sabato 28 gennaio 2012

Trasformarsi in farfalla - O.M. Aivanhov


Dove troveremo degli esseri che accettino di morire per vivere? Che cosa risponderà la Natura a questa nostra domanda? Tutti avete visto delle farfalle, ma quanti di voi hanno seriamente riflettuto sul grande segreto che la Natura ha inscritto in esse, e su ciò che ha voluto dire con la trasformazione del bruco in farfalla?

A modo suo, il bruco è anche un grande filosofo; un giorno si mette a riflettere su se stesso: si trova brutto, pesante, prosaico, e decide di trasformarsi.
Allora inizia a penetrare profondamente all’interno di se stesso, e si chiude in un bozzolo. Qui, forze sconosciute si mettono al lavoro e a poco a poco lo trasformano...
E un giorno, dal bozzolo in cui si era rinchiuso, ecco uscire una farfalla con una veste meravigliosa, con le ali che le permettono di volare di fiore in fiore e di assaporare gioie sottili. Quando questa creatura era un bruco, la si perseguitava perché distruggeva le piante; divenuta farfalla, la si cerca per ammirarla, e il suo cibo si trova già pronto nei fiori: essa non prende nulla che non le sia destinato.

La farfalla che cerca la bellezza si posa sui fiori. Che cosa c’è di più bello e più colorato dei fiori? Anche la farfalla si è fatta delle vesti talmente belle, radiose e luminose che tutti ne sono incantati. Se sa lavorare sulla propria aura, anche l’essere umano può possedere gli stessi colori.

La metamorfosi del bruco in farfalla è un processo che ha il suo equivalente nella nostra vita psichica.

Sappiate lavorare sulla vostra aura affinché questa riceva solo correnti favorevoli, creando così intorno a voi una sorta di campo magnetico che vi protegge e influenza beneficamente gli esseri che avvicinate. In realtà, ciò che gli altri avvertono, è una presenza, la presenza degli esseri spirituali che sono stati attirati della vostra aura.

L’essere umano inizia a concentrarsi, a meditare, e soprattutto a preparare un bozzolo per proteggere il proprio lavoro interiore; da quel bozzolo un giorno uscirà una farfalla. Per noi, quel bozzolo è l’aura.

Chi prende coscienza della potenza dell’aura, chi lavora sulla propria aura, non “mangia” più gli esseri, così come la farfalla non mangia più le foglie, ma si nutre del nettare dei fiori. Essere un uomo comune o un Iniziato corrisponde a un diverso modo di nutrirsi.

Quando meditate, che cosa fate? Siete come una crisalide: vi chiudete in un bozzolo, e a quel punto, in voi avvengono trasformazioni di ogni genere. Ma non siete ancora una farfalla, poiché il vostro lavoro non è sufficiente: siete tornati alle vostre occupazioni... Qualche tempo dopo, vi chiudete nel vostro bozzolo, tessete alcuni fili spirituali, ma di nuovo i vostri doveri vi chiamano e voi interrompete il lavoro... Finalmente, un giorno, uscite come farfalla! Questo significa che potete attingere ciò che vi è di più sottile nei cuori e nelle anime di tutte le donne e di tutti gli uomini, senza mangiarli e senza sciuparli.

La farfalla, simbolo di trasformazione e di resurrezione.
L’ho osservato: è meditando che ci si trasforma. In una vera meditazione, il vostro volto deve rischiararsi, illuminarsi. Se nessun cambiamento si verifica, non state resuscitando. In ogni meditazione, in voi deve aumentare la luce. È quella luce che entra nell’edificazione del vostro corpo di gloria, e un giorno voi resusciterete. E chi è resuscitato, vive una vita nuova: ha altri penseri, altri desideri, un altro comportamento.

La natura ha messo ovunque dei segni per istruire i discepoli e far loro comprendere le trasformazioni che essi devono produrre dentro di sé.

La farfalla è un simbolo dell’anima che è uscita da tutte le limitazioni, ed è questa la vera resurrezione.
Non bisogna credere che vi sia una resurrezione per il corpo fisico: vi è semplicemente il risveglio in se stessi di qualcosa che si era addormentato e che, un giorno, dopo un lungo lavoro di maturazione, risorge alla luce.

La parte inferiore dell’uomo rappresenta il bruco che distrugge le foglie. Secondo la logica del bruco, il mondo intero è stato fatto per lui, è questo gli dà il diritto di saccheggiare tutto senza preoccuparsi delle leggi della Natura che, del resto, ai suoi occhi non esistono.

La parte superiore rappresenta la farfalla che è libera di volare, di nutrirsi di nettare e di gioire della bellezza della natura. Rappresenta il discepolo della Scienza divina.

Morire alle foglie, significa vivere per i fiori e il nettare. La libertà, la gioia, la luce, la bellezza... Ecco il mondo in cui vivono le farfalle.

Attraverso il lavoro spirituale, potete riuscire a sbarazzarvi di tutto ciò che vi disturba, e potete anche ringiovanire. Ma prima, occorre produrre delle trasformazioni nel campo psichico, ossia nella volontà, nel cuore, nell’intelletto, nell’anima e nello spirito. È da qui che le trasformazioni si propagano in seguito nel corpo fisico.

Il bruco che si trasforma in farfalla è un simbolo. Tutti i veri discepoli della Scienza iniziatica desiderano e pensano solo a questo: trasformarsi in farfalla. Vogliono uscire dallo stato di bruco. Tale stato è uno stadio dell’evoluzione attraverso il quale tutti gli esseri umani devono passare. Per alcuni, quel periodo è più breve, per altri più lungo, ma tutti devono passare di lì.

Per ogni essere umano arriva il giorno in cui egli sente di dover morire alla vita limitata del bruco – vita nella quale non poteva comprendere nulla dello splendore del mondo – per nascere a una vita di farfalla, a una vita di gioia, di bellezza e di libertà.

Se il bruco si ostina a continuare per più di 40 giorni la sua vita di bruco, muore; ma se digiuna e si chiude in un bozzolo, avviene la sua metamorfosi in farfalla.

La saggezza consiste nel considerare le difficoltà e le prove come degli inseguitori che sono mandati dalla Provvidenza, e che ci stanno alle calcagna per obbligarci a percorrere strade lungo le quali faremo grandi scoperte.

È la nostra rinuncia a forme inferiori di vita che ci rende sempre più vivi e ci avvicina alla resurrezione.

Per vivere nella bellezza, si deve morire alla bruttezza; per vivere nell’amore, si deve morire all’odio; per vivere nella luce, si deve morire alle tenebre.

Quando il processo di resurrezione è terminato, tutti gli organi e gli arti sono rigenerati, e l’uomo si libera dalle pesantezze e dalle costrizioni del corpo fisico, come la crisalide che si libera del suo bozzolo per diventare farfalla.

Se vivete unicamente con la coscienza della separatività, con la convinzione di essere sempre separati, lontani dalla vita universale, allora sarete sempre nelle illusioni, lotterete, soffrirete e non troverete mai pace. Se invece uscirete da quella filosofia, se farete almeno degli sforzi per uscirne, incomincerete a sentirvi penetrare dalla vita universale, e vivrete nello spazio infinito, nell’eternità. È qualcosa di talmente straordinario che all’inizio non si capisce cosa stia accadendo... Ma accade semplicemente che si è ritrovata finalmente la realtà, la vita divina.

Quando uno yogi giunge a calmare tutto in sé, anche a fermare il pensiero – perché nel suo movimento, anche il pensiero fa rumore – allora ode la voce del silenzio che è la voce della sua natura divina.

Se migliorerete il vostro modo di vivere, dentro di voi inizierà a risvegliarsi una memoria. Senza aver letto nulla, saprete tutto: sarà la vera memoria che verrà a stabilirsi in voi!

Per colui che sa vivere divinamente, tutto il sapere millenario che si è registrato in lui inizia ad affiorare, ed egli possiede la vera conoscenza.


– Omraam Mikhaël Aïvanhov –



domenica 1 gennaio 2012

Meditazione e Azione – Swami Sivananda



L’uomo che medita in una grotta, nell’Himalaya, trova difficile agire nel mondo. Non può meditare nei piani superiori di un edificio situato al centro di una città. Similmente, l’uomo che vive nel mondo trova difficile rimanere in un luogo solitario. Ambedue non hanno una mente bilanciata. Sono entrambi imperfetti; hanno uno sviluppo unilaterale. Chi può meditare in un ritiro solitario per sei mesi, e lavorare sinceramente nel mondo per altri sei mesi, è uno yogi ideale, un uomo perfetto. È il karma yogi ideale. È veramente un uomo forte, che si è sviluppato integralmente. Nulla può turbare la sua mente, neanche quando è posto in certe condizioni sfavorevoli e in cattivi ambienti.

Se uno ha praticato il pratyahara (il ritiro dei sensi dai loro oggetti) può ritirare la sua mente, come la tartaruga ritira i suoi arti sotto la conchiglia. Nessun suono può disturbare la sua mente. Il tuono di un cannone, il rumore dei camion e dei carri per strada non possono fare alcuna impressione nella sua mente. Egli è praticamente morto al mondo, ma internamente è davvero molto attivo. Così può mutare un’attiva città in una grande foresta. Ma chi non possiede pratyahara o concentrazione troverà una grande città anche in mezzo a una fitta foresta. Gli aspiranti dovrebbero sempre osservare e mettere a prova la mente; dovrebbero cercare di mantenere un perfetto equilibrio. La vera meditazione dà un’immensa forza interiore. Se uno non può realizzare questa forza e pace interiore, sicuramente vi è qualche errore nella sadhana o nella meditazione. Costruire castelli in aria, cadere nel sonno, rimuginare, e altri stati negativi della mente, non devono essere scambiati erroneamente per samadhi o meditazione. Gli aspiranti inesperti e impreparati fanno sempre di questi errori e vengono ingannati.

Soltanto una minoranza microscopica è adatta per la piena e profonda meditazione. La stragrande maggioranza all’inizio deve combinare meditazione e attività. Quando il sadhaka sarà veramente avanzato nella meditazione, lentamente potrà rinunciare all’azione.


