sabato 29 settembre 2012

Verrà la luce del mattino e fugherà i fantasmi della notte



di Francesco Lamendola

Vi sono dei momenti nei quali la notte dell’anima sembra non dover finire mai; in cui si potrebbe quasi credere che nessun nuovo giorno verrà a rischiarare il nostro mondo interiore e a disperdere i neri fantasmi dell’angoscia, dello smarrimento, della paura.

Chi non ha mai conosciuto simili momenti di estrema, tormentosa incertezza, di acuta e penosa solitudine spirituale? Chi non si è mai sentito abbandonato da tutti, anche dalla parte migliore di se stesso; chi non ha mai dubitato sino alle radici della propria anima?

Solo ai bambini è concesso di non fare tale esperienza, e neppure sempre; ma alle persone adulte no, e in realtà è un bene che sia così: perché solo passando attraverso il fuoco dell’ansia, della confusione, del turbamento più intimo, ci è dato intravedere la fragile sostanza di cui siamo fatti e la sostanza eterna, adamantina, luminosa, che splende dentro e intorno a noi quando più cupo è l’orizzonte e che felicemente ci può accogliere, se noi vi consentiamo.

Tutto il resto è orgoglio e inconsapevolezza.

Non è veramente adulto se non chi è passato attraverso quel fuoco, attraverso quel dubbio, attraverso quell’agonia, e ne è uscito ai caldi raggi del nuovo giorno, scoprendo che la notte non dura per sempre e che essa non è destinata ad avere l’ultima parola.

Questa prova si impone a molti, ma serve a fortificare solo i migliori: quelli che hanno il coraggio di essere se stessi, di rifiutare le soluzioni consolatorie e le fedi prefabbricate, di percorrere sino in fondo - con fedeltà, costi quello che costi - la propria strada.

Non si nasce uomini o donne: si nasce bambini; e molti rimangono tali per tutta la vita, perché non hanno mai osato staccare i loro passi dal sentiero già battuto e affrontare il terreno ignoto, con tutte le sue bellezze, ma anche i suoi pericoli.

Bambini mai cresciuti sono quegli uomini e quelle donne che non hanno mai osato pensare con la loro testa, cercare con il loro cuore, rischiare sulla propria pelle; che si esprimono per frasi fatte, e per ogni circostanza della vita hanno la loro bussola già bella e pronta: il loro giornale, il loro partito, la loro setta, la loro parrocchia. Prima ancora che aprano bocca, si sa già quel che diranno, perché le loro parole non nascono da loro stessi, ma sono giaculatorie e litanie di bassa lega, che hanno imparato a memoria.

Bambini mai cresciuti sono anche quelle donne che sanno solo farsi desiderare, ma non hanno nulla da offrire se non la loro vuota vanità; e bambini mai cresciuti sono quegli uomini che, invece di aiutarle a crescere con la virile pedagogia di disprezzare i loro giochetti tortuosi e ignorare le loro ambizioni sbagliate, le lusingano e le corteggiano proprio in ciò che esse hanno di meno bello, di meno pulito, di meno limpido.

Bambini mai cresciuti sono i potenti che abusano del loro potere, i forti che abusano della loro forza, i ricchi che abusano del loro denaro; ma anche, e qui viene la denuncia di ogni demagogia, coloro che si riparano dietro la propria debolezza, che si fanno forti della loro miseria, che si barricano dietro la loro sofferenza e ne fanno un motivo di ricatto morale.

Bambini mai cresciuti, e nel senso peggiore del termine (perché vi è anche un senso positivo, che è quello di conservare in se stessi lo stupore e l’incanto del mondo) sono tutti quegli esseri umani che hanno sempre bisogno di confortarsi e rassicurarsi con le teorie di qualcun altro, con le esperienze di qualcun altro, con le dottrine di qualcun altro; ma che, quanto a loro, non hanno mai osato nemmeno soffiarsi il naso con le proprie mani.

E nondimeno - lo si vede spesso - proprio costoro osano impancarsi a giudici degli altri, dall’alto delle loro verità acquistate all’ingrosso, delle loro cattedre fasulle, dei loro sermoni acquistati a peso in qualche liquidazione intellettuale, politica o religiosa, ove hanno ottenuto la merce per loro più confacente a prezzi di saldo.

Tutti costoro, forse, non hanno mai provato l’angoscia della notte; o, se pure l’hanno provata, ne sono usciti, o meglio hanno creduto di uscirne, imboccando la via più comoda e facile, quella dei prontuari prefabbricati, che promettono meravigliosi risultati psicologici con pochissima fatica e che garantiscono a tutti equilibrio interiore e fiducia in se stessi.

Del resto, per fare l’esperienza della notte dell’anima, bisogna possedere l’esperienza di che cosa sia la luce del giorno; ma come può aver visto la luce il dormiente, che tiene entrambi gli occhi ben chiusi davanti alla realtà, perché non ha mai visto nulla coi suoi occhi, ma crede di farlo, e intanto afferma di vedere quel che altri gli suggeriscono?

Perciò, caro amico e cara amica che state soffrendo nella notte della vostra anima, non lasciatevi sopraffare dallo sconforto: verrà il mattino, verrà con il benefico canto del gallo; e, intanto, sappiate che la vostra sofferenza non è inutile, che essa è anzi un privilegio, perché colpisce solo le anime profonde, mentre si allontana dalle anime volgari. Non che le tema: semplicemente, di esse non saprebbe che fare, come lo scultore che non saprebbe come adoperare una pietra troppo scadente per potervi modellare una immagine qualsiasi.

Da quando la cattiva genia degli antichi sofisti ha cominciato a diffondere la sua esiziale dottrina, che il sapere è alla portata di chi lo paga in moneta sonante e che non v’è alcuna verità certa, ma che ogni opinione può essere spacciata per la verità, il mondo è stato infettato dal duplice morbo della venalità intellettuale e del relativismo estremo, lo è stato per secoli e lo è tuttora (le arti del trivio e del quadrivio, con in cima la retorica, provengono da quella mala razza di intellettuali-prostituiti), e - per dirla con Dante - «un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene».

Gli uomini e le donne autentici, che cercano onestamente la verità e che ben sanno come essa sia forse l’unica cosa che non si può acquistare col denaro, devono quindi tenersi pronti a lottare su due fronti: contro l’invidia, la malevolenza, la bigotteria dei piccoli uomini e delle piccole donne attaccati alle loro formule dozzinali e contro la notte dell’anima, che scende quando quest’ultima è più stanca e prostrata dalla solitudine e dall’incomprensione altrui.

