate semplicemente consapevoli; questo è tutto ciò che dovete fare, senza giudizi, senza forzature, senza cercare di cambiare ciò di cui diventate consapevoli. Allora noterete che è come quando sale la marea, non potete impedire a una marea di arrivare; potete costruire un muro, potete fare quello che volete, ma la marea giungerà con la sua energia dirompente. Allo stesso modo, se siete consapevoli in modo incondizionato, l’intero campo della coscienza comincia a schiudersi. E mentre si schiude, dovete seguirlo, e ciò diventa incredibilmente difficile: seguire nel senso di stare con il movimento di ogni pensiero che sorge, di ogni sensazione, di ogni desiderio segreto. Diventa molto difficile nel momento in cui vi opponete, nel momento in cui dite: “Questo è spiacevole”, “questo è bene”, “questo è male”, “tratterrò questo”, “rifiuterò quest’altro”.

Perciò, cominciate con le cose all’esterno e poi muovete dentro di voi. Allora troverete, nell’interiorità, che esterno e interno non sono due cose diverse, che la consapevolezza di ciò che è all’esterno non è differente da quella rivolta all’interno, che entrambe sono la stessa cosa. Allora scoprirete che vivete nel passato; che non c’è mai un momento di vita attuale, presente; solo quando né il passato né il futuro vengono a esistere si è nel momento attuale. Scoprirete che vivete sempre nel passato, nei ricordi: ciò che avete vissuto, ciò che eravate, quanto eravate intelligenti, bravi, cattivi. Questa è la memoria. È per questo che dovete comprendere la memoria, non negarla, sopprimerla, o fuggirla. Se qualcuno ha fatto un voto di celibato, e si ricorda continuamente di quella decisione, quando smette di trattenere quel ricordo, o se ne scorda, si sente in colpa e questo soffoca la sua vita.

Allora voi cominciate a osservare ogni cosa, e per questo motivo diventate molto sensibili. Perciò, nell’ascoltare (cioè nell’osservare non solo il mondo esterno, i gesti esterni, ma anche la mente al suo interno, che vede e che, di conseguenza, sente, prova sensazioni), nell’essere così incondizionatamente consapevoli, allora non si genera alcuno sforzo. È di grande importanza comprenderlo.



Bombay, 28 febbraio 1965
- dal libro "Sulla mente e il pensiero" -



http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/semplicemente.htm


martedì 15 marzo 2011

La verità del Tao


Il maestro si trovava vicino alla grande Pagoda Wyn Chou che si stagliava immensa, grande all'incirca come quella vera, al di là del fiume, dove il vecchio Gou Lin Dhao scrutava i suoi fantasmi nell'ombra. Riempiva quasi tutta la stanza di Huao Chyen che ormai preferiva dormire fuori dalla porta.

Quella mattina la costruzione della grande Pagoda era stata finalmente completata.
Era una delle cose più belle che il giovane Gou Lao Youn avesse mai visto; non ci si stancava mai di guardarla, specie al tramonto, quando i raggi rossi e obliqui del sole entravano nelle sue aperture, penetravano nei suoi prismi di carta e resina e la illuminavano di mille colori.

Per costruirla erano occorsi quasi tre anni di lavoro... con pazienza e perizia era stata edificata un poco alla volta, raccogliendo e intagliando mille pezzetti di pane secco, di foglie del grande giardino Botsiao di tutte le grandezze e colori, di fiori e aghi di pino lavorati, impastati insieme e manipolati per farli diventare minuscoli gradini di legno, infissi di microscopiche finestre, tegole d'oro del grande tetto ondulato, largo quasi quanto l'intera stanza di Huao Chyen, che erano state incastrate e giustapposte in un enorme, inafferabile mosaico.

Il discepolo si avvicinò con discrezione, forse quasi un reverenziale pudore, vedendo il proprio maestro assorto nella contemplazione di quell'opera maestosa.
"E' molto bello, maestro", sussurrò infine, con incontenibile ammirazione.
Il vecchio monaco distolse lo sguardo dalla Pagoda Wyn Chou e delicatamente lo condusse negli occhi commossi del ragazzo.
Sotto la saggezza di mille rughe pietrificate la piccola bocca, come una ferita di Wan Lao sull'albero del pesco, sorrideva serena e gentile con l'amore silenzioso di un vecchio padre.
Il giovane sorrise a sua volta e il suo petto vibrava di orgoglio. Guardò in terra, sul pavimento dove le quindici scale della Pagoda, come radici di un grande albero vorace, sembravano quasi lambire i suoi sandali whon dhou.