– da “La pratica del Karma Yoga” di Swami Sivananda


giovedì 15 dicembre 2011

Una strada con un cuore



DON JUAN: «Para mi solo recorrer los caminos que tienen corazon, cualquier camino que tenga corazon. Por ahi yo recorro, y la unica prueba que vale es atravesar todo su largo. Y por ahi yo recorro mirando, mirando, sin aliento.» TRADUZIONE: «Per me c'è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio, e l'unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando, senza fiato.»

DON JUAN: «Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c'è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall'ambizione.»

«Ti avverto. Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. Questa è una domanda posta solo da un uomo molto vecchio. Il mio benefattore me l'ha detta una volta quando ero giovane, e il mio sangue era troppo vigoroso perché la comprendessi. Ora la comprendo. Ti dirò che cosa è: "Questa strada ha un cuore?" Tutte le strade sono uguali; non portano da alcuna parte. Sono strade che passano attraverso la boscaglia o che vanno nella boscaglia. Nella mia vita posso dire di aver percorso strade lunghe, molto lunghe, ma io non sono da nessuna parte. La domanda del mio benefattore ha adesso un significato."Questa strada ha un cuore?" Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come si fa a sapere quando un sentiero non ha un cuore, don Juan?»

DON JUAN: «Prima di inoltrarti in esso poniti la seguente domanda: "Questa strada ha un cuore?" Se la risposta è no, lo saprai, e allora dovrai scegliere un altro sentiero.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come faccio a capirlo?»

DON JUAN: «E' una cosa che si sente. Il problema è che nessuno si pone questa domanda, e quando un uomo si accorge di aver intrapreso una strada senza cuore, essa è pronta per ucciderlo. Arrivati a quel punto, sono pochi quelli che si fermano a riflettere e abbandonano la strada.»

CARLOS CASTANEDA: «Cosa devo fare per formulare la domanda nel modo giusto, don Juan?»

DON JUAN: «Fallo e basta.»

CARLOS CASTANEDA: «Quello che vorrei sapere è se esiste un metodo per non mentire a se stessi credendo che la risposta sia positiva quando in realtà non lo è.»

DON JUAN: «Perché dovresti mentire?»

CARLOS CASTANEDA: «Forse perché in quel momento la strada sembra piacevole e divertente.»

DON JUAN: «Sciocchezze. Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D'altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore, perché amarla non ti costa fatica.»



- da "Gli insegnamenti di don Juan (A scuola dallo stregone)"
di Carlos Castaneda -



http://www.carloscastaneda.it/Libri-Castaneda/Citazioni-Gli-insegnamenti-di-don-Juan/3-Strada-con-un-Cuore.htm


sabato 3 dicembre 2011

La scienza del kriya yoga



di Paramahansa Yogananda


La scienza del kriya yoga, a cui si fa così spesso riferimento in queste pagine, ha avuto larga diffusione nell’India moderna grazie a Lahiri Mahasaya, il guru del mio guru. La radice sanscrita di ʻkriyaʼ è kri, ʻfare, agire reagireʼ; la stessa radice si trova nella parola ʻkarmaʼ, il principio naturale di causa ed effetto. Kriya yoga significa quindi ʻunione (yoga) con l’Infinito mediante una certa azione o rito (kriya)ʼ. Uno yogi che pratichi con impegno e costanza questa tecnica viene gradualmente liberato dal karma, la legge dell’equilibrio creato dalle concatenazioni di causa ed effetto.

In obbedienza ad alcune antiche ingiunzioni yogiche, non mi è possibile fornire una spiegazione dettagliata del kriya yoga in un libro destinato al grande pubblico. La tecnica vera e propria deve essere insegnata da un kriyaban (kriya yogi) autorizzato dalla Self-Realization Fellowship (Yogoda Satsanga Society of India). Qui sarà sufficiente trattare l’argomento a grandi linee.

Il kriya yoga è un semplice metodo psicofisiologico che permette di purificare il sangue dall’anidride carbonica e di arricchirlo di ossigeno. Gli atomi di questo ossigeno supplementare vengono trasformati in corrente vitale, che rigenera il cervello e i centri spinali. Arrestando l’accumularsi di sangue venoso, lo yogi può ridurre o prevenire il deterioramento dei tessuti. Lo yogi evoluto trasforma le cellule del proprio corpo in energia. Elia, Gesù, Kabir e altri profeti furono un tempo maestri nella pratica del kriya o di una tecnica simile, grazie alla quale potevano materializzare o smaterializzare il proprio corpo a loro discrezione.

Il kriya yoga è una scienza antica. Lahiri Mahasaya l’apprese dal suo grande guru Babaji. La conoscenza della tecnica era andata perduta nelle età oscure; Babaji la riscoprì, la semplificò e la chiamò semplicemente kriya yoga.

“Il kriya yoga che per tuo tramite io dono al mondo in questo diciannovesimo secolo”, disse Babaji a Lahiri Mahasaya, “è la stessa scienza che Krishna insegnò millenni or sono ad Arjuna, e che in seguito appresero anche Patanjali e Cristo, come pure san Giovanni, san Paolo e altri discepoli”.

Il Signore Krishna, il più grande profeta dell’India, menziona il kriya yoga in due versetti della Bhagavad Gita. Nel primo si legge: “Nel consacrare il respiro che entra in quello che esce e il respiro che esce in quello che entra, lo yogi neutralizza entrambi i tipi di respiro; egli libera così il prana dal cuore e ottiene il controllo della forza vitale”. Questo passo si interpreta nel modo seguente: “Calmando l’attività dei polmoni e del cuore, lo yogi ottiene una riserva aggiuntiva di prana (forza vitale), che gli permette di arrestare il deterioramento dei tessuti del corpo; mediante il controllo di apana (la corrente dell’eliminazione), egli arresta nel corpo anche le alterazioni causate dai processi di crescita. Annullando in questo modo i processi di deterioramento e di sviluppo, lo yogi impara a controllare la forza vitale”.

Un altro versetto della Gita afferma: “Diviene libero per l’eternità quell’esperto nella meditazione (muni) che, cercando la mèta suprema, riesce a isolarsi dai fenomeni esteriori fissando lo sguardo nel punto centrale fra le sopracciglia e neutralizzando le due correnti uniformi di prana e di apana [che scorrono] nelle narici e nei polmoni; e riesce a dominare le facoltà sensoriali e l’intelletto, e a ripudiare il desiderio, la paura e la collera”.

Krishna inoltre ci dice che fu lui, in un’incarnazione precedente, a comunicare questi imperituri insegnamenti yoga all’illuminato Vivasvat, vissuto in tempi remoti, il quale li trasmise a Manu, il grande legislatore. Questi a sua volta istruì Ikshwaku, fondatore della dinastia solare dei guerrieri. Trasmessa così dall’uno all’altro, la conoscenza dello yoga regale fu preservata dai rishi fino al sorgere delle ere del materialismo. Da quel momento in poi la sacra scienza fu sempre meno nota, fino a diventare inaccessibile, a causa della prassi della segretezza invalsa in ambito ecclesiastico e dell’indifferenza degli uomini.

Il kriya yoga è menzionato due volte dall’antico saggio Patanjali, massimo esponente dello yoga, il quale ha scritto: “Il kriya yoga comprende la disciplina del corpo, il controllo della mente e la meditazione sull’Aum”. In questo passo Patanjali identifica Dio con il suono cosmico di Aum che si si ode nella meditazione. Aum è la Parola o il Verbo della creazione, il rombo del motore vibratorio, il testimone della presenza divina. Anche lo yogi principiante può percepire be presto il suono meraviglioso di Aum. Questo sublime incoraggiamento spirituale gli dà la certezza di essere in comunione con i regni celesti.

Patanjali si riferisce nuovamente alla tecnica kriya, ovvero al controllo della forza vitale, quando afferma: “Si può raggiungere la liberazione mediante quel pranayama che si ottiene separando il fluire dell’inspirazione e dell’espirazione”.

San Paolo conosceva il kriya yoga o una tecnica simile, che gli consentiva di inviare le correnti vitali nei sensi o di ritirarle da essi. Per questo poteva dire: “Io dichiaro per la nostra gioia che ho in Cristo, io muoio ogni giorno”. Grazie a un metodo che permette di concentrare interiormente tutta la forza vitale (che di solito è rivolta solo all’esterno, verso il mondo dei sensi, e così facendo attribuisce alla materia la sua apparente veridicità), san Paolo viveva ogni giorno una vera unione yogica con la ʻgioiaʼ (la beatitudine) della coscienza cristica. In questo stato di felicità egli era consapevole di essere ʻmortoʼ per il mondo di maya, ossia liberato dall’illusione dei sensi.

Nello stato iniziale di comunione con Dio (sabikalpa samadhi), la coscienza del devoto si fonde con lo Spirito cosmico; la forza vitale si ritira dal corpo, che appare come ʻmortoʼ, cioè immobile e rigido. Lo yogi è pienamente consapevole dello stato di animazione sospesa in cui si trova il suo corpo. Progredendo verso gli stati spirituali più elevati (nirbikalpa samadhi), egli tuttavia riesce a entrare in comunione con Dio senza alcune rigidità corporea, nel normale stato di veglia della coscienza, e persino mentre continua a svolgere impegnative mansioni terrene.

“Il kriya yoga è uno strumento che permette di accelerare l’evoluzione umana”, spiegava Sri Yukteswar ai suoi allievi. “Nell’antichità, gli yogi scoprirono che il segreto della coscienza cosmica è intimamente legato al controllo del respiro. Questo è l’impareggiabile e immortale contributo con cui l’India ha arricchito il patrimonio di conoscenza dell’umanità. La forza vitale, che normalmente è impegnata a sostenere l’azione del cuore, deve essere liberata dalle sue funzioni inferiori per svolgere attività più elevate, grazie a un metodo che rallenta e infine arresta le incessanti sollecitazioni del respiro”.