La prima battaglia, che durerà tutta la vita, è una battaglia meschina, che non reca all’anima alcun beneficio e, anzi, rischia di lasciarle in retaggio un frutto velenoso: il cinismo, ovvero il disprezzo per l’umanità; e tuttavia essi la devono combattere, perché viene loro imposta dall’esterno, contro la loro volontà, e perché la vita è fatta anche di sopravvivenza quotidiana e non solo di slanci sublimi verso le altezze dell’ideale.

Ma è una battaglia che non si potrà mai vincere se si accetta di combatterla sul terreno dei piccoli botoli ringhiosi, se si accetta di combatterla con le loro armi e se si giudica la vittoria o la sconfitta secondo il loro metro; la si può vincere, al contrario, solo rifiutando quel terreno e quelle armi e disprezzando quella maniera di giudicarne l’esito. Che se la combattano da soli, su quel terreno ingannevole e con quelle armi truccate, i botoli ringhiosi: la persona saggia si guarderà bene dal lasciarsi invischiare più dello stretto necessario e si lascerà alle spalle, di volta in volta, le mosche e le zanzare dalla puntura molesta, ma in fondo trascurabile.

Molto più importante è l’altra battaglia, quella che si combatte a tu per tu con se stessi, con la propria parte meno coraggiosa, meno limpida, meno salda; la battaglia che dobbiamo affrontare, presto o tardi, per mettere alla prova la nostra fedeltà verso di noi, per misurare le nostre forze, per renderci conto della strada già fatta e di quella che ci resta da percorrere.

Anche questa battaglia dura per tutta la vita, ma procede per crisi successive, ciascuna delle quali, se superata, introduce a un cammino di difficoltà superiore, anche se allietato, nel medesimo tempo, da un livello immensamente più elevato di elementi positivi. È come se si dovesse affrontare una successione di porte chiuse e sbarrate: ogni volta che si riesce ad aprirne una e a proseguire, crescono sia la gioia interiore, la forza e la consapevolezza, sia le asperità del terreno e il pericolo di scivolare: però, nel complesso, più si procede e più aumentano la luce, la bellezza, l’armonia.

Soprattutto, cresce la facoltà dei sensi interiori: si vedono cose che prima non si vedevano, si odono suoni e voci che prima erano impercettibili, si comprendono e si apprezzano verità che prima apparivano oscure ed enigmatiche.

Per questo la notte, quando scende, appare sempre più oscura: non perché il paesaggio si sia realmente incupito, ma perché i sensi interni hanno sviluppato delle potenzialità prima inimmaginabili; e per questo, anche, quando ritorna la luce del mattino, la gioia diviene tanto più grande, tanto più luminosa e perfetta.

Quanto più si è sofferto, tanto più si impara a godere della pace; quanto più si è stati soli, tanto più si impara a godere dell’amicizia; quanto più ci si è sentiti abbandonati in un mondo senza significato, tanto più si comprende l’intima e armoniosa connessione che lega tutte le cose, dalle più alte alle più basse, dalle più grandi alle più piccole, dalle più vicine alle più lontane.

Si capisce anche che il passato e il futuro sono la stessa cosa, sono la stessa realtà considerata da due punti di osservazione differenti; anzi, per parlare più esattamente, che non esistono in se stessi, perché l’unica cosa che esiste veramente è il presente, l’eterno presente dell’Essere. Si capisce, di conseguenza, che «i nostri poveri morti», come noi melodrammaticamente li chiamiamo, non ci hanno affatto lasciati, che non sono andati chissà dove.

Molte cose si capiscono solo dopo aver attraversato la notte dell’anima; cose che non si trovano scritte sui libri e delle quali le persone superficiali riderebbero; non importa se si tratta di persone che possiedono una certa erudizione, anzi quelle sono proprio le meno adatte a comprendere, perché chiuse e corazzate nel loro orgoglio intellettuale.

È più facile che capiscano qualcosa, o che, almeno, non assumano un atteggiamento di sprezzante incredulità, le persone semplici e ignoranti, che possiedano però un alto sentire: e quest’ultima dote non discende dal numero delle letture che si sono fatte, né dalla quantità di titoli di studio che si possono esibire come trofei di caccia.

Infine, la verità più preziosa di tutte, che non viene compresa da quanti sono accecati dalla propria presunzione, è che, nella notte dell’anima, non si è veramente soli come si crede di essere: quando le vene e i polsi tremano per lo sbigottimento, quando sembra di essere sul ciglio del precipizio, c’è Qualcosa o Qualcuno che veglia accanto a noi.

Questo è il segreto che i superficiali e i presuntuosi ignorano e che non arriveranno mai a comprendere né ad ammettere, anche se hanno la testa imbottita di sapere libresco e anche se credono di poter capire tutto, giudicare tutto, spiegare tutto; perché è un segreto silenzioso, impalpabile, che sopraggiunge in punta di piedi e che si fa riconoscere solo da colui o da colei che ne siano veramente degni.

Una presenza benefica, luminosa, ineffabile, scende accanto all’anima quando più densa è l’oscurità della notte, quando l’ultima stella si è eclissata dietro le nubi e quando l’ultima goccia di coraggio sembra averci abbandonati. Una presenza cui non si saprebbe dare un nome, perché non corrisponde a nulla di cui, nella vita ordinaria, si possa fare esperienza: una presenza totale, che riempie ogni angolo e che scorre entro ogni piega dell’anima.

Chiamatela illuminazione, se volete: ma è soltanto una parola; e qualunque altra parola si possa adoperare, sarà sempre soltanto una parola convenzionale e inadeguata.

Ecco perché tutto l’insegnamento dei maestri venali, degli eterni sofisti non è che illusione e ciarlataneria: perché è fatto di parole; ma il progresso dell’anima non si misura a parole, si realizza per mezzo di successivi stati dell’essere e nessuna scienza materialista potrà mai individuarlo, osservarlo, quantificarlo.

Lo vedranno gli altri, lo vedrà l’anima rischiarata in se stessa: ma sarà un’esperienza concreta, non qualcosa che si possa definire per mezzo di formule. Certe esperienze non si possono esprimere a parole, perché non esiste alcun linguaggio capace di tradurle.

Ma, si domanderà, come fare a distinguere l’esperienza vera da quella illusoria?

