mercoledì 17 aprile 2013
Franco Battiato: meditazione e spiritualità
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domenica 31 marzo 2013
L'Esoterismo è l'aspetto spirituale del Mondo
L’esoterismo non ha nulla in comune con una volontà di segretezza, ovvero con il segreto nel senso convenzionale.
Se fosse diversamente, dovremmo considerare enormi mistificazioni testi quali quello delle Piramidi in Egitto, i Veda e le Upanishad in India, il Tao Te Ching in Cina, la Genesi di Mosè, i Vangeli e l’Apocalisse, e altri.
Se lo scopo dei Vangeli fosse stato, per esempio, di offrire agli uomini una morale convenzionale, e se il cammino per avvicinarsi al “Padre” fosse facilmente spiegabile, perché impedirci di giungere a questa meta parlando per parabole? Perché tutti questi testi nasconderebbero ciò che può essere detto apertamente per aiutare i miserabili di questo mondo? Sarebbe per un perverso bisogno di creare il mistero, un “oppio per i popoli”, come dicono i materialisti? Sarebbe perché il mondo in quel tempo era troppo incolto in confronto con il nostro, così superlativamente intelligente? Sarebbe perché questi profeti e ispirati da Dio non sapevano esprimersi meglio?
Abbiamo sufficienti testimonianze dell’intelligenza, della grande Saggezza e del livello di civiltà indiscutibilmente alto raggiunto dai popoli del passato, per non prestare alcuna attenzione a simili supposizioni.
D’altronde, è certo che nessun codice, nessun rebus rimane indecifrabile. È dunque infantile credere che simili testi, come quelli che l’antico Egitto ci ha lasciato in grande quantità, fondino un significato esoterico su una gherminella di questo genere, se questo esoterismo potesse essere espresso per iscritto. La crittografia e il rebus non hanno mai altro scopo, in un testo sacro, che di risvegliare l’attenzione del lettore, di mettere l’accento su un aspetto del testo e infine di condurre verso il carattere esoterico. Lo stesso vale per i “giochi di parole” e per le parabole.
L’Esoterismo non può essere né scritto, né detto, né di conseguenza può essere tradito. Bisogna essere preparati per coglierlo, vederlo, comprenderlo – a vostra scelta. Questa preparazione non è un Sapere ma un Potere, e non può essere acquisito che con uno sforzo della persona stessa, con una lotta contro i propri limiti e una vittoria sulla propria animale natura umana.
Esiste una Scienza Sacra, e per millenni innumerevoli curiosi hanno invano cercato di penetrarne i “segreti”. È come se, con una piccozza, volessero scavare un buco nel mare. L’utensile deve essere della stessa natura dell’oggetto che si vuole lavorare. Non si trova lo Spirito che con lo Spirito, e l’Esoterismo è l’aspetto spirituale del Mondo, inaccessibile all’intelligenza cerebrale.
Coloro che pretendono di poter rivelare l’esoterismo di questo insegnamento sono dei ciarlatani. Possono cercare di spiegare il sottinteso di una certa parola o formula, dunque un segreto convenzionale, ma, per quanto riguarda la Scienza Sacra, non potranno mai fare altro che mettere una parola al posto di un’altra, e ciò sarà, tutt’al più, cattiva letteratura in luogo di un’idea semplice.
Il vero Iniziato può guidare un allievo dotato per fargli percorrere più rapidamente il cammino della Consapevolezza, e l’allievo, giunto a un certo grado di Illuminazione in virtù della propria Luce interiore, leggerà direttamente l’esoterismo di tale insegnamento. Nessuno potrà farlo per lui.
– da “Esoterismo e Simbolo” di R. A. Schwaller de Lubicz –
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lunedì 18 marzo 2013
La meditazione-strumento e la meditazione-stato di coscienza
«Ascolta – ricomincia la voce che è venuta a prendermi con fermezza – ascolta... Ciò che siamo e chi siamo lo si può intravedere nel mezzo di due pensieri, in quello spazio profondamente sacro, totalmente vergine e vivo, fatto di silenzio, a cui ben raramente prestiamo attenzione. Girare la chiave nella serratura non significa smettere di pensare, ma dilatare lo spazio che esiste nel bel mezzo di tutti gli elementi che ci attraversano, e dei quali automaticamente ci orniamo. Sicché, tu sei veramente... quello che attualmente soffochi fra due pensieri».
«Mi stai dicendo di meditare. A me non dispiace, ma qui non è la mia opinione che conta. La via della meditazione sembra troppo austera, troppo carica di colorazioni diverse, per poterla proporre con successo proprio a tutti. Non credo che tu voglia confortare quelli che “lavorano su se stessi” nella loro convinzione di essere un’élite; fra i meditanti innegabilmente ce ne sono molti che volutamente si rendono “speciali”, dissimulano dietro alle ore di meditazione e a una parvenza di umiltà il loro senso di superiorità».
«Non è di meditazione che sto parlando. È un termine che, da solo, basta per far alzare le spalle e levare i tacchi a folle intere. Nella tua società, all’idea di meditare associate una mancanza di radicamento, una marginalizzazione, una connotazione di austerità da cui possono nascere tutt’al più degli utopisti dall’animo gentile.
E quando mai accade che una persona ammiri chi medita, ecco che pensa subito che la meditazione non fa per lei, che certo, vorrebbe, ma non ne ha proprio il tempo...»
All’improvviso mi viene in mente una domanda, e questa salta fuori a una tale velocità, che ho la certezza di interrompere il mio interlocutore.
«E nel mondo da cui vieni, meditate?»
«Non più, o quasi per nulla! Perlomeno non nel senso in cui lo intendete sulla Terra. L’osservazione dei mondi ci ha fatto constatare che esistono globalmente due modi di meditare; potremmo dire che c’è la meditazione-strumento e la meditazione-stato di coscienza, e l’una non esclude l’altra. Quando ti dico che nessuno medita nel mondo da cui vengo, significa in realtà che nessuno vi pratica la meditazione-strumento, cioè la meditazione-metodo tecnico. Da noi si dà invece un valore sacro alle azioni, perché le azioni, come gli atteggiamenti, sono linguaggi, particelle del vocabolario con cui si scrive la vita. Assegnare loro una funzione sacra, significa permettere finalmente che si esprima quello spazio silente, o per meglio dire, quella non-azione che le anima».
«Stai dicendo che ci può essere la non-azione nel cuore stesso dell’azione?»
«Sì, nell’azione giusta, quella che noi chiamiamo azione sacra. Naturalmente ci vuole una spiegazione: per noi, sacro non coincide con religioso. Il sacro è ciò che asseconda il senso della Vita, ciò che si avvicina il più possibile alla sua essenza. Con la non-azione nell’azione, si eliminano semplicemente i rapporti di forza, si cancella il conflitto. Da molto tempo siamo intimamente coscienti che la Presenza del Vivente, in noi e attraverso di noi, sa esattamente dove sta andando e che cosa vuole. La non-azione, nel senso che intendiamo noi, è assenza del riflesso condizionato della guerra, è sguardo non-duale.
Immagino che ti sia già capitato di vedere qualcuno praticare l’arte orientale del Tai-chi. Ebbene noi viviamo con quella stessa scioltezza ed eleganza, senza che sia necessario praticare fisicamente tale disciplina. La relazione che abbiamo con gli esseri e con le cose diventa dunque spontaneamente fluida. Non vuol dire che, sulla nostra strada, non incontriamo ostacoli, ma piuttosto che scivoliamo sottilmente sulle loro mura apparenti, ce la svignamo passando per i famosi spazi di silenzio e di vuoto di cui gli ostacoli sono fatti. Non permettiamo ai pensieri che li creano di svilupparsi, di consegnarci l’essenza del loro insegnamento».
«Dunque, anche per voi, tutto è insegnamento».
«Non c’è nulla di nuovo, in questo, sono d’accordo... Ma invece di limitarci a dirlo, noi viviamo in base a questo punto di vista, ed è una vera rivoluzione per la tua società! È una visione che per noi è un’arte a sé, e che assume il valore e la forza di una meditazione permanente. Essa non può né essere concepita né crescere al di fuori di un rapporto d’amore con se stessi e con tutto ciò che incrociamo sulla nostra via.
Questo non esclude ovviamente la meditazione-metodo, la meditazione-strumento tecnico, se una persona se ne sente attratta, o se è necessaria per il suo stato attuale, ma ha il merito immenso di evitare le trappole che la meditazione-tecnica nasconde, e di essere aperta a tutti.
Vogliamo, insomma, demarginalizzare la realtà straordinaria della Presenza sottile in ognuno di noi. Siamo qui per seminare semi di felicità, e suggerirvi, in questo senso, di auto-seminarvi. Lungi da noi l’intenzione di creare parametri per una nuova fede!»
