venerdì 29 luglio 2011

La dottrina immortale



Non era ancora mezzanotte, ma Glyndon già si dirigeva al luogo dell’appuntamento. Il misterioso ascendente che Zanoni aveva acquistato su di lui era ancor più solennemente confermato dagli avvenimenti delle ultime ore: l’improvvisa fine del principe, accuratamente preordinata e tuttavia così accidentale in apparenza, provocata da cause banali e associata a parole profetiche, tutto gli aveva suscitato una profonda ammirazione e altrettanto rispetto. Era come se quell’essere misterioso potesse mutare gli eventi più ordinari e gli strumenti più meschini in agenti della sua inscrutabile volontà; ma se era così, allora perché aveva permesso la cattura di Viola? Perché non prevenire il delitto, anziché punire il delinquente? E Zanoni, amava realmente Viola? E se l’amava, perché l’aveva offerta a lui, a un rivale che le sue arti avrebbero potuto rendere impotente con la massima facilità? Glyndon non credeva ormai più che Zanoni e Viola fossero stati d’accordo per obbligarlo a sposarla. Il suo timore e la sua reverenza per il primo respingevano ormai l’idea d’una sì meschina impostura. Egli stesso, amava ancora Viola? No. Quando al mattino aveva udito del suo pericolo era tornato, è vero, ai timori dell’affetto ma, con la morte del principe, l’immagine di lei era svanita di nuovo dal suo cuore ed egli non provava nessuna fitta di gelosia al pensiero che lei era stata salvata da Zanoni e che in quel momento, probabilmente, si trovava sotto il suo tetto. Ormai Glyndon non aveva più che un solo acuto e sublime desiderio: voleva essere il rivale di Zanoni, non negli affetti umani e mortali, ma nella sapienza soprannaturale e immortale. Avrebbe rinunciato alla vita con gioia, anzi con felicità, se tale fosse stato il prezzo richiesto per conoscere quei solenni segreti che separavano lo straniero dall’umanità.

Innamorato di quella che era la dea delle dee, egli stese le braccia e si protese nell’etere infinito.

La notte era serena e l’inglese procedeva lungo la spiaggia, dove piccole onde venivano a morire ai suoi piedi. Finalmente giunse al luogo indicato e lì, appoggiato contro la solitaria colonna, scorse un uomo avvolto in un lungo mantello e in atteggiamento di profonda meditazione.

Gli si avvicinò e pronunciò il nome di Zanoni. L’uomo si volse, e vide il volto d’uno sconosciuto: un viso non modellato nella gloriosa bellezza di Zanoni, ma egualmente maestoso e forse anche più grave, perché marcato dall’età matura e dalla profondità del pensiero libero e disinteressato; la fronte molto spaziosa era sottolineata da occhi scuri e penetranti.

«Voi cercate Zanoni», disse costui, «egli verrà subito; ma, forse, colui che vedete ora è più legato al vostro destino e più disposto a realizzare i vostri sogni.»

«Vi è dunque sulla terra un secondo Zanoni?»

«Se così non fosse, perché accarezzereste la speranza e la fede di essere come Zanoni? Credete forse che nessun altro mai abbia inseguito il medesimo sogno? Chi, difatti, nella sua prima gioventù – quando cioè l’anima è più vicina al cielo dal quale venne e le sue divine nostalgie non sono ancora del tutto cancellate dalle sordide passioni e le cure meschine del tempo –, chi nella prima gioventù non ha nutrito la certezza che l’universo nasconda dei segreti ignoti alla massa, e non ha aspirato – come il cervo all’acqua limpida – conoscere le sorgenti che giacciono nascoste e lontane tra le vaste solitudini di una scienza ormai smarrita? La musica della sorgente viene udita dall’anima “interiore”, finché il passo, errante e deluso, non si allontana dalle sue acque e il viandante muore nello sconfinato deserto. Credete che nessuno tra quelli che accarezzarono quella speranza, riuscì mai a trovare la verità? O che il desiderio dell’ineffabile conoscenza ci fu dato invano? No! Ogni desiderio del cuore umano non è se non un presentimento di cose che esistono, lontane e divine. Nel mondo sono esistite, di secolo in secolo, alcune menti più illuminate e più felici che hanno raggiunto l’atmosfera ove si muovono esseri superiori ai comuni mortali. Zanoni, per grande che sia, non è solo. Ha avuto i suoi predecessori, e lunghe file di successori possono ancora venire.»

«Intendete dire», domandò Glyndon, «che nella vostra persona io contemplo uno di quei pochissimi sui quali Zanoni non ha superiorità di potere o di saggezza?»

«In me», rispose lo sconosciuto, «voi vedete uno dal quale Zanoni stesso imparò alcuni dei suoi maggiori segreti. Su questa spiaggia, in questo luogo, io sono già stato in epoche che le vostre cronache a stento conoscono. I Fenici, i Greci, i Romani, li ho veduti tutti!... Ma ciò non può interessarvi, e siete saggio nella vostra indifferenza. Non nella conoscenza delle cose esteriori, ma nella perfezione dell’anima interiore consiste la ricchezza dell’uomo che aspira a esser più degli altri uomini.»

«E quali libri contengono la vostra scienza, da quale laboratorio la si ottiene?»

«La Natura ne fornisce i materiali. Vi stanno attorno nelle vostre passeggiate quotidiane; nelle erbe che l’animale divora e il chimico disdegna di cogliere; negli elementi, dai quali la materia nelle sue minime e nelle sue massime forme vien dedotta; nel vasto seno dell’aria e nei neri abissi della terra, ovunque sono offerte ai mortali le risorse e i volumi della dottrina immortale. Ma come i più semplici problemi degli studi più elementari sono oscuri a colui che non rinforza la propria mente per la loro comprensione, come il mozzo di quel vascello laggiù non può dirvi perché due circoli possano toccarsi solo in un punto; così, sebbene la terra tutta sia composta e intessuta con parole di divina sapienza, i caratteri ne sono senza valore per colui che non si ferma a indagarne il linguaggio e a meditarne la verità. Giovanotto, se la vostra immaginazione è vivace, se il vostro cuore è coraggioso, se la vostra curiosità è insaziabile, io vi accetterò come discepolo. Ma vi avverto che le prime lezioni saranno severe e paurose.»

«Se voi che le avete superate, perché non lo potrei anch’io?» rispose Glyndon audacemente. «Fin dall’infanzia ho sentito in me che strani misteri avvolgevano il mio avvenire; e dalle mete più orgogliose d’una ordinaria ambizione ho girato lo sguardo nella buia nebbia che si stende al di là. Nell’istante stesso in cui scorsi Zanoni, sentii di aver trovato la guida e il tutore per il quale la mia giovinezza aveva via via pigramente languito o ardentemente bruciato, invano.»

«Il suo compito viene trasferito a me», rispose lo straniero. «Vi è laggiù, ancorato nel golfo, il vascello sul quale Zanoni cerca una casa più lieta; ancora poco tempo e la brezza gonfierà la vela, e andrà via, come il vento. Ma, come il vento, egli lascia nel vostro cuore il germe che può recar fiore e frutto. Zanoni ha iniziato il suo compito, non abbiamo più bisogno di lui. Colui che recherà a perfezione il suo compito, è al vostro fianco. Ma egli viene! Odo il battere d’un remo. Vi verrà nuovamente offerta la vostra scelta. A seconda di quanto deciderete, noi c’incontreremo di nuovo, oppure no.»

Con queste parole lo sconosciuto s’allontanò lentamente e scomparve nell’oscurità che avvolgeva le scogliere. L’imbarcazione avanzò rapidamente: ne scese un uomo, e Glyndon riconobbe Zanoni.

Questi, dopo un breve saluto, entrò subito in argomento: «Glyndon, io non vi offro più la scelta d’un amore felice e d’un sereno avvenire. Quell’ora è superata, e il destino ha unito alla mia quella mano che avrebbe potuto essere vostra. Ma ho ancora altri doni da offrirvi se volete abbandonare la speranza che vi rode il cuore e la cui realizzazione nemmeno io ho il potere di vedere. Lasciate che la vostra ambizione sia umana, e io la potrò colmare pienamente. Gli uomini desiderano quattro cose nella vita: amore, ricchezza, celebrità e potere. La prima non ve la posso più dare, le altre sono tuttora a mia disposizione. Scegliete quella che volete e separiamoci in pace.»

«Non sono questi i doni ch’io desidero. Io scelgo la Conoscenza, quella conoscenza che è pure in vostro potere. Per questo, e solo per questo, ho rinunciato all’amore; questa, e questa solo, deve essere la mia ricompensa.»

«Non vi posso contrariare, sebbene vi possa ammonire. Il desiderio d’imparare non sempre racchiude le possibilità di acquisire. Io vi posso dare, è vero, l’istruttore; ma il resto dipenderà unicamente dalle vostre facoltà. Siate savio in tempo, e prendete quanto io vi posso assicurare.»

«Rispondete solo a queste domande, dopo di che deciderò. È nel potere dell’uomo di ottenere comunicazioni con gli esseri d’altri mondi? È nel potere dell’uomo d’influenzare gli elementi e di assicurare la propria vita contro la spada e la malattia?»

«Tutto ciò è possibile», rispose Zanoni, «ma solo a pochi. Per uno solo che raggiunga tali segreti, milioni possono perire nel tentativo.»

«Una domanda ancora. Voi...»

«Attento! Di me stesso, come già dissi, non rendo conto a nessuno.»

«Allora, devo credere ai vanti dello sconosciuto che ho incontrato stanotte? È egli, lo sconosciuto, uno di quei profeti prescelti che ammettete abbiano conquistato quei misteri ai quali agogno?»

«Oh, uomo temerario!» disse Zanoni in tono di compassione «la vostra crisi è ormai passata e la vostra scelta decisa! Posso solo augurarvi d’essere coraggioso e di prosperare. Sì, io vi cedo a un maestro che ha veramente il potere e la volontà di aprirvi i cancelli d’un mondo terribile. Sappiate però che il vostro benessere o la vostra miseria sono nulla agli occhi della sua inflessibile saggezza. Vorrei raccomandargli di risparmiarvi, ma non mi darebbe retta. Mejnour, accogliete il vostro discepolo!»

Glyndon si volse, e il suo cuore batté quando vide che lo sconosciuto, i cui passi non aveva udito ed il cui avvicinarsi non aveva veduto nel chiaro di luna, era di nuovo al suo fianco!

«Addio», continuò Zanoni, «la vostra prova ha dunque inizio. La prossima volta che c’incontreremo, voi sarete vittima o vincitore.»