Non c’è una risposta teorica. Chi ha provato la terribile sete nel deserto, cerca la sorgente e, trovatala, vi si abbevera avidamente: ma il gusto di quell’acqua non potrà essere spiegato a chi non abbia mai conosciuto la sete; può solo essere sperimentato.



http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=43541


lunedì 17 settembre 2012

La meditazione sufi del cuore


di Llewellyn Vaughan-Lee


Tutte le scuole di meditazione offrono una via per calmare la mente, perché le esperienze spirituali accadono al di là del livello della mente. La mente è nota come “l’assassina del reale”; i suoi pensieri ci isolano in un mondo di illusioni.

Essa ci mantiene identificati con l’ego, e il suo continuo chiacchierio ci allontana dai livelli più profondi del nostro essere. Osservando i nostri pensieri, possiamo vedere quanto spesso la mente pensa noi, e non il contrario. Siamo prigionieri della nostra mente e del nostro ego, ma la meditazione può aiutare a liberarci.

Diverse tradizioni spirituali usano diverse tecniche per calmare la mente. Il sufismo è un sentiero dell’amore. L’amore è la forza più grande della creazione, in grado di portarci al di là della mente e dell’io: attraverso le profonde preghiere e meditazioni del sufismo, l’amante entra alla presenza dell’Amato.

In questi stati possiamo conoscere intimamente l’amore divino: carezze delicate, parole sussurrate nel nostro cuore. Potremo provare la meraviglia di sentirci amati, o assaporare la pace della nostra anima. Ma per il mistico il viaggio va ancora più in profondità, nel vuoto infinito al di là della mente: “Il silenzio oscuro in cui ogni amante perde se stesso”.

Per il sufi, il cammino mistico va dalla forma all’assenza di forma, dalla presenza dell’io a quella dell’Amato cercato dal nostro cuore. In questo cammino, l’amore ci riconduce all’amore. Dio, il nostro Amato, viene nel nostro cuore e ci chiama, seducendoci con la dolcezza del tocco e la fragranza intossicante dell’unione. Il compito dell’amante è arrendersi al mistero dell’amore, lasciare che il cuore venga aperto.

E anche se la maggior parte di questo lavoro accade segretamente dentro di noi, al centro profondo del nostro essere, esistono antiche tecniche per aprirci al trascendente, alla meraviglia che risiede nel nostro cuore.

La meditazione sufi del cuore è una tecnica per sollevare il velo della separazione e risvegliarci a ciò che è reale. È un modo semplice ma efficace di usare l’energia del cuore per calmare la mente e andare oltre l’ego. È preferibile praticarla per almeno mezz’ora ogni mattina.

In questa meditazione immaginiamo tre cose.

1) Pensiamo di scendere sempre più in profondità dentro di noi, nel nostro sé più nascosto. Là – nel nostro essere intimo, al centro di noi stessi – troveremo un luogo in cui vi è pace, tranquillità e, soprattutto, amore.

2) Dopo aver trovato questo luogo, dobbiamo immaginare di restarvi, immersi e circondati dall’Amore di Dio. Siamo nella pace più profonda, amati, protetti e al sicuro. Siamo qui con tutti noi stessi, il corpo fisico e il resto; nulla è all’esterno, nemmeno la punta di un dito o il capello più sottile. Il nostro intero essere è contenuto nell’Amore di Dio.

3) Mentre ci troviamo in tale luogo, felici e sereni alla presenza di Dio, i pensieri si affacceranno nella nostra testa: quello che abbiamo fatto il giorno prima, quello che faremo domani. Affiorano ricordi, passano immagini davanti all’occhio della mente. Dobbiamo immaginare di prendere ogni pensiero, immagine e sentimento, e affondarlo, immergerlo nel sentimento dell’amore.

Ogni sentimento, specialmente quello dell’amore, è molto più dinamico del processo del pensiero. Quindi, facendo bene questa pratica, con la massima concentrazione, tutti i pensieri scompariranno. Non resterà nulla e la mente sarà vuota.

Quando avremo acquistato familiarità con questa meditazione, non useremo più l’immaginazione. Ci basterà riempire il cuore con il sentimento dell’amore, e poi annegare ogni pensiero nel cuore. Svuotando la mente, creeremo uno spazio interiore in cui possiamo diventare consapevoli della presenza del nostro Amato. Dio è sempre con noi, ma la nostra mente, le emozioni e il mondo esteriore sono veli che ci separano. Dio è un vuoto silenzioso, e per farne esperienza dobbiamo diventare silenziosi. In meditazione torniamo a darci a Dio, al nostro Amato, passando dal mondo delle forme alla Verità senza forma all’interno del cuore.



http://www.innernet.it/la-meditazione-sufi-del-cuore/


mercoledì 12 settembre 2012

Haiku




Haiku - Franco Battiato


Seduto sotto un albero a meditare
mi vedevo immobile danzare con il tempo
come un filo d'erba
che si inchina alla brezza di maggio
o alle sue intemperie.

Alla rugiada che si posa sui fiori
quando s'annuncia l'autunno
assomiglio
io che devo svanire
e vorrei
sospendermi nel nulla
ridurmi
e diventare nulla.


Dar daryâye zolmat khorshid ke nâpadid shod
dar pâyâne safar o zamân nuri shegeft âvar
negâhrâ por khâhad kard va afaqhâ barâye har kojâ
va andar khâmushi jazireye bâghhû khâdad derakhshid


Traduzione:
L'uomo dell'isola dei giardini

Nel Mar delle Tenebre
quando il sole svanirà
alla fine del viaggio e del tempo,
una luce mirabile occuperà
lo sguardo e gli orizzonti per ogni dove
e nel silenzio brillerà
l'Isola dei Giardini.


martedì 28 agosto 2012

Dissolvere l'inconsapevolezza con la presenza nell'Adesso



LA PERDITA DELL’ADESSO: L’ILLUSIONE FONDAMENTALE

Anche se io accetto totalmente che in definitiva il tempo sia un’illusione, quale differenza può fare nella mia vita? Devo comunque vivere in un mondo che è completamente dominato dal tempo.

Essere d’accordo sul piano intellettivo è una credenza come tante e non farà grande differenza nella vita. Per realizzare questa verità bisogna viverla. Quando ogni cellula del corpo è presente al punto di sentirsi vibrante di vita, e quando voi potete percepire questa vita in ogni momento come gioia dell’Essere, allora potete dire di essere liberi dal tempo.


Ma devo ugualmente pagare le bollette domani, e devo ugualmente invecchiare e morire come chiunque altro. Allora come posso mai dire di essere libero dal tempo?