«Sulle trappole della meditazione come tecnica, non hai fatto che sorvolare...»
«La trappola consiste, per cominciare, nel confondere il mezzo con lo scopo. Meditare non è mai stato una finalità in sé. Non è nient’altro che prendere in mano il cesello dello scultore, poi il martello, e modellare un blocco di pietra per liberare la forma perfetta che è già lì, in attesa. A forza di osservarla e di sezionarla, può però accadere che ci si dimentichi la Vita, ed è da questa trappola che è nato l’inaridimento delle vostre radici, nel cuore stesso del vostro mondo. Quando ci cadete dentro, dimenticate l’aspetto trascendente della bellezza che vi circonda.
Esiste una seconda trappola nella meditazione: la possibilità che diventi una fuga di fronte alle vostre responsabilità di attori. Per certuni, meditare può diventare un modo per mettere a tacere la coscienza, di fronte all’incapacità di far sbocciare ogni giorno l’amore-offerta».
«Riconosco che sono stupito da questo tuo chiamare, sobriamente, “il Vivente” il Principio di vita che impregna ogni cosa, senza limiti».
«Fai attenzione, però: anche questa parola è solo una caricatura. Una parola altro non è che il guscio di un concetto, che continuamente si evolve. Se ci restiamo attaccati oltre misura diventa la nostra prigione, e diventiamo allora incapaci di intrufolarci fra le sbarre del vocabolario, e raggiungere quegli spazi di silenzio di cui ti parlavo prima. Con un poco di esagerazione, potremmo dire che ci sono tanti vocabolari quanti sono gli esseri pensanti, non appena essi pongono il Vivente fuori di sé. Questo riassume la storia della Torre di Babele. Ciascuno si chiude nel suo piccolo mondo, e riduce l’universo alle modeste dimensioni dell’individuo. È questa la sperimentazione che noi chiamiamo “morte”».
«A seguire il tuo ragionamento, attualmente, sulla Terra, siamo quasi tutti morti!»
«Esitavo a dirtelo, se non altro in modo così smaccato, ma visto che lo fai tu... La morte è tutto ciò che supponete sia definitivo. La morte è credere nei limiti, il credo che recitate ogni mattina, senza accorgervene, quando vi alzate. La morte è voler definire la Vita, e credersi capaci di esprimere l’Inesprimibile».
«E la Vita, allora?»
«La Vita, significa sapersi chiamati a fondersi in quel medesimo Inesprimibile...»
– da “Conversazioni con Loro” di Daniel Meurois-Givaudan –
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sabato 9 marzo 2013
giovedì 28 febbraio 2013
La guarigione spirituale
Pochissimi comprendono cosa sia la guarigione spirituale. La guarigione spirituale non ha nulla a che fare con il "sistemare" qualcosa o qualcuno. La guarigione spirituale semplicemente corregge la percezione erronea che ci sia qualcosa di sbagliato. Afferma ciò che è giusto e vero in tutte le circostanze e in tutte le condizioni. La guarigione spirituale ribadisce l'innocenza essenziale di tutti gli esseri.
Ribadisce che tutti gli esseri viventi sono degni di amore e di accettazione, che tutti sono uguali di fronte a Dio e che nessuno è più o meno degno di un altro. Il guaritore spirituale inizia portando queste verità all'interno della sua coscienza e riconoscendole con certezza. Afferma che la persona che ha chiesto di essere guarita è integra e completa agli occhi di Dio e che non può essere altrimenti. Questa è la componente mentale o relativa al terzo occhio del processo di guarigione.
Come secondo passo il guaritore spirituale apre il suo cuore per ricevere l'amore incondizionato e l'accettazione di Dio. Sente l'intensità di questo amore nel suo cuore e permette che il calore e la vibrazione si estendano dal suo cuore al cuore della persona che ha chiesto la guarigione. Ora entrambi risiedono insieme nella vibrazione dell'accettazione incondizionata e dell'amore divino. Questa è la componente emozionale o relativa al chakra del cuore del processo di guarigione.
Ora i due sono uniti insieme nell'amore e nella verità. A questo punto, il guaritore può essere guidato a pronunciare parole di verità. Se è così, esse vengono pronunciate spontaneamente quando il chakra della gola si mette a vibrare. Il guaritore potrebbe anche sentire un'ondata di energia nelle mani e offrire una guarigione con l'imposizione delle mani, se la persona è ricettiva.
Quando l'energia di amore incondizionato ha preso pienamente corpo, si apre il chakra della corona, avvolgendo entrambi nella presenza angelica. Ora si trovano entrambi con Dio, la fonte di tutto l'essere. Quando ci si riposa nella certezza dell'amore di Dio, né falsità né illusioni possono sopravvivere. Tutte le convinzioni e le ferite che derivano dalla mancanza di amore vengono consumate nel fuoco purificatore dello Spirito Santo.
Ora solo l'amore è reale e non esiste altro. Ora il lavoro del guaritore spirituale è compiuto. L'illusione è stata dissipata e rimane solo la verità. Il regno dei cieli è stato ristabilito sulla terra.
Paul Ferrini
http://lacompagniadeglierranti.blogspot.it/2013/02/guarigione-spirituale.html
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sabato 16 febbraio 2013
Osservazione e Ricordo di Sé
(chi è questo strano individuo nel quale abito...
e che intenzioni ha?)
e che intenzioni ha?)
Per arrivare a osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso quale può essere il loro valore?
G.I. Gurdjieff (cit. in Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto, di P.D. Ouspensky)
Coloro che sanno questo sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di se stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino a una comprensione del suo essere.
G.I. Gurdjieff (ibidem)
Se vogliamo divenire degli autentici maghi il nostro scopo deve essere il risveglio.
Non possiamo conseguire alcunché di sovranaturale in una situazione di addormentamento nella quale non vediamo la realtà e ci limitiamo a proiettarne all’esterno una illusoria, edificata sulla base di quelle che sono le nostre attuali caratteristiche psicofisiche.
Ognuno di noi vive in un suo mondo soggettivo: a seconda delle nostre peculiarità fisiche, emotive e mentali proiettiamo all’esterno una realtà che non può mai essere oggettiva, in quanto è sempre solo il riflesso di tali peculiarità. La nostra genetica, l’educazione, i traumi infantili, l’ambiente in cui siamo vissuti... tutto ha contribuito a plasmare sia il corpo che la psiche, per cui adesso percepiamo un mondo interamente soggettivo. Esso è simile a quello di tutti gli altri unicamente nella misura in cui il nostro apparato psicofisico è simile – ma mai identico – a quello di tutti gli altri.
La verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe.
Ciascuno ne prese un pezzo e vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l’intera verità.
Gialal al-Din Rumi, poeta sufi
Nello stato ipnotico in cui ci troviamo non agiamo, bensì ci limitiamo a re-agire agli stimoli esterni, esattamente come «macchine biologiche» fabbricate per sopravvivere. La nostra personalità infatti non è altro che una macchina biologica il cui compito è re-agire con la massima efficacia di cui è capace alle situazioni quotidiane. Finché dormiamo restiamo ʻmacchine per la sopravvivenza’.
Se qualcuno ci insulta, noi nel rispondere non agiamo in maniera consapevole, ma re-agiamo come farebbe una qualsiasi macchina che è stata programmata per farlo. Nei rapporti con il partner, sul lavoro, mentre guidiamo, davanti alla televisione... non siamo in grado di agire attivamente – con coscienza – ma reagiamo passivamente a tutti gli impulsi esterni secondo quelle che sono le nostre caratteristiche psicofisiche, cioè i programmi di reazione che si trovano registrati nel subconscio di ciascuno.
Durante un colloquio di lavoro siamo nervosi: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Mentre guidiamo la nostra auto qualcuno ci taglia la strada in maniera brusca e ci irritiamo: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Nel corso di un esame universitario siamo ansiosi e abbiamo paura di fallire: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
Quando il nostro partner ci abbandono cadiamo in depressione, oppure diventiamo violenti: lo abbiamo voluto noi o stiamo subendo l’azione di un meccanismo che si trova preregistrato nel nostro apparato psicofisico?
I nostri consueti modi di pensare e i nostri abituali atteggiamenti emotivi sono così radicati in noi da rispondere al posto nostro. Di fronte agli eventi della vita la nostra autocoscienza, non essendo ancora stata pienamente sviluppata, non ha mai la forza di agire in maniera consapevole, viene quindi bypassata dai nostri meccanismi psichici: all’evento corrisponde immediatamente una reazione di tipo fisico ed emotivo senza che noi, in quanto autocoscienza, possiamo fare nulla per intervenire.