L’occhio di Glyndon lo seguì mentre ritornava nella barca, e allora per la prima volta s’accorse che accanto ai rematori vi era una figura femminile, che si alzò in piedi per accogliere Zanoni. Anche a distanza egli riconobbe la figura già tanto adorata di Viola. Ella gli fece un cenno con la mano, e attraverso l’aria calma e luminosa, gli giunse la sua voce dolce e triste: «Addio, Clarence... io vi perdono! Addio... addio!»

Egli tentò di rispondere, ma era troppo commosso e le parole gli mancarono. Viola era dunque perduta per sempre, partita con quel misterioso personaggio: l’oscurità sommergeva il suo destino!

La barca si allontanava, recando i due innamorati, finché raggiunse il vascello, che già gonfiava allegramente le vele al primo alzarsi d’un fresco vento. Glyndon, volgendosi a Mejnour, ruppe il silenzio: «Ditemi, se potete leggere nel futuro, ditemi che il suo destino sarà bello, e che la sua scelta almeno è stata saggia.»

«O mio discepolo!» rispose Mejnour con un tono che ben si addiceva alle parole raggelanti. «Il tuo primo compito deve consistere nel ritirare ogni pensiero, o sentimento, o simpatia, dagli altri. Lo stadio elementare della conoscenza è di rendere il sé, e soltanto il sé, il tuo studio e il tuo mondo. Hai scelto il tuo destino, hai rinunciato all’amore, hai ripudiato la ricchezza, la celebrità, le pompe volgari del potere. Che cosa è dunque per te l’umanità? D’ora innanzi, il tuo solo scopo è di perfezionare le tue facoltà e concentrare le tue emozioni!»

«E la fine sarà la felicità?»

«Se la felicità esiste», rispose Mejnour, «dev’essere concentrata nel sé, al quale le passioni sono sconosciute. Ma la felicità è l’ultimo stadio dell’essere, e finora tu non sei che sulla soglia del primo stadio.»

Mentre Mejnour così parlava, il vascello si allontanava lentamente. Glyndon sospirò, e discepolo e maestro ritornarono verso la città.



– da “Zanoni” di Edward Bulwer-Lytton



lunedì 25 luglio 2011

Novalis




Novalis - Edoardo De Angelis


Amore mio con l’anima negli occhi
Ti è rimasto un sorriso nelle ciglia
E la luna del mattino gli somiglia
È ancora prigioniera in mezzo ai rami
Chissà che cosa pensi
Chissà che cosa ami...

Amore mio con l’anima nel cuore
Se i tuoi pensieri avessero un colore
Sarebbe rosso più del fuoco
Più del sole
E anche rosso così non è abbastanza
Accendiamo una stella
Dentro la nostra stanza...

Amore mio con l’anima nei fianchi
Ti sento così forte che mi fai tremare
Ti sento così forte che mi manchi
Mi manchi così forte da non poter pensare
Che adesso tu sei qui
E ti potrei toccare.


sabato 16 luglio 2011

Corso accelerato di creatività



di Alejandro Jodorowsky


Quando parlo di creatività mi riferisco a un cambiamento totale che si verifica dentro di noi. Se non ho mai voluto riflettere a voce alta su questo tema, è perché quello che ascolterete è molto strano. Senza creatività il mondo funziona assai male. Sono sicuro che la maggior parte delle malattie deriva dalla mancanza di creatività e che i problemi sociali presenti nel mondo sono dovuti a tale carenza. La creatività mal compresa provoca la guerra e i crimini.

Per operare con la creatività bisogna essere critici nei confronti di noi stessi e di tutto ciò che rappresentiamo. Quando osservo qualcuno, posso vedere in che stato si trova il suo fisico. Posso anche vedere le sue tensioni mentali, il modo in cui il suo spirito è ripiegato su se stesso. In altri, percepisco i dubbi che nutrono sulla propria persona oppure constato come l’educazione ricevuta costituisca una pesante crosta, poiché è stata basata sulla razionalità. Altri ancora sono sempre legati alle cose del passato. Quando osservo, non lo faccio con uno sguardo critico, ma con uno sguardo creativo. Se leggo i tarocchi a qualcuno, vedo la persona nel suo complesso, perché prescindo dai miei limiti. Questo è solo un esempio di creatività. La creatività è così strana che si può arrivare a essere Cristo, Buddha, la Vergine o Atena. La creatività è in rapporto con la religione e anche con i miti. A me ha salvato la vita. Per questo, introdurrò questo corso raccontando eventi del mio passato.

Sono nato in un quartiere operaio, mio padre aveva un negozio ed era commerciante, come la racconto in un libro che si chiama “La danza della realtà”. Sono arrivato in un mondo molto limitato e ho pensato che la creatività fosse l’unico strumento di cui disponessi. Quel che è certo è che mi piaceva studiare, ero un bravo studente, ma mi annoiavo un po’. Siccome i miei zii, che detestavo, erano docenti universitari, ho lasciato l’università. Allora mi sono detto: “L’unico strumento che può salvarmi la vita è l’immaginazione”.

Ma come si sviluppa l’immaginazione? Nel mio caso non è stato difficile. Avevo imparato a leggere a cinque anni e passavo la maggior parte del tempo tra i libri: racconti di fate, storie di tutti i tipi... Ho sviluppato l’immaginazione attraverso la lettura. L’immaginario formato attraverso i libri è sempre un immaginario intellettuale, perché passa attraverso le parole. Ma l’immaginazione è molto più di questo. La creatività va al di là delle parole.

Uno dei grandi problemi della creatività è la morale. Per sviluppare l’immaginazione, è necessario essere amorali. La morale incatena l’immaginario. Bisogna essere coraggiosi e prescindere da questo strumento.


Storia dell’immaginario

Dal punto di vista storico, l’essere umano ha cominciato a vivere rinchiuso in ciò che era, in se stesso. Poi si è reso conto che poteva lasciar entrare dentro di sé elementi che non si trovavano in lui, bensì al di fuori del suo corpo. Ci hanno spinto nella natura, ed ecco che la natura siamo noi! All’inizio, tuttavia, il mondo ci risultava estraneo.

Per esempio, supponiamo che io sia un selvaggio: so che il mondo non sono io, ma mi rendo conto dell’esistenza di alberi, vegetazioni, fiori, muschio... Per mezzo della stregoneria, un giorno assimilo l’albero alla mia persona. Creo un totem vegetale. Sono legato all’albero, al totem. Quando si pianta un albero, quell’albero sono io; quando se ne taglia il tronco, io muoio. Quando muoio, mi depositano in bocca alcuni semi, dai quali cresce un altro albero meraviglioso. Dal mio cadavere spunta un albero, dunque sono un seme. Assimilando gli alberi, comincio a lavorare la terra, perché mi identifico con le piante. Alla base della mia immaginazione sta il mondo vegetale, cosa che si è trasmessa fino ai nostri giorni, dal momento che i fitoterapisti utilizzano le piante per curare. Occorre entrare nello spirito delle piante, ma al contrario, aprendo una porta affinché lo spirito delle piante penetri in me. Finché lo spirito delle piante non sarà penetrato in me, non sarò creativo.

Dove finisce lo spirito delle piante si trova l’Om Mani Padme Hum, o il diamante del loto. Qui è concentrata l’intera religione tibetana. Dalla palude esce un loto, nel quale cresce Buddha. Tutta la religione egizia o buddhista si basa sull’assimilazione di una pianta. Perché questa si dischiude al sole, diffonde il suo profumo, diventa dio. Io sono una pianta che cresce nel fango, che cresce dal mio inconscio; cresco dalla coscienza, dalla conoscenza, e da me esce l’Essere di Luce. Tutto ciò ha un’origine remota. La pianta che ho assimilato in me ha aperto le mie porte. Un koan zen recita: “Porta aperta al nord, porta aperta al sud, porta aperta all’est, porta aperta all’ovest”. È la risposta alla domanda: “Che cos’è il Buddha?”. Non si capisce che cosa voglia dire, ma almeno si comprende che qualcosa si apre. La persona che non è iniziata alla creatività si applica nella ricerca, ma aprirsi le costa molto. Per essere creativi, bisogna sciogliersi. E così si entra nello zen, perché il motto essenziale dello zen è mollare gli ormeggi, liberarsi.


Mentre l’umanità continua sulla via del progresso, l’uomo lascia entrare dentro di sé l’animale. Assimila l’animale: gli insetti, le rane, le tigri, i leoni, i leopardi, i ragni... ossia il totem animale. Dal totem animale nasceranno tutti gli dei: Apollo, per esempio, è una rana. In molte culture spiccano maschere animali, di leopardi in Messico, di coccodrilli in Africa, e anche lo zodiaco ha per simboli figure di animali; ancor oggi esiste l’assimilazione del totem animale nella nostra vita quotidiana, dato che usiamo espressioni come “essere un falco” o “comportarsi da predatore”. Abbiamo assimilato in noi l’animale.

Questo è il modo in cui all’inizio l’uomo ha prodotto la sua creatività. Di ogni cosa che assimila fa un dio. Ogni dimensione che viene assimilata, fa crescere il nostro essere. Dopo aver assimilato l’animale, l’uomo è diventato cacciatore; può allevare mucche, agnelli... Assimila una tigre, può cacciare una tigre; assimila un elefante, può domare un elefante. Da ciò discende il dio indiano Ganesh con la sua testa di elefante. Per la cultura indiana il ragno è Maya, la dea che tesse l’universo; e questo universo è un sogno, un sogno tessuto a forma di ragnatela. Nei tarocchi osserviamo che l’arcano VIII è la Giustizia e la Giustizia discende dal ragno. Tutti i numeri otto derivano dal ragno: le otto zampe, il simbolo dell’infinito e altri riferimenti.

Ma dobbiamo spingerci oltre. L’uomo osserva i movimenti della luna, i movimenti del sole; guardando le stelle assimila i ritmi del cosmo. Da qui nascono la legge, la regalità; l’intera organizzazione della società nasce dall’assimilazione del ritmo cosmico. Per esempio, c’era un re che nelle notti di luna piena faceva regali al suo popolo e quando la luna scompariva veniva deposto. Seguivano la condotta della luna. Pensiamo per cicli. L’assimilazione degli astri nell’organizzazione sociale persiste ancora. Siamo governati da un presidente, che simboleggia il sole, e dalla moglie del presidente, che simboleggia la luna. Il papa è un simbolo solare; la papessa è un simbolo lunare. L’assimilazione dei ritmi cosmici è importante per noi. L’illuminazione avviene in riferimento a tanti cicli. Si dice: “Mi illuminerò, mi trasformerò in sole”. E brilliamo come il sole. Il che significa che il nostro fine supremo è trasformarci in sole (Amon-Ra), perché la luna riflette la luce del sole. Vale a dire che l’io deve essere come la luna, altrettanto umile, per riflettere nella sua totalità la luce del sole. Quando al sole è stato assegnato un significato maschile, la nostra società ha cominciato a degenerare. In Germania si trovano resti di un’antica civiltà nella quale la luna era maschile e il sole femminile. Sono resti di una società matriarcale, nella quale trasformarsi in sole significava trasformarsi in donna. Oggi significherebbe trasformarsi in uomo, inconsciamente parlando. Tutto questo non significa che dobbiamo intendere il sole come una rappresentazione papale o di altro tipo. In fondo il sole è una specie di androgino essenziale.