Il kriya yogi dirige mentalmente la propria energia vitale, facendola ruotare verso l’alto e verso il basso, attorno ai sei centri spinali (i plessi midollare, cervicale, dorsale, lombare, sacrale e coccigeo) che corrispondono ai dodici segni astrali dello zodiaco, il simbolico uomo cosmico. Mezzo minuto di rotazione dell’energia intorno al sensibile midollo spinale dell’uomo determina un sottile progresso nella sua evoluzione; mezzo minuto di kriya equivale a un anno di sviluppo spirituale naturale.

L’organismo astrale dell’essere umano, con sei costellazioni interiori (dodici per polarità) che ruotano intorno al sole dell’onnisciente occhio spirituale, è in correlazione con il sole fisico e con i dodici segni dello zodiaco. Tutti gli esseri umani subiscono così l’influenza di un universo interiore e di uno esteriore. Gli antichi rishi scoprirono che sia l’ambiente terreno sia quello celeste fanno progredire l’uomo sul suo sentiero naturale, in cicli di dodici anni. Secondo le scritture è necessario un milione di anni di normale evoluzione esente da malattie perché l’uomo possieda un cervello che ha pienamente sviluppato le sue potenzialità e possa raggiungere la coscienza cosmica.

Mille kriya eseguiti in otto ore e mezza equivalgono a mille anni di evoluzione naturale, che lo yogi raggiunge in un solo giorno; 365.000 anni di evoluzione in un anno. In tre anni, un kriya yogi può così ottenere, in virtù del proprio impegno volontario e consapevole, lo stesso risultato che la natura permette di conseguire in un milione di anni. Beninteso, solo gli yogi altamente progrediti possono seguire questa scorciatoia del kriya. Sotto la guida di un guru, essi hanno accuratamente preparato il corpo e la mente a sopportare l’energia generata da una pratica intensiva.

Il principiante esegue la tecnica kriya solo da quattordici a ventiquattro volte, due volte al giorno. Più di uno yogi giunge alla liberazione in sei, dodici, ventiquattro o quarantotto anni. Lo yogi che muore prima di aver ottenuto la completa realizzazione porta con sé il buon karma creato dall’impegno con cui ha praticato il kriya. Nella nuova vita sarà naturalmente sospinto verso la sua
mèta infinita.

Il corpo dell’uomo comune è come una lampadina da cinquanta watt, che non può sostenere l’energia di miliardi di watt generati da una pratica estrema del kriya. Seguendo il semplice e infallibile metodo del kriya e intensificando la pratica della tecnica in modo graduale e regolare, il corpo umano subisce giorno per giorno una trasformazione astrale, e alla fine sarà in grado di manifestare le potenzialità infinite dell’energia cosmica, che costituisce la prima espressione dell’azione dello Spirito nel mondo materiale.

Il kriya yoga non ha nulla in comune con quegli esercizi di respirazione privi di fondamento scientifico che sono insegnati da tanti fanatici malinformati. I tentativi di trattenere a forza il respiro nei polmoni sono innaturali e decisamente spiacevoli. La pratica del kriya, invece, è accompagnata fin dall’inizio da un sentimento di pace e da sensazioni di benessere, suscitate dall’effetto rigenerante del kriya sulla spina dorsale.

Questa antica tecnica yoga trasforma il respiro in sostanza mentale. L’evoluzione spirituale consente di percepire il respiro come un concetto mentale, un atto della mente: un respiro di sogno.

Esiste un rapporto matematico fra il ritmo con cui l’uomo respira e le variazioni dei suoi stati di coscienza; sono molti gli esempi che si potrebbero portare a riguardo. Quando una persona è completamente concentrata su qualcosa, ad esempio quando cerca di seguire una complicata argomentazione intellettuale o di compiere un’attività fisica che richiede accuratezza o impegno, il suo respiro rallenta automaticamente. Per riuscire a concentrarci dobbiamo respirare lentamente; a una respirazione rigida o irregolare si accompagnano inevitabilmente stati emotivi dannosi, come la paura, la concupiscenza, la collera. La scimmia, solitamente irrequieta, in un minuto respira trentadue volte, a differenza dell’uomo che in media respira diciotto volte. L’elefante, la tartaruga, il serpente e altre creature note per la loro longevità, hanno un ritmo respiratorio più lento di quello umano. Per esempio, la tartaruga gigante, che può vivere fino a 300 anni, respira solo quattro volte
al minuto.

Gli effetti rigeneranti del sonno sono dovuti al fatto che l’uomo in quel lasso di tempo non è consapevole del corpo e del respiro. Quando dorme, l’uomo diventa uno yogi; ogni notte compie inconsciamente il rito yogico di liberarsi dall’identificazione con il corpo e di fondere la forza vitale con le correnti risanatrici della regione cerebrale, che è la dinamo principale, e delle sei dinamo ausiliarie dei centri spinali. Inconsapevolmente, mentre dorme, si ricarica dell’energia cosmica che sostiene ogni forma di vita.

Durante la sua pratica, lo yogi attua consciamente questo processo semplice e naturale, e non inconsciamente come colui che nel sonno rallenta i processi fisiologici. Il kriya yogi usa la sua tecnica per saturare e nutrire di luce imperitura tutte le cellule del corpo, mantenendole così in uno stato di magnetizzazione spirituale. Egli rende superfluo il respiro in modo scientifico, senza tuttavia entrare (durante l’esecuzione della tecnica) negli stati negativi del sonno, dell’incoscienza o della morte.

Negli uomini soggetti a maya, o legge naturale, il flusso dell’energia vitale è diretto verso il mondo esterno; accade così che le correnti si consumano e si sprecano nell’attività sensoriale. La pratica inverte la loro direzione; la forza vitale viene mentalmente guidata verso l’universo interiore, dove si riunisce alle sottili energie spinali. Con questo potenziamento della forza vitale, il corpo e le cellule cerebrali dello yogi sono rinnovati da un elisir spirituale.

Grazie al cibo adatto, alla luce del sole e all’armonia della mente, coloro che si lasciano guidare unicamente dalla natura e dal suo disegno divino potranno raggiungere la realizzazione del Sé in un milione di anni. Occorro dodici anni di una vita normale e sana per realizzare anche un lieve miglioramento nella struttura cerebrale, ed è necessario un milione di cicli solari per purificare la dimora del cervello tanto da renderlo capace di manifestare la coscienza cosmica. Il kriya yogi, tuttavia, potendo avvalersi di una scienza spirituale, è in grado di sottrarsi per un lungo periodo alla necessità di osservare scrupolosamente le leggi naturali.

Liberando l’anima dal legame del respiro che la tiene avvinta al corpo, il kriya permette di prolungare la vita e di espandere la coscienza nell’infinito. Questa tecnica yoga pone fine all’eterno conflitto fra la mente e i sensi assoggettati alla materia, e fa sì che il devoto sia libero di rientrare in possesso del suo regno eterno. Egli comprende allora che la sua vera natura non dipende né dall’involucro fisico né dal respiro, questo simbolo della schiavitù dell’essere umano all’aria e alle coercizioni degli elementi della natura.

Ormai padrone del corpo e della mente, il kriya yogi riporta infine la vittoria sull’ʻultimo nemicoʼ, la morte.

Così ti nutrirai di morte, che degli uomini si nutre:
E, morta la morte, non vi sarà più il morire.
(W. Shakespeare, sonetto 146)

L’introspezione, ossia il ʻraccoglimento nel silenzioʼ, è un metodo privo di rigore scientifico per tentare di separare la mente dai sensi, legati insieme dalla forza vitale. La mente contemplativa che cerca di riunirsi alla divinità viene continuamente ricondotta verso i sensi dalle correnti vitali. Il kriya, che controlla la mente direttamente attraverso la forza vitale, è la via più facile, più efficace e più scientifica per raggiungere l’Infinito. A differenza del sentiero della teologia, paragonabile a un lento e incerto ʻcarro a buoiʼ, il kriya yoga può essere giustamente chiamato la ʻvia aereaʼ verso Dio.

La scienza dello yoga si fonda sulla sperimentazione di ogni tipo di tecnica di concentrazione e di meditazione. Lo yoga permette al devoto di attivare o disattivare a suo piacimento la corrente vitale dei sensi, i cinque ʻtelefoniʼ della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto. Per lo yogi che ha acquisito questa facoltà di disattivazione sensoriale, è semplice unire la mente, a sua scelta, ai reami divini oppure al mondo della materia. Non è più costretto dalla sua forza vitale a ritornare suo malgrado nella sfera terrena delle sensazioni turbolente e dei pensieri irrequieti.

La vita di un kriya yogi evoluto non subisce l’influenza delle azioni compiute nel passato, ma si fa guidare soltanto dai dettami dell’anima. In questo modo il devoto si sottrae ai consigli e agli ammonimenti impartiti da una lenta evoluzione naturale, che opera attraverso le azioni egoistiche, buone o cattive, dell’esistenza comune: un cammino, questo, troppo tortuoso e lento, degno di una lumaca, per chi invece possiede un cuore d’aquila.

Questo modo spiritualmente elevato di condurre la propria vita rende lo yogi libero; uscendo dalla prigione dell’ego, egli assapora l’aria purissima dell’onnipresenza. La schiavitù della vita naturale impone invece un ritmo umiliante. Conformando la propria vita unicamente all’ordine evolutivo, l’uomo non può pretendere che la natura gli concede di accelerare il suo cammino. Pur vivendo senza contravvenire alle leggi che governano il suo corpo e la sua mente, dovrà comunque indossare le molteplice maschere delle incarnazioni per un milione di anni, prima di raggiungere l’emancipazione finale.

Coloro che guardano con orrore alla prospettiva di attendere un milione di anni dovrebbero quindi adottare i lungimiranti metodi dello yogi, che si libera dall’identificazione con il corpo e con la mente per diventare una cosa sola con l’anima. Il numero di anni di attesa cresce ulteriormente per l’uomo comune, che non vive in armonia neanche con la natura, oltre che con la propria anima, e va invece in cerca di complicazioni innaturali, turbando con la mente e con il corpo i delicati equilibri della natura. Per lui due milioni di anni saranno appena sufficienti per raggiungere la liberazione.