Siamo schiavi della nostra natura inferiore, la quale segue le leggi meccaniche della sopravvivenza, esattamente come ogni altro animale. Per uscire da questa poco rassicurante situazione e trasformarci in maghi, dobbiamo cominciare a sviluppare la nostra «presenza», una reale autocoscienza: la coscienza del qui-e-ora.
L’osservazione di noi stessi, cioè l’osservazione distaccata, giorno dopo giorno, dei comportamenti inerenti la nostra personalità – il nostro apparato psicofisico – consente la progressiva creazione di un «testimone»: una parte di noi che non si lascia coinvolgere dalle sofferenze o dai piaceri del corpo, dal dolore o dall’euforia, ma li guarda con compassione prendendone le distanze.
Il «testimone» diviene in tal modo gradualmente consapevole di essere qualcosa di diverso da un mucchio di carne, qualche emozione e una serie di pensieri. Esso, sviluppandosi grazie all’osservazione, provoca al contempo, come per magia, la disgregazione dei nostri «composti psichici»: le paure, i rancori e i giudizi del nostro lato animale. Il «testimone» non è altro che l’embrione del nostro Sé, l’anima immortale, la nostra parte più profonda.
Tutti noi abbiamo un’anima, ma è come se non l’avessimo fino a quando non diveniamo tutt’uno con essa. Di norma l’anima esiste in noi solo ʻin potenza’, come possibilità realizzativa, ma non siamo capaci di sentirla – o meglio, di esserla. Restiamo pertanto tenacemente identificati con la nostra parte più animale, illudendoci di essere solo quella: materiale deperibile!
La creazione del «testimone» non serve a operare il controllo sulla realtà: il dominio sulla materia è ancora un basso desiderio dell’Io. Attraverso l’osservazione dei comportamenti della personalità il «testimone» ci consente di spostare giorno dopo giorno la nostra coscienza dall’involucro animale all’essenza spirituale, fino all’identificazione completa con la pace del Sé. Dobbiamo assistere in silenzio, dietro le quinte, senza modificare qualcosa intenzionalmente.
Cosa vuol dire osservarsi?
Dobbiamo cominciare a considerare ogni manifestazione della nostra personalità come materiale di studio, senza identificarci con le emozioni e i pensieri che essa produce in continuazione. L’aggressività, l’invidia, la competitività, la paura, il senso di inadeguatezza... sono espressioni dell’animale di cui siamo ospiti che noi dobbiamo prima conoscere e poi imparare a controllare e sfruttare a nostro vantaggio.
Non possiamo però ottenere questi risultati tentando di controllare direttamente la macchina. Il mago/alchimista agisce con astuzia: si limita ad osservare tutto senza provare ad alterare nulla... anche perché all’inizio non sapremmo cosa è meglio cambiare e cosa è meglio che resti com’è.
Come farebbe uno scienziato – e il vero mago ha da essere tale – ognuno di noi deve annotare i comportamenti della macchina biologica senza alcun coinvolgimento, quasi fossero questione che non lo riguardano personalmente. Proseguendo sul sentiero magico/alchemico capiremo presto quanto ciò che noi veramente siamo non ha nulla da spartire con una mente e un involucro di carne.
Tali radicali considerazioni non implicano, si badi bene, l’indifferenza o addirittura il disprezzo per la personalità... tutt’altro... l’amore per essa e per le sue difficoltà è l’energia che deve muovere la nostra osservazione distaccata. Il giudizio nei confronti della nostra personalità, così come il giudizio verso quella degli altri, ci ricaccia nell’ego impedendoci ogni genere di sviluppo. Comprenderemo che noi certamente non siamo né mente né materia, ma allo stesso tempo sentiremo il bisogno di amare ed elevare mente e materia spiritualizzandole.
Se stiamo giudicando alcuni aspetti di noi che non ci piacciono, ciò è segnale sicuro che non stiamo osservando con gli occhi del «testimone», ma ancora con quelli della mente. Se ci stiamo giudicando troppo addormentati, o troppo aggressivi, o troppo impacciati... non è il «testimone» a osservare. Il giudizio nei riguardi di noi stessi e di chi ci circonda deve scomparire dalla nostra vita, o non progrediremo di un passo. Il «testimone» osserva dapprima con distacco e poi addirittura con amore e infinita compassione. Dobbiamo stare all’erta, perché la macchina biologica farà di tutto per giocarci!
Per favorire il processo di osservazione è consigliabile tenere un diario personale – o meglio, un diario ʻdella personalità’! – sul quale annotare la sera, prima di andare a dormire, le manifestazioni della macchina biologica che a noi sono sembrate maggiormente rilevanti.
– Cosa l’ha fatta irritare?
– Cosa le ha dato fastidio?
– Cosa l’ha fatta sentire in imbarazzo?
– Quali sono i suoi atteggiamenti più tipici nell’ambiente di lavoro?
– Come si comporta con il partner?
– Quali sono le cause dei litigi? Come risponde alle offese?
– Quali sono gli argomenti sui cui vertono più spesso le sue conversazioni?
– Cosa le dà più fastidio quando è alla guida dell’auto?
– ... ... ...
Un simile processo di osservazione, in fondo, viene compiuto anche nel corso di una terapia psicanalitica., dove il paziente, mettendo l’attenzione sugli eventi passati e presenti della sua vita, impara a guardarli e ad analizzarli in maniera distaccata, quasi come non appartenessero più a lui. Con il passare del tempo, attraverso il dialogo, egli riesce a togliere loro la pesante drammaticità di cui sembravano pervasi. In un certo senso lo psicanalista fa le veci del testimone interiore. Se anche nel campo della psicanalisi venisse spiegato che la «liberazione» definitiva dell’individuo è possibile solo nella misura in cui si crea una nuova ʻentità’, un testimone interno capace di non farsi coinvolgere dagli aspetti grossolani dell’apparato psicofisico, tutto il processo risulterebbe più rapido.
LA PRESENZA
La «presenza» – detta anche «ricordo di sé» o «consapevolezza del qui-e-ora» – di cui adesso tratteremo, può essere vista come una forma intensa e concentrata della semplice osservazione di sé. Nell’ambito di questa pratica si tratta di essere presenti qui-e-ora almeno in corrispondenza di determinate occasioni che vengono stabilite a priori. Dobbiamo cioè osservarci nel mentre compiamo certe azioni o manifestiamo certe reazioni emotive, e non prima o dopo come accade nella normale osservazione.
Quando ci risvegliamo completamente alla nostra anima il ricordo di sé diventa uno stato costante. Allora diventiamo presenti qui-e-ora per ventiquattro ore al giorno... anche nel sonno. Si verifica infatti un particolare fenomeno detto «continuità di coscienza»: l’apparato psicofisico sta riposando, ma l’anima, il Sé, resta ininterrottamente vigile e cosciente. Fino a quando però non ci troviamo in uno stato permanente di risveglio dobbiamo organizzare i nostri tentativi di rimanere presenti qui-e-ora secondo una ben definita serie di sforzi.
Il ricordo di sé è un livello di coscienza superiore che possiamo raggiungere solo sforzandoci di ricordarci di noi. Si tratta dell’unica autentica autocoscienza, che noi esseri umani ci vantiamo di possedere per diritto di nascita, ma che invece, come vedremo più avanti provandolo sulla nostra pelle, non possediamo affatto, in quanto non è possibile essere autocoscienti se non nei momenti della nostra vita nei quali ce lo ricordiamo in maniera consapevole. In altri termini: per essere autocoscienti... dobbiamo essere autocoscienti, e non basta credere di esserlo sul piano intellettuale.
Ricordarsi di sé implica che diveniamo finalmente autocoscienti concentrando tutta la nostra attenzione nell’Adesso. Un’attività a cui noi esseri umani, sempre persi nei ricordi del passato e nelle anticipazioni del futuro, non siamo abituati. Eppure, come ogni essere illuminato può testimoniare, solo l’Adesso esiste realmente, mentre i ricordi del passato e le nostre fantasie sul futuro sono frutto di un’attività meccanica e incontrollata della mente. Una volta messa a tacere la mente grazie alla pratica della presenza, i problemi sono finiti.
La pratica del ricordo di sé ha origini antichissime: di solito viene assegnata alla tradizione Sufi – l’esoterismo islamico – ma con ogni probabilità proviene dalle civiltà già presenti sul continente atlantideo. In occidente è stata introdotta grazie alla preziosa opera divulgativa di George Ivanovitch Gurdjieff e del suo allievo Piotr Demianovitch Ouspensky e, più di recente, dall’americano Eugene Jeffrey Gold, ai testi dei quali rimandiamo per ulteriori approfondimenti.