Nel secolo dei Lumi, l’uomo decide di essere intellettuale, puramente intellettuale. E la meccanica comincia a produrre apparecchiature: motori a gas, meccanismi o macchine che funzionano con energia manuale, come gli orologi. L’uomo assimila le macchine. Imita il comportamento delle macchine! È arrivato il pensiero razionale. Anche oggi ci sono tracce del razionalismo del secolo dei Lumi. Quando vado al cinema con un francese, dice: “Ma questo non è logico, non è possibile”. Se andiamo a vedere il film di Kubrick “Shining”, quando il protagonista viene chiuso nella dispensa e all’improvviso esce con un’ascia, diciamo: “Non è possibile, non è logico, chi gli ha aperto la porta?”. Siccome non ci sembra possibile, non è accettabile. Tutto ciò che non è logico non ci serve! Questo esempio mostra l’introduzione della macchina nel nostro immaginario, perché le macchine sono logiche in maniera assoluta e totale. Hanno uno scopo molto chiaro, quindi l’uomo deve avere una finalità altrettanto chiara. Il buddhismo, al contrario, cerca l’illuminazione senza scopo. Siamo influenzati dal razionalismo. Essere razionali è bene, ma essere soltanto razionali è una lebbra, una peste, una malattia. Quando la sessualità ha imboccato la strada della razionalità attraverso la religione, per esempio, è avvenuta una catastrofe. Si è creata una morale razionale che si è estesa a tutta la società, e che è profondamente distruttiva. Nell’introdurre la razionalità nel sesso si crea un problema, che ci ha portato, in seguito, proprio a spezzare la razionalità.


Per reazione a questa malattia sono comparsi Freud e i surrealisti. Il surrealismo è stato molto importante perché abbiamo cominciato a identificarci con i sogni, abbiamo recuperato il regno dei sogni, in quanto parte di noi. Nell’antichità, in Grecia, il sogno apparteneva agli dei e non agli esseri umani. Però, nell’assimilare il sogno, io sono quello che sogno.

Facciamo un altro passo avanti. Ora, nel XXI secolo, abbiamo i computer, il che presuppone un cambiamento totale della nostra mentalità, perché in dieci anni abbiamo fatto nostri tutti i sistemi dell’informatica. Adesso una casa si può osservare da tutti i lati. Con il tuo immaginario, puoi entrare dalla finestra, visitare un appartamento e uscire. Possiamo osservare una persona con la mente, percorrere le sue vene e tutto il suo corpo per arrivare al luogo prescelto. Intendo dire che cominciamo ad avere un atteggiamento da computer. Questa è la mutazione che stiamo subendo in questo momento. Elaboriamo dati in modo diverso. Che cosa verrà dopo? Bene, ho fatto un breve percorso storico dell’immaginario.

Quello che voglio spiegare è che, se guardo le mie scarpe, che sono di un’epoca razionale, vedo il vegetale, scarpe come radici. Vedo l’animale, scarpe come cuoio, la materia di cui sono fatte. E posso anche congetturare dove mi portano le scarpe come oggetto, e questo è razionale. Surrealista: vedo che tutta la mia infanzia sta qui dentro! E nell’epoca attuale, le scarpe possono essere rosse, possono essere verdi, gialle; possiamo cambiare il loro colore, possiamo cambiarne la forma; ci sono dieci milioni di scarpe che posso mettermi subito ai piedi. Sono libero di uscire dalla mia prigione mentale.


Dalla nostra cella


Comincio questa parte del corso con la parola “prigione”. Spero che questo costituisca per voi uno strumento, una chiave di lettura. Per me questa riflessione è stata molto importante. È la realtà nella quale vivo. Ecco la storia: sono nato in un corpo limitato, mi sento impotente. Tutti noi disponiamo di quattro elementi: l’intellettuale, l’emotivo, il sessuale e il fisico. Viviamo nelle idee, nelle emozioni, nei desideri e nei bisogni. Questi elementi sono rappresentati nei mandala tibetani, indiani, induisti, nella carta dei tarocchi che corrisponde al Mondo ecc. È una divisione in quattro parti, con il quinto elemento al centro. Questo è il vero percorso attraverso tutta la storia dell’arte dell’umanità. In ognuna di queste quattro parti abbiamo, come guardiani, i draghi. Ogni torre è protetta con fermezza. Pensiamo all’immagine dei leoni a guardia della porta di un tempio, o i doccioni di Notre-Dame. Al nostro interno abbiamo guardiani eccellenti, che controllano che restiamo nei limiti. Il mio intelletto è chiuso a chiave, tenuto al sicuro; le mie emozioni sono come chiuse in cassaforte; la mia sessualità e i miei bisogni sorvegliati. Tutto è salvaguardato, e sono proprio questi carcerieri creati da noi che ci impediscono di essere creativi. Per questo ciò che sto dicendo è un po’ rivoluzionario, perché per essere creativi bisogna sconfiggere i guardiani e abbattere la porta, anche se non li vediamo o nemmeno li individuiamo. Sono come la strega cattiva delle favole, che bisogna sconfiggere; sono l’orco, la paura... Sono i nostri custodi. Siamo stati formati dalla storia dell’umanità, dal modo in cui il pianeta si è sviluppato, dalla società, dal paese, dalla famiglia. Tutto questo vive in noi. I nostri carcerieri sono preistorici. A poco a poco sono diventati forti, si sono arroccati. Noi dobbiamo attaccare questi guardiani, liberarci di loro; il problema è che, quando li attacchiamo, ci sentiamo minacciati, privi di protezione, e si affaccia la paura.

L’ultimo limite che bisogna vincere per essere creativi è quello degli escrementi. Siamo un corpo che espelle materia in decomposizione. L’orina, la saliva, lo sperma, il mestruo... Stiamo parlando soltanto del corpo. Una persona che ha guardiani radicati nelle proprie escrezioni non può essere creativa. Nella medicina ayurvedica c’è una scuola che utilizza l’orina a fini medici. In Messico ho trovato un guaritore che curava con tutta una serie di escrementi di animali, e secondo lui ogni escremento aveva una capacità farmacologica differente.

Nella creatività psicomagica, a volte, quando le persone sono bloccate, consiglio loro di dipingere un quadro con i propri escrementi. Il blocco, di solito, ha origine nell’infanzia, nel caso di famiglie molto esigenti riguardo alla pulizia e che proibivano ai bambini di sporcarsi o di mangiare con le mani. Proibivano loro di essere liberi.


Siate creativi

Chi vuole essere creativo deve tentare di fare questo esercizio: bisogna collocarsi su una superficie assorbente, bere un litro o due di acqua, e poi bisogna tentare di orinare facendo un disegno e fare in modo che il liquido lasci una traccia. In ogni modo, dobbiamo tenere conto che, per essere creativi, dentro di noi deve esistere il bambino sporco. Nella escrezione non ci possono essere limiti. Sono stato molto amico della pittrice surrealista Leonora Carrington, che era stata compagna di Max Ernst. L’ho conosciuta in Messico. Mi ha raccontato di essere stata anche l’amante di Buñuel, il quale, però, all’improvviso l’aveva abbandonata. Allora lei, il giorno in cui ha avuto le mestruazioni, ha messo le mani nel sangue e le ha impresse su tutti i muri dell’appartamento. La sua è stata una reazione creativa, un atto di psicomagia nel quale le mestruazioni sono state usate come un elemento di trasformazione. Ho realizzato molti atti di psicomagia come questo. Nella magia amorosa il sangue mestruale è molto usato. Le escrezioni, in generale, sono usate per tutti i tipi di incantesimi. Spesso la magia funziona sulla base di escrezioni: la bava del rospo, del serpente, dei ragni... Tutto ciò che ci appare personale, come le escrezioni, viene utilizzato creativamente. Se si vuole avere una funzione generatrice, non bisogna avere alcun limite sessuale, come è capitato con il primo grande pioniere in questo campo, il marchese de Sade. È questo il motivo per cui il surrealismo lo ha adottato: perché ha immaginato rapporti sessuali di tutti i tipi. Dalla lettura di “Le 120 giornate di Sodoma” emerge che Sade era uno scienziato che faceva ricerche su tutte le possibilità del sesso senza limiti, che può andare dall’antropofagia al delitto sadico, all’incesto: può arrivare a tutto. Per poter risvegliare la creatività, è necessario avere un’immaginazione sessuale libera da ogni morale, libera da ogni immagine religiosa. È necessario liberarsi. Un artista ha bisogno di immaginare le più grandi aberrazioni. Abbiamo bisogno di sviluppare nella nostra mente tutte le possibilità.

Quando qualcuno ha immaginazione, ma è privo di equilibrio, può assassinare milioni di ebrei, come è accaduto a Hitler, o far esplodere la bomba atomica. In entrambi i casi, si è sviluppato il lato oscuro che vive dentro di noi.

Uno dei più potenti guardiani che ci controllano è il Super-io che, modellato dai nostri genitori, ci dice in continuazione: “Questo si fa, questo non si fa, questo è proibito”. Bisogna assimilare, dominare, annientare il Super-io.

Una persona creativa non ha neppure limiti emotivi. Il che significa che dobbiamo essere coscienti che un individuo può uccidere, tradire, essere goloso, vanitoso, avaro, collerico... Emotivamente posso e devo immaginare tutto dentro di me. Posso essere un santo, forse un benefattore dell’umanità, e al tempo stesso posso essere un tipo che avvelena l’acqua per eliminare la vita. Nel mio immaginario emotivo devo spezzare tutti i limiti, sconfiggerli.

Vediamo ora alcuni aspetti che si riferiscono alla creatività e al mentale. La prima cosa che devo vincere è il dominio delle parole. Se sono soffocato dalle parole, non posso essere creativo. Questo è quello che ho fatto dentro di me: ho visualizzato tutte le degenerazioni del mondo. Non sono un depravato, ma nel momento in cui devo creare qualcosa, ho tutti gli elementi a mia disposizione. Quando vedo una persona, come sapete, prescindo dai limiti. Per cui la persona può dirmi quello che le succede: non mi sorprenderà. Una delle grandi barriere rispetto alla creatività terapeutica è la sorpresa. Un terapista non può sorprendersi, deve essere preparato ad ascoltare tutto, niente lo sorprenderà mai, perché ha immaginato tutto. Ora, la stravaganza meravigliosa è qualcosa di molto diverso dalla sorpresa.