Ma quando rialzò la testa il suo sorriso scomparve.
Con occhi increduli vide il suo maestro sollevare in silenzio il braccio destro sopra la sua testa e colpire con violenza la mirabile struttura, una volta, una volta e una ancora, con le mani, con i piedi, gettandovisi con tutto il corpo finché non rimase più niente da guardare, solo un inutile cumulo di foglie, croste di pane dipinte, fiori secchi e paglia.

In un solo istante il paziente lavoro di tre anni si era dissolto nel nulla.
L'allievo guardò stupefatto e addolorato prima il cumulo poi il maestro; le sue labbra tremavano, gli occhi spalancati dallo stupore rigettavano quella scena e cercavano ancora le bellissime forme che pochi istanti prima li avevano riempiti con i loro colori. Il giovane stette in silenzio a lungo, corrucciato e attonito. Il maestro non parlava ancora ed egli non riusciva a reprimere profondi e desolati sospiri.

Allora il saggio si incurvò con grazia e dalle macerie raccolse un piccolo fiore di Wo Tu Tse e lo portò sotto i suoi occhi grandi e calmi facendone rotolare il gambo secco fra le dita.

"Mio caro Gou Lao Ryu", disse allora, "non dobbiamo pensare che le cose debbano durare per sempre; la loro natura è quella di cambiare continuamente sotto i nostri occhi e i nostri occhi cambiano con le cose... la vera bellezza non è una Pagoda Wyin Chou che sogna di sopravvivere al suo tempo... ma è il tempo stesso, con il suo respiro che crea e distrugge. E' il movimento del Tao in cui gli opposti si inseguono come due amanti, ma, bada Gou Lao Ryu, in nessuno di essi arderebbe la fiamma dell'amore se non ci fosse l'amato da inseguire. La grande Pagoda è inscritta nel cerchio infinito del tempi, essa è pagoda, è stata il pane che è avanzato dal nostro desco e prima ancora il grano per farlo, oggi è il piccolo fiore Wo Tu Tse che si sbriciola tra le mie dita. Tutte queste cose e nessuna di esse perché il prima e il dopo non esistono singolarmente; il passato, il presente e il futuro sono la stessa cosa e io e te siamo già morti, siamo ancora qui e dobbiamo ancora nascere... questa è infatti la verità del Tao".

L'allievo era stato in silenzio, il volto ancora corrucciato e gli occhi ubriachi di pensieri e di dolore. "Capisco maestro", disse infine, "la verità del Tao mi è ora più chiara...". Aprì la bocca per continuare ma la richiuse sopraffatto ancora dal vuoto che era subentrato a tanta pur effimera bellezza.
"Ma un'altra volta", aggiunse infine dopo un altro interminabile, pensieroso istante, "perché non butta giù la sua?"



- tratto da "La seconda che hai detto! Il libro di Quelo e di altra gente in grossa crisi" di Corrado Guzzanti -



sabato 12 marzo 2011

Ogni cosa è necessaria

I Tarocchi Zen di Osho
62. Confronto


Il confronto produce l'inferiorità e la superiorità. Quando non fai confronti, ogni inferiorità e ogni superiorità scompaiono. In questo caso sei, esisti semplicemente. Un piccolo cespuglio o un albero maestoso - non importa, sei te stesso. Sei necessario. Un filo d'erba è necessario tanto quanto la stella più grande. Senza quel filo d'erba, Dio sarebbe meno di ciò che è. Il canto del cuculo è tanto necessario quanto un buddha; il mondo sarebbe sminuito, sarebbe meno ricco, se questo cuculo scomparisse. Guardati intorno. Ogni cosa è necessaria, e ogni cosa si completa con le altre. È un'unità organica: nessuno è superiore e nessuno è inferiore; nessuno è più in alto e nessuno è più in basso. Tutti sono incomparabilmente unici.

Osho The Sun Rises in the Evening Chapter 4


Commento:

Chi è che ti ha detto che il bambù è più bello della quercia, o che la quercia ha più valore del bambù? Pensi che la quercia voglia avere un tronco cavo come questo bambù? O che il bambù sia invidioso perché la quercia è più grossa e le sue foglie cambiano colore in autunno? L'idea stessa che i due alberi facciano un confronto fra loro sembra ridicola, eppure sembra che noi esseri umani troviamo questa abitudine estremamente difficile da spezzare. Confrontati con quest'evidenza: ci sarà sempre qualcuno più bello, più capace, più forte, più intelligente, o apparentemente più felice di te. E, d'altra parte, esisteranno sempre persone che sono "meno" di te, sotto tutti questi punti di vista. La via per scoprire chi sei non passa per il confronto con gli altri, ma dal guardare per scoprire se stai realizzando le tue potenzialità nel modo migliore che conosci.


giovedì 3 marzo 2011

La voce del fiume


Lentamente fioriva, lentamente maturava in Siddharta il riconoscimento, la consapevolezza di ciò che realmente sia saggezza, qual fosse la meta del suo lungo cercare. Non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque istante, nel bel mezzo della vita, il pensiero dell’unità, sentire l’unità e per così dire respirarla. Lentamente questo fioriva in lui, gli raggiava incontro dal vecchio volto infantile di Vasudeva: armonia, scienza dell’eterna perfezione del mondo, sorriso, unità.