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Il ricordo di sé è il fenomeno più importante sia della Magia che dell’esoterismo in genere. Compreso questo, l’uomo possiede la chiave per farsi progressivamente strada in altri stati di coscienza e acquisire nuovi poteri. L’unico modo che abbiamo per capire cosa è il ricordo di sé è fare degli esercizi; esso non può infatti venire afferrato attraverso una spiegazione intellettuale come un qualunque altro concetto.
Possiamo conoscere il sonno della coscienza solo se tentiamo di contrastarlo: se noi siamo nati in catene, se siamo nati in una prigione, fino a quando non proviamo a uscire e ci accorgiamo che è difficilissimo, non abbiamo alcuno strumento per capire di essere nati dentro un carcere. Fino a quando stiamo zitti e buoni all’interno della nostra prigione tutto fila liscio; solo quando tentiamo di superare il muro perimetrale, e non ci riusciamo, comprendiamo che non siamo liberi e non lo siamo mai stati.
Attraverso il persistente sforzo teso al ricordo di sé si produce nella materia della macchina biologica – l’apparato psicofisico – una trasmutazione alchemica che consente di costruire prima il «testimone» e poi il «corpo dell’anima» o «corpo di gloria» e di trasferire in esso la nostra coscienza. Tale nuovo corpo ospita infatti il Sé, e non più l’ego, che è invece ancora un Io psichico legato all’apparato psicofisico.
Il Sé sopravvive alla morte della macchina biologica. Ciò significa bere dal Sacro Graal l’Elixir Vitae Aeternae: è il conseguimento della Pietra Filosofale, l’apertura del Cuore.
Questo risultato si ottiene grazie ai ripetuti sforzi tesi verso l’osservazione di sé e il ricordo di sé, la pratica del non-giudizio, il perdono e l’«imitatio Christi».
– da “La Porta del Mago” di Salvatore Brizzi –
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lunedì 4 febbraio 2013
Kung Fu Panda - Gli insegnamenti per diventare un Guerriero Spirituale
Kung Fu Panda - I segreti dei Cinque Cicloni
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sabato 19 gennaio 2013
Maestro e discepolo: un incontro di anime
Amato Maestro,
sei stato mio zio, quello prediletto, e mio padre, la mia levatrice, un bambino che ride, il mio migliore amico, un vecchio saggio, il mio cantastorie preferito, e il mio Maestro... il mio primo pensiero all’alba e l’ultima alla sera...
Sei stato due caldi occhi scuri, una mano gentile, piedi per la mia testa; un formicolio per il corpo... a volte un silenzio, altre un canto...
Sei stato una scossa, un bagliore, una presenza, una assenza; giorno e notte, estate e inverno... un uomo per ogni stagione; la promessa di una realizzazione, la sola speranza, il supremo distruttore di ogni mio sogno; il solo rifugio, e colui che ho cercato di evitare; un mago, e un semplice essere umano, un uomo qualunque.
Eri un enigma, eri me stesso. Eri la luna, le stelle e tutto ciò che intorno a loro si muove. Eri il verde e il colore della terra, l’azzurro e l’oro della mia terra. Eri il tutto e il nulla. Sempre, eri amore.
Osho, per favore, puoi parlare dell’evoluzione del rapporto tra Maestro e discepolo?
Esiste rapporto e rapporto, ma nessuno è paragonabile al rapporto che esiste tra Maestro e discepolo. Tutti gli altri rapporti, perfino il migliore, sono soggetti a condizioni.
Ad esempio, un rapporto d’amore pretende sempre qualcosa. Il solo rapporto libero da condizioni, da pretese, da richieste, è quello che esiste tra Maestro e discepolo.
Di fatto è un fenomeno così raro e unico, che non dovrebbe essere inserito nella stessa categoria degli altri rapporti. Solo la povertà del linguaggio ci porta a parlare di rapporto. È una fusione, è un incontro senza alcuna ragione.
Il discepolo non chiede nulla e il Maestro non promette nulla; tuttavia nel discepolo esiste una sete e nel Maestro esiste una promessa.
È un’intimità nella quale nessuno è superiore e nessuno è inferiore... il discepolo è sempre e comunque femminile, perché il discepolo non è altro che disponibilità, un grembo aperto, pronto a ricevere: è ricettività. E il Maestro è sempre maschile, perché il Maestro non è altro che dare, un donarsi, per l’unico e semplice motivo che il tutto da lui straripa. Deve dare: è una nube carica di pioggia.
Come il discepolo è alla ricerca, alla ricerca è il Maestro. Il discepolo cerca un luogo in cui potersi aprire senza alcuna paura, senza alcuna resistenza, senza doversi trattenere. Un totale abbandono.
E anche il Maestro ricerca un essere umano capace di accogliere il mistero, pronto a lasciarsi fecondare dal mistero, pronto a rinascere. Esistono molti insegnanti, e ci sono molti allievi. Gli insegnanti hanno acquisito un sapere, e possono essere molto dotti, colti, ma nel loro cuore regnano le tenebre; la loro istruzione maschera la loro ignoranza. Ed esistono studenti alla ricerca di quelle conoscenze.
Maestro e discepolo sono un fenomeno completamente diverso.
Il Maestro non dà conoscenze, condivide il proprio essere.
E il discepolo non è alla ricerca di conoscenze, è alla ricerca dell’essere: è, ma non sa chi è. Vuole riconoscersi, vuole mettersi a nudo davanti a se stesso.
Il Maestro può fare una cosa molto semplice: creare fiducia. Tutto il resto accade. Nel momento in cui il Maestro riesce a creare fiducia, il discepolo abbandona le sue difese, i suoi abiti, ciò che conosce. Di nuovo torna ad essere un bambino: innocente, sveglio, vivo. È un nuovo inizio.
Tuo padre e tua madre hanno dato vita al tuo corpo: è una vita che si concluderà con la morte. I tuoi genitori sono responsabili della tua nascita e della tua morte. Anche il Maestro ti dà una nuova nascita, ma è la nascita della consapevolezza, e questa non ha mai fine.
Occorre solo un’atmosfera di assoluta fiducia; e in quella fiducia le cose iniziano ad accadere da sole; né il discepolo né il Maestro fanno qualcosa. Il discepolo accoglie ciò che accade. Il Maestro è il veicolo delle forze universali: è simile ad un bambù cavo, che può diventare un flauto. Ma il suono non è del bambù. Al bambù può andare solo il merito di non distruggere quel canto, di lasciarlo fluire.
Il Maestro è un medium della consapevolezza universale. Se tu sei disponibile, all’improvviso la consapevolezza universale scuote la consapevolezza assopita, la consapevolezza addormentata che esiste in te. Il Maestro non ha fatto nulla. Tutto accade!
Vale la pena ricordare ciò che accadeva nell’antichità: i ricercatori passavano da centinaia di insegnanti, fino a quando arrivavano alla presenza di un uomo che, all’improvviso, risvegliava in loro la fiducia; erano arrivati... e anche i Maestri viaggiavano... ricordo un episodio... Gautama il Buddha giunse in una città. Tutti erano accorsi per ascoltarlo, ma Buddha continuava ad aspettare guardando di continuo la strada... e questo perché una ragazzina, di non più di tredici anni, lo aveva incontrato e gli aveva detto: “Aspettami, porto questo cibo a mio padre, nei campi, e sarò di ritorno in tempo... ma non scordarti di aspettarmi.”
Dopo poco, gli anziani della città chiesero a Buddha: “Chi aspetti? Tutte le persone importanti sono presenti, inizia il tuo discorso.” Buddha ribatté: “Manca ancora la persona per la quale sono venuto fin qui, e devo aspettare.”
La ragazzina arrivò e disse: “Sono un po’ in ritardo, ma tu hai mantenuto la promessa. Sapevo che l’avresti fatto, dovevi farlo, perché ti sto aspettando dal giorno in cui sono diventata consapevole... avevo forse quattro anni quando ho sentito il tuo nome per la prima volta. E il solo suono del tuo nome ha fatto risuonare qualcosa nel mio cuore. E da allora è passato tanto tempo, sono forse dieci anni che aspetto...” Buddha le rispose: “Non hai atteso invano. Sei tu che mi hai attirato in questo villaggio.”
E iniziò a parlare. La ragazza fu l’unica ad avvicinarsi chiedendogli l’iniziazione: “Ho atteso a sufficienza, ora voglio stare con te.” Buddha: “Devi venire con me, perché la tua città è così lontana da ogni percorso e io non posso continuare a venire fin qui. Il cammino è lungo e io sto invecchiando.”
In città nessun altro, ad eccezione di quella ragazzina, si presentò a chiedere di essere iniziato.
