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lunedì 29 aprile 2013

La Coscienza Cristica - Paramahansa Yogananda


Il vero significato di “fede nel suo nome” e di salvezza

“Poiché Dio ha talmente amato il mondo che ha dato il Figlio suo unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo; ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi. Chi in lui crede, non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato; perché non crede nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E la condanna sta in questo: al mondo è venuta la luce, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce; perché le opere loro erano malvagie. Poiché chi fa male odia la luce, e non si accosta alla luce, perché non vengano biasimate le opere sue. Chi poi opera secondo la verità, si accosta alla luce, affinché si rendano manifeste le opere sue, perché sono fatte secondo Dio.”
(Giovanni; 3, 16-21)


La confusione tra “Figlio dell’uomo” e “Figlio unigenito di Dio” ha provocato un atteggiamento di estremo bigottismo in seno alla comunità cristiana tradizionalista. Quest’ultima infatti non comprende o non riconosce la componente umana di Gesù, cioè la sua natura di uomo: una creatura nata in un corpo mortale, la quale aveva fatto evolvere la propria coscienza fino a diventare una cosa sola con Dio stesso. Non Gesù in quanto individuo dotato di un corpo fisico, ma la coscienza racchiusa in quel corpo era una cosa sola con il Figlio unigenito, ovvero con la coscienza cristica, unico riflesso di Dio Padre nel creato. Nell’esortare l’umanità a credere nel Figlio unigenito, Gesù si riferiva a questa coscienza cristica, latente in ogni anima e pienamente manifesta in lui, come in tutti i maestri che nel corso dei secoli hanno realizzato Dio. Gesù ha detto che tutte le anime capaci di capaci di innalzare al cielo astrale la propria coscienza fisica (la coscienza del Figlio dell’uomo), e quindi di diventare una cosa sola con l’unigenita Intelligenza cristica immanente in tutta la creazione, conosceranno la vita eterna.

Questo passo della Bibbia sta forse a significare che tutti coloro che non credono in Gesù o non lo accettano come loro salvatore saranno condannati? Questo è un concetto dogmatico di condanna. In realtà, Gesù intendeva dire che chiunque non comprenda di essere una cosa sola con la coscienza cristica universale è condannato a vivere e a pensare come un essere mortale, tormentato dalle avversità, limitato dai confini sensoriali, perché ha essenzialmente disgiunto se stesso dall’eterno Principio della vita.

Gesù non si è mai riferito alla propria coscienza di Figlio dell’uomo, ovvero al proprio corpo, come all’unico salvatore di tutti i tempi. Abramo e molti altri furono salvati anche prima che Gesù nascesse. È un errore metafisico considerare il personaggio storico di Gesù come l’unico salvatore. Il redentore universale è l’intelligenza cristica. Quale unico riflesso dello Spirito assoluto (il Padre), onnipresente nel mondo della relatività, il Cristo infinito è l’unico intermediario, l’unico legame tra Dio e la materia. Tutti gli individui dotati di forma materiale (a qualsiasi casta o fede appartengano) devono ricorrere a questo intermediario per giungere a Dio. Entrando in sintonia con la coscienza cristica, ogni anima può liberare la propria coscienza dai suoi confini materiali e immergerla nella vastità dell’Onnipresenza.

Gesù ha detto: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono lui”. Egli sapeva che il suo corpo fisico era destinato a rimanere sul piano terreno solo per breve tempo; così spiego a coloro che lo consideravano il proprio salvatore che, una volta scomparso quel corpo (il Figlio dell’uomo) dalla terra, l’umanità sarebbe stata ancora in grado di trovare Dio e la salvezza, credendo nell’onnipresente figlio unigenito di Dio e conoscendolo. Gesù voleva mettere in risalto che chiunque avesse creduto nel suo spirito in quanto Cristo infinito incarnato in lui avrebbe scoperto il sentiero che porta alla vita eterna, grazie alla scienza della meditazione, che conduce a uno stato di interiorizzazione e di elevazione della coscienza.

“Affinché chiunque crede in lui non perisca”. Le forme della natura sono soggette al cambiamento, ma l’intelligenza infinita immanente nella natura non è mai toccata dalle mutazioni create dall’illusione. Un bambino che si è affezionato a un pupazzo di neve scoppierà in lacrime quando il sole salirà alto nel cielo e scioglierà quella forma. Allo stesso modo soffrono i figli di Dio affezionati al mutevole corpo umano, che subisce i cambiamenti dell’infanzia, della giovinezza, della vecchiaia e della morte. Ma coloro che interiorizzano la forza vitale e la coscienza e si concentrano sull’immortale scintilla interiore della propria anima percepiscono il cielo anche mentre si trovano su questa terra; e, realizzando l’essenza trascendente della vita, non sono soggetti al dolore e alla sofferenza inerenti ai cicli ricorrenti della vita e della morte.