Le bollette di domani non sono un problema. Il dissolvimento del corpo fisico non è un problema. La perdita dell’Adesso è il problema, o meglio: è l’illusione fondamentale che trasforma una semplice emozione o un evento in un problema personale e in sofferenza. La perdita dell’Adesso è la perdita dell’Essere.

Essere liberi dal tempo significa essere liberi dal bisogno psicologico del passato per ricavarne la propria identità e del futuro per ricavarne il proprio appagamento. Rappresenta la trasformazione di consapevolezza più profonda che si possa immaginare. In certi rari casi questo mutamento di consapevolezza avviene in modo spettacolare e radicale, una volta per sempre. Quando è così, di solito si verifica un abbandono totale nel mezzo di un’intensa sofferenza. Quasi tutti voi, però, dovete sforzarvi per raggiungerlo.

Quando avete colto i primi bagliori dello stato di consapevolezza senza tempo, cominciate a spostarvi avanti e indietro fra le dimensioni del tempo e della presenza. Da principio diventate consapevoli di quanto raramente la vostra attenzione è davvero nell’Adesso. Ma sapere di non essere presenti è un grande successo: quel sapere è presenza, anche se inizialmente dura appena per un paio di secondi di tempo orario prima di andare nuovamente perduto. Poi, con frequenza crescente, voi scegliete di concentrare la vostra consapevolezza sul momento presente anziché sul passato o sul futuro, e quando vi rendete conto che avevate perduto l’Adesso siete in grado di rimanervi non soltanto per un paio di secondi ma per periodi più lunghi se percepiti dal punto di vista esteriore del tempo orario. Allora prima di consolidarvi nello stato di presenza, vale a dire prima di essere pienamente consapevoli, vi spostate avanti e indietro per un certo tempo fra la consapevolezza e l’inconsapevolezza, fra lo stato di presenza e lo stato di identificazione con la mente. Perdete l’Adesso e vi ritornate, ripetutamente. Alla fine la presenza diventa il vostro stato predominante.

Per la maggior parte delle persone la presenza non viene mai percepita oppure lo è soltanto accidentalmente e brevemente in rare occasioni senza essere riconosciuta per ciò che è. Quasi tutti gli esseri umani presentano un’alternanza non fra consapevolezza e inconsapevolezza ma soltanto fra livelli diversi di inconsapevolezza.



INCONSAPEVOLEZZA ORDINARIA E INCONSAPEVOLEZZA PROFONDA

Che cosa intendi per livelli diversi di inconsapevolezza?

Come è noto, nel sonno passiamo continuamente tra fasi di sonno senza sogni e fasi oniriche. Analogamente, allo stato di veglia quasi tutti voi oscillate fra l’inconsapevolezza ordinaria e l’inconsapevolezza profonda. Ciò che chiamo inconsapevolezza ordinaria è l’identificarsi con i propri processi di pensiero e le proprie emozioni, reazioni, desideri e avversioni. È lo stato normale della maggior parte di voi. In tale stato siete gestiti dalla mente egoica e siete inconsapevoli dell’Essere. È uno stato non di dolore acuto o di infelicità ma di un basso livello quasi continuo di disagio, malcontento, noia o nervosismo, una sorta di rumore di fondo. Potete non rendervene conto perché fa parte della vita “normale”, così come non vi rendete conto di un basso rumore di fondo quale può essere il ronzio di un condizionatore d’aria, fino a quando non si ferma. Quando effettivamente si ferma, vi è un senso di sollievo. Molte persone utilizzano alcol, droghe, sesso, cibo, lavoro, televisione o perfino il fare acquisti come anestetici in un tentativo inconsapevole di eliminare questo disagio di fondo. Quando ciò avviene, un’attività che potrebbe essere molto piacevole se svolta con moderazione si permea di una situazione di compulsione o di dipendenza e tutto ciò che se ne trae è un sollievo dei sintomi di brevissima durata.

Il disagio dell’inconsapevolezza ordinaria si trasforma nel dolore dell’inconsapevolezza profonda (uno stato di sofferenza o infelicità più acute o più evidenti) quando le cose “vanno storte”, quando l’ego è minacciato o vi sono un pericolo o una perdita, reali o immaginari, nella situazione di vita oppure un conflitto in un rapporto personale. È una versione rafforzata dell’inconsapevolezza ordinaria, diversa da questa non per tipologia ma per intensità.

Nell’inconsapevolezza ordinaria, la resistenza abituale o la negazione di ciò che esiste crea il disagio e il malcontento che quasi tutti accettano come vita normale. Quando questa resistenza si intensifica per via di qualche minaccia o pericolo per l’ego, apporta un’intensa negatività come, per esempio, collera, paura acuta, aggressività, depressione e così via. L’inconsapevolezza profonda spesso significa che è stato innescato il corpo di dolore e che voi vi siete identificati con quest’ultimo. La violenza fisica sarebbe impossibile senza l’inconsapevolezza profonda. Può anche avvenire facilmente quando e dove una folla di persone o perfino un’intera nazione generano un campo di energia negativa.

Il miglior indicatore del vostro livello di consapevolezza è dato da come affrontate le situazioni minacciose della vita quando si presentano. Attraverso queste situazioni, una persona già inconsapevole tende a diventarlo ancora più in profondità, e una persona consapevole tende a diventare più intensamente consapevole. Potete utilizzare una situazione minacciosa per risvegliarvi oppure potete lasciare che vi trascini in un sonno ancora più profondo. Il sogno dell’inconsapevolezza ordinaria allora si trasforma in un incubo.

Se non riuscite a essere presenti nemmeno in circostanze normali, come quando state seduti da soli in una stanza, passeggiate nei boschi o ascoltate qualcuno, certamente non sarete in grado di rimanere consapevoli quando qualcosa “va storto” o vi trovate ad affrontare persone o situazioni difficili, caratterizzate da perdita o minaccia di perdita. Sarete sopraffatti da una reazione, che in definitiva è sempre qualche forma di paura, e verrete trascinati nell’inconsapevolezza profonda. Queste situazioni minacciose sono le vostre prove. Soltanto il modo in cui le affrontate dimostrerà a voi e agli altri a che punto siete per ciò che riguarda il vostro stato di consapevolezza, e non quanto a lungo sapete stare seduti con gli occhi chiusi o quali visioni percepite.

