mercoledì 25 luglio 2012

L'amore e la paura - da Conversazioni con Dio


Tutte le azioni umane sono motivate al loro livello più profondo da uno o due sentimenti: la paura o l’amore. In effetti esistono soltanto due sentimenti, solo due parole nel linguaggio dell’anima. Esse rappresentano gli estremi opposti della grande polarità che ho creato quando ho dato vita all’universo, e al vostro mondo, come lo conoscete oggi.

Essi costituiscono i due punti, l’Alfa e l’Omega, dai quali è consentito al sistema da voi definito “relatività” di esistere. Senza questi due punti, senza queste due idee circa le cose, nessun altro concetto potrebbe esistere.

Ogni pensiero umano e ogni azione dell’uomo si basano sull’amore o sulla paura. Non c’è altra motivazione umana e tutti gli altri concetti derivano unicamente da questi due. Sono soltanto versioni diverse, variazioni sullo stesso tema.

Rifletti con attenzione e vedrai che è vero. È questo ciò che ho definito il Pensiero Promotore. Si tratta di un pensiero d’amore o di paura. Si tratta del pensiero dietro il pensiero dietro il pensiero. Si tratta del pensiero primario. Si tratta della forza primaria. Si tratta della forza bruta che guida il motore dell’esperienza umana.

È la ragione per cui il comportamento umano dà luogo a ripetute esperienze dopo ripetute esperienze; è la ragione per cui l’umanità ama, poi distrugge, poi ama di nuovo: c’è sempre l’oscillazione da un sentimento all’altro. L’amore promuove la paura che promuove l’amore che promuove la paura...

E la ragione risiede nella prima menzogna – la menzogna da voi sostenuta come la verità a proposito di Dio –, cioè che di Dio non ci si può fidare; che non si può fare affidamento sull’amore di Dio; che l’approvazione di Dio per quanto vi riguarda sottostà a determinate condizioni; che l’esito ultimo è perciò incerto. Perché se non vi è possibile fare affidamento sul fatto che l’amore di Dio è sempre disponibile, su quale amore potete fare affidamento? Se Dio si allontana e si sottrae quando non vi comportate bene, non lo faranno anche i semplici mortali?

E così, nel momento in cui impegnate il vostro più elevato amore, date il benvenuto alla più grande paura.

La prima cosa della quale vi preoccupate dopo aver pronunciate le parole “Ti amo” è di domandarvi se ve le sentirete ripetere in risposta. E se ve le sentite ripetere, cominciate allora subito a preoccuparvi del fatto di poter perdere quell’amore appena trovato. E in tal modo tutte le azioni diventano reazioni, una difesa contro la perdita, anche mentre cercate di difendervi contro la perdita di Dio.

Eppure se sapeste Chi Siete, cioè l’essere più meraviglioso mai creato da Dio, non avreste più timore. Perché chi potrebbe respingere una così stupenda magnificenza? Nemmeno Dio potrebbe trovare pecche in una simile creatura.

Ma non sapete Chi Siete, e vi considerate molto più scadenti. E da dove vi viene la convinzione di essere fino a tal punto meno meravigliosi di quello che siete? Dalle uniche persone in cui credete più che in ogni altro. Da vostra madre e da vostro padre.

Sono loro ad amarvi o ad avervi amato più di tutti. Perché dovrebbero mentirvi? Eppure non vi hanno forse detto che siete troppo di questo e non abbastanza di quello? Non vi hanno rammentato che dovete farvi vedere ma non sentire? Non vi hanno rimproverato in qualche momento della vostra più grande esuberanza? E non vi hanno incoraggiato a mettere da parte qualcuna delle vostre più sfrenate fantasie?

Tali sono i messaggi che avete ricevuto e, sebbene non corrispondano ai princìpi, e non siano perciò messaggi provenienti da Dio, potrebbero benissimo esserlo stati, perché sono giunti dagli dei del vostro universo.

Sono stati i vostri genitori a insegnarvi come l’amore soggiaccia a delle condizioni, avete subìto le loro molte volte, e questa è l’esperienza che portate nei vostri rapporti affettivi.

Ed è inoltre l’esperienza che Mi portate. Da questa esperienza tirate le conclusioni sul Mio conto. Dall’interno di questa struttura esprimete la vostra verità. «Dio è un Dio d’amore», sostenete, «ma se infrangete i suoi comandamenti, Egli vi punirà bandendovi in eterno e con un’imperitura dannazione.»

Non avete forse sperimentato il bando impostovi dai vostri stessi genitori? Non conoscete la sofferenza della loro condanna? Come potreste allora immaginare che le cose possano essere diverse nei Miei confronti?