Dicevo che le parole sono la prima barriera – la più importante – della quale siamo prigionieri. E questo succede perché, generalmente, nella nostra civiltà, si mette in rapporto la persona con tutto ciò che dice: “Io sono quello che dico”. Questa convinzione persiste tuttora, benché con il surrealismo, Freud, Lacan e altri sia venuta meno l’idea che siamo quello che diciamo. Eppure passiamo l’intera giornata a raccontarci cose. L’amicizia “stupida” è trovarsi per dire cose, non per fare cose. Ci diciamo cose, chiocciando come un pollaio. Ci educhiamo parlando, non facendo cose. Per questo esiste il proverbio: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Passiamo la vita a dire: “Mi hai detto questo”, “Ritira subito quello che hai detto”. È molto infantile, è l’infantilismo di un’educazione verbale, dove soltanto le parole significano qualcosa. E la creatività a questo stadio è nulla. Un mondo in cui ci sono soltanto parole è un universo privo di creatività. Le parole risultano isteriche quando sono assunte come un linguaggio, in cui l’oggettività è rappresentata dalle parole stesse. La creatività si dà fuori delle parole. Quando il poeta lavora essenzialmente con parole, allora queste esplodono. Sono dissipate spezzate.



– tratto dal libro “Psicomagia. Una terapia panica”



sabato 9 luglio 2011

La Verità è una terra senza sentieri



Jiddu Krishnamurti


Questa mattina esamineremo lo scioglimento dell’Ordine della Stella. Alcuni ne saranno contenti, e altri rattristati. Non è un’occasione di allegria né di tristezza perché, come spiegherò, è inevitabile. Ricorderete la storia del diavolo e un suo amico che, camminando, vedono un uomo chinarsi, raccogliere qualcosa da terra e metterselo in tasca. L’amico chiese al diavolo: "Che cosa ha raccolto?". "Un pezzo di Verità", rispose il diavolo. "Un brutto affare per te", disse l’amico. "Per niente!", rispose il diavolo. "Aspetterò che la organizzi!".

Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una "fede". La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri. È quello che tutti cercano di fare in tutto il mondo. La Verità viene svilita e resa un giocattolo per persone deboli o solo momentaneamente insoddisfatte. Non possiamo ‘abbassare’ la verità, ma piuttosto sforzarci noi di ‘salire’ a essa. Non possiamo far scendere a valle la cima della montagna. Se vogliamo raggiungere la cima dobbiamo attraversare la valle e salire il versante, senza timore dei pericolosi precipizi. Dobbiamo salire individualmente verso la Verità, che non può venire ‘abbassata’ per noi o organizzata per noi. Sono le organizzazioni che propongono un’idea, ma l’organizzazione non fa che risvegliare l’interesse dentro di noi. Se l’interesse non nasce dall’amore per la Verità stessa, ma passa soltanto attraverso l’organizzazione, non ha alcun valore. L’organizzazione diventa uno schema in cui i membri trovano la loro collocazione. Non si ricerca più la Verità, non si mira più alla vetta, ma ci si scava una comoda nicchia in cui collocarsi o in cui farsi collocare dall’organizzazione, pensando che sarà l’organizzazione a condurci alla Verità.

A mio parere, questo è il primo motivo per cui l’Ordine della Stella va disciolto. Nonostante ciò probabilmente creerete altri ordini, entrerete a far parte di altre organizzazioni, sempre cercando la Verità. Io non voglio appartenere a nessuna organizzazione spirituale, vi prego di comprenderlo. Potrei ricorrere a un’organizzazione se volessi farmi trasportare, ad esempio, a Londra, ma si tratta di un’organizzazione completamente diversa, di tipo pratico, come le poste o il telegrafo. Se voglio fare un viaggio uso un’automobile o una nave: strumenti pratici che non hanno nulla a che vedere con la spiritualità. Ribadisco ancora una volta che nessuna organizzazione può condurre l’uomo alla spiritualità. Un’organizzazione creata a questo scopo diventa una stampella, una debolezza, una pastoia; è costretta ad azzoppare l’individuo per impedirgli di crescere, di sviluppare la propria singolarità che consiste nella scoperta, fatta da noi stessi, della Verità assoluta, incondizionata.

Questo è un altro motivo che mi ha portato alla decisione, essendo a capo dell’Ordine, di scioglierlo. Nessuno mi ha spinto a prendere questa decisione. Non è un gesto studiato per stupire, perché io non voglio seguaci e lo sottolineo. Nel momento stesso in cui si segue qualcuno non si segue più la Verità. Non mi importa che crediate alle mie parole. Voglio perseguire una certa cosa in questo mondo, e intendo farlo con incrollabile concentrazione. Il mio interesse va a un’unica cosa essenziale: la liberazione dell’uomo. Desidero liberarlo da tutte le sue gabbie e tutte le sue paure, e non dargli una setta o una religione in più, non formulare nuove teorie o nuove filosofie. Ovviamente potreste chiedermi perché giro il mondo tenendo continuamente discorsi. Vi voglio dire che non lo faccio perché desidero un seguito, non desidero un gruppo di speciali discepoli. (Come piace agli uomini essere diversi dai loro simili, e basandosi su distinzioni così ridicole, assurde e meschine! Io non ho nessuna intenzione di incoraggiare simili assurdità). Io non ho discepoli, non ho apostoli, né sulla terra né nel regno dello spirito. Non sono attratto dalla sete di denaro né dal desiderio di una vita comoda. Se desiderassi una vita comoda non sarei venuto a questo campo e non vivrei in un paese così piovoso! Vi parlo francamente perché vorrei chiarirlo una volta per tutte. Voglio evitare che queste polemiche infantili si trascinino per anni. Un giornalista che mi ha intervistato considera un gesto meraviglioso sciogliere un’organizzazione che conta migliaia di membri. Un grande gesto perché, come mi disse: "Che cosa farà adesso, come vivrà? Non avrà più seguaci e nessuno verrà più ad ascoltarla". Se vi saranno anche solo cinque persone che vogliono ascoltare, che vogliono vivere con il viso rivolto all’eternità, sarà sufficiente. A che cosa serve avere migliaia di persone che non capiscono, imbalsamate nei loro pregiudizi, che non desiderano il nuovo, ma che traducono il nuovo per adattarlo ai loro sterili, stagnanti io? Se parlo con crudezza, vi prego di non fraintendermi: non è per mancanza di compassione. Se avete bisogno di un chirurgo, non è un atto di gentilezza operarvi anche se ciò vi provoca dolore? Se quindi vi parlo con ruvidezza non è per mancanza di amore per voi, ma l’esatto contrario.

Come ho già detto, ho un unico scopo: rendere l’uomo libero, spingerlo verso la libertà, aiutarlo a staccarsi da tutti i limiti, perché soltanto ciò può dare eterna felicità, soltanto ciò può dare la realizzazione incondizionata del sé. Poiché io sono libero, incondizionato e intero (non parte, non relativo, ma la Verità totale che è eterna), il mio desiderio è che coloro che cercano di capirmi siano liberi e non che mi seguano o che mi trasformino in una gabbia per ricavarne un’altra religione o un’altra setta. Al contrario, vorrei che fossero liberi da ogni paura: dalla paura della religione, dalla paura della salvezza, dalla paura della spiritualità, dalla paura dell’amore, dalla paura della morte, dalla paura stessa della vita. Lo faccio come un pittore che dipinge una tela per piacere, perché il dipinto è la sua espressione, la sua radiosità, il suo star bene, e non perché io voglia qualcosa da qualcuno.

Abbiamo fatto l’abitudine all’autorità e alla sua atmosfera, e pensiamo che ci possa condurre alla spiritualità. Crediamo e speriamo che un altro, attraverso i suoi straordinari poteri, ci possa condurre (per miracolo!) nel regno dell’eterna libertà che è Felicità. La nostra visione della vita è tutta basata sull’autorità. Mi avete ascoltato per tre anni e in voi non si è prodotto nessun cambiamento, salvo in pochissimi. Analizzate ciò che vi dico, sottoponetelo a critica per poterlo comprendere pienamente e a fondo. Se cerchiamo un’autorità che ci conduca alla spiritualità, costruiamo automaticamente un’organizzazione attorno a quella autorità. Ma la creazione stessa dell’organizzazione che, secondo voi, aiuterà l’autorità a condurvi alla spiritualità, vi chiude in una gabbia. Vi sto parlando con franchezza, ma ricordate che lo faccio non per durezza o malanimo, né per eccitazione per la mia decisione, ma perché voglio che comprendiate ciò che vi dico. Questo è il motivo per cui siete qui, e sarebbe una perdita di tempo se non spiegassi con chiarezza e fino in fondo il mio punto di vista.

Sono diciotto anni che vi state preparando a questo evento, alla venuta del Maestro del Mondo. Per diciotto anni vi siete organizzati, avete cercato qualcuno che potesse dare un piacere nuovo al vostro cuore e alla vostra mente, che trasformasse la vostra vita, che vi comunicasse una nuova comprensione; qualcuno che vi innalzasse a un nuovo modo di vivere, che vi desse una nuova spinta, che vi rendesse liberi; e adesso osservate che cosa accade! Riflettete, ragionate da voi e cercate di capire come questa fede vi ha cambiati; ma non il cambiamento superficiale di applicarvi un distintivo, che è una cosa insignificante, assurda. Questa fede ha spazzato via dalla vostra vita tutte le cose inessenziali? Questo è l’unico metro di giudizio: siete più liberi, più grandi, più pericolosi per qualunque società fondata sul falso e sull’inessenziale? I membri dell’Ordine della Stella, come sono cambiati? Come ho già detto, per diciotto anni vi siete preparati per me. Non m’importa che crediate o no che io sia il Maestro del Mondo, non ha nessun valore. Come appartenenti all’organizzazione dell’Ordine della Stella avete dato la vostra adesione e la vostra energia, riconoscendo in Krishnamurti il Maestro del Mondo in tutto o in parte. In tutto, per coloro che sono realmente in ricerca; in parte, per coloro che sono soddisfatti delle loro mezze verità. Diciotto anni di preparazione, e guardate quanti ostacoli vi sono ancora sulla strada della vostra comprensione, quante complicazioni, quante cose inutili. I pregiudizi, le paure, le autorità, le chiese vecchie e nuove: tutto questo, ritengo, è una barriera alla comprensione. Non potrei essere più chiaro. Non voglio che vi dichiariate d’accordo con me. Non voglio che mi seguiate.