Pertanto è essenziale apportare maggiore consapevolezza nella vostra vita in situazioni ordinarie in cui tutto procede con relativa tranquillità. In questo modo acquisite maggiore intensità di presenza. Questo genera in voi e attorno a voi un campo energetico di elevata frequenza di vibrazione. Nessuna inconsapevolezza, nessuna negatività, nessuna discordia o violenza possono entrare in questo campo e sopravvivere, così come il buio non può sopravvivere in presenza della luce.

Quando imparate a essere testimoni dei vostri pensieri ed emozioni, il che è una parte essenziale dell’essere presenti, potete restate sorpresi quando per la prima volta vi rendete conto del “rumore” di fondo dell’inconsapevolezza ordinaria e capite quanto di rado, o mai, siete veramente a vostro agio con voi stessi. A livello del pensiero incontrerete molta resistenza sotto forma di giudizi, malcontento e proiezione mentale lontano dall’Adesso. A livello emozionale vi sarà una corrente sotterranea di disagio, tensione, noia o nervosismo. Entrambi sono aspetti della mente nella sua modalità abituale di resistenza.

[...]

Come possiamo eliminare la negatività, secondo quanto suggerisci tu?

Lasciandola cadere. Come lasciate cadere un pezzo di carbone ardente che tenete in mano? Come lasciate cadere qualche bagaglio pesante e inutile che state portando? Riconoscendo che non volete più soffrire questo dolore o portare questo fardello e quindi lasciandolo andare.

L’inconsapevolezza profonda, come il corpo di dolore o un altro dolore profondo come la perdita di una persona cara, di solito deve essere trasformata attraverso l’accettazione, unita alla luce della vostra presenza, della vostra attenzione costante. Molti schemi dell’inconsapevolezza ordinaria, d’altronde, possono essere semplicemente lasciati cadere quando sapete che non li volete più e non ne avete più bisogno, quando capite di avere una scelta, di non essere soltanto un fascio di riflessi condizionati. Tutto ciò implica che siete in grado di accedere alla potenza dell’Adesso. Senza questo, non avete scelta.



– da “Il potere di Adesso” di Eckhart Tolle



sabato 18 agosto 2012

La vita intera è uno yoga



Sri Aurobindo afferma, da qualche parte, che la vita intera è uno yoga. Ed è così: ogni cosa può diventare una meditazione. E a meno che ogni cosa non diventi una meditazione, quest’ultima non ti è accaduta. La meditazione non può essere una parte, un frammento: o è, e in tal caso sei completamente in essa, oppure non è. Non puoi rendere meditativa una parte della tua vita. È impossibile, ma è ciò che si sta cercando di fare ovunque.

Tu hai la possibilità di diventare meditativo, non una parte di te. Quest’ultima ipotesi è impossibile, perché la meditazione è una qualità del tuo essere. È come il respiro: qualunque cosa tu stia facendo, continui a respirare. A prescindere da ciò che stai facendo – camminare, stare seduto, stare sdraiato, dormire – continui a respirare. Non puoi organizzare le cose in modo tale che a volte respiri e a volte no. È qualcosa di continuo.

La meditazione è un respiro interiore, e quando dico “respiro interiore”, lo intendo letteralmente: non si tratta di una metafora. Allo stesso modo con cui respiri l’aria, puoi respirare la consapevolezza; e quando hai cominciato a inspirare ed espirare consapevolezza, non sei più solo un corpo fisico. Con quel respiro più elevato – un respiro della consapevolezza, della vita per ciò che è – entri in un altro reame, in un’altra dimensione. Quella dimensione è metafisica.

Il respiro è fisico, la meditazione è metafisica. Per questo non puoi rendere meditativa una parte della tua vita. Non puoi meditare al mattino e poi dimenticartene. Non puoi andare al tempio o in chiesa a meditare, e poi uscire dalla meditazione non appena esci dal tempio. Non è possibile, e se ci provi starai tentando di fare qualcosa di falso. Puoi entrare e uscire da una chiesa, ma non puoi entrare e uscire dalla meditazione. Quando entri, sei entrato. Adesso, ovunque tu vada, sarai meditazione. È una delle regole essenziali, fondamentali, che vanno sempre ricordate.

Secondo: puoi entrare in meditazione da qualsiasi punto, perché tutta la vita è in profonda meditazione. Le colline stanno meditando, le stelle stanno meditando, i fiori, gli alberi e gli elementi stanno meditando, la Terra stessa è in meditazione.

Tutta la vita sta meditando, e puoi entrare in essa da qualsiasi punto: ogni cosa può diventare un ingresso. Ecco perché esistono tante tecniche e tante religioni; ecco perché una religione non riesce a capirne un’altra: perché gli accessi sono diversi. E qualche volta ci sono religioni che non sono nemmeno conosciute con quel nome. Non riconoscerai come religiose certe persone, perché il loro punto di accesso è troppo diverso.

Per esempio, un poeta: egli può entrare in meditazione senza andare da nessun insegnante, in nessun tempio, senza essere in alcun modo una cosiddetta persona religiosa. La sua poesia e la sua creatività possono diventare un accesso: egli può entrare per loro tramite. Oppure, un vasaio può entrare in meditazione semplicemente creando vasi di terracotta. L’arte stessa diventa un ingresso. Anche un arciere può entrare in meditazione tramite il tiro con l’arco, oppure un giardiniere; chiunque può entrare da qualsiasi punto. Qualunque cosa sei in grado di fare può diventare una soglia. Se la qualità della consapevolezza cambia mentre stai facendo qualcosa, diventa una tecnica. Per cui esistono tante tecniche quante ne puoi immaginare. Qualsiasi azione può diventare una soglia. La cosa fondamentale non è l’azione, la tecnica, la via, il metodo, ma la qualità di consapevolezza che porti nell’azione.

Kabir, uno dei più grandi mistici indiani, era un tessitore, e tale rimase anche quando si realizzò. Aveva migliaia e migliaia di discepoli che gli dicevano: “Smettila di tessere. Non ne hai bisogno. Siamo qui noi, e ti serviremo in ogni modo”.

Kabir rispondeva ridendo: “Il mio tessere non è semplicemente un tessere. Il produrre vestiti è l’azione esteriore; contemporaneamente, dentro di me, accade qualcosa che non potete vedere. Questa è la mia meditazione”. Come può un tessitore essere un meditatore mentre lavora al telaio? Se la qualità mentale che porti nella tessitura è meditativa, ciò che fai non ha importanza.