La persona materialista si rende conto raramente, o forse mai, che il suo corpo è un regno governato dall’anima sovrana, che siede sul trono del cervello, coadiuvata dai reggenti ausiliari, i sei centri spinali o sfere di coscienza. Questa teocrazia governa una moltitudine di sudditi ubbidienti: ventisettemila miliardi di cellule (che sono dotate di indubbia, per quanto apparentemente involontaria, intelligenza, mediante la quale assolvono a tutte le funzioni dell’organismo, ossia lo sviluppo, la trasformazione e la dissoluzione) e un substrato di cinquanta milioni di pensieri, emozioni e stati di coscienza variabili, soggetti a fasi alterne durante una vita media di sessant’anni.

Ogni apparente insurrezione del corpo o della mente contro l’anima sovrana, che si manifesti sotto forma di malattia o di irrazionalità, non è dovuta alla slealtà degli umili sudditi, ma all’uso improprio che l’uomo ha fatto, nel passato o nel presente, della propria individualità, ovvero del libero arbitrio, dono inalienabile ricevuto nel momento stesso in cui fu dotato di un’anima.

Identificandosi con un ego superficiale, l’uomo dà per scontato di essere lui a pensare, volere, sentire, digerire e mantenersi in vita, senza mai riconoscere (anche se gli basterebbe solo un momento di riflessione) che nella sua vita di ogni giorno non è che un burattino manovrato dalle azioni compiute nel passato (karma), dalla natura o dall’ambiente. In ogni uomo, i processi cognitivi, i sentimenti, gli stati d’animo e le abitudini sono semplicemente effetti di cause da ricercare nel passato, in questa vita o in una precedente. La sua anima regale rimane tuttavia ben al di sopra di tali influenze. Disdegnando le verità e le libertà effimere, il kriya yogi oltrepassa lo stadio della disillusione per raggiungere l’assoluta libertà del proprio essere. L’uomo, dichiarano le scritture di tutto il mondo, non è un corpo corruttibile, ma un’anima vivente; nel kriya yoga egli trova un metodo che permette di dimostrare quanto affermano le scritture.

“I riti esteriori non possono sconfiggere l’ignoranza, perché non c’è incompatibilità fra gli uni e l’altra”, disse Shankara nel suo famoso Century of Verses. “Soltanto la vera conoscenza può sconfiggere l’ignoranza... La conoscenza non si può acquisire se non ponendosi degli interrogativi. ʻChi sono io? Com’è nato l’universo? Chi lo ha creato? Qual è la sua causa materiale?ʼ. Questo è il genere di domande cui mi riferisco”. L’intelletto non trova risposte a tali domande; per questo motivo i rishi hanno elaborato la tecnica di ricerca spirituale dello yoga.

Il vero yogi, che richiama a sé i pensieri, la volontà e i sentimenti impedendone la falsa identificazione con i desideri del corpo, e unisce la mente alle forze supercoscienti dei santuari spinali, vive nel mondo in armonia con il disegno divino; egli non subisce né le costrizioni degli impulsi provenienti dal passato né quelle imposte dai nuovi bisogni generati dalla stoltezza umana. Avendo esaudito il supremo desiderio, è ormai salvo nel porto finale dell’inesauribile beatitudine dello Spirito.

Riferendosi all’efficacia sicura e sistematica dello yoga, Krishna elogia lo yogi che pratica le tecniche con queste parole: “Lo yogi è più grande degli asceti che disciplinano il corpo, più grande persino di coloro che seguono il sentiero della saggezza (jnana yoga) o il sentiero dell’azione (karma yoga); sii tu, mio discepolo Arjuna, uno yogi!”.

Il kriya yoga è il vero ʻrito del fuocoʼ spesso esaltato nella Gita. Lo yogi getta i suoi desideri terreni in un monoteistico rogo consacrato al Dio incomparabile. Questa è la vera cerimonia yogica del fuoco, in cui tutti i desideri presenti e passati sono il combustibile che, consumandosi, fa ardere la fiamma dell’amore divino. L’ultima fiamma accoglie in sacrificio tutta l’umana folla, liberando finalmente l’uomo da ogni impurità. Con le ossa ormai metaforicamente spoglie della carne e dei suoi desideri, con lo scheletro karmico esposto al sole della saggezza, che lo rende candido, purgato da ogni contaminazione, non più in grado di offendere né l’uomo né il Creatore, egli è finalmente puro.


– da “Autobiografia di uno Yogi” di Paramahansa Yogananda


martedì 29 novembre 2011

La luce interiore: tributo a George Harrison





The Beatles - Within You Without You (traduzione)

Dentro di te, Senza di te


Parlavamo delle distanze tra noi tutti
E della gente che si nasconde dietro un muro di illusione
Non intravede mai la verità
Poi è troppo tardi, quando muoiono

Parlavamo dell'amore che noi tutti potremmo condividere
Quando lo troviamo, dobbiamo fare del nostro meglio per tenerlo lì
Con il nostro amore, con il nostro amore potremmo salvare il mondo
Se solo sapessero

Cerca di capire che è tutto dentro di te
Nessun altro ti può far cambiare
E a vedere che sei davvero molto piccolo
E la vita scorre dentro di te e senza di te

Parlavamo dell'amore che è diventato così freddo
E della gente che conquista il mondo e perde la propria anima
Non sanno, non vedono
Sei uno di loro?

Quando vedi oltre te stesso
Puoi trovare la pace della mente lì che ti aspetta
E verrà il tempo in cui capirai che siamo tutti uno
E la vita scorre dentro di te e senza di te



The Beatles - The Inner Light (traduzione)

La luce interiore


Senza uscire di casa
Posso conoscere tutte le cose della Terra
Senza guardar fuori dalla finestra
Potrei conoscere le vie del Cielo

Più lontano si viaggia
Meno si conosce
Meno si conosce veramente

Senza uscire di casa
Potete conoscere tutte le cose della Terra
Senza guardar fuori dalla finestra
Potreste conoscere le vie del Cielo

Più lontano si viaggia
Meno si conosce
Meno si conosce veramente

Arriva senza viaggiare
Vedi tutto senza guardare
Fai tutto senza fare


sabato 19 novembre 2011

La vera essenza del sufismo



Quanti si accostano alle espressioni del sufismo o alle esposizioni che ne sono state fatte, possono trovarsi di fronte a due forme del tutto differenti fra di loro, corrispondenti alle due correnti determinate dai modi di sentire il sufismo stesso.

La prima corrente che potremmo definire “informale”, di natura esoterica e iniziatica con tendenza trascendentale, considera della massima importanza l’evoluzione psichica del Sé a prescindere dai mezzi con i quali la si può ottenere. È pertanto libera da schemi e da limitazioni specifiche, quali l’appartenenza dell’allievo alla religione musulmana, la conoscenza obbligatoria della lingua araba, il rigorismo formale dell’organizzazione in Ordini riconosciuti. Perciò ingloba tutte le vie per l’evoluzione dal Molteplice all’Uno, considerandone le varietà come necessari adattamenti ambientali. Ogni individuo, a prescindere da razza e religione, può avviarsi sul cammino dell’illuminazione liberandosi da qualsiasi limitazione. Pertanto il sufismo stesso non potrà venir confinato nel cerchio di una tradizionalità legittimante, o nell’ambito di una cultura e di un periodo storico. Le citazioni che traggo, ad esempio, da testi di Idries Shah, riguardano questo aspetto del sufismo.

La seconda corrente è ortodossa e storicistica. Per essa la forma esteriore e la programmazione tradizionale sono inalienabili. È sufi solamente colui che viene iniziato in un Ordine regolare; e il sufismo viene considerato il “midollo della religione islamica”. Annovera fra gli adepti anche dei fanatici, e fra questi non pochi persianofili. A volte però serve ad equilibrare il pericolo di una eccessiva libertà in cui può incorrere la corrente precedente (molti europei che hanno studiato il sufismo, hanno considerato solo l’aspetto proposto da questa corrente). Le citazioni che traggo, ad esempio da Seyyd Hossein Nasr si riferiscono a questo secondo modo di vedere.

[...]

Parrebbe così che vi possano essere due sufismi (e ognuno avrebbe a sua volta due aspetti): uno tradizionale, la cui storia è descrivibile rintracciandone le fonti, cui in generale si attengono quanti non hanno in realtà compenetrato il messaggio sufico; e uno di fuori dalla realtà storica e dalla tradizione, ed è forse ciò che l’umanità va cercando da sempre.

[...]

A ben guardare, tutto ciò divide: confraternite legittime e non legittime, d’Oriente e d’Occidente, settarismi e disposizioni classiste ed elitarie. Eppure l’essenza del sufismo mira a far capire che non debbono sussistere suddivisioni o differenze tra spirito in cammino e altri spirito in cammino, dal momento che tutti – presto o tardi – giungeranno ad una medesima meta. Nessuna costrizione a regole, che sempre si rivelano effimere!

E allora? Allora le fazioni sono l’aspetto esteriore. Una specie di frontiera oltre la quale transitano gli adepti validi; alla quale si fermano i “falsi maestri”, gli “allievi non realizzati”, quanti insomma si limitano ai formalismi esteriori e non hanno ancora afferrato la vera essenza del sufismo. È anche questa una prova, uno dei molti modi per vagliare le possibilità del postulante.

Per altro chi è sulla Via è in marcia, ma chi potrà mai dire d’essere arrivato?

Rimane comunque il fatto che l’essenza del sufismo non è un’etichetta, un atteggiamento; bensì uno stato dell’essere, un modo di vivere alla ricerca dell’Evoluzione del sé verso l’infinito essenziale. Entrambe le correnti precitate concordano nel definire il sufismo come “l’unità trascendente delle religioni”, intendendo con il termine di “religione” non un sottobosco di prevaricazioni, politicizzazioni, atti in violento contrasto morale e materiale con i princìpi stessi della fede. Poche persone sono in grado di pensare in termini di “fede”, di accettare che il prossimo creda con espressioni di fede differenti dalle proprie. Non sono poche le sétte religiose che si arrogano il diritto di avere il monopolio esclusivo di Dio. Ogni essere umano che non fa parte della loro sétta, sia egli anche uno spiritualista eminente, non viene accettato, e in altri tempi non veniva nemmeno lasciato vivere.