Nella notte, prima di coricarsi, Ananda, il primo discepolo di Buddha, gli chiese: “Prima di coricarti vorrei farti una domanda: tu senti un’attrazione verso un certo luogo, come se si trattasse di magnetismo?”
Buddha rispose: “Hai ragione. È così che decido dove andare. Quando sento che qualcuno ha sete, che è così assetato che senza di me non ha alternativa alcuna, mi incammino in quella direzione.”
Il Maestro si sposta verso il discepolo.
Il discepolo si incammina verso il Maestro.
Prima o poi si incontreranno, è inevitabile.
Non è un incontro fisico, né un incontro mentale. È un incontro di anime, come se all’improvviso avessi avvicinato due candele accese: le candele restano separate, ma le loro fiamme si uniscono, e diventano una sola.
Quando l’anima è una sola, è difficilissimo dire che tra due corpi esiste un rapporto. Non è vero, ma non esiste altra parola: il linguaggio è molto povero.
Si tratta di una unione di essenze.
(da “The Rajneesh Upanishad”, settembre 1986)
Amato Maestro,
se un discepolo non è d’accordo con alcune delle cose che il Maestro dice, è un discepolo?
Il discepolo è assolutamente libero di essere o non essere d’accordo con ciò che il Maestro dice. Ma quello che il Maestro non dice, non può creare disaccordo nel discepolo! In quel caso c’è una totale armonia.
Ciò che il Maestro dice non è altro che un gioco di parole privo di importanza. Il Maestro non è un filosofo, non sta affatto insegnando un sistema di pensiero. Non ti chiede di essere o non essere concorde...
Puoi non convenire con tutto ciò che dice, ma essere in accordo col Maestro.
Il problema è essere in armonia con il suo essere. Quando sei in accordo con l’essere del Maestro, non ti preoccupi di contestare le sue parole.
(da “The Rajneesh Upanishad”, settembre 1986)
Il mio approccio alla vostra crescita è fondamentalmente quello di rendervi indipendenti da me. Ogni tipo di dipendenza è una schiavitù, e la dipendenza spirituale è la peggiore di tutte. Ho fatto ogni sforzo possibile per rendervi consapevoli della vostra individualità, della vostra libertà, della vostra assoluta capacità di crescere senza l’aiuto di nessuno. La crescita è qualcosa di intrinseco al vostro essere. Non viene dall’esterno: non è un imposizione, è uno schiudersi, una rivelazione.
Tutte le tecniche di meditazione che vi ho dato non dipendono da me; la mia presenza o assenza non fa alcuna differenza: tutto dipende da voi. Non è la mia presenza, ma la vostra a essere necessaria perché le tecniche possano funzionare.
Non è il mio essere qui ma il vostro essere qui, il vostro essere nel presente, il vostro essere svegli e consapevoli che servirà a qualcosa. In realtà, nessuno può salvare nessun altro; sarebbe contrario alla verità basilare della libertà individuale.
Per quel che mi riguarda, sto solo facendo ogni sforzo per liberarvi da tutti, me incluso, e per lasciarvi soli nel cammino della ricerca.
L’esistenza rispetta colui che ha il coraggio di essere in solitudine nella ricerca della verità. Gli schiavi non godono del rispetto dell’esistenza. Non si rispettano loro stessi, come possono aspettarsi che l’esistenza mostri loro rispetto?
Perciò ricordate, quando me ne sarò andato, non perderete nulla. Al contrario è possibile che guadagnate qualcosa di cui non siete affatto consapevoli. In questo momento sono disponibile nel mio corpo, imprigionato in una forma definita. Quando me ne andrò, dove potrò andare? Sarò qui nel vento, nell’oceano; e se mi avrete amato, se avrete avuto fiducia in me, mi sentirete in mille modi: nei vostri momenti di silenzio, improvvisamente sentirete la mia presenza. Una volta libero dal corpo, la mia consapevolezza sarà universale. Adesso dovete venire da me. Allora non avrete bisogno di venire a cercarmi.
Dovunque siate... la vostra sete, il vostro amore... e mi troverete nel profondo del vostro cuore, nel suo stesso battito.
(da “Beyond Enlightenment”, ottobre 1986)
Io credo e confido assolutamente nell’esistenza. Se c’è qualcosa di vero in ciò che dico, sopravvivrà. Coloro che sono interessati al mio lavoro porteranno semplicemente la fiaccola, ma non imporranno niente a nessuno, né con la spada, né con il ricatto del pane. Resterò una fonte di ispirazione per la mia gente e questo è ciò che sentirà la maggior parte dei sannyasin. Voglio che coltivino per conto loro qualità come l’amore, intorno a cui non è possibile creare alcuna chiesa, come la consapevolezza, che non è monopolio di nessuno, come la celebrazione, la capacità di essere felici, di mantenere lo sguardo fresco di un bambino. Voglio che la mia gente conosca se stessa, non che si adegui alle idee di qualcun altro. E la strada è entrare dentro se stessi.
(intervista rilasciata a Enzo Biagi, estate 1989)
– da “Operazione Socrate. Il caso Osho Rajneesh” –
“Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l’amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla. L’amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto.
Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza.
La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.
Di nuovo tornerai a fiorire. Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza.
Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema.”
“Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle. Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell’Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell’assoluta atemporalità.
Non ci sarà morte alcuna. Il mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l’amore.”
OSHO
MAI NATO
MAI MORTO
HA SOLO VISITATO
QUESTO PIANETA TERRA
11.12.1931
19.01.1990
MAI NATO
MAI MORTO
HA SOLO VISITATO
QUESTO PIANETA TERRA
11.12.1931
19.01.1990
martedì 8 gennaio 2013
Preghiera per l'amore
Adesso condivideremo un bellissimo sogno, che vorrete sognare tutto il tempo.
In questo sogno, vi trovate in un giorno caldo e assolato. Ascoltate gli uccelli, il vento e il rumore di un fiume.
Camminate verso il fiume e sulla riva vedete un vecchio seduto in meditazione.
Dalla sua testa emana una luce di vari colori. Cercate di non disturbarlo, ma lui si accorge della vostra presenza e apre gli occhi. Sono pieni d'amore e vi rivolge un grande sorriso.
Gli chiedete come fa a irradiare quella bellissima luce e se può insegnarvi a farlo. Lui risponde che molti, moltissimi anni fa, fece la stessa domanda al suo maestro. Così comincia a raccontarvi la sua storia: "Il mio maestro si aprì il petto, tirò fuori il cuore e ne fece emanare una fiamma. Poi aprì il mio petto, prese il mio cuore e vi mise dentro quella fiamma. Quindi me lo restituì e non appena fu di nuovo nel mio petto, sentii un amore intenso, perché la fiamma che il maestro mi aveva messo nel cuore era il suo amore.
Quella fiamma crebbe fino a diventare un grande fuoco, un fuoco che non brucia, ma purifica tutto ciò che tocca. Toccò tutte le cellule del mio corpo e queste ricambiarono il mio amore. Diventai una cosa sola con il corpo e l'amore crebbe ancora di più. Quel fuoco toccò tutte le emozioni della mia mente, trasformandole in un amore intenso. Così amai me stesso, completamente, incondizionatamente. Il fuoco continuava a bruciare e sentii il bisogno di condividere quell'amore. Decisi di metterne un pezzetto in ogni albero e gli alberi ricambiarono il mio amore e diventai una cosa sola con loro, ma l'amore non si fermò, anzi crebbe ancora di più. Ne misi un pezzetto in ogni fiore, nell'erba, nella terra, ricevetti in cambio il loro amore e diventammo una cosa sola. Il mio amore crebbe ancora di più fino a estendersi a tutti gli animali del mondo che risposero ricambiando il mio amore e diventammo una cosa sola. Ma il mio amore continuò a crescere sempre di più. Ne misi un pezzetto in ogni cristallo, in ogni sasso, nella polvere, nei metalli e tutto mi amò e diventai una cosa sola con la Terra. Quindi decisi di mettere il mio amore nell'acqua, negli oceani, nei fiumi, nella pioggia, nella neve. L'acqua mi ricambiò e diventammo una cosa sola. Ma il mio amore cresceva ancora. Decisi di darlo all'aria, al vento. Sentivo una forte comunione con la terra, con il vento, gli oceani, la natura e il mio amore cresceva sempre più. Guardai il cielo, il Sole e le stelle e misi un pezzetto d'amore in ciascuna stella, nella Luna e nel Sole e il mio amore continuò a crescere. Ne misi un pezzetto in ogni essere umano e diventai una cosa sola con tutta l'umanità. Dovunque vada, chiunque incontri, mi vedo riflesso nei loro occhi, perché sono parte di ogni cosa, perché amo."