Un altro mistico era un vasaio: il suo nome era Gora. Produceva vasi di terracotta, danzando e cantando durante la creazione. Mentre creava un vaso sulla ruota, man mano che questo si centrava sulla ruota, anche lui si centrava in se stesso. Solo una cosa era visibile: la ruota che girava, il vaso di terracotta che nasceva e lui che lo teneva centrato; avresti scorto solo una “centratura”. Ma contemporaneamente ne accadeva un’altra: anche lui si stava centrando. Mentre centrava il vaso, aiutandolo a nascere, anche lui stava emergendo nel mondo invisibile della consapevolezza interiore. Quando il vaso era finito, non era quello il vero oggetto del suo lavoro: stava anche creando se stesso.

Qualsiasi azione può diventare meditativa, e una volta che sai in che modo un’azione lo diventa, puoi trasformare tutte le tue azioni in una meditazione. A quel punto la vita intera diventa uno yoga. Camminare per strada, lavorare in ufficio oppure stare semplicemente seduto senza fare nulla – oziare o qualsiasi altra cosa – può diventare una meditazione. Per cui, ricorda: la meditazione non appartiene all’azione, ma alla qualità che porti in essa.


– da “I segreti del Tantra” di Osho



mercoledì 8 agosto 2012

Felicità - Hermann Hesse



Felicità


Fin quando dai la caccia alla felicità,
non sei maturo per essere felice,
anche se quello che più ami è già tuo.

Fin quando ti lamenti del perduto
ed hai solo mete e nessuna quiete,
non conosci ancora cos'è pace.

Solo quando rinunci ad ogni desiderio
e non conosci né meta né brama
e non chiami per nome la felicità,

Allora le onde dell'accadere non ti raggiungono più
e il tuo cuore e la tua anima hanno pace.


- Hermann Hesse -



mercoledì 25 luglio 2012

L'amore e la paura - da Conversazioni con Dio


Tutte le azioni umane sono motivate al loro livello più profondo da uno o due sentimenti: la paura o l’amore. In effetti esistono soltanto due sentimenti, solo due parole nel linguaggio dell’anima. Esse rappresentano gli estremi opposti della grande polarità che ho creato quando ho dato vita all’universo, e al vostro mondo, come lo conoscete oggi.

Essi costituiscono i due punti, l’Alfa e l’Omega, dai quali è consentito al sistema da voi definito “relatività” di esistere. Senza questi due punti, senza queste due idee circa le cose, nessun altro concetto potrebbe esistere.

Ogni pensiero umano e ogni azione dell’uomo si basano sull’amore o sulla paura. Non c’è altra motivazione umana e tutti gli altri concetti derivano unicamente da questi due. Sono soltanto versioni diverse, variazioni sullo stesso tema.

Rifletti con attenzione e vedrai che è vero. È questo ciò che ho definito il Pensiero Promotore. Si tratta di un pensiero d’amore o di paura. Si tratta del pensiero dietro il pensiero dietro il pensiero. Si tratta del pensiero primario. Si tratta della forza primaria. Si tratta della forza bruta che guida il motore dell’esperienza umana.

È la ragione per cui il comportamento umano dà luogo a ripetute esperienze dopo ripetute esperienze; è la ragione per cui l’umanità ama, poi distrugge, poi ama di nuovo: c’è sempre l’oscillazione da un sentimento all’altro. L’amore promuove la paura che promuove l’amore che promuove la paura...

E la ragione risiede nella prima menzogna – la menzogna da voi sostenuta come la verità a proposito di Dio –, cioè che di Dio non ci si può fidare; che non si può fare affidamento sull’amore di Dio; che l’approvazione di Dio per quanto vi riguarda sottostà a determinate condizioni; che l’esito ultimo è perciò incerto. Perché se non vi è possibile fare affidamento sul fatto che l’amore di Dio è sempre disponibile, su quale amore potete fare affidamento? Se Dio si allontana e si sottrae quando non vi comportate bene, non lo faranno anche i semplici mortali?

E così, nel momento in cui impegnate il vostro più elevato amore, date il benvenuto alla più grande paura.

La prima cosa della quale vi preoccupate dopo aver pronunciate le parole “Ti amo” è di domandarvi se ve le sentirete ripetere in risposta. E se ve le sentite ripetere, cominciate allora subito a preoccuparvi del fatto di poter perdere quell’amore appena trovato. E in tal modo tutte le azioni diventano reazioni, una difesa contro la perdita, anche mentre cercate di difendervi contro la perdita di Dio.

Eppure se sapeste Chi Siete, cioè l’essere più meraviglioso mai creato da Dio, non avreste più timore. Perché chi potrebbe respingere una così stupenda magnificenza? Nemmeno Dio potrebbe trovare pecche in una simile creatura.

Ma non sapete Chi Siete, e vi considerate molto più scadenti. E da dove vi viene la convinzione di essere fino a tal punto meno meravigliosi di quello che siete? Dalle uniche persone in cui credete più che in ogni altro. Da vostra madre e da vostro padre.

Sono loro ad amarvi o ad avervi amato più di tutti. Perché dovrebbero mentirvi? Eppure non vi hanno forse detto che siete troppo di questo e non abbastanza di quello? Non vi hanno rammentato che dovete farvi vedere ma non sentire? Non vi hanno rimproverato in qualche momento della vostra più grande esuberanza? E non vi hanno incoraggiato a mettere da parte qualcuna delle vostre più sfrenate fantasie?

Tali sono i messaggi che avete ricevuto e, sebbene non corrispondano ai princìpi, e non siano perciò messaggi provenienti da Dio, potrebbero benissimo esserlo stati, perché sono giunti dagli dei del vostro universo.

Sono stati i vostri genitori a insegnarvi come l’amore soggiaccia a delle condizioni, avete subìto le loro molte volte, e questa è l’esperienza che portate nei vostri rapporti affettivi.

Ed è inoltre l’esperienza che Mi portate. Da questa esperienza tirate le conclusioni sul Mio conto. Dall’interno di questa struttura esprimete la vostra verità. «Dio è un Dio d’amore», sostenete, «ma se infrangete i suoi comandamenti, Egli vi punirà bandendovi in eterno e con un’imperitura dannazione.»

Non avete forse sperimentato il bando impostovi dai vostri stessi genitori? Non conoscete la sofferenza della loro condanna? Come potreste allora immaginare che le cose possano essere diverse nei Miei confronti?