Avete dimenticato ciò che significa essere amati senza condizioni. Non ricordate l’esperienza dell’amore di Dio. E così cercate di immaginare a che cosa potrebbe essere simile quell’amore, basandovi su quello che vedete dell’amore nel mondo.

Avete proiettato il ruolo di “genitore” su Dio, e siete quindi arrivati a concepire un Dio giudicante che premia e punisce, basandovi su come Egli apprezzi la conclusione a cui siete arrivati. Ma si tratta di un modo di vedere semplicistico circa Dio, fondato sulla vostra esperienza personale. Ciò non ha niente a che fare con quello che Io sono.

Avendo in tal modo creato un sistema di pensiero a proposito di Dio, basato sull’esperienza umana invece che sulle verità spirituali, date origine a un’intera realtà attorno all’amore. Si tratta di una realtà fondata sulla paura, radicata sul concetto di un Dio terribile, vendicativo. Il suo Pensiero Promotore è sbagliato, ma negare tale pensiero vorrebbe dire distruggere nella sua totalità la vostra teologia. E sebbene quella che verrebbe a sostituirla costituirebbe una vera salvezza per voi, non la potete accettare, perché l’idea di un Dio di cui non si dovrebbe avere timore, che non giudica e non ha motivo di punire, è addirittura troppo meravigliosa per essere abbracciata anche entro l’ambito del più grande concetto che possiate avere su chi e che cosa sia Dio.

Questa realtà di un amore fondato sulla paura domina le vostre esperienze affettive; e in effetti le crea. Perché non soltanto vedete voi stessi ricevere un amore soggetto a condizioni, ma vi vedete offrirlo nello stesso modo. E anche mentre vi negate e vi ritraete e ponete le vostre condizioni, una parte di voi si rende conto di come questo non sia quanto l’amore è veramente. Inoltre vi sembra che non si possa cambiare il modo in cui lo dispensate. Avete imparato la durezza, vi dite, e che siate dannati se avete intenzione di rendervi di nuovo vulnerabili. Eppure la verità è che sarete dannati qualora non lo facciate.

Grazie alle vostre stesse opinioni (sbagliate) circa l’amore, vi dannate non sperimentando in maniera pura. Inoltre, dannate voi stessi evitando di conoscerMi per quello che sono in realtà. Fin quando non finirete per farlo. Perché non sarete in grado di respingerMi per sempre e arriverà il momento della nostra Riconciliazione.

Tutte le iniziative intraprese dagli esseri umani si fondano sull’amore o sulla paura, e non soltanto quelle che riguardano i rapporti affettivi. Le decisioni riguardanti gli affari, l’industria, la politica, la religione, l’educazione dei giovani, l’ordine sociale della nazione, le mete economiche della società, le scelte in cui sono coinvolte la guerra, la pace, l’attacco, la difesa, le aggressioni, la sottomissione; le decisioni in merito ad agognare o a rinunciare, a serbare o a condividere, a unire o a separare... ognuna delle libere scelte che decidiate di fare si sviluppa da uno dei due unici possibili pensieri che esistono: un pensiero d’amore o un pensiero di paura.

La paura è l’energia che costringe, rinchiude, trattiene, trasforma, nasconde, accaparra, danneggia.

L’amore è l’energia che espande, apre, esprime, sopporta, rivela, condivide, risana.

La paura avvolge i vostri corpi con gli abiti, l’amore ci consente di starcene nudi. La paura si avvinghia e si aggrappa a tutto quello che abbiamo, l’amore distribuisce tutto quanto possediamo. La paura tiene costretti, l’amore tiene stretti. La paura afferra, l’amore lascia liberi. La paura affligge, l’amore consola. La paura guasta, l’amore migliora.

Ogni pensiero umano, ogni parola e ogni azione si fondano sull’uno o sull’altro di questi sentimenti. Non avete scelta a tale proposito, poiché non esiste nient’altro tra cui scegliere. Ma avete la possibilità di decidere a quale dei due rivolgervi.


Fai apparire tutto ciò così facile, eppure al momento della decisione la paura vince con maggiore frequenza. Perché?

Vi è stato insegnato a vivere nella paura. Vi è stato detto della sopravvivenza dei più idonei e della vittoria dei più forti e del successo dei più intelligenti. Vi hanno solo accennato alla gloria di chi ama di più. E quindi cercate di essere i più idonei, i più forti, i più intelligenti – in un modo o nell’altro – e se vi considerate come qualcosa di meno di questo in qualunque situazione, temete di perdere poiché vi è stato detto che mostrarsi inferiori significa perdere.

E così, naturalmente, scegliete i promotori dell’azione della paura, perché questo è quanto vi hanno insegnato. Eppure Io vi insegno quanto segue: Quando sceglierete i promotori delle iniziative dell’amore, vi troverete a fare qualcosa di più del limitarvi a sopravvivere, in tal caso otterrete di più di una vittoria, sarà per voi molto meglio dell’ottenere soltanto un successo. Sperimenterete la piena gloria di Chi Siete in Realtà, e di chi potreste essere.