In quel momento il vecchio si apre il petto, tira fuori il cuore che contiene una bellissima fiamma e mette quella fiamma nel vostro petto.
Ora il suo amore cresce dentro di voi. Ora siete una cosa sola con il vento, l'acqua e le stelle, con la natura, con gli animali e con tutti gli esseri umani. Sentite il calore e la luce che emanano dalla fiamma che avete nel cuore. Dalla vostra testa irradia una luce di vari colori.
Splendenti d'amore, pregate:
"Grazie, Creatore dell'Universo, per la vita che mi hai donato. Grazie per avermi dato tutto ciò di cui avevo davvero bisogno. Grazie per l'opportunità di sperimentare questo bellissimo corpo e questa mente meravigliosa. Grazie per vivere dentro di me con tutto il tuo amore, con tutto il tuo spirito puro e illimitato, con la tua luce calda e radiosa. Grazie per usare le mie parole, i miei occhi e il mio cuore per portare il tuo amore dovunque io vada. Ti amo così come sei e poiché sono una tua creatura, amo anche me stesso così come sono. Aiutami a mantenere nel cuore l'amore e la pace e a rendere l'amore un nuovo modo di vivere. Che io possa amare per il resto della mia vita. Amen."
- da "I Quattro Accordi" di don Miguel Ruiz -
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mercoledì 19 dicembre 2012
I diversi tipi di influenze - Gurdjieff
New York, 24 febbraio 1924
L’uomo è soggetto a numerose influenze, che si possono suddividere in due categorie: quelle dovute a cause fisiche e chimiche, e quelle di origine associativa, dovute al nostro condizionamento.
Le influenze fisico-chimiche sono di natura materiale, e provengono dalla combinazione di due sostanze che, fondendosi, producono qualcosa di nuovo. Queste influenze si formano indipendentemente da noi. Esse agiscono dall’esterno.
Per esempio, le emanazioni di una persona possono combinarsi con le mie: la miscela dà origine a qualcosa di nuovo. Questo vale per le emanazioni esteriori; ma la stessa cosa succede all’interno dell’uomo.
Forse avrete notato che, quando una persona vi sta seduta accanto, potete sentirvi a vostro agio, oppure a disagio. Quando non c’è accordo, ci sentiamo a disagio.
Ogni uomo ha diverse specie di emanazioni, ciascuna con le proprie leggi e suscettibile di molte combinazioni.
Le emanazioni di un centro formano varie combinazioni con le emanazioni di un altro centro. Queste sono combinazioni chimiche. Le emanazioni variano persino in conseguenza del fatto che io abbia bevuto il tè oppure il caffè.
Le influenze associative sono completamente diverse. Se qualcuno mi urta, oppure piange, l’effetto su di me è meccanico. Questi fatti mi richiamano dei ricordi, e questi ricordi o associazioni richiamano altre associazioni, e così via. A causa di questo shock, i miei sentimenti, i miei pensieri cambiano. Tale processo non è chimico, ma meccanico.
Questi due tipi di influenze provengono da realtà che ci sono vicine. Ma ci sono anche altre influenze, che vengono da fonti vaste come la Terra, i pianeti, il Sole, dove operano leggi di un altro ordine. Tuttavia, se siamo totalmente soggetti all’influenza delle piccole cose, parecchie influenze di queste grandi entità non ci possono raggiungere.
Parliamo innanzitutto delle influenze fisico-chimiche. Ho già detto che l’uomo ha parecchi centri. Ho parlato della vettura, del cavallo e del cocchiere, e anche delle stanghe, delle redini e dell’etere. Ogni cosa ha le proprie emanazioni e la propria atmosfera. Ogni atmosfera ha una natura particolare, perché ogni atmosfera ha un’origine diversa, delle proprietà diverse e un contenuto diverso. Esse si assomigliano, ma le vibrazioni delle loro materie sono diverse.
La vettura, il nostro corpo, ha un’atmosfera con delle proprietà speciali.
Anche i miei sentimenti producono un’atmosfera, le cui emanazioni possono propagarsi a grande distanza.
Quando penso in modo associativo, ne risultano delle emanazioni di un terzo tipo.
Quando il posto vuoto nella vettura è occupato da un passeggero, le emanazioni sono ancora diverse, e si differenziano dalle emanazioni del cocchiere. Il passeggero non è uno zoticone: egli pensa alla filosofia, e non al whisky.
Così, ogni uomo può avere quattro tipi di emanazioni, ma non necessariamente deve averle tutte. Può avere più emanazioni di un tipo e meno di un altro tipo. Sotto questo aspetto, gli uomini sono diversi, e uno stesso uomo può essere diverso secondo i momenti. Io ho bevuto un caffè e lui no: l’atmosfera è differente. Io fumo e la signora sospira.
C’è sempre interazione, talvolta nociva e talvolta benefica per me. A ogni istante sono questo o quello, e intorno a me le cose stanno così o cosà. E cambiano anche le influenze dentro di me. Io non posso cambiare nulla. Sono uno schiavo. Queste influenze le definisco fisico-chimiche.
Le influenze associative sono del tutto differenti. Prendiamo innanzitutto le influenze associative esercitate su di me dalla “forma”. La forma mi influenza. Sono abituato a vedere una forma particolare: quando è assente, ho paura. La forma dà lo shock iniziale alle mie associazioni. Anche la bellezza è “forma”. In realtà, noi non siamo in grado di vedere la forma così com’è, ma ne vediamo soltanto un’immagine.
La seconda di queste influenze associative è rappresentata dai miei sentimenti, dalle mie simpatie e antipatie. I vostri sentimenti mi toccano e i miei reagiscono di conseguenza. Qualche volta è tutto il contrario, dipende dalle combinazioni. O siete voi a influenzare me, o sono io a influenzare voi. Questa influenza può essere chiamata “relazione”.
La terza di queste influenze associative si può chiamare “persuasione” o “suggestione”. Per esempio, un uomo che persuade un altro con delle parole. Qualcuno persuade voi, voi persuadete qualcun altro. Tutti persuadono e tutti suggestionano.
La quarta di queste influenze associative consiste nella superiorità di un uomo su un altro uomo. In questo caso, è possibile che non ci siano influenze della forma o del sentimento. Voi prendete atto che una certa persona è più intelligente, più ricca, capace di parlare di determinate cose; insomma, ha qualcosa di speciale, una specie di autorità. Questo vi tocca perché va al di là dei vostri limiti, e succede anche senza che inten1engano i sentimenti.
Quindi ci sono otto tipi di influenze. La metà sono fisico-chimiche, l’altra metà associative.
Inoltre esistono delle altre influenze che ci toccano molto profondamente. Ogni momento della nostra vita, ogni sentimento, ogni pensiero riceve una colorazione dalle influenze planetarie. E ancora una volta siamo degli schiavi.
Mi soffermerò molto brevemente su questo aspetto, e poi riprenderò il tema principale. Non dimenticate le cose di cui abbiamo parlato. La maggior parte della gente non ha continuità nei pensieri, e continuamente perde di vista il soggetto.
La Terra e tutti gli altri pianeti sono in perpetuo movimento, ciascuno a velocità differente. Talvolta si avvicinano e talvolta si allontanano. Per questo motivo, le loro interazioni si rafforzano, si indeboliscono oppure cessano del tutto. Per il momento ci basti sapere che le influenze planetarie sulla Terra si alternano: ora agisce un pianeta, ora un altro, ora un terzo, e così via. Un giorno studieremo separatamente l’influenza di ogni pianeta, ma oggi, per darvene un’idea generale, li consideriamo nella loro totalità.
Schematicamente, possiamo descrivere queste influenze nel modo seguente. Immaginiamo una grande ruota sospesa sopra la Terra, con sette o nove proiettori a luce colorata fissati sul bordo. La ruota gira, e a turno la luce dei vari proiettori illumina la Terra, la quale, di conseguenza, è sempre colorata dalla luce del proiettore che la illumina nel momento considerato.
Tutti gli esseri nati sulla Terra sono colorati dalla luce che prevale al momento della loro nascita, e mantengono questa colorazione per tutta la vita. Come non c’è effetto senza causa, così non c’è causa senza effetto. E, senza alcun dubbio, i pianeti hanno un’influenza enorme, tanto sulla vita dell’umanità in generale, quanto sulla vita di ogni individuo in particolare. È un grave errore della scienza moderna non riconoscere questa influenza. Ma questa influenza non è così grande come gli “astrologi” moderni vorrebbero farci credere.