Le solenni parole pronunciate da Gesù in questo passo del Vangelo intendevano comunicare un’incoraggiante promessa divina di redenzione per tutta l’umanità. Le interpretazioni errate che hanno dominato per secoli sono invece valse a fomentare guerre di odio intollerante, inquisizioni, torture, condanne, ripudi e divisioni.

“Dio infatti non ha mandato il Figlio suo al mondo per condannare il mondo, ma affinché per mezzo suo il mondo si salvi”. In questo versetto il “mondo” sta ad indicare l’intera creazione di Dio. Nel riflettere la sua intelligenza nel creato, rendendo così possibile l’esistenza di un universo ordinato e armonico, l’intento del Signore non era quello di creare una prigione di finitezza in cui confinare le anime e farle partecipare, volenti o nolenti, a una danse macabre di sofferenza e distruzione. Dio intendeva piuttosto rendersi accessibile come quella irresistibile Forza che spinge il mondo a superare la manifestazione materiale, immersa nelle tenebre dell’ignoranza, per giungere alla luce della manifestazione spirituale.

Indubbiamente, la manifestazione vibratoria dell’intelligenza universale, ovvero la creazione, ha dato origine alle innumerevoli attrazioni del teatro cosmico che continuano a confondere l’uomo, inducendolo ad allontanarsi dallo Spirito per volgersi verso la vita materiale, a distogliere lo sguardo dall’Amore universale per rivolgerlo alle infatuazioni umane. Tuttavia l’assoluto che trascende il creato resta vicino e intimamente percepibile attraverso il suo intermediario, l’intelligenza divina che si riflette nel creato stesso. Grazie a questo contatto, il devoto comprende che Dio ha mandato l’intelligenza cristica (il suo Figlio unigenito) per creare non una camera di tortura, ma un grandioso film cosmico, le cui scene e i cui attori sono destinati a intrattenere e intrattenersi per qualche tempo, e poi tornare infine alla beatitudine dello Spirito.

Alla luce di questa consapevolezza, il devoto, in qualunque circostanza lo ponga questo mondo della relatività, avverte il proprio legame con lo Spirito universale e comprende che l’immensa intelligenza dell’Assoluto opera in tutte le relatività della natura. Chiunque creda in questa intelligenza, cioè in Cristo, e si concentri su di essa piuttosto che sulle sue opere, ovvero sulla creazione esteriore, trova la redenzione.

È assurdo pensare che Dio infligga ai non credenti la condanna di peccatori. Poiché il Signore dimora Egli stesso in tutte le creature, la sua condanna sarebbe una forma di vero e proprio autolesionismo. Dio non punisce mai l’uomo che non crede in Lui; è l’uomo a punire se stesso. Se qualcuno non crede al potere di un generatore di corrente e tagli i fili elettrici che collegano la sua casa a quel generatore, egli si nega i vantaggi offerti dall’elettricità. Allo stesso modo, disconoscere l’Intelligenza onnipresente in tutto il creato vuol dire negare alla coscienza il suo legame con la Sorgente della saggezza e dell’amore divini, la quale consente il processo di ascensione allo Spirito.

Riconoscere l’immanenza divina è un processo che può cominciare in un modo molto semplice: lasciando che il nostro amore si espanda in flussi sempre più ampi. L’uomo si condanna alla limitazione ogni volta che pensa soltanto al suo piccolo sé, alla sua famiglia, alla sua nazione. Il processo di espansione è un elemento essenziale dell’evoluzione della natura e dell’uomo per ritornare a Dio. Essere consapevoli esclusivamente della propria famiglia – “noi quattro e nessun altro” – è una cosa sbagliata. Escludere la più grande famiglia dell’umanità vuol dire escludere il Cristo infinito. Chi separa la propria felicità e il proprio benessere da quelli altrui si è già condannato all’isolamento dallo Spirito che pervade tutte le anime. Infatti, non espandendo se stesso nell’amore e nel servizio reso a Dio negli altri, egli non riconosce il potere salvifico dell’unione con il Cristo universale. Ogni essere umano ha ricevuto il potere di fare il bene; se non usa questa facoltà, il suo livello di evoluzione spirituale è di poco superiore a quello dell’istintivo egoismo di un animale.