Avete dimenticato ciò che significa essere amati senza condizioni. Non ricordate l’esperienza dell’amore di Dio. E così cercate di immaginare a che cosa potrebbe essere simile quell’amore, basandovi su quello che vedete dell’amore nel mondo.

Avete proiettato il ruolo di “genitore” su Dio, e siete quindi arrivati a concepire un Dio giudicante che premia e punisce, basandovi su come Egli apprezzi la conclusione a cui siete arrivati. Ma si tratta di un modo di vedere semplicistico circa Dio, fondato sulla vostra esperienza personale. Ciò non ha niente a che fare con quello che Io sono.

Avendo in tal modo creato un sistema di pensiero a proposito di Dio, basato sull’esperienza umana invece che sulle verità spirituali, date origine a un’intera realtà attorno all’amore. Si tratta di una realtà fondata sulla paura, radicata sul concetto di un Dio terribile, vendicativo. Il suo Pensiero Promotore è sbagliato, ma negare tale pensiero vorrebbe dire distruggere nella sua totalità la vostra teologia. E sebbene quella che verrebbe a sostituirla costituirebbe una vera salvezza per voi, non la potete accettare, perché l’idea di un Dio di cui non si dovrebbe avere timore, che non giudica e non ha motivo di punire, è addirittura troppo meravigliosa per essere abbracciata anche entro l’ambito del più grande concetto che possiate avere su chi e che cosa sia Dio.

Questa realtà di un amore fondato sulla paura domina le vostre esperienze affettive; e in effetti le crea. Perché non soltanto vedete voi stessi ricevere un amore soggetto a condizioni, ma vi vedete offrirlo nello stesso modo. E anche mentre vi negate e vi ritraete e ponete le vostre condizioni, una parte di voi si rende conto di come questo non sia quanto l’amore è veramente. Inoltre vi sembra che non si possa cambiare il modo in cui lo dispensate. Avete imparato la durezza, vi dite, e che siate dannati se avete intenzione di rendervi di nuovo vulnerabili. Eppure la verità è che sarete dannati qualora non lo facciate.

Grazie alle vostre stesse opinioni (sbagliate) circa l’amore, vi dannate non sperimentando in maniera pura. Inoltre, dannate voi stessi evitando di conoscerMi per quello che sono in realtà. Fin quando non finirete per farlo. Perché non sarete in grado di respingerMi per sempre e arriverà il momento della nostra Riconciliazione.

Tutte le iniziative intraprese dagli esseri umani si fondano sull’amore o sulla paura, e non soltanto quelle che riguardano i rapporti affettivi. Le decisioni riguardanti gli affari, l’industria, la politica, la religione, l’educazione dei giovani, l’ordine sociale della nazione, le mete economiche della società, le scelte in cui sono coinvolte la guerra, la pace, l’attacco, la difesa, le aggressioni, la sottomissione; le decisioni in merito ad agognare o a rinunciare, a serbare o a condividere, a unire o a separare... ognuna delle libere scelte che decidiate di fare si sviluppa da uno dei due unici possibili pensieri che esistono: un pensiero d’amore o un pensiero di paura.

La paura è l’energia che costringe, rinchiude, trattiene, trasforma, nasconde, accaparra, danneggia.

L’amore è l’energia che espande, apre, esprime, sopporta, rivela, condivide, risana.

La paura avvolge i vostri corpi con gli abiti, l’amore ci consente di starcene nudi. La paura si avvinghia e si aggrappa a tutto quello che abbiamo, l’amore distribuisce tutto quanto possediamo. La paura tiene costretti, l’amore tiene stretti. La paura afferra, l’amore lascia liberi. La paura affligge, l’amore consola. La paura guasta, l’amore migliora.

Ogni pensiero umano, ogni parola e ogni azione si fondano sull’uno o sull’altro di questi sentimenti. Non avete scelta a tale proposito, poiché non esiste nient’altro tra cui scegliere. Ma avete la possibilità di decidere a quale dei due rivolgervi.


Fai apparire tutto ciò così facile, eppure al momento della decisione la paura vince con maggiore frequenza. Perché?

Vi è stato insegnato a vivere nella paura. Vi è stato detto della sopravvivenza dei più idonei e della vittoria dei più forti e del successo dei più intelligenti. Vi hanno solo accennato alla gloria di chi ama di più. E quindi cercate di essere i più idonei, i più forti, i più intelligenti – in un modo o nell’altro – e se vi considerate come qualcosa di meno di questo in qualunque situazione, temete di perdere poiché vi è stato detto che mostrarsi inferiori significa perdere.

E così, naturalmente, scegliete i promotori dell’azione della paura, perché questo è quanto vi hanno insegnato. Eppure Io vi insegno quanto segue: Quando sceglierete i promotori delle iniziative dell’amore, vi troverete a fare qualcosa di più del limitarvi a sopravvivere, in tal caso otterrete di più di una vittoria, sarà per voi molto meglio dell’ottenere soltanto un successo. Sperimenterete la piena gloria di Chi Siete in Realtà, e di chi potreste essere.

Per fare questo potete mettere da parte gli insegnamenti dei vostri beneintenzionati, ma male informati professori terreni, e dare retta ai consigli di coloro la cui saggezza giunge da qualche altra fonte.

Esistono molte di queste persone in grado di insegnare in mezzo a voi, come sono sempre esistite, perché non intendo lasciarvi senza chi vi potrebbe istruire, mostrare la giusta via e guidarvi e ricordarvi queste verità. Per quanto chi potrebbe costituire il miglior maestro non sia nessuno al di fuori di voi, ma soltanto la voce del vostro cuore. Costituisce il principale mezzo da Me usato, poiché si tratta di quello più accessibile.

La voce interiore è la voce più sonora con cui ci si possa esprimere, dal momento che è quella più vicina a voi. È la voce che vi dice se una qualsiasi cosa è vera o falsa, giusta o sbagliata, buona o cattiva come voi l’avete definita. È il radar che stabilisce la rotta, manovra la barca, guida il viaggio se soltanto glielo consentite.

È la voce che vi dice proprio in questo momento se le parole che state leggendo sono parole d’amore o di paura. Grazie a questa valutazione potete decidere se ascoltarle o ignorarle.


– da “Conversazioni con Dio” di Neale Donald Walsch



martedì 17 luglio 2012

Meditare è ascoltare


I giusti atteggiamenti costituiscono solo l’inizio del viaggio spirituale, anche se perfezionare se stessi in tali ambiti richiede lo sforzo di una vita e comprende l’intero viaggio spirituale. Se da un lato è necessario il giusto atteggiamento per raggiungere la perfezione della meditazione, al tempo stesso è solo nella meditazione che le nostre attitudini possono essere perfezionate.