A questo proposito il sufi racconta una novelletta, che troverete in molti manuali d’Oriente variamente narrata:

Cinque uomini che compivano il pellegrinaggio alla Mecca s’erano incontrati strada facendo, percorreva insieme il cammino. Ad un certo momento trovarono per terra una moneta d’oro, e decisero di comperare qualcosa da mangiare.
«Io penserei a dell’angur», disse il persiano.
«No, prendiamo dell’uzum», replicò il turco.
«Io voglio dell’inab», tranciò l’arabo.
«Macché – soggiunse il greco – noi faremmo bene a comperare dello stafil».
«Niente! O prendiamo dello shvakh o me ne vado», urlò il mongolo.
Ne sorse una disputa, che degenerò presto in una lite. In quel mentre passava di lì un vecchio saggio, e i cinque si appellarono a lui. Gli spiegarono l’origine del contrasto, e quegli disse:
«Venite con me da un fruttivendolo, e io accontenterò tutti voi». Infatti comperò dell’uva, e i pellegrini allegramente lo ringraziarono. Infatti tutti e cinque volevano la stessa cosa, ma la chiamavano con i termini della propria lingua.

Così è necessario che colui che desidera giungere alla piena Realizzazione del Sé capisca anzitutto che i concetti di base sono tutti unici, e che non v’è differenziazione nelle varie razze, culture, religioni. Deve cioè sentirsi libero da etichette, settarismi, schemi, pretesti (consci o inconsci) politici e religiosi con i quali tende a dar libero sfogo alle proprie negatività. Deve essere libero da desideri, paure, ansie, superstizioni, angosce... Libero da limiti e costrizioni. Libero, vivendo però la vita d’ogni giorno, non rifugiandosi asceticamente in un mondo di rinuncia fobica o psicotica.

Così i sufi operano nel mondo, pur essendone ormai del tutto staccati; ed a questo mondo forniscono una carica vitale utile in molti e molti campi, dalla medicina all’arte, dalla ricerca al misticismo.

Allora – mi si dirà – i sufi sono semplicemente quei santi, scienziati, legislatori, artisti o governanti, che godono della stima universale. No!: pochi sufi sono stati applauditi in vita, né l’hanno voluto; alcuni anzi sono stati osteggiati, accusati, condannati alla tortura o alla morte; e in effetti a nessun vero maestro importò mai l’opinione dei contemporanei, nonché ogni altro ciarpame transitorio del mondo. Un maestro sufi, uno dei maggiori anche, può vestire abiti dimessi o ricchi, può essere tanto un eminente scienziato quanto un ignoto artigiano. Non è ciò che si vede quel che conta. Chi è davvero ricco non ha bisogno di dimostrarlo; ma chi è saggio sa anche che è saggio non dimostrarlo. Non sempre d’altronde si opera bene insegnando la Conoscenza a tutti. Nizâm adDîn Awliyâ’ († 1323), una delle figure più importanti della Chishtiyya, disse: «I re possono nascondere i loro tesori in due posti. Il primo, ovvio, è la camera del tesoro, robusta sì, ma che, oggetto delle mire altrui, può venire in molti modi depredata. Il secondo, più sicuro, è sotto una catapecchia in rovina, dove a nessuno verrebbe mai in mente di cercarlo».

Così, se chiederete a un sufi perché – pur vivendo in una società e quindi profittandone – non svela tutti i misteri che è giunto a penetrare; perché non li divulga in modo semplice o non semplifica il proprio modo di insegnare, probabilmente vi sentirete raccontare, a mo’ di risposta, la storielletta di Nasruddin che, sorpreso dai suoi compaesani a gettare del denaro in uno stagno, rispose loro: «Faccio così perché ieri stavo quasi per essere buttato in acqua dal mio asino che stava scivolando, quando le rane, con il loro improvviso gracidio, lo spaventarono, sicché per la paura si rimise in piedi, e io fui salvo. Perciò ricompenso le rane gettando loro del denaro».

Appunto: che se ne fanno le rane del denaro? Per questo il sufi nasconde piuttosto il suo tesoro, e non si lascia scegliere come maestro da chi vuole diventare suo allievo, ma è lui che sceglie l’allievo. E non perché si considera “superiore”, bensì perché è differente da quanti operano secondo condizionamenti appresi.


– da “Il sufismo vertice della piramide esoterica”
di Gabriele Mandel



domenica 6 novembre 2011

La maturità è una rinascita spirituale



Maturità vuol dire riconquistare la tua intelligenza perduta, rivendicare il tuo paradiso, tornare a essere un bambino. Naturalmente non allo stesso modo, perché il bambino comune è destinato a corrompersi: quando recuperi la tua infanzia, diventi incorruttibile. Nessuno può corromperti, perché ora sei diventato intelligente: sai ciò che ti ha fatto la società, e sarai attento e consapevole che la cosa non si ripeta, non lo permetterai più.

La maturità è una rinascita, una rinascita spirituale. Torni a essere un bambino, cominci a guardare l’esistenza con occhi freschi; ti avvicini alla vita con l’amore nel cuore; penetri nel tuo centro più profondo con silenzio e innocenza. Non sei più confinato alla testa, ora è al tuo servizio, la usi. Come prima cosa diventi il cuore, poi trascendi anche quello. Andare oltre i pensieri e i sentimenti, e diventare pura entità, è maturità. La maturità è la fioritura suprema della meditazione.

Una volta Gesù si trovava sulla piazza del mercato e qualcuno gli chiese: “Chi è degno di entrare nel Regno di Dio?”.

Si guardò intorno: c’era un rabbino, che si deve essere fatto un po’ avanti pensando di essere il prescelto, ma così non fu. C’era l’uomo più virtuoso della città, il moralista, il puritano; si fece un po’ avanti sperando di venire indicato, ma così non fu.

Si guardò intorno: vide un piccolo bambino che non si era mosso di un centimetro, perché non si aspettava di venir chiamato. Era inimmaginabile che fosse chiamato; stava semplicemente godendosi la scena, ascoltando Gesù che parlava alla gente.

Gesù chiamò il bambino, lo prese in braccio e disse alla folla: “Solo chi è come questo bambino è degno di entrare nel Regno di Dio”.

Ricorda, disse: “Solo chi è come questo bambino...”. Non: “Chi è un bambino...”; la differenza è enorme. Non ha detto: “Questo bambino entrerà nel Regno di Dio”, perché è inevitabile che tutti i bambini si perdano e si corrompano. È inevitabile che ogni Adamo e ogni Eva siano cacciati dal giardino dell’Eden e si perdano. L’unico modo di riconquistare la vera infanzia è perderla. È molto strano, ma è così che funziona la vita; è paradossale, ma la vita è un paradosso. Per conoscere la bellezza autentica della tua infanzia la devi prima perdere, altrimenti non la conoscerai mai.

Il pesce ignora completamente dove sia il mare, a meno che tu non lo tiri fuori dall’acqua e lo metti sulla sabbia, al sole rovente. Lì egli saprà dov’è il mare. Lo desidererà, farà ogni sforzo per tornarvi, salterà nell’acqua. È lo stesso pesce e al tempo stesso non lo è più. È lo stesso mare e al tempo stesso non lo è più, perché il pesce ha imparato una nuova lezione. Adesso è consapevole: “Questo è il mare e questa è la mia vita. Senza di esso io non esisto più, poiché sono una sua parte”.

Tutti i bambini devono perdere la propria innocenza e riconquistarla. Perderla è solo metà del processo. Molti l’hanno persa, ma pochissimi l’hanno riconquistata. Questa è una sfortuna enorme, un’autentica disgrazia. Tutti la perdono, ma raramente un Buddha, uno Zarathustra, un Krishna o un Gesù la riconquistano.

Gesù non è altri che Adamo che torna a casa. Maddalena non è altri che Eva che torna a casa. Sono usciti dal mare e hanno conosciuto la miseria e la stupidità. Hanno visto che non c’è felicità fuori dal mare.

Quando diventi consapevole che appartenere a una religione, a una cultura o a una società vuol dire restare infelici e prigionieri, in quello stesso giorno cominci a sciogliere le tue catene. La maturità sta arrivando; stai recuperando la tua innocenza.

I bambini non sono santi, ma i santi – quelli veri – sono bambini. Il bambino possiede la stessa qualità, ma ne è inconsapevole. E che senso ha avere qualcosa se non ne sei consapevole? Potresti essere proprietario di un grande tesoro e non saperlo: sarebbe come se non lo avessi. Averlo o non averlo non farebbe differenza.

Un uomo ricchissimo era molto confuso perché per tutta la vita si era sforzato di diventare ricco e finalmente ce l’aveva fatta. Era diventato l’uomo più ricco del pianeta, ma non era felice. Pensava che bastasse diventare ricchi per essere felici, e si sentiva molto frustrato, com’è destino di tutte le persone di successo: allora cominciò ad andare in giro alla ricerca di un saggio che lo aiutasse a raggiungere la felicità.

Qualcuno gli suggerì un Maestro sufi. Egli si recò da lui su uno splendido cavallo e con una borsa carica di diamanti, forse i più preziosi del mondo. Disse al Maestro: “Possiedo tutti questi brillanti, ma non una goccia di felicità. Come posso ottenerla? Puoi aiutarmi?”.

Il Maestro fece un balzo, afferrò la borsa e scappò via: il ricco non credeva ai propri occhi. Lo inseguì piangendo e urlando: “Sono stato derubato! Mi hanno ingannato! Quest’uomo non è un Maestro, ma un ladro! Prendetelo!”.

Il Maestro conosceva a perfezione le strade, le vie e i vicoli di quel villaggio, e riuscì a seminare il ricco, che, non avendo mai inseguito nessuno, si trovava in difficoltà. Una folla cominciò ad andargli dietro: conoscevano il Maestro sufi e i suoi strani metodi.

Alla fine fecero ritorno all’albero sotto il quale il ricco aveva trovato seduto il Maestro: vi ritrovarono il Maestro, insieme alla borsa. Il ricco si fece avanti e il Maestro gliela ridiede; l’uomo se la portò al cuore, dicendo: “Sono così felice di aver ritrovato il mio tesoro perduto!”.