L’amore pure presente nei cuori umani irradia l’amore cristico universale. Espandere continuamente il proprio amore vuol dire mettere in sintonia la coscienza umana con il Figlio unigenito. L’amore per i familiari è il primo passo dell’espansione dell’amore di sé verso chi ci circonda; amare tutti gli esseri umani, di qualsiasi razza e nazionalità, è conoscere l’amore cristico.

Dio in quanto Cristo onnipresente è l’unico artefice di tutte le forme di vita. Nelle nuvole e nel cielo il Signore dipinge scenari grandiosi e sempre mutevoli; nei fiori crea altari di fragrante bellezza; in ogni cosa e persona (negli amici e nei nemici, nelle montagne, nelle foreste, nell’oceano, nell’aria e nella roteante volta galattica che sovrasta ogni cosa) il devoto cristico vede l’unica luce di Dio, in cui tutto si fonde. Egli si rende conto che le innumerevoli espressioni di quell’unica Luce, spesso apparentemente caotiche perché in conflitto o in contrasto tra loro, sono state create dall’intelligenza divina non per ingannare gli esseri umani o per farli soffrire, ma per persuaderli a cercare l’Infinito da cui provengono. Chi guarda non le parti ma l’insieme riconosce lo scopo della creazione, cioè l’ineluttabile destinazione di noi tutti, senza alcuna eccezione, verso la salvezza. Tutti i fiumi vanno verso l’oceano; i fiumi delle nostre vite vanno verso Dio.

Le onde che si trovano sulla superficie dell’oceano sono in continuo mutamento, mentre giocano con il vento e con le forze che regolano le maree; ma la loro essenza di oceano resta immutata. Chi si concentra sulla singola onda di un’unica vita è destinato a soffrire, perché l’onda è instabile e non può durare. Questo è ciò che Gesù intendeva con “condannato”: l’uomo che resta legato al corpo, isolandosi da Dio, causa la propria condanna. Per ottenere la salvezza egli deve riconquistare la consapevolezza della propria inscindibile unità con l’immanenza divina.

“Mentre veglio, mangio, lavoro, sogno, dormo,
servo, medito, canto e divinamente amo,
l’anima mia bisbiglia senza posa, non udita da alcuno:
Dio, Dio, Dio!”
(da “Songs of the Soul” di Paramahansa Yogananda)

In questo modo si mantiene la costante consapevolezza del proprio legame con l’immutabile intelligenza divina, la Bontà assoluta celata dietro gli enigmi del creato e le loro sfide.

“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è stato già condannato”. Qui si mette in risalto anche quale ruolo svolga il “credere” nel provocare o meno la condanna dell’uomo. Chi non comprende che l’Assoluto è immanente nel mondo della relatività tende a diventare vuoi uno scettico vuoi un dogmatico, perché in entrambi i casi la religione è per lui una questione di fede cieca. Incapace di conciliare l’idea di un Dio buono con gli apparenti mali della creazione, lo scettico rifiuta le credenze religiose con la stessa testardaggine con cui il dogmatico vi resta aggrappato.

Le verità impartite da Gesù andavano ben oltre le credenze cieche, che acquistano o perdono valore sotto l’influenza dei paradossali proclami dei preti o dei cinici. Credere è uno stadio iniziale dell’evoluzione spirituale, necessario per accogliere l’idea di Dio. Ma quell’idea deve trasformarsi in una convinzione, deve diventare oggetto di esperienza. La credenza è la progenitrice della convinzione; per indagare in modo imparziale su qualcosa, è necessario prima accogliere l’idea che esista. Ma se ci si accontenta della mera credenza, questa diventa dogma, e quindi ristrettezza mentale, che preclude l’accesso alla verità e al progresso spirituale. È quindi necessario coltivare, nel terreno della credenza, la messe dell’esperienza diretta di Dio e del contatto con Lui. Questa inconfutabile realizzazione, non la mera credenza, è ciò che salva gli esseri umani.

Se qualcuno mi dice: “Io credo in Dio”, gli chiedo: “Perché credi? Come fai a sapere che c’è un Dio?”. Se la risposta si basa su supposizioni o su una conoscenza indiretta, concluderò che egli non crede veramente. Per avere una convinzione bisogna anche avere dei dati a sostegno; altrimenti si tratta solo di un dogma, che è facile preda dello scetticismo.