L’uomo è un prodotto dell’interazione di tre tipi di materia: una positiva (l’atmosfera della Terra); la seconda, negativa (i minerali, i metalli); infine, una terza combinazione (le influenze planetarie), che viene dall’esterno e incontra le prime due materie. Questa forza neutralizzante è quell’influenza planetaria che colora ogni nuova vita che nasce. La colorazione rimane per l’intera esistenza. Se il colore era rosso, quando questa “vita” incontrerà il rosso, si sentirà in corrispondenza con esso.
Certe combinazioni di colori hanno un effetto calmante; altre, un effetto perturbatore; ogni colore ha una particolare proprietà. È una legge, una questione di differenze chimiche. Ci sono, per così dire, delle combinazioni “simpatiche” e delle combinazioni “antipatiche”. Per esempio, il rosso stimola la collera, il blu risveglia l’amore. La combattività corrisponde al giallo. Quindi, se sono portato a collere improvvise, è un fatto dovuto all’influenza dei pianeti.
Ciò non significa che voi o io esistiamo effettivamente in questo modo, ma è una possibilità. Possono intervenire delle influenze più forti. Talvolta dall’interno agisce un’altra influenza, che vi impedisce di avvertire l’influenza esterna; in questi casi potete essere così presi da voi stessi da trovarvi per così dire, chiusi in una corazza. E questo fatto non vale soltanto per le influenze planetarie; spesso succede che altre influenze, provenienti ancor più da lontano, non riescano a raggiungervi. Più l’influenza è distante, più è debole: anche se è inviata apposta per voi, non può toccarvi, perché la vostra corazza glielo impedisce.
Più un uomo è sviluppato, più è soggetto alle influenze. Talvolta, nel tentativo di liberarci dalle influenze, per evitarne una finiamo per subirne molte altre, e così diventiamo ancora meno liberi, ancora più schiavi.
Abbiamo parlato di nove influenze.
A ogni istante, tutto ci influenza. Ogni pensiero, ogni sentimento, ogni movimento è il risultato di qualche influenza. Tutto ciò che facciamo, tutte le nostre manifestazioni sono quel che sono perché qualcosa ci influenza dall’esterno. Qualche volta questa schiavitù ci umilia, altre volte no: dipende dalle cose che ci piacciono. Noi subiamo anche parecchie influenze in comune con gli animali. Di tutte queste influenze, possiamo cercare di eliminarne una o due ma, via quelle, ne arrivano altre dieci. Tuttavia esiste un margine di scelta, ossia possiamo conservarne alcune, e liberarci di altre. È possibile liberarsi da due tipi di influenze.
Per liberarsi dalle influenze fisico-chimiche, bisogna essere passivi. Ripeto, si tratta di influenze dovute alle emanazioni dell’atmosfera del corpo, dei sentimenti, della mente e, in alcune persone, anche dell’etere. Per poter resistere a queste influenze, bisogna essere passivi. Allora si può diventare un po’ più liberi. In questo caso interviene la legge di attrazione: i simili si attraggono, ovvero, ogni cosa va dove ci sono più cose della sua stessa natura. Chi ha molto, riceve ancora di più. Chi ha poco, anche quel poco gli viene tolto.
Quando sono calmo, le mie emanazioni sono pesanti e non si disperdono; se arrivano altre emanazioni, posso assorbirle finché c’è posto. Ma se sono agitato, non ho abbastanza emanazioni perché, essendo leggere, esse si disperdono verso gli altri.
Quando mi arrivano delle emanazioni, esse occupano gli spazi vuoti, perché sono necessarie là dove c’è del vuoto.
Le emanazioni si fermano dove regna la calma, dove c’è assenza di conflitti, dove c’è dello spazio vuoto. Se non c’è posto, se tutto è già pieno, le emanazioni possono anche arrivare, ma rimbalzano indietro o passano oltre. Quando sono calmo, se ho dello spazio vuoto, posso riceverle; se sono pieno, esse non mi disturbano. Così sono tranquillo in entrambi i casi.
Per liberarsi dalle influenze del secondo tipo, cioè le influenze associative, ci vuole una lotta artificiale. In questo caso vale la legge di repulsione. Questa legge consiste nel fatto che dove c’è poco viene aggiunto molto, ossia è il contrario della prima legge. Con le influenze del secondo tipo, tutto si svolge
in conformità alla legge di repulsione.
Quindi, per liberarsi da tutte queste influenze, ci sono due princìpi diversi per i due tipi di influenze. Se volete essere liberi, dovete sapere quale principio applicare per ogni singolo caso. Se ricorrete alla “repulsione” quando ci vuole l’“attrazione”, siete perduti. Molta gente fa il contrario di ciò che è giusto. Eppure è facile fare la distinzione tra questi due tipi di influenze: si può fare sul momento.
Per quanto riguarda le altre influenze, è necessaria una grande conoscenza. Ma questi due tipi di influenze sono semplici: chiunque, prendendosi il disturbo di osservare, può riconoscere di quale influenza si tratta. Certe persone, pur sapendo che esistono queste emanazioni, non riescono a vederne le differenze. Eppure, osservandole attentamente, è facile distinguerle. È molto interessante dedicarsi a questo studio; ogni giorno si ottengono dei risultati interessanti e si acquisisce il gusto per la discriminazione. Ma è una cosa difficile da spiegare teoricamente.
È impossibile ottenere dei risultati immediati, liberandosi istantaneamente da queste influenze; ma studiarle e riconoscerle è accessibile a tutti.
Il cambiamento è una meta lontana, ed esige molto tempo e molto lavoro. Ma lo studio non prende molto tempo. E, se vi preparate bene, il momento del cambiamento sarà meno difficile, e non avrete più da perdere tempo in discriminazioni.
Lo studio del secondo tipo di influenze, le influenze associative, è più facile in pratica. Prendiamo ad esempio l’influenza che si esercita attraverso la forma. O voi influenzate me, o io influenzo voi. Ma la forma è esteriore, come i movimenti, i vestiti, la pulizia o il suo contrario, insomma tutto ciò che chiamiamo generalmente la “maschera”. Se lo capite, potete facilmente cambiarla. Supponiamo che un uomo vi gradisca vestita di nero: grazie a ciò potete influenzarlo. Ma volete cambiarvi d’abito per lui solo o per molta altra gente? Alcune lo fanno solo per lui, altre no. Talvolta un compromesso si rivela necessario.
Non prendete niente alla lettera. Dico queste cose solo a titolo d’esempio.
Per quanto concerne la seconda categoria di influenze associative, quelle che abbiamo chiamato “sentimento” e “relazione”, dovremmo sapere che l’atteggiamento degli altri nei nostri confronti dipende da noi. Se volete vivere in maniera intelligente, dovete comprendere innanzitutto che la responsabilità di quasi tutti i sentimenti che ispirate, buoni o cattivi, dipende da voi, dal vostro atteggiamento esteriore e interiore. L’atteggiamento degli altri molto spesso riflette il vostro. Voi cominciate e l’altro vi segue. Voi la amate, ella vi ama. Voi siete irritati, ella è irritata. È una legge: ricevete ciò che date.
Ma in altri casi è diverso. Qualche volta bisognerebbe amare questo e non quello. In certi casi, se voi l’amate, ella non vi amerà; ma quando smettete di amarla, ella comincerà ad amarvi. Ciò è dovuto a leggi fisico-chimiche.
Ogni cosa è il risultato di tre forze: dappertutto, c’è affermazione e negazione, catodo e anodo. L’uomo, la Terra, tutto ciò che esiste è come una calamita. La differenza sta solo nella quantità di emanazioni. Ovunque, due forze sono all’opera: una attira, l’altra respinge. Come ho appena detto, anche l’uomo è una calamita. La mano destra spinge, la mano sinistra tira, o viceversa. Certe cose hanno molte emanazioni, altre meno; ma ogni cosa attira o respinge. C’è sempre un tira e molla, o un molla e tira. Quando il vostro tira-e-molla è in armonia con quello di un altro, allora c’è amore e una giusta intesa. Ecco perché i risultati possono essere molto diversi. Secondo che vi sia o non vi sia corrispondenza quando io spingo e l’altro tira, il risultato sarà molto diverso. Talvolta entrambi molliamo nello stesso momento. Se ci si trova d’accordo, l’influenza che ne risulta è calmante. Altrimenti, è l ’inverso.
Ogni cosa dipende da un’altra. Per esempio, io non riesco a essere calmo: io spingo e lui tira. Oppure non posso essere calmo se non riesco a modificare la situazione. Ma possiamo cercare di adattarci. C’è una legge secondo la quale dopo ogni spinta c’è una pausa. Se siamo in grado di prolungarla e di non precipitarci sulla spinta successiva, noi possiamo utilizzare questa pausa. Se sappiamo restare calmi, possiamo trarre beneficio dalle vibrazioni che seguono la spinta.