Ma la ferita bruciava ancora: con amaro desiderio Siddharta pensava a suo figlio, nutriva in cuore l’amore e la tenerezza per lui, si lasciava consumare dal dolore, commetteva tutte le pazzie dell’amore. Non da sé si sarebbe mai spenta questa fiamma. E un giorno, che la ferita bruciava intensamente, Siddharta attraversò il fiume, sospinto dalla nostalgia, e scese dalla barca deciso ad andare in città e cercare suo figlio. Il fiume scorreva calmo e lieve – era la stagione asciutta – ma la sua voce aveva uno strano suono: rideva! Era chiaro che rideva. Il fiume rideva, rideva apertamente alle spalle del vecchio barcaiolo.

[...]

Il fiume rideva. Sì, era così, tutto ciò che non era stato sofferto e consumato fino alla fine si ripeteva, e sempre si soffrivano di nuovo gli stessi dolori. Ma Siddharta rimontò nella barca e fece ritorno alla capanna, ripensando a suo padre, ripensando a suo figlio, deriso dal fiume, in disaccordo con se stesso, vicino alla disperazione, e meno vicino a ridere sonoramente di sé e del mondo intero. Ahimè! non ancora fioriva la ferita, ancora si ribellava il suo cuore contro il destino, non ancora germogliavano serenità e vittoria dal suo soffrire. Tuttavia sentiva qualcosa come una speranza, e quando fu rientrato nella capanna sentì un irresistibile desiderio di aprirsi a Vasudeva, di rivelargli tutto, di raccontare tutto a lui, ch’era maestro nell’ascoltare.

Vasudeva sedeva nella capanna e intrecciava una cesta. Non guidava più la barca, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi, e non solo gli occhi, ma anche braccia e mani. Soltanto la gioia e la serena benevolenza del suo viso fiorivano immutate.

Siddharta si pose a sedere accanto al vecchio, cominciò a parlare lentamente. Raccontò quelle cose di cui non avevano mai parlato, della sua andata in città, quella volta, della ferita ardente, della sua invidia alla vista dei padri felici, della sua vana lotta contro questi desideri di cui conosceva benissimo la stoltezza. Riferiva ogni cosa, anche le più penose, tutto poteva dire, tutto si sforzava di dire, tutto poteva raccontare e rivelare. Scopriva la propria ferita, raccontando anche della sua ultima fuga, quel giorno stesso, come si fosse imbarcato, fanciullino, col proposito di recarsi in città, e come il fiume ne aveva riso.

Mentre parlava – e parlò a lungo – mentre Vasudeva ascoltava tranquillo in volto, Siddharta sentiva quest’attrazione di Vasudeva più forte di quanto l’avesse mai sentita, sentiva i suoi dolori, i suoi affanni svanire, sentiva la sua segreta speranza prendere il volo e di laggiù venirgli di nuovo incontro. Mostrare la propria ferita a questo ascoltatore era lo stesso che lavarla nel fiume, finché diventasse fredda e una cosa sola col fiume. Mentre ancora continuava a parlare e a confessarsi, Siddharta sentiva sempre più che questo non era più Vasudeva, non era più un uomo che l’ascoltava, che questo immobile ascoltatore assorbiva in sé la sua confessione come un albero la pioggia, che questo uomo immobile era il fiume stesso, era Iddio stesso, era l’Eterno. E mentre Siddharta cessava di pensare a sé e alla propria ferita, questa scoperta del mutato essere di Vasudeva si impossessava di lui, e quanto più egli se n’accorgeva e ci s’immergeva, tanto meno la cosa diventava meravigliosa, tanto più egli scorgeva che tutto era in regola e naturale, che già da lungo tempo, forse da sempre Vasudeva era stato così, soltanto egli non se n’era mai reso conto pienamente. Sentiva ch’egli ora vedeva il vecchio Vasudeva come il popolo vede gli dèi, e che un simile stato non poteva durare; nel suo cuore cominciava già a prender congedo da Vasudeva. Con tutto ciò continuava a parlare.