Se, poniamo, io indicassi un pianoforte e dichiarassi che si tratta di un elefante, la ragione di una persona dotata di intelligenza si ribellerebbe dinanzi a una simile assurdità. Lo stesso accade con i dogmi religiosi trasmessi senza la verifica dell’esperienza e della realizzazione: presto o tardi, quando saranno messi alla prova da esperienze contrarie, la loro verità subirà l’attacco della ragione e delle sue speculazioni. Via via che i brucianti raggi del sole dell’indagine raziocinante divengono sempre più infuocati, le fragili credenze prive di fondamento appassiscono e si inaridiscono, lasciando dietro di sé una landa desolata, in cui crescono solo il dubbio, l’agnosticismo e l’ateismo.

Trascendendo la mera indagine filosofica, la meditazione scientifica mette in sintonia la coscienza con la verità più alta e più grande; a ogni passo che compie, il devoto si avvicina alla vera realizzazione e si sottrae a un incerto vagabondare. Perseverare negli sforzi di verifica e di esperienza diretta delle credenze mediante la realizzazione intuitiva, raggiungibile grazie ai metodi yoga, vuol dire forgiare una vera vita spirituale, a prova di qualsiasi dubbio.

Credere è una grande forza, se porta al desiderio e alla determinazione di fare l’esperienza del Cristo. Questo è ciò che intendeva Gesù esortando a “credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”: per mezzo della meditazione, bisogna ritirare la coscienza e la forza vitale dai sensi e dalla materia, per avere l’intuizione dell’Aum, la Parola, ovvero l’Energia vibratoria cosmica che è il “nome”, cioè l’attiva manifestazione dell’immanente coscienza cristica. Una persona può affermare continuamente la propria credenza intellettuale in Gesù Cristo, ma se le manca l’autentica esperienza del Cristo cosmico, incarnato in Gesù e onnipresente al tempo stesso, la sola credenza avrà per lei una ben scarsa utilità spirituale, insufficiente a ottenere la salvezza.

Nessuno può ottenere la salvezza limitandosi a ripetere il nome del Signore o a lodarlo in sequele crescenti di “alleluia”. Non sono la fede cieca nel nome di Gesù né l’adorazione della sua persona a permettere di accogliere il potere salvifico dei suoi insegnamenti. La vera adorazione di Cristo consiste nella divina comunione, che porta alla percezione del Cristo nel tempio senza mura della coscienza in espansione.

Dio non si manifesterebbe nel suo “Figlio unigenito” nel mondo per poi farlo agire come un implacabile investigatore che insegue i non credenti per punirli. L’intelligenza cristica redentrice, che alberga in seno a ogni anima indipendentemente dal bagaglio di peccati o di virtù accumulato nelle sue incarnazioni, attende con pazienza infinita che nella meditazione ciascuno si risvegli dal sonno narcotizzante dell’illusione per ricevere la grazia della salvezza. Chi crede in questa intelligenza cristica, e inoltre coltiva con l’azione spirituale il desiderio di ricercare la salvezza ascendendo a questa coscienza riflessa di Dio, non è più costretto a vagare alla cieca lungo l’ingannevole sentiero dell’errore. Con passi ponderati, egli si dirige sicuro verso l’infinita Grazia redentrice. Ma il non credente che irride il pensiero di questo Salvatore, unica via verso la salvezza, condanna se stesso all’ignoranza della prigionia nel corpo e alle sue conseguenze, finché non raggiungerà il risveglio spirituale.


– da “Lo Yoga di Gesù” di Paramahansa Yogananda




COSCIENZA CRISTICA: La coscienza di Dio proiettata nella creazione e immanente in essa. Nelle sacre scritture cristiane è il “figlio unigenito”, l’unico puro riflesso di Dio Padre nella creazione; in quelle induiste la coscienza cristica è chiamata “kutastha chaitanya” o “Tat”, la coscienza universale, ovvero l’intelligenza cosmica dello Spirito onnipresente nella creazione. (I termini “coscienza cristica” e “intelligenza cristica” sono sinonimi, come lo sono anche “Cristo cosmico” e “Cristo infinito”). È la coscienza universale, l’unione con Dio, manifestata da Gesù, Krishna e altri avatar. I grandi santi e i grandi yogi la conoscono come “samadhi”, lo stato meditativo in cui la loro coscienza diviene una cosa sola con l’intelligenza divina immanente in ogni particella del creato; allora essi percepiscono l’intero universo come fosse il proprio corpo.


martedì 20 luglio 2010

Il Buddha vivente, il Cristo vivente



Entrare in comunione con il Cristo vivente

Quando invochiamo il nome del Buddha, evochiamo le stesse qualità del Buddha in noi stessi. Ci dedichiamo alla pratica per far sì che il Buddha diventi vivo dentro di noi, così da poter avere sollievo dalle afflizioni e dagli attaccamenti. Ma diverse persone che invocano il nome del Buddha lo fanno senza cercare veramente di raggiungere i semi del Buddha in loro stesse.