Che cos’è dunque la meditazione? Ecco una buona definizione: la meditazione è ascolto. Significa ascoltare non solo con l’orecchio, ma con l’anima, non solo il suono, ma il tacito linguaggio dell’ispirazione. Ognuno degli yama e dei niyama potrebbe essere descritto come una pratica per perfezionare l’arte dell’ascolto.

Considera il primo yama. “Non-violenza” è ascoltare il silenzio interiore, ascoltare in modo così attento da percepire la violenza che eserciti sulla tua pace interiore quando porti danno a qualcuno, sia pure solo nel pensiero.

“Evitare la falsità” significa “ascoltare” qualsiasi cosa accada, in questo caso imparando ad accettare ciò che non può essere evitato e a sentirsi completamente a proprio agio con esso. Significa non giudicare. Significa sforzarsi di sentire, dietro il silenzio interiore, la rassicurazione dell’anima che tutto è bene ed è come dovrebbe essere.

“Non-avarizia” significa vivere nella consapevolezza della libertà dell’anima, la compagna della pace meditativa. Significa “ascoltare” il silenzio che si trova dietro la baraonda dei desideri mondani nella mente.

La “non-accettazione” è ascoltare i divini suoni interiori (che saranno descritti più avanti); significa sapere in modo assoluto che questi suoni rappresentano la nostra sola realtà. Accettare che qualcosa possa appartenerci, siano pure i nostri talenti o i tratti della nostra personalità, può soltanto ostruire la conoscenza più profonda del Sé.

“Brahmacharya”, o controllo degli appetiti naturali, significa “ascoltare” le aspirazioni più vere, quelle dell’anima.

“Purezza” è ascoltare la “musica delle sfere”, che tutto purifica e che si ode nella meditazione profonda, invece delle influenze del mondo che insudiciano la pace.

“Appagamento” è ascoltare in un altro senso: non i canti delle sirene del desiderio, ma le armonie dell’anima simili a cori angelici, di gran lunga più piacevoli di ogni immaginabile soddisfazione mondana.

“Austerità” è ascoltare la voce della saggezza interiore, per quanto severa possa sembrare all’inizio; ascoltare le parole o le ispirazioni interiori che dolcemente, ma con fermezza, ci portano a svincolarci da ogni attività che ci distolga dal Sé. Persino i poteri che derivano dal perfezionare tapasya (austerità) vengono percepiti nella profonda meditazione come pure e semplici tentazioni della mente, dato che il loro scopo è ancora una volta quello di coinvolgerci nell’illusione.

“Studio di sé” (swadhyaya) significa, parlando in termini figurati, “ascoltare” le melodie di una motivazione pura, e imparare a distinguere tra queste e il rauco gracchiare di una motivazione che deriva dall’ego.

“Devozione al Signore Supremo” significa ascoltare in modo assorto il “Verbo” interiore che la Bibbia ci dice era «in principio», era «presso Dio», ed «era Dio». Il “Verbo” non è, come credono molti cristiani, la Bibbia stessa; non è neanche qualche altra sacra Scrittura. È l’AUM, il suono divino dal quale si è manifestato l’universo.

È troppo presto a questo punto per discutere in profondità di esperienze esoteriche come i suoni interiori. È importante però capire, mediante questo semplice accenno all’esistenza di tali esperienze, che la meditazione non è tanto un procedimento per acquietare la mente, quanto un modo per percepire realtà che esistono dietro la mente. Esiste un mondo interiore che può essere percepito soltanto quando si distoglie l’attenzione dal coinvolgimento materiale e la si dirige nuovamente verso la divina sorgente interiore.

Come ho già detto, la parola stessa “ascoltare”, nel modo in cui è usata in questo contesto, sta ad indicare molto di più che ascoltare mediante le orecchie. Significa, tra l’altro, fra tacere ogni aspettativa e lasciare che la mente si lasci completamente assorbire da qualsiasi ispirazione possa giungerle. Significa ricevere, invece di generare pensieri edificanti con la mente. Comprende ognuno di questi aspetti, ma dà a ciascuno di essi una dimensione più profonda.

Esiste infatti, letteralmente, una musica interiore che, se ascoltata, distoglie la mente da tutto ciò che riguarda il mondo e bandisce l’illusione di un’esistenza vissuta fuori dal Sé.

Così l’“ascolto”, se applicato alle attitudini di yama e niyama e alla scienza dello yoga in generale, chiarisce un equivoco molto diffuso; molti infatti immaginano che lo yoga insegni l’impegno personale, ma disdegni la necessità della grazia divina. Paramahansa Yogananda, in “Autobiografia di uno Yogi”, afferma: «Una verità non può essere creata; può soltanto essere percepita».

La grazia divina è sempre impersonale. Non dipende, come la volontà umana, dalle scelte o dalle inclinazioni personali. Non ha favoriti. Come la luce del sole, splende ovunque in modo imparziale. Ciò che impedisce alla luce del sole di arrivare ugualmente dappertutto è la presenza di ostacoli: nuvole, palazzi, tende che coprono le finestre. Ciò che impedisce alla grazia di raggiungerci è la presenza di ostacoli nella nostra coscienza.

Può darsi che non possiamo fare molto per rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla grazia: come le nuvole e i palazzi, essi sono messi lì dalla Natura o da altre persone – malattie, per esempio, o forme-pensiero negative – ma possiamo sollevare le tende che coprono le finestre della nostra mente. Questi ostacoli sono le nostre inquietudini mentali e i nostri desideri mondani.

È questa, dunque, l’azione benefica della pratica dello yoga: essa solleva le nostre tende mentali e ci aiuta ad ascoltare con più attenzione il divino richiamo interiore. È – per usare un’altra immagine – come girare il calice del pensiero e sentire, tenendolo rivolto in alto, che il vino della grazia può riempirlo. Se invece il calice è capovolto, la grazia che (a differenza della luce del sole) è supercosciente, non lo riempirà. Perché dovrebbe versarsi inutilmente sul pavimento?


– da “Supercoscienza. Risvegliarsi oltre i confini della mente”
di Swami Kriyananda



lunedì 9 luglio 2012

La sola cosa che conta è questo momento




- dal film "Peaceful Warrior" -

(tratto dal libro "La via del guerriero di pace" di Dan Millman)



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