Voglio che comprendiate ciò che visto dicendo. È necessario che mi comprendiate perché la vostra fede non vi ha trasformato, ma vi ha resi ancora più complicati e non siete disposti a vedere le cose così come sono. Voi volete avere i vostri dèi, nuovi dèi al posto dei vecchi, nuove religioni al posto delle vecchie, nuove forme in sostituzione delle vecchie, tutte ugualmente prive di valore, tutte barriere, tutte limitazioni, tutte stampelle. Nuove distinzioni spirituali al posto delle vecchie, nuovi culti al posto dei vecchi. Tutti fate dipendere la vostra spiritualità da qualcun altro, fate dipendere la vostra felicità da qualcun altro, la vostra illuminazione da qualcun altro; e benché vi siate preparati per me per diciotto anni, quando dico che tutto ciò è inutile, quando dico che dovete sbarazzarvene e cercare dentro di voi l’illuminazione, il fulgore, la purezza e l’incorruttibilità del sé, nessuno di voi è disposto a farlo. Forse alcuni sì, ma pochi, pochissimi. Perché dunque avere un’organizzazione? Perché avere persone false e ipocrite che seguono me, l’incarnazione della Verità?

Vi prego di tenere a mente che non vi parlo per astio o malanimo, ma perché siamo giunti a un punto in cui è indispensabile affrontare la situazione per quella che è. L’anno scorso dissi che non avrei accettato compromessi. Pochissimi mi diedero ascolto. Quest’anno l’ho ribadito chiaramente. Non so quante migliaia di persone in tutto il mondo, membri dell’Ordine, si stanno preparando per me da diciotto anni, eppure non sono ancora pronte ad ascoltare incondizionatamente, totalmente, ciò che io dico. Allora, perché avere un’organizzazione? Vi ho già detto che il mio scopo è quello di tendere all’uomo incondizionatamente libero, perché ritengo che l’unica spiritualità sia l’incorruttibilità del sé che è eterno, sia l’armonia tra la ragione e l’amore. Questa è l’assoluta e incondizionata Verità che è la Vita stessa. Perciò voglio che l’uomo sia libero, gioioso come un uccello nel cielo splendente, sgravato, indipendente ed estatico nella sua libertà. A coloro che si sono preparati per diciotto anni dico che occorre essere liberi da tutto ciò, liberi dalle complicazioni e dagli impegolamenti. Perciò non avete bisogno di un’organizzazione basata su un credo spirituale. Perché mantenere un’organizzazione per quei cinque o dieci individui in tutto il mondo che hanno capito e che lottano per sbarazzarsi di tutte le cose inutili? Nemmeno ai deboli serve un’organizzazione che li aiuti a trovare la Verità, perché la Verità è in tutti, non è né lontana né vicina, è eternamente.

Le organizzazioni non possono farvi liberi. Nessun altro può renderci liberi. Nessun culto organizzato, e neppure l’immolarsi per una causa, può renderci liberi. Unirsi in un’organizzazione o gettarsi nel lavoro non può renderci liberi. Se per scrivere una lettera usiamo una macchina da scrivere, non la mettiamo su un altare per adorarla. Eppure è questo che si fa quando l’organizzazione diventa l’interesse principale. "Quanti iscritti avete?", è la prima domanda che mi pone qualunque giornalista. "Quanti sono i tuoi seguaci? Dal loro numero capiremo se stai dicendo il vero o il falso". Io non so quanti siate. Non me ne curo. Come ho già detto, anche se uno solo fosse stato reso libero, sarebbe abbastanza. Voi avete l’idea che solo determinate persone abbiano la chiave del Regno della Felicità. Nessuno la detiene. Nessuno ha l’autorità per farlo, la chiave è il vostro stesso sé, e solo nello sviluppo, nella purificazione e nell’incorruttibilità del sé c’è il Regno dell’Eternità. Vedete la totale assurdità della struttura che avete creato cercando un aiuto esterno, facendo dipendere da altri il vostro benessere, la vostra felicità, la vostra forza? Tutto ciò lo troverete in voi stessi. Perché allora un’organizzazione? Siete abituati a sentirvi spiegare i progressi che avete fatto, a sentirvi indicare il vostro livello spirituale. Che bambinata! Chi, se non noi stessi, può sapere se siamo belli o brutti interiormente? Chi, se non noi stessi, può dirci se siamo incorruttibili? Non avete serietà in queste cose.

Perché allora un’organizzazione? Coloro che vogliono realmente conoscere, coloro che cercano davvero ciò che è eterno, privo di inizio e privo di fine, cammineranno insieme con grande intensità e costituiranno un pericolo per tutto ciò che è inessenziale, per le irrealtà, per le ombre. Essi si uniranno e diverranno una fiamma, perché comprendono. Voglio creare un’unione così, questo è il mio scopo. Dalla vera comprensione nascerà vera amicizia. Dalla vera amicizia, che voi non sembrate conoscere, nascerà vera cooperazione reciproca. E ciò non a motivo di un’autorità, non in virtù di una salvezza o perché ci si è immolati per una causa, ma perché comprendendo davvero viviamo nell’eterno. Questo supera il maggiore piacere e il più grande sacrificio.

Ecco alcuni dei motivi che, dopo due anni di attenta riflessione, mi hanno indotto a prendere questa decisione. Non si tratta di un impulso momentaneo. Non vi sono stato spinto da nessuno. Nessuno mi ha convinto. Per due anni ho riflettuto con calma, profondamente e pazientemente, e oggi, in virtù del fatto che ne sono a capo, ho deciso di sciogliere l’Ordine. Potete costituire un’altra organizzazione e aspettare qualcun altro. Non mi interessa, così come non mi interessano le gabbie né nuove decorazioni per le gabbie. Il mio unico scopo è rendere l’uomo totalmente, assolutamente libero.



Discorso di scioglimento dell'Ordine della Stella d'Oriente,
3 agosto 1929, Ommen, Olanda

- dal libro "Libertà totale" -


mercoledì 29 giugno 2011

Il silenzio - Jean Klein


Il silenzio è la nostra vera natura. Ciò che siamo è fondamentalmente solo silenzio. Il silenzio è libero da inizio e da fine. Esisteva prima dell’inizio di tutte le cose. È senza causa. La sua grandezza sta nel fatto che semplicemente è.

Nel silenzio tutti gli oggetti hanno il loro fondamento. È la luce che crea gli oggetti, che li plasma e li forma. Tutti i movimenti, tutte le attività sono armonizzate dal silenzio. Il silenzio non è opposto al rumore. È al di là del positivo e del negativo. Il silenzio dissolve tutti gli oggetti. Non è connesso ad alcuna controparte che appartenga alla mente. Il silenzio non ha niente a che fare con la mente. Non può essere definito, ma può essere sentito direttamente perché è la nostra intimità.

Il silenzio è libertà senza restrizione e senza centro. È la nostra interezza, non è né dentro né fuori dal corpo. Il silenzio è gioioso, non gradevole. Non è psicologico. È sentire senza colui che sente. Il silenzio non ha bisogno di intermediari. Il silenzio è sacro. Il silenzio sa guarire. Non c’è paura nel silenzio. Il silenzio è autonomo come l’amore e la bellezza. È intoccato dal tempo. Il silenzio è meditazione, senza alcuna intenzione, senza colui che medita. Il silenzio è l’assenza in se stessa o il silenzio è l’assenza dell’assenza. Il suono che viene dal silenzio è musica. Ogni attività che nasce dal silenzio è creativa. È un costante e nuovo inizio.

Il silenzio precede la parola, la poesia, la musica, e tutte le arti.

Il silenzio è il terreno di ogni attività creativa. Ciò che è veramente creativo è parola, è verità. Il silenzio è la parola. Il silenzio è verità. Chi dimora nel silenzio vive in costante offerta, in preghiera senza richiesta, in gratitudine, in costante amore.


- Jean Klein -


domenica 19 giugno 2011

La coscienza risvegliata che osserva i pensieri



Il termine “Dhamma” non si può tradurre adeguatamente. È una parola profonda. È un concetto che non esiste nella lingua inglese. Tutt’al più possiamo renderlo con “la verità delle cose come sono”. “Rifugiarsi nella verità delle cose come sono” suona un po’ strano, vero? Per lo meno a me, dire: “Mi rifugio nella verità delle cose come sono” suona strano. E poi voglio sapere: “Come sono? Dimmi come sono le cose!”.

Ma non ve lo devo dire io! Potete vederlo da soli. Vi giro la domanda. Svegliatevi e osservate, invece di chiederlo a me. D’altro canto potrebbe interessarvi il modo in cui dovrebbero essere. Forse siete stati in ritiro in altri posti o con altri insegnanti e avete un modello di come dovrebbe essere un ritiro di meditazione. Potreste venirmi a dire: “Achaan Sumedho, credo che dovresti...”. Forse il vostro modello di un ritiro di meditazione è diverso dall’esperienza che fate qui. Ma anche questo può essere osservato, non dico che il nostro modello sia il migliore in assoluto o che non ci siano altre possibilità che valga la pena esplorare. Non ci interessa convincere o convertire. Quindi in un ritiro le circostanze fastidiose, irritanti o frustranti sono parte dell’esperienza; ci risvegliamo alle cose come sono, invece di rifarci a un’ideale di come dovrebbero essere.

Tornando al concetto di anattā o non sé: personalmente è uno di quelli che ho trovato più ostici. Il concetto di aniccā mi sembrava chiarissimo. Se sostenete a lungo l’attenzione, noterete che tutto cambia, non è difficile riconoscerlo. Ma nel caso di anattā, mi pare che se c’è qualcosa di reale, qui, sono io! Io sono la persona che è seduta qui e prova certe sensazioni, sono questo corpo. Debbo viverci insieme, perciò deve essere mio; deve per forza succedere a me. Sembra un fatto scontato.

Potremmo concludere che il “non sé” sia un assunto dottrinale e credere di doverci disfare del nostro sé. Trasformarci in una non persona, una non personalità. Sul piano concettuale, che senso avrebbe? Riuscite ad immaginare di non avere una personalità? Nulla di nulla... sarebbe come essere mezzi morti! Ogni opinione personale, ogni sentimento personale, sarebbe da respingere. Ma non si tratta di questo. Non è l’annientamento del sé. È vedere che il sé a cui tendiamo ad aggrapparci è una nostra creazione. Siamo gli artefici di noi stessi. Grazie alla consapevolezza cominciamo ad accorgercene. Comincio a notare come creo me stesso in quanto persona. Per semplice abitudine, perché non mi sveglio, perché sono prigioniero di pensieri ricorrenti, abitudini emotive e identità che non esamino mai, e tanto meno metto in discussione.