Si racconta la storia di una donna che invocava il nome del Buddha centinaia di volte al giorno senza mai attingere l'essenza di un Buddha. Dopo una pratica di dieci anni, traboccava ancora di collera e irritazione. Il suo vicino osservava la circostanza e un giorno, mentre ella stava invocando il nome del Buddha, bussò alla sua porta e gridò: "Signora Ly, aprite la porta!". La donna era molto seccata d'essere disturbata, suonò la sua campana molto forte affinché il vicino udisse che stava salmodiando e smettesse di disturbarla. Ma costui continuava a chiamarla: "Signora Ly, signora Ly, signora Ly, ho bisogno di parlarvi". La donna s'infuriò, gettò la sua campana a terra e scalpitò verso la porta esclamando: "Non vedete che sto invocando il nome del Buddha? Perché m'importunate ora?". Il vicino replicò: "Ho chiamato il vostro nome solo dodici volte e guardate come siete andata in collera. Immaginate come debba essere in collera il Buddha dopo che avete invocato il suo nome per dieci anni!".

I cristiani possono fare esattamente come la signora Ly se seguono soltanto meccanicamente i rituali o pregano senza essere veramente presenti. Ecco perché sono stati spronati dai maestri cristiani a praticare la "Preghiera del Cuore". Nel cristianesimo, come nel buddhismo, molte persone nella loro pratica ottengono poca gioia, sollievo, distensione, liberazione o grandezza d'animo. Anche se continuano per centinaia d'anni in quel modo, non entreranno mai in comunione con il Buddha vivente o il Cristo vivente. Se i cristiani che invocano il nome di Gesù sono presi solamente dalle parole, possono perdere di vista la vita e l'insegnamento di Gesù. Praticano solo la forma non la sostanza. Quando praticate la sostanza, la mente vi si schiarisce e raggiungete la gioia. I cristiani che pregano Dio devono anche apprendere a fondo l'arte di vivere del Cristo se vogliono penetrare nei suoi insegnamenti. È annaffiando i semi delle qualità ridestate che sono già in noi, praticando la consapevolezza, che entriamo in comunione con il Buddha vivente e il Cristo vivente.


La luce che rivela

Quando Giovanni Battista aiutò Gesù a entrare in comunione con lo Spirito Santo, il Cielo si aprì e lo Spirito Santo scese come una colomba e penetrò nella persona di Gesù. Egli si recò nel deserto e per quaranta giorni si esercitò a rafforzare lo Spirito dentro di Sé. Quando in noi germoglia la consapevolezza, dobbiamo continuare a praticarla se vogliamo consolidarla.

Ascoltando veramente il canto di un uccello o osservando veramente un cielo azzurro, tocchiamo il seme dello Spirito Santo dentro di noi. Per i bambini non è molto difficile riconoscere la presenza dello Spirito Santo. Gesù diceva che per entrare nel regno di Dio dobbiamo farci fanciulli. Quando l'energia dello Spinto Santo è in noi, siamo veramente vivi, siamo capaci di comprendere l'altrui sofferenza e motivati dal desiderio di contribuire a trasformare la situazione. Quando l'energia dello Spirito Santo è presente, sono presenti il Padre e il Figlio.

Discutere di Dio non è il migliore uso che possiamo fare della nostra energia. Se entriamo in contatto con lo Spirito Santo, ci accostiamo a Dio non quale concetto bensì quale realtà vivente. Nel buddhismo non parliamo mai del nirvana, perché nirvana significa estinzione completa di nozioni, concetti, discorsi. La nostra pratica consiste nell'attingere la consapevolezza in noi stessi sedendo in meditazione, camminando in meditazione, mangiando consapevolmente e così via. Osserviamo e apprendiamo a occuparci del corpo, del respiro, delle sensazioni, degli stati mentali e della coscienza. Vivendo nella consapevolezza, diffondendo la luce della nostra consapevolezza su tutto ciò che compiamo, entriamo in contatto con il Buddha e la nostra consapevolezza cresce.