Tutti possono fermarsi, perché c’è una legge secondo la quale ogni cosa si muove finché dura il suo impulso, dopodiché si ferma. Sia lui sia io possiamo fermare il movimento.
Tutto avviene in questo modo. Uno shock al cervello, e le vibrazioni si mettono in moto. Le vibrazioni si prolungano per inerzia come gli anelli sulla superficie di uno stagno in cui sia caduta una pietra. Se l’impatto è forte, passa molto tempo prima che il movimento si calmi. La stessa cosa succede alle vibrazioni del cervello. Se non do continuamente degli shock, esse si fermano, si calmano. Bisogna imparare a fermarle.
Se agisco coscientemente, l’interazione avviene coscientemente. Se agisco inconsciamente, ogni cosa è il risultato di ciò che emetto.
Io affermo una cosa; subito l’altro mi contraddice. Io dico che è nero; l’altro sa che è nero, ma ha voglia di discutere e comincia a dire che è bianco. Se deliberatamente gli do ragione, egli cambia bandiera e si mette ad affermare ciò che negava un attimo prima. Egli non può trovarsi d’accordo, perché ogni shock gli provoca la reazione opposta. Se si stanca, può darsi che finisca per darmi ragione esteriormente, ma non interiormente. Per esempio, io guardo una persona, mi piace il suo viso. Questo nuovo shock, più potente della conversazione, mi fa acconsentire esteriormente. Talvolta siete già convinti, ma continuate a discutere.
È molto interessante osservare le conversazioni altrui, a condizione di restarsene al di fuori. È molto più interessante del cinema. Talvolta due persone parlano della stessa cosa, una fa un’affermazione, l’altra non capisce ma si mette a discutere... anche se è dello stesso parere.
È tutto meccanico.
Per quanto riguarda le relazioni, la cosa può essere formulata così: le relazioni esteriori dipendono da noi. Se prendiamo le misure necessarie, abbiamo la possibilità di cambiarle.
Il terzo tipo di influenza, la suggestione, è molto potente. Tutti subiscono l’influenza della suggestione; ognuno suggestiona l’altro. Parecchie suggestioni agiscono su di noi con estrema facilità, soprattutto se ignoriamo di esservi esposti. Ma anche quando ne siamo consapevoli, la suggestione fa ugualmente il suo effetto.
Dovete capire una legge molto importante. In linea generale, in ogni momento della nostra vita, lavora un solo centro: la mente o il sentimento. Il nostro sentimento si comporta in un certo modo solo quando nessun altro centro l’osserva, quando il potere di critica è assente. Un centro in quanto tale non ha coscienza né memoria; è un pezzo di carne senza sale di tipo particolare, un organo, una certa combinazione di sostanze che ha semplicemente la particolare capacità di registrare.
Infatti, un centro è perfettamente paragonabile alla banda sensibile di un nastro da registrazione. Se gli comunico qualcosa, in seguito esso può riprodurla. È completamente meccanico, organicamente meccanico. I centri sono leggermente diversi per quanto riguarda la loro sostanza, ma le loro proprietà sono identiche.
Se dico a un centro che voi siete belli, ci crede. Se gli dico che questo è rosso, ci crede. Però non capisce: la sua comprensione è completamente soggettiva. In seguito, se gli faccio una domanda, risponde ripetendo ciò che gli ho detto. Non cambierà mai, né in cento né in mille anni. Resterà sempre lo stesso. La nostra mente in se stessa non ha capacità critica, non ha coscienza, niente. E tutti gli altri centri sono uguali.
Allora in che cosa consiste la nostra coscienza, la memoria, la capacità critica? È molto semplice: è ciò che entra in azione quando un centro ne osserva un altro, quando esso vede e sente ciò che succede nell’altro e, nel vederlo, registra tutto dentro di sé.
Esso riceve delle nuove impressioni; in seguito, se vogliamo sapere ciò che è successo in precedenza nel secondo centro, saremo in grado di saperlo cercando nel primo. La stessa cosa vale per la nostra capacità critica: un centro ne osserva un altro. Con un centro, sappiamo che questa cosa è rossa, ma un altro centro la vede blu. Ogni centro cerca sempre di convincere l’altro. Ecco cos’è la capacità critica.
Se due centri restano a lungo in disaccordo a proposito di una certa cosa, il disaccordo ci impedisce di pensarvi ulteriormente.
Se non interviene l’osservazione di un secondo centro, il primo continua a pensare allo stesso modo. Molto raramente noi osserviamo un centro a partire da un altro centro: ci succede solo per qualche attimo, forse un minuto al giorno. Quando dormiamo, non osserviamo mai un centro con un altro, e quando siamo svegli lo facciamo solo sporadicamente.
Nella maggioranza dei casi, ogni centro vive la propria vita, crede a tutto ciò che sente, senza discernimento, e registra ogni cosa così come l’ha sentita. Se ascolta qualcosa che non è una novità, si limita a registrare. Se sente qualcosa di discordante, per esempio una cosa che prima era rossa adesso è blu, allora fa resistenza, non perché vuole sapere la verità, ma semplicemente perché sul momento non ci crede. Ma poi crede, crede a tutto. Se qualcosa cambia, gli occorre solo un po’ di tempo per risistemare le sue percezioni. Se in quel momento nessun altro centro lo sta osservando, esso mette il blu sul rosso. Così blu e rosso restano sovrapposti. In seguito, quando consultiamo la registrazione, esso comincerà col rispondere “rosso”. Ma è altrettanto probabile che risponda “blu”.
È possibile assicurarci una percezione critica di ogni nuova impressione, se facciamo in modo che, durante la percezione, un altro centro si trovi presente e percepisca quelle informazioni da un’altra angolazione. Supponiamo che io in questo momento stia dicendo delle cose nuove. Se mi ascoltate con un solo centro, in ciò che dico per voi non ci sarà niente di nuovo. Dovete ascoltare in maniera diversa. Altrimenti, come non c’era niente prima, non ci sarà niente nemmeno dopo. Tutto ha lo stesso valore: il blu è rosso, il rosso è blu, e ancora una volta non c’è conoscenza. Il blu può anche diventare giallo.
Se volete sentire delle cose nuove in modo nuovo, dovete ascoltare in modo nuovo. È necessario usare questo sistema non solo nel lavoro, ma anche nella vita. Potete diventare un po’ più liberi, un po’ più sicuri nella vita, se cominciate a interessarvi a tutte le cose nuove, ricordandovele con un nuovo metodo: un metodo non più completamente automatico, ma semiautomatico, e facile da capire. Ecco in che cosa consiste: quando il pensiero è già presente, cercate di sentire con l’emozione; quando sentite con l’emozione, cercate di dirigere i pensieri sul sentimento. Finora, pensieri e sentimenti sono rimasti separati.
Cominciate a osservare la vostra mente: sentite emotivamente ciò che pensate. Preparatevi per il domani e salvaguardatevi dalle delusioni. Non comprenderete mai ciò che voglio trasmettervi, se vi limitate ad ascoltare nel solito modo.
Provate a considerare tutto ciò che sapete, tutto ciò che avete letto, tutto ciò che avete visto, tutto ciò che vi è stato mostrato: sono certo che non ci capite nulla. Se vi chiedete sinceramente: «Capisco perché due più due fanno quattro?» scoprirete che non ne siete affatto sicuri. L’avete sentito dire da qualcuno, e ripetete ciò che avete sentito. E non capite nulla non solo dei problemi della vita quotidiana, ma anche delle questioni di ordine superiore. Nulla di ciò che avete vi appartiene.
In voi c’è un bidone della spazzatura, e finora vi avete gettato tutto dentro alla rinfusa. Esso è pieno di cose preziose che potreste utilizzare. Ci sono degli specialisti che raccolgono ogni sorta di rifiuti dalla spazzatura; in questo modo alcuni si arricchiscono. Nel vostro bidone della spazzatura avete materiale a sufficienza per poter comprendere ogni cosa. Se riuscirete a comprendere, saprete tutto. Ma non c’è comprensione: il posto della comprensione è vuoto.
Immaginate di avere una grossa somma di denaro che non vi appartiene: per voi sarebbe molto meglio averne meno, anche solo cento dollari, purché fossero vostri. Purtroppo, nulla di ciò che avete vi appartiene.
Una grande idea si può accogliere solo con una grande comprensione. Ma noi siamo in grado di comprendere solo delle piccole idee, e nemmeno quelle.
È molto meglio avere una piccola cosa dentro di noi, che una grande all’esterno.
Prendetevi tutto il tempo necessario. Potete partire da qualunque cosa, e pensarci su; ma pensate in maniera diversa da come avete fatto finora.
– da “Vedute sul mondo reale” di G.I. Gurdjieff –
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