Con sati-sampajañña cominciamo a notare in cosa consista il senso del “me” e del “mio”. Siamo dotati di soggettività, sentiamo di essere consapevoli. Tutti voi siete oggetti, in termini di momento presente, in termini di coscienza visiva; siete oggetti nella mia coscienza. Eppure, sul piano convenzionale non lo ammetteremmo. Crediamo di essere un gruppo di persone che partecipa a un ritiro di meditazione e tendiamo a vedere il tutto da un punto di vista molto convenzionale. Ma se includo anche questo nella consapevolezza, in realtà voi siete nella mia coscienza. Il mio volto non posso vederlo, ma posso vedere il vostro! Sembra scontato, ma merita un approfondimento. Il mio occhio destro non può vedere l’occhio sinistro, neppure se li incrocio! Però posso vedere i vostri occhi; ora sto riflettendo, osservando le cose come sono. Quanti di voi in questo momento si rendono conto di non poter vedere il proprio volto? Potreste mettervi di fronte a uno specchio: “Certo che lo vedo!”. Ma è solo un riflesso, vi pare? Non è il vostro volto; è un riflesso nello specchio. Sul piano convenzionale lo diamo per buono; quando vogliamo raderci usiamo uno specchio, e il riflesso ci serve a non mozzarci il naso o tagliarci. Sembra ovvio e scontato; eppure, quanti di voi hanno mai pensato in questi termini?

Di solito ci basiamo su un senso del sé condizionato, su ciò che si definisce sakkāya-diṭṭhi, il concetto di personalità. Il termine pāli sakkāya-diṭṭhi, che si traduce con “io”, “concetto di sé” o “concetto di personalità”, denota l’idea di essere una persona separata che si identifica con il corpo, i pensieri e i ricordi, ossia un’abitudine. Quindi possiamo chiederci: è veramente me? Lo scopo non è quello di confutarne l’esistenza per attestarci sulla posizione opposta, ma svegliarci e osservare le cose come sono. L’anattā è una caratteristica dell’esistenza. Non è una qualità o una posizione dottrinaria, e non è una credenza nichilista.

In più, il termine pāli nibbāna viene spesso tradotto come “estinzione”. La prima volta che incontrai la definizione nella letteratura theravāda, che l’obiettivo è “estinguersi”, la lessi in chiave nichilistica: estinguere vuol dire annientare, vero? All’epoca, interpretavo “estinzione” come estinzione totale, oblio. Perché il condizionamento culturale della mente era quello, e il termine “estinzione” significa estinguere nel senso di disfarsi o annientare. Perciò, se ci chiedono di spiegare cosa significa “nibbāna”, rispondiamo: “Significa estinzione. La nostra pratica consiste principalmente nell’estinguere, nel diventare estinti”. Il che non suscita particolare entusiasmo.

Perciò, cosa vuol dire nibbāna in realtà? Nei paesi buddhisti viene spesso elevato al rango di un conseguimento particolarmente elevato. In Thailandia se ne sente parlare come fosse un’esperienza sublime. Nella nostra lingua è divenuto un superlativo, una sottospecie di paradiso: “Ero al settimo cielo, ho raggiunto il nirvana”. Il Buddha non parlava di uno stato elevato, ma di uno stato di risveglio. Lo stato risvegliato è una condizione naturale dell’essere che tutti possiamo conoscere se prestiamo attenzione, se osserviamo le cose come sono, se le osserviamo in termini di Dhamma. Con le convenzioni religiose succede spesso; restano sul piano intellettuale, si congelano in una struttura dualistica. Quindi Dio e Satana sono inconciliabili. Ricordo che a un certo punto della mia educazione cristiana chiesi: “Ma allora anche Satana è una specie di Dio?”. Mia madre rispose di no. Per cui domandai: “Se Dio ha creato tutto, perché ha creato Satana?”. Mia madre disse: “Satana ha disubbidito a Dio, ed è finito all’inferno!”. La risposta non mi parve soddisfacente. Ecco cosa si fa con la mente, quando il pensiero resta bloccato su un percorso lineare.

Ecco perché continuo a insistere sulla natura del pensiero, sulla natura del pensare. È una funzione che abbiamo, per cui un pensiero fa seguito all’altro. Penso: “Sono Achaan Sumedho, un monaco buddhista”, e poi mi faccio prendere la mano, raccontandovi tutto del mio passato e i miei progetti per il futuro... la mente vagabonda. Finché restiamo sul piano del concetti e delle convenzioni, anche se funzionale, non possiamo liberarci, perché le convenzioni sono condizionate, sono create e dipendono dal linguaggio. Perciò, invece di cercare la traduzione perfetta di “sati-sampajañña”, invece di passare la vita a tentare di definirla, usatela. È qualcosa da usare qui e ora. Non è qualcosa da ricercare altrove. Se la definite troppo, rischiate di farvi ossessionare dai concetti o dalle vostre definizioni, sforzandovi di diventare come credete che debba essere.

Quindi sati, la presenza mentale, non è come un pensiero, o qualcosa che va prodotto o raggiunto esercitando il controllo sulle condizioni... si tratta semplicemente di usarla. Essere svegli, osservare, ascoltare; vigilanza, apertura. Quando mi metto in condizione di osservare il processo del pensiero posso scegliere di pensare deliberatamente, posso pensare in modo molto positivo. In passato mi sono cimentato nella coltivazione dei pensieri positivi. Tutto è amore e bene, benevolenza e compassione, guardo tutto dal lato positivo. Oppure, praticare la mettā sul piano concettuale, senza lasciar emergere alla coscienza pensieri negativi. Insisto a concentrarmi su concetti positivi e di conseguenza mi sento benissimo... potere del pensiero positivo. Era un best-seller di Norman Vincent Peale, nell’America degli anni quaranta. Tutti compravano “The Power of Positive Thinking”.

Non c’è dubbio che pensare positivamente sia una buona idea. Non lo condanno e non lo metto in ridicolo. Se penso sempre in maniera molto positiva, la mia vita diventa più felice e sarò incline a un maggiore ottimismo. Mette di buon umore e porta all’euforia, all’esaltazione. Ma il problema è che per continuare a stare bene devi mantenere a tutti i costi un atteggiamento ottimista. Per sostenere l’illusione di felicità che deriva dal pensare positivamente devi tenere a bada il dubbio, lo scetticismo e i concetti negativi. Non appena prendi coscienza di quel gesto di positività compulsiva, smetti di prenderti in giro.

Ora applicate lo stesso principio ai pensieri negativi: “La vita non ha scopo. È tutta una farsa, la gente è marcia, non c’è una persona onesta a questo mondo. Le religioni sono tutte false, i politici sono corrotti... mia madre mi ha messo al mondo solo per egoismo e avidità, per sfogare la sua libidine...”. E il risultato? Mi deprimo: “A che serve vivere? È solo una perdita di tempo!”. Ci si può infognare nella depressione. Farlo intenzionalmente è un modo per riflettere con consapevolezza sulla natura delle cose: si può alimentare la positività o la negatività. I pensieri positivi producono felicità, quelli negativi infelicità. Pensare in positivo è il paradiso, pensare in negativo è l’inferno.

Ciò che è consapevole del positivo e del negativo, la consapevolezza, non si schiera, non giudica. Si limita a notare le cose come sono, la reale natura dell’esperienza che accade nel momento presente. Quindi, se la meditazione buddhista fosse solo un’esperienza piacevole, certamente potrebbe avere i suoi vantaggi, ma quando le condizioni non si prestassero più a rinforzare le opinioni ottimistiche, crollereste. Ci si può infuriare, si può finire all’inferno, quando le condizioni e la gente che ci circonda non rinforzano la positività. Osservando il fenomeno, si comincia a prendere atto che c’è solo questa funzione dualistica del pensiero, positivo o negativo che sia. È una costruzione, una convenzione.

Perciò, come usare il pensiero, invece di farsi coinvolgere dal processo discorsivo senza alcuna prospettiva sul pensiero? Il pensiero diventa abituale e facilmente ci si perde nei pensieri. Allora si può pensare intenzionalmente, ascoltarsi mentre si pensa. Per farlo occorre sati-sampajañña. È un abile mezzo per essere consapevoli del pensiero invece di restarne coinvolti. Di solito, se non siamo consapevoli diventiamo i nostri pensieri. Ecco perché consiglio di pensare intenzionalmente, per non mettersi a pensare ai pensieri. Abbiamo una tendenza a farci un’idea del non pensare e a pensarci sopra, o a pensare ai pensieri, o a speculare sull’anattā e sul nibbāna, senza mai uscire dalla trappola dei nostri pensieri; finché non cominciamo a osservare il pensiero. Come si osserva il pensiero nella propria mente?

In questo momento noto che, per pensare intenzionalmente, formulo un proposito: “Adesso mi metto a pensare”. Poi ascolto. È possibile udire i propri pensieri; o almeno, io posso farlo. Mi ascolto parlare. Poi posso dire: “Sono un essere umano”. Non è un pensiero entusiasmante... non mi fa cadere in estasi e non mi deprime. È un’affermazione neutra, diciamo così, un dato di fatto. Ora stiamo osservando il pensiero nella posizione della sati-paññā, la coscienza risvegliata che osserva. Stiamo iniziando a riconoscere di non essere un pensiero, di non essere affatto ciò che pensiamo. Gran parte del nostro pensiero consiste di abitudini acquisite, e il nostro senso del sé, del valore personale, deriva dalle esperienze di vita, dalla cultura e dalla società: dalla famiglia, dal sistema educativo, dal condizionamento etnico, dal condizionamento religioso.

[...]

La consapevolezza è la via d’uscita dalla sofferenza, l’accesso al senza morte. E non è una creazione, né una qualità personale. Praticando, investigando, cominciate a prendere le distanze dal linguaggio e dal pensiero notandoli come oggetti mentali... lo stesso per le emozioni che emergono, ad esempio: “E a me niente?”. O l’assertività: “È mio diritto! Devo farmi valere! Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno!”. Se il mio rifugio è la consapevolezza, quel sentirmi una persona è un oggetto della coscienza. Diventa cosciente; sorge e cessa. Quindi il “sé” o sakkāya-diṭṭhi è un artificio; è artificiale e creato. Siamo noi a crearlo; siamo gli artefici di noi stessi in quanto persona, personalità.

Quindi si tratta non di disfarsi della personalità, ma di riconoscerne i limiti, di affrancarsene; perché, a ben vedere, la personalità ci limita molto. Abbiamo una sfilza di opinioni su noi stessi, le nostre capacità, il nostro valore e via dicendo. Perciò tendiamo a cadere vittime di paure nevrotiche, ansie e preoccupazioni circa la nostra identità. In particolare nel ceto medio la nevrosi abbonda, perché abbiamo tanto tempo per pensare a noi stessi. La società ci dice che abbiamo certi diritti, che dovremmo fare certe cose, che dovremmo credere a certi ideali... di conseguenza incameriamo tutti quei concetti. Tendiamo a formulare giudizi, giudizi di valore su noi stessi, sugli altri e sul mondo. Quindi, considerate questo ritiro come un’occasione per smettere di crearvi un’identità precisa. Esplorate il senso del sé... non per disfarvene, per cancellarlo... ma per riconoscere che non siete ciò che pensate. Per me è un sollievo non credere ai miei pensieri.