La consapevolezza è il Buddha

Il Buddha fu un essere umano che si risvegliò e, di conseguenza, non fu più incatenato alle numerose afflizioni della vita. Ma allorché alcuni buddhisti affermano di credere nel Buddha, esprimono la loro fede nei meravigliosi Buddha universali, non nell'insegnamento o nella vita del Buddha storico. Credono nella magnificenza del Buddha e ritengono che sia sufficiente. Ma di estrema importanza sono gli esempi delle vite reali del Buddha e di Gesù, perché quali esseri umani essi vissero in modi che anche noi possiamo vivere.

Quando leggiamo: "Il cielo si aperse e lo Spirito Santo scese su di Lui come una colomba", possiamo renderci conto che Gesù era già illuminato. Era in contatto con la realtà della vita, la sorgente della consapevolezza, della saggezza e della comprensione nel Suo intimo, e ciò Lo rendeva diverso dagli altri esseri umani. Quand'Egli nacque nella famiglia di un falegname, era il Figlio dell'Uomo. Quando aperse il Suo cuore, Gli venne aperta la porta del Paradiso. Lo Spirito Santo discese su di Lui come una colomba, ed Egli si manifestò come il Figlio di Dio: santissimo, sapientissimo e grandissimo. Ma lo Spirito Santo non è un'esclusiva di Gesù: è per tutti noi. Secondo una prospettiva buddhista, chi non è figlia o figlio di Dio?

Sedendo sotto l'albero della Bodhi, innumerevoli, magnifici e santi semi sbocciarono ulteriormente nel Buddha. Egli era umano ma, al tempo stesso, si fece espressione del più elevato spirito dell'umanità. Quando siamo in contatto con il più elevato spirito in noi stessi, anche noi siamo dei Buddha, ricolmi di Spirito Santo, e diveniamo molto tolleranti, molto aperti, molto profondi e molto comprensivi.


Più porte per le generazioni future

Matteo descrive il Regno di Dio come fosse un minuscolo granello di senape. Ciò significa che il seme del Regno di Dio è dentro di noi. Se sappiamo come piantarlo nel terreno umido delle nostre vite quotidiane, quel seme crescerà e diverrà un grande arbusto su cui molti uccelli potranno trovare rifugio. Non dobbiamo morire per giungere alle porte del Paradiso.

Dobbiamo invece vivere veramente. La pratica consiste nello stare in profondo contatto con la vita in modo tale che il Regno di Dio divenga una realtà. Non è questione di devozione, si tratta di una questione di pratica. Il Regno di Dio è a disposizione qui e ora. Numerosi passi dei vangeli confortano questa visione. Leggiamo nel Padre Nostro che non andiamo nel Regno di Dio, ma che è il Regno di Dio a venire da noi: "Venga il Tuo regno...". Gesù disse: "Io sono la porta". Egli descrive Se stesso come la porta della salvezza e della vita eterna, la porta del Regno di Dio. Poiché Dio il Figlio è fatto dell'energia dello Spirito Santo, è per noi la porta d'ingresso al Regno di Dio.

Anche il Buddha viene descritto come una porta, un maestro che ci mostra la via in questa vita. Nel buddhismo una simile porta speciale è tenuta in profonda considerazione, perché quella porta ci permette di entrare nel regno della consapevolezza, dell'amorevolezza, della pace e della gioia. Si dice che esistano ottantaquattromila porte del Dharma, porte dell'insegnamento.

Se siete abbastanza fortunati da trovare una porta, non sarebbe molto buddhista affermare che la vostra è l'unica. In realtà, dobbiamo aprire un numero ancor più grande di porte per le generazioni future. Non dovremmo temere un maggior numero di porte del Dharma: se mai dovremmo temere che non se ne aprano più. Sarebbe un peccato per i nostri figli e i loro figli se ci ritenessimo soddisfatti con soltanto ottantaquattromila porte già disponibili. Ciascuno di noi, con la sua pratica e la sua amorevolezza, è in grado di aprire nuove porte del Dharma. La società è in evoluzione, la gente cambia, le condizioni economiche e politiche non sono le stesse dei tempi del Buddha o di Gesù. Il Buddha fa assegnamento su di noi perché il Dharma continui a svilupparsi come un organismo vivente, non un Dharma superato ma un autentico Dharmakaya, un vero "corpo della dottrina".


- da "Il Buddha vivente, il Cristo vivente" di Thich Nhat Hanh -


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