Quand’egli ebbe finito, Vasudeva levò su di lui il suo sguardo affettuoso, un po’ indebolito dagli anni, non parlò, ma gli diffuse incontro in silenzio amore e serenità, comprensione e sapere. Prese per mano Siddharta, lo condusse al sedile presso la riva, sedette con lui, e sorrise al fiume.

«Tu l’hai sentito ridere» disse. «Ma non hai sentito tutto. Ascoltiamo, udrai ancor altro».

Ascoltarono. Lieve si levava il canto del fiume dalle molte voci. Siddharta guardò nell’acqua e nell’acqua gli apparvero immagini: apparve suo padre, solo, afflitto per il figliolo; egli stesso apparve, solo, anch’egli avvinto dai legami della nostalgia per il figlio lontano; apparve suo figlio, solo anche lui, avido ragazzo sfrenato sulla strada ardente dei suoi giovani desideri, ognuno teso alla sua meta, ognuno in preda alla sofferenza. Il fiume cantava con voce dolorosa, con desiderio, e con desiderio scorreva verso la sua meta, la sua voce suonava come un lamento.

«Odi?» chiese lo sguardo silenzioso di Vasudeva. Siddharta annuì.

«Ascolta meglio!» sussurrò Vasudeva.

Siddharta si sforzò d’ascoltar meglio. L’immagine del padre, la sua propria immagine, l’immagine del figlio si mescolarono l’una nell’altra, anche l’immagine di Kamala apparve e sparì, e così l’immagine di Govinda, e altre ancora, e tutte si mescolarono insieme, tutte si tramutarono in fiume, tutte fluirono come un fiume verso la meta, bramose, avide, sofferenti, e la voce del fiume suonava piena di nostalgia, piena di ardente dolore, d’insaziabile desiderio. Il fiume tendeva alla meta, Siddharta lo vedeva affrettarsi, quel fiume che era fatto di lui e dei suoi e di tutti gli uomini ch’egli avesse mai visto, tutte le onde, tutta quell’acqua si affrettavano, soffrendo, verso le loro mete. Molte mete: la cascata, il lago, le rapide, il mare, e tutte le mete venivano raggiunte, e a ogni meta una nuova ne seguiva, e dall’acqua si generava vapore e saliva al cielo, diventava pioggia e precipitava giù dal cielo, diventava fonte, ruscello, fiume, e di nuovo riprendeva il suo cammino, di nuovo cominciava a fluire. Ma l’avida voce era mutata. Ancora suonava piena d’ansia e d’affanno, ma altre voci si univano a lei, voci di grida e di dolore, voci buone e cattive, sorridenti e tristi, cento voci, mille voci. Siddharta ascoltava. Era ora tutt’orecchi, interamente immerso in ascolto, totalmente vuoto, totalmente disposto ad assorbire; sentiva che ora aveva appreso tutta l’arte dell’ascoltare. Spesso aveva già ascoltato tutto ciò, queste mille voci nel fiume; ma ora tutto ciò aveva un suono nuovo. Ecco che più non riusciva a distinguere le molte voci, le allegre da quelle in pianto, le infantili da quelle virili, tutte si mescolavano insieme, lamenti di desiderio e riso del saggio, grida di collera e gemiti di morenti, tutto era una cosa sola, tutto era mescolato e intrecciato, in mille modi contesto. E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita. E se Siddharta ascoltava attentamente questo fiume, questo canto dalle mille voci, se non porgeva ascolto né al dolore né al riso, se non legava la propria anima a una di quelle voci e se non s’impersonava in essa col proprio Io, ma tutte le udiva, percepiva il Tutto, l’Unità, e allora il grande canto delle mille voci consisteva di un’unica parola, e questa parola era Om: la perfezione.

«Senti?» chiese di nuovo lo sguardo di Vasudeva. Chiaro splendeva il sorriso di Vasudeva, sopra tutte le rughe del suo vecchio volto aleggiava luminoso, così come l’Om si librava su tutte le voci del fiume. Chiaro splendeva il suo sorriso quando guardava l’amico, e chiaro splendeva ora lo stesso sorriso anche sul volto di Siddharta. La sua ferita fioriva, il suo dolore spandeva raggi, mentre il suo Io confluiva nell’Unità.

In quell’ora Siddharta cessò di lottare contro il suo destino, in quell’ora cessò di soffrire. Sul suo volto fioriva la serenità del sapere, cui più non contrasta alcuna volontà, il sapere che conosce la perfezione, che è in accordo con il fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità.


– da “Siddharta” di Hermann Hesse


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