I pensieri continuano ad andare e venire. A volte sono utili, a volte sono solo abitudini. Sorgono determinate condizioni che ti rendono felice, e hai l’impressione che tutto vada per il meglio. Poi le cose vanno a rotoli, qualcuno abbandona la veste monastica, una cosa tira l’altra. La gente ti elogia e ti compiaci, ti biasima e ti deprimi... sul piano personale. Ma la consapevolezza non resta coinvolta negli alti e bassi della lode e del biasimo, della felicità e della sofferenza. La consapevolezza è un rifugio che può riconoscere queste qualità in termini di Dhamma: tutte le condizioni sono impermanenti e non sé. È un invito a riflettere sull’esperienza della sakkāya-diṭṭhi, che io rendo con “concetto di personalità”. In questo periodo avete modo di cimentarvi con l’“Io sono”. Potete essere tutto quello che volete, ma ascoltate, non credeteci... “Sono Dio!”; “Sono una nullità, non valgo niente, sono solo una formica in un formicaio. Sono uno zero, sono solo un numero, una rotella dell’ingranaggio...”, è sempre una creazione, vero?

Posso assemblarmi come Dio unico onnipotente o un povero derelitto. Ma sono solo costruzioni, e la consapevolezza non crede a nessuna di quelle condizioni. Le vede, ne prende atto, ma non ci si attacca. È un modo che ho scoperto per chiarirmi le idee. Cos’è la pura consapevolezza, e cos’è la personalità? È importante che capiate la differenza, che abbiate fiducia, non in un dogma, ma nella chiarezza. Prendete atto che la consapevolezza è qui e ora. “Io sono... Achaan Sumedho” viene e va. “Sono buono, sono cattivo”... I ricordi vanno e vengono, ma la consapevolezza si autosostiene, non è una creazione ed è sempre affidabile. È sempre qui e ora. Vederlo chiaramente vi libera dall’attaccamento alla sakkāya-diṭṭhi, all’io, senza bisogno di rifiutarlo. Do ancora l’impressione di essere una personalità, vero? E voi mi vedete come Achaan Sumedho. Quindi non divento una specie di zombi o un tipo anonimo e incolore. Ma so riconoscere una personalità, invece di identificarmici e farmi trascinare dalle sue abitudini.



– da “Il suono del silenzio” di Achaan Sumedho


martedì 7 giugno 2011

Dieci malattie spiritualmente trasmesse



di Mariana Caplan


Viviamo in una giungla, e la vita spirituale non fa eccezione. Davvero pensiamo che solo perché qualcuno ha meditato cinque anni, o fatto yoga dieci anni, sarà meno nevrotico di un altro? Nel migliore dei casi, sarà solo un po’ più consapevole delle sue nevrosi. Appena un po’.

È per questa ragione che ho trascorso gli ultimi quindici anni della mia vita a studiare e scrivere sull’importanza del discernimento nelle aree più insidiose del cammino spirituale – potere, sesso, illuminazione, guru, scandali, psicologia, nevrosi – nonché sulle vere motivazioni, talvolta confuse e inconsapevoli, che ci spingono su tale cammino. Io e il mio partner (lo scrittore e insegnante Marc Gafni) stiamo creando una nuova serie di libri, corsi e pratiche finalizzati a portare più chiarezza su questi temi.

Molti anni fa, ho lavorato per un’estate in Sud Africa. Sin dall’arrivo, mi resi conto della cruda realtà: ero nel Paese con il più elevato tasso di omicidi al mondo, gli stupri erano all’ordine del giorno e metà della popolazione (uomini e donne, gay ed etero indifferentemente) era positiva all’HIV.

Poiché grazie al mio lavoro e ai miei viaggi ho conosciuto centinaia di maestri e migliaia di praticanti spirituali, ho osservato che le nostre idee, concezioni ed esperienze spirituali si “infettano” con “contaminanti concettuali” – non ultimo un rapporto confuso e immaturo con complessi principi spirituali – sempre allo stesso modo e con la medesima facilità con cui un’invisibile e insidiosa malattia sessualmente trasmessa si diffonde.

Le seguenti dieci categorie non vanno intese come definitive, ma solo come uno strumento per diventare consapevoli di alcune delle più comuni malattie spiritualmente trasmesse.

1. La spiritualità “fast-food”. Coniuga la spiritualità a una cultura che celebri la velocità, il multitasking e la gratificazione istantanea, e il risultato più probabile sarà la spiritualità “fast-food”. Quest’ultima è il prodotto dell’illusione, comune e comprensibile, che la liberazione dal dolore proprio della condizione umana possa essere facile e immediata. Tuttavia, una cosa è certa: la trasformazione spirituale non si può ottenere in un batter di occhi.

2. La finta spiritualità. La finta spiritualità consiste nella tendenza a parlare, vestirsi e comportarsi come immaginiamo farebbe una persona spirituale. È una sorta di spiritualità imitativa che mima la realizzazione spirituale, così come la finta pelle leopardata imita quella autentica.

3. Motivazioni confuse. Benché il nostro desiderio di evolverci sia puro e genuino, spesso è contaminato da motivazioni secondarie come il desiderio di essere amati, di appartenere a un gruppo, di riempire il nostro vuoto interiore; la speranza che il cammino spirituale elimini la nostra sofferenza e la nostra ambizione spirituale stessa; il desiderio di essere speciali, migliori, straordinari.

4. Identificazione con esperienze spirituali. In questa malattia, l’ego si identifica con la nostra esperienza spirituale e la considera come sua; cominciamo a credere di essere la personificazione vivente di certe intuizioni sorte in noi in determinati momenti. Nella maggior parte dei casi, tale malattia non dura all’infinito, benché tenda a prolungarsi maggiormente in coloro che si ritengono illuminati e/o si comportano da insegnanti spirituali.

5. L’ego spiritualizzato. Questa malattia si verifica quando la struttura stessa della personalità egoica si imbeve di idee e concetti spirituali. Il risultato è una struttura egoica “a prova di proiettile”. Quando l’ego si spiritualizza, siamo impermeabili a ogni aiuto, a nuove idee o feedback costruttivi. Diventiamo esseri umani impenetrabili e la nostra crescita spirituale si blocca (in nome della spiritualità stessa).

6. Produzione di massa di insegnanti spirituali. Vi sono molte correnti spirituali alla moda che sfornano una dietro l’altra persone che si ritengono a un livello di illuminazione spirituale ben al di là di quello effettivo. Questa malattia funziona come una sorta di nastro trasportatore spirituale: assorbi questa luce, abbi quell’intuizione e – bam! – sei illuminato e pronto a illuminare gli altri allo stesso modo. Il problema non è tanto che tali persone insegnino, quanto che si presentino come maestri spirituali.

7. Orgoglio spirituale. L’orgoglio spirituale sorge quando il praticante, attraverso anni di sforzi intensi, ha effettivamente raggiunto un certo livello di saggezza, ma usa questo risultato per chiudere le porte a qualsiasi nuova esperienza. La sensazione di “superiorità spirituale” è un altro sintomo di questa malattia spiritualmente trasmessa. Si manifesta sottilmente attraverso la sensazione “Io sono migliore, più saggio e superiore agli altri, perché sono spirituale”.

8. Mentalità di gruppo. Anche nota come pensiero di gruppo, mentalità settaria o malattia degli ashram, la mentalità di gruppo è un virus insidioso che contiene molti elementi tradizionali della co-dipendenza. Un gruppo spirituale decide in modo invisibile e inconscio quali siano i modi giusti di pensare, parlare, vestirsi e comportarsi. I gruppi e gli individui infettati dalla “mentalità di gruppo” rifiutano le persone, gli atteggiamenti e le circostanze che non rispettano le regole, spesso tacite, del gruppo.

9. Il complesso degli Eletti. Il complesso degli Eletti non riguarda solo gli ebrei. Consiste nella convinzione che “il nostro gruppo è il più spiritualmente evoluto, potente e illuminato; in poche parole, è il migliore di tutti”. C’è una grande differenza tra il pensare di avere scoperto la via, l’insegnante o la comunità migliori per sé, e il pensare di aver scoperto “il meglio in assoluto”.

10. Il virus mortale: “Sono arrivato”. Questa malattia è tanto potente da essere potenzialmente mortale per la nostra evoluzione spirituale. Consiste nella convinzione di “essere arrivati” alla fine del cammino spirituale. Il progresso spirituale termina ogni qual volta questa convinzione si cristallizzi nella nostra psiche, poiché quando pensiamo di aver raggiunto la fine, ogni ulteriore crescita è impedita.

“L’essenza dell’amore è la percezione”, insegna Marc Gafni, “quindi l’essenza dell’amore di sé è la percezione di sé. Puoi innamorarti solo di qualcuno che riesci a vedere chiaramente, e questo vale anche per te stesso. Amare vuol dire avere occhi per vedere. È solo quando vedi chiaramente te stesso che cominci ad amarti”.

Nello spirito degli insegnamenti di Marc, ritengo fondamentale, in un cammino spirituale, individuare le malattie dell’ego e dell’auto-inganno comuni a tutti noi. È qui che abbiamo bisogno di sense of humour e del sostegno di autentici amici spirituali. Quando sul nostro cammino spirituale ci imbattiamo in ostacoli, a volte è facile cadere nella disperazione, perdendo fiducia nel cammino e stima in se stessi. Dobbiamo mantenere la fede, in noi stessi e negli altri, per poter davvero fare una differenza in questo mondo.



Tratto da “Eyes Wide Open: Cultivating Discernment on the Spiritual Path”.

Copyright per la traduzione italiana: Innernet.


http://www.innernet.it/dieci-malattie-spiritualmente-trasmesse/


giovedì 2 giugno 2011

Rino Gaetano - E io ci sto




Mi alzo al mattino con una nuova illusione
prendo il 109 per la rivoluzione
e sono soddisfatto, un poco saggio un poco matto
penso che fra vent'anni finiranno i miei affanni

Ma ci ripenso però
mi guardo intorno per un po'
e mi accorgo che son solo
in fondo è bella però
la mia età e io ci sto

Si dice che in America tutto è ricco tutto è nuovo
puoi salire in teleferica sui grattacieli e farti un uovo
io invece cerco il rock'n'roll al bar e nel metrò
cerco una bandiera diversa senza sangue sempre tersa

Ma ci ripenso però
mi guardo intorno per un po'
e mi accorgo che son solo
in fondo è bello però
il mio paese e io ci sto

Mi dicono alla radio statti calmo e statti buono
non esser scalmanato stai tranquillo e fatti uomo
ma io con la mia guerra voglio andare ancora avanti
e costi quel che costi la vincerò non ci son santi

E anche se invece però
mi guardo intorno ancora un po'
e mi accorgo che son solo
ma in fondo è bella però
la mia guerra e io ci sto

Cerco una donna che sia la meglio
che mi sorrida al mio risveglio
e che sia bella come il sole d'agosto
intelligente si sa...
ma in fondo è bella però
la mia donna e io ci sto



http://paolofranceschetti.blogspot.com/search/label/Rino%20Gaetano


sabato 28 maggio 2011

Le ferite del passato sono pronte ad essere guarite

I Tarocchi Zen di Osho
27. Guarigione


Ti porti dietro la tua ferita. Se è presente l'ego, tutto il tuo essere è una ferita. E tu te la porti dietro. Nessuno è interessato a ferirti, nessuno vuole intenzionalmente ferirti. Tutti sono impegnati a salvaguardare la propria ferita, chi ha energia ulteriore? Eppure accade, poiché tu sei così pronto a essere ferito, così ben disposto, sei semplicemente in attesa, ti aspetti qualsiasi cosa.