Il Maestro disse: “Hai avuto un assaggio della felicità? Se non la perdi non puoi sentirne il sapore. Io te l’ho fatta perdere... questo è il modo di assaporare la beatitudine: perdere qualcosa”.

Se riesci a perdere il tuo ego, otterrai te stesso, ciò che il Buddha chiama il non-sé. Lo chiama non-sé per la semplice ragione che non è più il tuo ego: non ne conserva neppure l’ombra. Perdi l’ego e otterrai il Sé, o non-sé; perdi la mente e otterrai la consapevolezza; muori al passato e rinasci la presente: così otterrai la maturità.

Maturità è vivere nel presente, pienamente vigile e consapevole della bellezza e dello splendore dell’esistenza.


– da “La via del cuore” di Osho


lunedì 31 ottobre 2011

Voglio vederti danzare




Voglio vederti danzare - Franco Battiato


Voglio vederti danzare
come le zingare del deserto
con candelabri in testa
o come le balinesi nei giorni di festa

Voglio vederti danzare
come i Dervisches Tourneurs
che girano sulle spine dorsali
o al suono di cavigliere del Kathakali

E gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza, danza
e gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza

E Radio Tirana trasmette
musiche balcaniche, mentre
danzatori bulgari
a piedi nudi sui braceri ardenti

Nell'Irlanda del nord
nelle balere estive
coppie di anziani che ballano
al ritmo di sette ottavi

E gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza, danza
E gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza

Nei ritmi ossessivi la chiave
dei riti tribali
regni di sciamani
e suonatori zingari ribelli

Nella Bassa Padana
nelle balere estive
coppie di anziani che ballano
vecchi valzer viennesi


giovedì 20 ottobre 2011

Conoscenza di sé e meditazione



Jiddu Krishnamurti


L’altro giorno, quando ci siamo incontrati qui, parlavamo della necessità di una rivoluzione totale – una rivoluzione che fosse insieme interiore ed esteriore. Dicevamo che l’ordine è essen­ziale per avere la pace nel mondo; ordine non solo esteriore ma soprattutto interiore. Tale ordine non è mera routine. L’ordine è una entità vivente che non può determinarsi mediante la mera intellezione, mediante le ideologie, con svariate forme di comportamento coercitivo. Dicevamo anche che il pensiero, che è stato il vecchio, non può funzionare senza il modello che ha instaurato nel passato. Il pensiero è sempre il vecchio. Il pensiero non può assolutamente fare ordine, perché l’ordine, come dicevamo, è una entità vivente. Ed è il pensiero che ha arrecato disordine nel mondo.

L’abbiamo approfondito, credo, a sufficienza l’altro giorno. Dicevamo che dobbiamo considerare non che cosa è l’ordine, ma piuttosto che cosa arreca disordine. Perché nel momento in cui siamo in grado di capire che cos’è il disordine, di perce­pirlo davvero e di vedere, non solo intellettualmente ma effet­tivamente, l’intera struttura del disordine, allora, nella com­prensione totale di quel disordine, verrà l’ordine.

Penso sia importante comprendere questo punto. Poiché la maggior parte di noi ritiene che l’ordine possa essere determi­nato con la ripetizione e che, se potete recarvi in ufficio per i prossimi quarant’anni, essere un ingegnere o uno scienziato che opera nell’ambito di una routine, state apportando l’ordi­ne. Ma la routine non è ordine: la routine ha generato il disor­dine. Abbiamo disordine sia esternamente sia internamente. Penso non ci siano dubbi al riguardo. C’è un caos generale, sia all’esterno, sia all’interno. L’uomo brancola nella ricerca di una via d’uscita da questo caos, chiedendo, domandando, ri­cercando nuovi capi; e se riesce a trovare un nuovo leader, po­litico o religioso, lo seguirà. Vale a dire che l’uomo è disposto a seguire una routine instauratasi meccanicamente, uno scopo, un sistema.

Ma quando si osserva il modo in cui questo disordine si è ori­ginato, si vede che dovunque ci sia stata autorità, specialmente autorità interiore, il disordine è inevitabile. Si accetta l’autorità interiore di un altro, di un insegnante, di un guru, di un libro, e via dicendo. Vale a dire che, seguendo un altro – i suoi precetti, i suoi detti, i suoi comandi e la sua autorità – si spera di determinare l’ordine entro di sé in modo meccanico. Per avere la pace, l’ordine è necessario. Ma l’ordine che noi creiamo nel ricercare o nel seguire un’autorità genera il disordine. Potete osservare ciò che sta avvenendo nel mondo, in special modo in questo paese, dove regna ancora l’autorità, dove l’autorità interna, l’esigenza, l’impulso di seguire qualcuno è fortissimo e fa parte della tradizione, della cultura. Ecco perché vi sono tanti àsrama, grandi o piccoli, che sono veri e propri campi di concentramento. Poiché lì vi si dice esattamente cosa fare. C’è l’autorità dei cosiddetti leader spirituali. E come in tutti i campi di concentramento, cercano di distruggervi, di modellarvi in un nuovo stampo. I comunisti in Russia, i regimi dittatoriali, creano dei campi di concentramento per mutare l’opinione, il modo di pensare, per forzare la gente. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Più c’è caos nel mondo più sorgono i co­siddetti àsrama, che sono sostanzialmente campi di concentramento per raggirare le persone, per plasmarle, per costringerle entro certi modelli, promettendo loro un futuro meraviglioso. E gli stolti lo accettano. Accettano perché in tal modo hanno una sicurezza psicologica. Il capo, il commissario, il guru, l’au­torità dice loro esattamente cosa fare; ed essi lo faranno di buon grado, perché è stato loro promesso il paradiso, o chec­chessia e, nel frattempo, ne ricavano una sicurezza fisica. Que­sto tipo di obbedienza meccanica – qualsiasi obbedienza è meccanica – provoca un grande disordine, come si deduce dalla storia e dai casi quotidiani della vita.

Così, per la comprensione del disordine, vanno comprese le cause del disordine. La causa primaria del disordine è il perse­guimento o la ricerca di una realtà che qualcun altro promette. Dato che la maggior parte di noi si trova nella confusione, nell’agitazione, preferiamo seguire meccanicamente qualcuno che ci assicurerà una comoda vita spirituale. E una delle cose più singolari è che, politicamente, ci si opponga alla tirannia, alla dittatura. Più la gente è liberale, civilizzata, libera e più aborre, detesta la tirannia, politicamente ed economicamente; tuttavia, interiormente accetterebbe l’autorità, la tirannia altrui. Vale a dire, distorciamo le nostre menti, i nostri pensieri e il nostro modo di vivere, per adattarci a un certo modello stabilito da qualcuno come la via che conduce alla realtà. Quando lo faccia­mo, stiamo distruggendo la chiarezza, perché la chiarezza o la luce deve essere scoperta da sé, non per mezzo di qualcun altro, non attraverso un libro, non grazie a qualche santo. Per lo più, i santi sono esseri umani contorti. Poiché essi conducono la cosiddetta vita semplice, gli altri ne restano fortemente impressio­nati; ma le loro menti sono distorte e creano ciò che ritengono sia la realtà.

Ma per comprendere davvero il disordine, si deve comprendere per intero la struttura dell’autorità, non solo interiormente, ma anche esteriormente. Non si può negare l’autorità esterna. È necessaria. È essenziale per ogni società civilizzata. Ma ciò che stiamo dicendo riguarda l’autorità altrui, inclusa quella di chi parla. Può esserci ordine solo quando comprendiamo il disordine che ciascuno di noi apporta, poiché facciamo parte della società; abbiamo creato la struttura della società, e in quella società siamo intrappolati. Noi, come esseri umani che hanno ereditato gli istinti animali, dobbiamo trovare, quali esseri umani, luce e ordine. E non possiamo trovare quella luce e quell’ordine, o quella comprensione, per mezzo di qualcun al­tro – non importa di chi si tratti – perché le esperienze altrui possono essere false. Ogni esperienza va messa in dubbio, che sia la propria o quella di qualcun altro. L’esperienza è la conti­nuazione di un fascio di memorie, che traduce la risposta a una provocazione sulla base del proprio condizionamento. In altre parole, l’esperienza è – non è vero? – rispondere a una provocazione, e quell’esperienza può rispondere solo confor­memente al proprio retroterra culturale. Se sei un hindú, o un musulmano, o un cristiano, sei condizionato dalla tua cultura, dalla tua religione, e quel retroterra si proietta in ogni forma di esperienza. E più sei intelligente nell’interpretare quell’espe­rienza, maggiormente vieni rispettato, è ovvio, con tutto ciò che ne consegue, tutto il circo.

Dobbiamo, quindi, mettere in discussione, dobbiamo dubitare, non solo dell’esperienza altrui, ma anche della nostra pro­pria esperienza. Ricercare ulteriore esperienza attraverso l’espansione della coscienza, cosa che viene fatta per mezzo di svariate forme di droghe psichedeliche, si situa ancora nell’am­bito della coscienza ed è, dunque, molto limitato. Così, una persona che sia in cerca di una qualsiasi forma di esperienza – in special modo la cosiddetta esperienza religiosa, spirituale – deve non solo metterla in discussione, dubitarne, bensì accan­tonarla del tutto. Una mente limpidissima, una mente piena d’attenzione e di amore, una simile mente perché dovrebbe necessitare ancora di una qualche esperienza?

Il vero non può essere sollecitato. Potete praticare tutta la preghiera, tutto il controllo del respiro che volete, e tutti quegli stratagemmi che gli esseri umani mettono in atto al fine di sco­prire qualche realtà, qualche esperienza, ma la verità non può essere sollecitata. Può scaturirne ciò che è misurabile, ma non l’incommensurabile. E un uomo che persegua ciò che non può essere compreso da una mente condizionata, genera disordine, non solo all’esterno ma anche all’interno.

L’autorità va, dunque, messa completamente da parte, e si tratta di una delle cose più difficili a farsi. A partire dall’infan­zia, veniamo guidati dall’autorità – l’autorità della famiglia, della madre, del padre, l’autorità della scuola, dell’insegnante, e così via. È necessario che ci sia l’autorità di uno scienziato, di un tecnologo. Ma la cosiddetta autorità spirituale è una cosa dannosa ed è una delle maggiori cause di disordine, perché è ciò che ha diviso il mondo in varie forme di religioni, in varie forme di ideologie.

Quindi, per liberare la mente da ogni autorità, ci si deve cono­scere; deve esserci, cioè, la conoscenza di sé. Non intendo il sé supremo o l’Atman, che sono invenzioni della mente, inven­zioni del pensiero, invenzioni scaturite dalla paura. Stiamo parlando di conoscenza di sé: conoscere se stessi realmente come si è, non come si dovrebbe essere; vedere che si è stupidi, paurosi, ambiziosi, crudeli, violenti, avidi; vedere i moventi dietro il proprio pensiero, i moventi dietro la propria azione – cosa che è il primo stadio del conoscersi. Se non conoscete voi stessi, come opera la struttura della vostra mente, come perce­pite, che cosa pensate, quali sono i vostri moventi, perché fate certe cose e ne evitate altre, in che modo perseguite il piacere; a meno che non capiate essenzialmente tutto questo, siete capaci di ingannarvi, di far del male, non solo a voi stessi, ma anche agli altri. E senza questa basilare conoscenza di sé, non può esserci meditazione, della quale parlerò tra poco.

Sapete, i giovani in ogni parte del mondo stanno rifiutando, si stanno ribellando contro l’ordine costituito – un ordine che ha reso il mondo brutto, mostruoso, caotico. Ci sono state guerre e, per un lavoro, ci sono migliaia di persone. La società è stata costruita dalla generazione passata, con le sue ambizioni, la sua avidità, la sua violenza, le sue ideologie. La gente, specialmente i giovani, rifiuta tutte le ideologie – forse non in questo paese, perché non siamo abbastanza progrediti, abbastanza ci­vilizzati per rifiutare ogni autorità, ogni ideologia. Ma, nel ri­fiutare le ideologie, stanno creando il loro proprio modello di ideologia: capelli lunghi, e tutto il resto.

La mera rivolta, dunque, non dà una risposta al problema. Ciò che risponde al problema è fare ordine in se stessi, un ordine vivente, non una routine. La routine è mortale. Entrate in un ufficio non appena uscite dalla scuola secondaria – se ottenete un lavoro. Poi, per i successivi quaranta, cinquant’anni vi recate ogni giorno in ufficio. Sapete che accade a una mente del genere? Avete instaurato una routine, e la ripetete; e incorag­giate vostro figlio a ripeterla. Qualunque uomo al mondo deve ribellarsi contro di essa. Ma voi direte: «Ho una responsabi­lità; nella situazione in cui mi trovo, non posso abbandonarla, anche se mi piacerebbe farlo». E così il mondo va avanti, ripetendo la monotonia, il tedio della vita, la sua totale vacuità. A tutto ciò l’intelligenza si ribella.

Deve esserci, così, un nuovo ordine, un nuovo modo di vivere. Per realizzare quel nuovo ordine, quel nuovo modo di vivere, dobbiamo comprendere il disordine. È soltanto per mezzo della negazione che comprendete il positivo, non con il perseguimento del positivo. Capite, signori? Quando rifiutate, accantonate ciò che è negativo; quando comprendete per intero il disordine sociologico e interiore che gli esseri umani hanno creato; quando capite che finché ciascun essere umano è ambi­zioso, avido, invidioso, competitivo, in cerca di posizione, pote­re, autorità, crea il disordine; e quando comprendete la struttu­ra del disordine – proprio quella comprensione determina la disciplina, una disciplina che non è repressione, né imitazione. Dalla negazione scaturisce la corretta disciplina, che è ordine.

Comprendere se stessi, quindi, è l’inizio della saggezza. La sag­gezza non si trova nei libri, né nell’esperienza, né nel seguire qualcun altro, né nel ripetere una quantità di banalità. La sag­gezza perviene a una mente che comprende se stessa, che com­prende come è nato il pensiero. Avete mai esaminato o chiesto: qual è l’inizio del pensiero, come si origina il pensiero? Si trat­ta di una cosa importantissima da capire. Perché se siete in grado di comprendere l’inizio del pensiero, allora forse potete ritrovare una mente che non è oppressa dal pensiero in forma di ripetizione di ciò che è stato. Come dicevamo, il pensiero è sempre vecchio, il pensiero non è mai nuovo. A meno che non scopriate da voi – non ripetere ciò che qualcuno dice, chiunque esso sia – a meno che non scopriate da soli l’inizio del pensiero, come un seme che produce una foglia verde, non vi è possibile trascendere le limitazioni di ieri.

E per scoprire l’inizio del pensiero deve esserci la comprensio­ne di se stessi, ma non mediante l’analisi. L’analisi richiede tempo, come togliere gli strati a una cipolla a poco a poco. Pensiamo di poter comprendere mediante l’analisi, mediante l’introspezione, mediante il perseguimento di una particolare idea che è sorta ed esaminandone la causa – e tutto ciò richie­de tempo. Ora, quando usate il tempo come un mezzo di com­prensione, il tempo provoca disordine. Quindi, il tempo è dolore. Capite? Se vi prendete tempo per sbarazzarvi della violenza che è in voi, avete stabilito come meta, come ideolo­gia, che dovete liberarvi di essa e che, per raggiungere tale me­ta vi occorre del tempo e vi tocca coprire lo spazio tra la vio­lenza e quello stato in cui non c’è violenza. Quando avete tempo per sbarazzarvi della violenza, continuate a spargere i semi della violenza – il che è un fatto evidente. Se dite a voi stessi: «Non sarò ambizioso quando avrò raggiunto il massi­mo», nel frattempo, state spargendo i semi della crudeltà di un uomo ambizioso. La comprensione di se stessi, quindi, non dipende dal tempo, dev’essere istantanea. L’approfondiremo an­cora un po’.

Stiamo dicendo che il mondo, com’è oggi, è nel caos. Ci sono guerre, attività ripetitive, la faccenda delle chiese – tutto ciò ha provocato molto danno nel mondo, il cui perpetuarsi è disor­dine. Per determinare l’ordine, dobbiamo capire la struttura del disordine. E una delle principali strutture di tale disordine è l’autorità. Seguite l’autorità a causa della paura. Dite: «Io non so; tu sai; per favore, dimmi tu che fare». Non c’è nessuno che ve lo possa dire. Quando ve ne rendete conto, e quando vi accorgete di dover scoprire proprio tutto da soli, interiormen­te, psicologicamente, allora non c’è leader, non c’è guru, non c’è filosofo, non c’è santo che vi aiuterà, perché essi operano ancora al livello del pensiero. Il pensiero è sempre vecchio; il pensiero non è una guida.

Scopriremo, così, l’origine, l’inizio del pensiero; e questo è im­portante. Per favore, prestate ascolto, non meramente alle parole. Sapete che cosa vuol dire ascoltare? Che voi ascoltate non al fine di apprendere. Non ascoltate per apprendere, ma fatelo con abnegazione, in modo da vedere da soli il vero o il falso. Ciò significa che non dovete né accettare né rifiutare. Il che non vuol dire che dobbiate avere una testa bucata, nella quale si possa versare tutto e nulla venga trattenuto. Al contrario, poiché state ascoltando, siete estremamente sensibili e, quindi, assai critici. Ma il vostro giudizio critico non si baserà sulla vostra opinione in quanto opposta a un’altra opinione, il che è il processo del pensiero. Per favore, ascoltate come se ascoltaste quei corvi, senza simpatia o antipatia; ascoltate soltanto il rumore di quel ragazzo che sta martellando qualcosa, senza irritarvi, senza perdere l’attenzione. Quando ascolterete in un modo così completo, scoprirete di non aver nient’altro da fare. Solo l’uomo che sta sulle rive del fiume specula sulla bellezza della corrente. Quando ha abbandonato la riva ed è nella corrente, non c’è alcuna speculazione, alcun pensiero; c’è soltanto movimento.

Per comprendere ciò in cui ci addentreremo – che è l’origine, il principio del pensiero – ci si deve comprendere, ossia, si deve apprendere su se stessi. Acquisire conoscenza su di sé e ap­prendere su di sé sono due cose diverse. Potete accumulare conoscenza su di voi osservandovi, esaminandovi. E da quel che avete imparato, dall’accumulazione, cominciate ad agire; quindi, in quell’azione state acquisendo ulteriormente. Capite? Quel che avete imparato, quel che avete accumulato è già nel passato. Ogni accumulazione è nel passato, e dal passato cominciate a osservare e ad accumulare ancora. Mentre l’ap­prendimento non è accumulazione. Apprendimento significa che come vedete, vi mettete ad agire; quindi, non c’è residuo nel vostro apprendimento, ma apprendimento continuo. L’apprendimento è un presente-attivo della parola, non il presente-passato. Apprenderemo, ma non da ciò che è stato accumulato. Nell’imparare una lingua, dovete accumulare. Dovete conoscere le parole, dovete apprendere i vari verbi, e così via; e dopo averli imparati, cominciate a usarli. Qui non è affatto così. Il vedere un pericolo determina un’azione immediata. Quando vedete un pericolo, un precipizio per esempio, c’è un’azione immediata.

Ciò che faremo, dunque, è scoprire, comprendere l’inizio, l’origine del pensare. E per farlo, dovete ascoltare e lasciarvi andare, il che significa che dovete prestare attenzione. L’atten­zione è possibile solo quando state indagando a fondo – vale a dire, quando siete realmente liberi di indagare e non siete vincolati a ciò che la gente ha detto, e così via.

Ora, tutta la vita è energia, è un movimento incessante. E quell’energia nel suo movimento crea un modello che si basa sull’autodifesa e sulla sicurezza – ossia, sulla sopravvivenza. L’energia, il movimento, il restare presi in un modello di so­pravvivenza, e la ripetizione di quel modello: questo è il prin­cipio del pensiero. Il pensiero è mente. L’energia è movimento, quel movimento che resta invischiato nel modello di sopravvivenza, ed è la ripetizione della sopravvivenza nel sen­so di piacere, di paura – tale è l’inizio del pensiero.