Non puoi toccare un uomo del Tao. Come mai? Poiché non c'è nessuno da toccare, non c'è alcuna ferita; egli è sano, guarito, integro. Il termine "whole" ("integro", in inglese n.d.t.) è bellissimo. La parola "heal" ("guarire', in inglese n.d.t.) deriva da "whole", come pure "holy" ("santo"): quell'uomo è integro, guarito, santo.

Stai attento alla tua ferita. Non aiutarla a crescere, lasciala guarire; e guarirà solo allorché ti avvicinerai alle radici. Meno testa e maggior guarigione: senza mente non c'è alcuna ferita. Vivi una vita spensierata. Agisci come un essere globale e accetta ogni cosa.

Provaci soltanto per ventiquattr'ore: totale accettazione di qualsiasi cosa accada. Qualcuno t'insulta, non reagire, accettalo e guarda cosa accade. All'improvviso sentirai fluire in te un'energia che non hai mai percepito in passato.

Osho The Empty Boat Chapter 10


Commento:

È un tempo in cui le ferite del passato, profondamente occultate, tornano a riaffiorare, pronte e disponibili a essere guarite.

La figura di questa carta è nuda, vulnerabile, aperta al tocco amorevole dell'esistenza. L'aura intorno al suo corpo è colma di luce, e le qualità di rilassamento, attenzione e amore che la circondano dissolvono la sua lotta e la sua sofferenza. Fiori di loto luminosi appaiono sul suo corpo fisico, e intorno ai corpi energetici sottili che i guaritori dicono circondare ognuno di noi. In ognuno di questi strati sottili prende forma un cristallo o uno schema di guarigione.

Quando ci troviamo sotto l'influenza guaritrice del Re d'Acqua, non ci nascondiamo più agli altri. In questa attitudine d'apertura e d'accettazione possiamo essere guariti, e al tempo stesso aiutare anche gli altri ad essere sani e integri.


lunedì 16 maggio 2011

La rosa di Paracelso



di Jorge Luis Borges


Nel suo laboratorio, che comprendeva le due stanze dello scantinato, Paracelso chiese al suo Dio, al suo indeterminato Dio, a qualunque Dio, di inviargli un discepolo.
Imbruniva. Il magro fuoco del camino proiettava ombre irregolari. Alzarsi per accendere la lanterna di ferro avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo. Paracelso, distratto dalla fatica, dimenticò la sua preghiera. La notte aveva cancellato l’athanor e i polverosi alambicchi quando bussarono alla porta. Insonnolito, l’uomo si alzò, salì faticosamente la breve scala a chiocciola e socchiuse un battente. Uno sconosciuto entrò. Anch’egli era molto stanco. Paracelso gli indicò una panca; l’altro sedette e attese. Per un certo tempo non scambiarono tra loro nemmeno una parola.
Il maestro fu il primo a parlare. “Ricordo volti d’Occidente e volti d’Oriente”, disse, non senza una certa enfasi. “Non ricordo il tuo. Chi sei tu e che vuoi da me?”
“Il mio nome non ha importanza”, replicò l’altro. “Ho camminato per tre giorni e tre notti per entrare in casa tua. Voglio diventare tuo discepolo. Ti ho portato tutti i miei beni.”
Tirò fuori una borsa e la rovesciò sulla tavola. Le monete erano molte, e d’oro. Lo fece con la mano destra.
Paracelso, per accendere la lanterna, aveva dovuto voltargli le spalle. Quando tornò, notò nella sua mano sinistra una rosa. La rosa lo inquietò.
Si chinò, giunse le estremità delle dita, e disse: “Tu mi credi capace di elaborare la pietra che trasmuta gli elementi in oro e mi offri oro. Non è l’oro ciò che cerco, e se è l’oro che ti interessa, tu non sarai mai mio discepolo.”
“L’oro non mi interessa”, rispose l’altro. “Queste monete non sono altro che una prova del mio desiderio di apprendere. Voglio che tu mi insegni l’Arte. Voglio percorrere al tuo fianco la via che conduce alla Pietra.”
Paracelso disse lentamente: “La via è la Pietra. Il punto di partenza è la Pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta.”
L’altro lo guardò con aria diffidente. Disse, con voce chiara: “Ma, esiste una meta?”
Paracelso si mise a ridere. “I miei detrattori, che non sono meno numerosi che stupidi, sostengono il contrario, e mi accusano di essere un impostore. Non do loro ragione, ma non è possibile che io sia un illuso. So che esiste una via.”
Vi fu una pausa, e l’altro disse: “Sono pronto a percorrerla con te, anche se dovessimo viaggiare per molti anni. Lasciami attraversare il deserto. Lasciami intravedere almeno da lontano la terra promessa, anche se gli astri me ne vieteranno l’accesso. Ma prima di intraprendere il viaggio, io voglio una prova.”
“Quando?” disse Paracelso, con inquietudine.
“Subito”, rispose il discepolo con brusca determinazione.
Avevano iniziato la conversazione in latino, ora parlavano in tedesco.
Il giovane levò in alto la rosa. “Affermano”, disse, “che tu puoi bruciare una rosa e farla rinascere dalle ceneri, per opera della tua arte. Lascia che io sia testimone di questo prodigio. Ecco ciò che ti chiedo; poi la mia vita sarà tua.”
“Sei molto credulo”, disse il maestro. “Non so che farmene della credulità; esigo la fede.”
L’altro insistette. “È proprio perché non sono credulo che voglio vedere coi miei occhi l’annientamento e la resurrezione della rosa.”
Paracelso l’aveva presa in mano, e parlando giocherellava con essa. “Sei credulo”, disse. “Tu dici che io sono capace di distruggerla?”
“Nessuno è incapace di distruggerla”, rispose il discepolo.
“Ti sbagli. Credi forse che qualcosa possa esser reso al nulla? Credi che il primo Adamo nel Paradiso abbia potuto distruggere un solo fiore, un solo filo d’erba?”
“Non siamo nel Paradiso”, disse ostinato il giovane; “qui, sotto la luna, tutto è mortale.”
Paracelso si era alzato in piedi. “E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?”
“Una rosa può bruciare”, disse il discepolo in tono di sfida.
“V’è ancora del fuoco nel camino”, rispose Paracelso. “Se tu gettassi questa rosa fra le braci, crederesti che le fiamme l’abbiano consumata, e che sia la cenere a essere reale. Io ti dico che la rosa è eterna e che solo la sua apparenza può cambiare. Mi basterebbe una parola perché tu la potessi vedere di nuovo.”
“Una parola?” disse stupefatto il discepolo. “L’athanor è spento, gli alambicchi sono coperti di polvere. Che farai per farla rinascere?”
Paracelso lo guardò con tristezza. “L’athanor è spento”, ripeté, “e gli alambicchi sono coperti di polvere. In questo tratto della mia lunga giornata uso altri strumenti.”
“Non oso domandare quali”, disse l’altro con malizia o con umiltà.
“Parlo di quello che usò la divinità per creare il cielo e la terra e l’invisibile Paradiso in cui ci troviamo e che ci è nascosto dal peccato originale. Parlo della Parola che insegna la scienza della Cabala.”
Il discepolo disse freddamente: “Ti chiedo la grazia di mostrarmi la scomparsa e la ricomparsa della rosa. Poco m’importa che tu operi per mezzo del Verbo o degli alambicchi.”
Paracelso rifletté. Infine disse: “Se lo facessi, tu diresti che si tratta di un’apparenza imposta ai tuoi occhi dalla magia. Il prodigio non ti donerà la fede che cerchi. Dunque lascia stare la rosa.”
Sempre diffidente, il discepolo lo guardò. Il maestro alzò la voce e gli disse: “E inoltre, chi sei tu per introdurti nella dimora di un maestro ed esigere da lui un prodigio? Che hai fatto per meritare simile dono?”
L’altro replicò, tremando: “So bene che non ho fatto nulla. Ti chiedo, in nome dei molti anni in cui studierò alla tua ombra, di lasciarmi vedere la cenere e poi la rosa. Non ti chiederò altro. Crederò alla testimonianza dei miei occhi.”
Bruscamente, afferrò la rosa rossa che Paracelso aveva lasciato sul leggìo e la gettò tra le fiamme. Il colore si perse e rimase solo un po’ di cenere. Per un istante infinito egli attese le parole e il miracolo.
Paracelso era rimasto impassibile. Disse con strana semplicità: “Tutti i medici e tutti gli speziali di Basilea affermano che io sono un mistificatore. Forse essi sono nel vero. Qui riposa la cenere che fu rosa e che non lo sarà.”
Il giovane si sentì pieno di vergogna. Paracelso era un ciarlatano o un semplice visionario, e lui, un intruso, aveva varcato la sua porta e ora lo costringeva a confessare che le sue famose arti magiche erano vane.
Si inginocchiò, e disse: “Ho agito imperdonabilmente. Mi è mancata la fede che il Signore esigeva dai credenti. Lasciami ancora guardare la cenere. Tornerò quando sarò più forte e sarò tuo discepolo e in fondo al cammino vedrò la rosa.”
Parlava con passione autentica, ma quella passione era la pietà che gli ispirava il vecchio maestro, tanto venerato, tanto attaccato, tanto insigne e perciò tanto vuoto.
Chi era lui, Johannes Grisebach, per scoprire con mano sacrilega che dietro la maschera non c’era nessuno?
Lasciare le monete d’oro sarebbe stata un’elemosina. Le riprese uscendo.
Paracelso l’accompagnò ai piedi della scala e gli disse che sarebbe sempre stato il benvenuto.
Entrambi sapevano che non si sarebbero rivisti mai più.
Paracelso rimase solo. Prima di spegnere la lanterna e di sedersi nella poltrona consumata, raccolse nell’incavo della mano il piccolo pugno di cenere e disse una parola a bassa voce. La rosa risorse.


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