Il pensiero è la risposta della memoria accumulata, del cumulo di modelli – vale a dire di ciò che fate come hindú, musulmani, parsi, cristiani, comunisti, socialisti, e via dicendo. Il nostro modo di operare si basa su qualche modello, e la ripetizione di quel modello è la ripetizione del pensiero, un ripetersi che av­viene più volte. Il che è ciò che fate come hindú, come musul­mani o come parsi – il modello instaurato con la ripetizione quale sopravvivenza, nella struttura di una cultura che è hindú, musulmana o parsi. Questo è quanto sta realmente accadendo in ognuno. Il pensiero ha sempre instaurato un mo­dello, e se quello vecchio non è adeguato, ne instaura un altro. Se il capitalismo non funziona, allora funziona il comunismo, che è un nuovo modello. Oppure, se l’induismo o il cristianesi­mo non vanno bene, voi strutturate un nuovo modello.

Quindi, la ripetizione di quel modello condiziona le stesse cel­lule cerebrali, che sono materia. Il pensiero è materia. Lo si può scoprire per conto proprio. Lo dovete scoprire, e non perché chi parla ve lo sta dicendo – il che non avrebbe il benché minimo valore. Sarebbe simile al caso di un uomo affamato a cui si dicesse quant’è meraviglioso il cibo, e che venisse nutrito di teorie. È quanto sta avvenendo in questo paese; siete nutriti di teorie e ideologie – l’ideologia buddhista, l’ideologia hindú, quella di ankaràcàrya, e così via. Le vostre menti, quindi, sono vuote. Vi cibate di parole; ecco il perché del disordine. Ec­co perché tutto ciò va scartato, affinché possiamo ricominciare. Per ricominciare occorre capire per intero tale struttura del pensiero. Ora, capite tale struttura del pensiero solo quando cominciate a comprendere voi stessi in quanto movimento vi­vente – non «comprendere per aggiungere», nel qual caso si tratterebbe di una cosa morta. Siete delle creature viventi nell’ambito della struttura di una cultura, e quella cultura, quella tradizione, quell’autorità vi ha in pugno. E nell’ambito di quella struttura di coscienza risiede il disordine. Compren­dere tutto questo processo e andar assai oltre – il che è quanto faremo adesso – è meditazione.

La meditazione non è la formula ripetitiva dei mantra, del respirare con regolarità, del sedere in una qualche postura, pra­ticando la consapevolezza, l’attenzione – tutto ciò è del tutto meccanico. Stiamo parlando di una cosa viva. E voi avete pra­ticato queste cose meccaniche per secoli. Quelli che le hanno praticate sono morti, e le loro visioni sono proiezioni dal loro proprio passato, dal loro proprio condizionamento. Ma noi stiamo parlando di una meditazione viva, non di una meditazione meccanica, ripetitiva, disciplinare. Se non sapete che cos’è la meditazione – come se non sapete cos’è la morte – non c’è nessuna cultura nuova, non nasce nulla di nuovo.

Sapete, la cultura è una delle cose più meravigliose, ma non la cultura morta della quale parlate continuamente – la cultura indiana, la cultura hindú – perché quella è sepolta, andata, fi­nita. La cultura viva è ciò che sta accadendo realmente adesso. Vedere la confusione, lo sporco, la terribile miseria, e da ciò crescere e fiorire – quella è cultura, non retrocedere ai vostri progenitori morti.

Scopriremo insieme e insieme intraprenderemo un viaggio all’interno di ciò che è la meditazione. Potete porre questa domanda soltanto quando abbiate realizzato la conoscenza di voi stessi. Non potete domandare: «Che cos’è la meditazione?» se non vi conoscete, se non avete una comprensione di voi stessi, se non vi siete presi in esame il più possibile. Come dicevo, «il prendersi in esame» è istantaneo; la totalità di voi stessi è rivelata all’istante, non nel tempo. Potete effettivamente vedere con i vostri occhi un albero, un fiore, un essere umano accanto a voi. Non potete vedere la totalità di quell’albero o dell’essere umano accanto a voi se avete di essi un’immagine. È evidente. È solo quando non c’è l’immagine che potete vedere comple­tamente. L’immagine è l’osservatore, è il centro da cui osservate. Quando c’è un centro da cui voi osservate, c’è uno spazio tra l’osservatore e l’osservato. Non dovete prestare un’atten­zione esagerata a quanto viene detto; non avete che da osser­varlo voi stessi. Fintanto che c’è un’immagine di vostra moglie, di vostro marito, di un albero, di qualche cosa, è l’immagine il centro che sta guardando. C’è, così, una frattura tra l’osservatore e l’osservato. È importante comprenderlo. L’approfondi­remo subito.

Innanzitutto, liberiamoci delle idee errate sulla concentrazio­ne. Una delle asserzioni preferite di colui che medita o del maestro che pratica o insegna la meditazione è che la gente debba imparare la concentrazione – ossia, concentrarsi su un pensiero, scacciare tutti gli altri e fissare la propria mente soltanto su quell’unico pensiero. Questa è una cosa veramente stupida. Perché, quando lo fate, state meramente opponendo resistenza, state ingaggiando una battaglia tra la pretesa di concentrarvi su una cosa e il vagare della mente a ogni altro genere di cosa. Mentre dovete prestare attenzione non solo all’unico pensiero ma anche a dove divaga la mente, totalmen­te attenti a ogni movimento della mente. Ciò è possibile solo quando non respingete un qualche movimento, quando non dite: «La mia mente divaga, la mia mente è distratta». Non c’è niente come la distrazione. Perché il divagare della mente è indice del suo essere interessata a qualcos’altro.

Va così compresa l’intera faccenda del controllo. Ma, sfortuna­tamente, non possiamo addentrarci in essa questa sera, dato che non ne abbiamo il tempo. Noi esseri umani siamo così controllati, siamo delle entità morte. Ciò non vuol dire che dobbiamo lanciarci a fare ciò che vogliamo – cosa che faccia­mo in ogni caso, di nascosto. Ma, con l’amore, giunge una di­sciplina. Approfondirò ciò molto rapidamente.

La meditazione non è il controllo del pensiero. La meditazio­ne, quando il pensiero viene controllato, genera nella mente soltanto conflitto. Ma quando comprendete la struttura del pensiero e la sua origine, allora il pensiero non interferirà, come vi ho appena spiegato. Vedrete, perciò, che il pensiero ha il suo posto – ossia, dovete andare in ufficio, dovete recarvi a casa, parlare una lingua: in tal caso il pensiero deve essere all’opera. Ma quando abbiate compreso l’intera struttura del pensare, quella stessa comprensione è disciplina, e non è imi­tazione, non ha nulla a che fare con la repressione.

Le cellule del cervello sono state condizionate a sopravvivere all’interno di un dato modello, come hindu, musulmano, parsi, cristiano, cattolico o comunista. Poiché per secoli e secoli il cervello è stato condizionato a sopravvivere, ha il modello della ripetizione; così, il cervello stesso diventa il principale fattore di un’indagine senza tregua. Ve ne renderete conto da soli quando l’approfondirete.

Il problema, quindi, è provocare una quiete assoluta nelle cellu­le cerebrali stesse, il che significa assenza della ricerca di impor­tanza e di permanenza del sé. Capite? Dobbiamo sopravvivere a livello fisico e morire a livello psicologico. È solo quando a livello psicologico avviene la morte dei mille ieri che le cellule ce­rebrali sono quiete. E ciò non può realizzarsi con nessuna forma di manipolazione del pensiero, di ripetizione di mantra – cosa che è immatura. Ma giunge solo quando comprendete l’in­tero movimento del pensiero, ossia voi stessi. Le cellule cere­brali si fanno, dunque, straordinariamente quiete, prive di qual­siasi movimento che non sia rispondere alle reazioni esterne.

Essendo, dunque, quieto il cervello stesso, la totalità della mente è del tutto silenziosa, e quel silenzio è una cosa viva. Non è il prodotto di nessun guru, di nessun libro, di nessun àsrama, di nessun leader, di nessuna autorità, di nessuna dro­ga. Potete assumere una droga, una sostanza chimica, per acquietare la vostra mente, oppure ipnotizzarvi al fine di essere quieti. Ma ciò non è la calma viva di una mente che si è adden­trata a fondo in se stessa e che è, dunque, tremendamente attenta, estremamente sensibile. È solo una mente simile che può comprendere che cos’è l’amore. L’amore non è desiderio o piacere. Tutto ciò che abbiamo e che chiamiamo amore è de­siderio e piacere. «Amo mia moglie, amo il mio Dio», e via dicendo – tutto ciò si basa su paura, piacere e sensazione.

Un uomo che abbia, quindi, compreso e che si sia addentrato davvero in ciò, farà sì che ci sia ordine per prima cosa in se stesso. Se c’è ordine dentro gli uomini, c’è ordine nel mondo. Se ciascuno di voi farà veramente ordine in se stesso, avrete un ordine vivo, una nuova società, una nuova vita. Ma per farlo dovete distruggere i vecchi modelli di vita. I vecchi modelli di vita non possono essere spezzati se non con la comprensione di voi stessi, e da quella comprensione giunge l’amore.

Sapete, l’uomo ha parlato all’infinito dell’amore: ama il tuo prossimo, ama Dio, sii benevolo. Ma attualmente, voi non sie­te né benevoli, né generosi. Siete talmente concentrati su voi stessi che non avete amore. E senza amore c’è solamente dolore. Non è un semplice aforisma da ripetere, a vostra disposi­zione. Dovete trovarlo, vi dovete imbattere in esso. A tal fine dovete lavorare duramente. Dovete lavorare con la compren­sione di voi stessi, senza sosta, con passione. La passione non è lussuria; un uomo che non sappia che cos’è la passione non co­noscerà mai l’amore. L’amore si origina solo quando c’è ab­bandono totale del sé. E solo l’amore può far sorgere l’ordine, una nuova cultura, un nuovo modo di vita.



– tratto dal libro "Verso la liberazione interiore" –


http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/consemed.htm


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...