Per fare questo potete mettere da parte gli insegnamenti dei vostri beneintenzionati, ma male informati professori terreni, e dare retta ai consigli di coloro la cui saggezza giunge da qualche altra fonte.

Esistono molte di queste persone in grado di insegnare in mezzo a voi, come sono sempre esistite, perché non intendo lasciarvi senza chi vi potrebbe istruire, mostrare la giusta via e guidarvi e ricordarvi queste verità. Per quanto chi potrebbe costituire il miglior maestro non sia nessuno al di fuori di voi, ma soltanto la voce del vostro cuore. Costituisce il principale mezzo da Me usato, poiché si tratta di quello più accessibile.

La voce interiore è la voce più sonora con cui ci si possa esprimere, dal momento che è quella più vicina a voi. È la voce che vi dice se una qualsiasi cosa è vera o falsa, giusta o sbagliata, buona o cattiva come voi l’avete definita. È il radar che stabilisce la rotta, manovra la barca, guida il viaggio se soltanto glielo consentite.

È la voce che vi dice proprio in questo momento se le parole che state leggendo sono parole d’amore o di paura. Grazie a questa valutazione potete decidere se ascoltarle o ignorarle.


– da “Conversazioni con Dio” di Neale Donald Walsch



martedì 17 luglio 2012

Meditare è ascoltare


I giusti atteggiamenti costituiscono solo l’inizio del viaggio spirituale, anche se perfezionare se stessi in tali ambiti richiede lo sforzo di una vita e comprende l’intero viaggio spirituale. Se da un lato è necessario il giusto atteggiamento per raggiungere la perfezione della meditazione, al tempo stesso è solo nella meditazione che le nostre attitudini possono essere perfezionate.

Che cos’è dunque la meditazione? Ecco una buona definizione: la meditazione è ascolto. Significa ascoltare non solo con l’orecchio, ma con l’anima, non solo il suono, ma il tacito linguaggio dell’ispirazione. Ognuno degli yama e dei niyama potrebbe essere descritto come una pratica per perfezionare l’arte dell’ascolto.

Considera il primo yama. “Non-violenza” è ascoltare il silenzio interiore, ascoltare in modo così attento da percepire la violenza che eserciti sulla tua pace interiore quando porti danno a qualcuno, sia pure solo nel pensiero.

“Evitare la falsità” significa “ascoltare” qualsiasi cosa accada, in questo caso imparando ad accettare ciò che non può essere evitato e a sentirsi completamente a proprio agio con esso. Significa non giudicare. Significa sforzarsi di sentire, dietro il silenzio interiore, la rassicurazione dell’anima che tutto è bene ed è come dovrebbe essere.

“Non-avarizia” significa vivere nella consapevolezza della libertà dell’anima, la compagna della pace meditativa. Significa “ascoltare” il silenzio che si trova dietro la baraonda dei desideri mondani nella mente.

La “non-accettazione” è ascoltare i divini suoni interiori (che saranno descritti più avanti); significa sapere in modo assoluto che questi suoni rappresentano la nostra sola realtà. Accettare che qualcosa possa appartenerci, siano pure i nostri talenti o i tratti della nostra personalità, può soltanto ostruire la conoscenza più profonda del Sé.

“Brahmacharya”, o controllo degli appetiti naturali, significa “ascoltare” le aspirazioni più vere, quelle dell’anima.

“Purezza” è ascoltare la “musica delle sfere”, che tutto purifica e che si ode nella meditazione profonda, invece delle influenze del mondo che insudiciano la pace.

“Appagamento” è ascoltare in un altro senso: non i canti delle sirene del desiderio, ma le armonie dell’anima simili a cori angelici, di gran lunga più piacevoli di ogni immaginabile soddisfazione mondana.

“Austerità” è ascoltare la voce della saggezza interiore, per quanto severa possa sembrare all’inizio; ascoltare le parole o le ispirazioni interiori che dolcemente, ma con fermezza, ci portano a svincolarci da ogni attività che ci distolga dal Sé. Persino i poteri che derivano dal perfezionare tapasya (austerità) vengono percepiti nella profonda meditazione come pure e semplici tentazioni della mente, dato che il loro scopo è ancora una volta quello di coinvolgerci nell’illusione.

“Studio di sé” (swadhyaya) significa, parlando in termini figurati, “ascoltare” le melodie di una motivazione pura, e imparare a distinguere tra queste e il rauco gracchiare di una motivazione che deriva dall’ego.

“Devozione al Signore Supremo” significa ascoltare in modo assorto il “Verbo” interiore che la Bibbia ci dice era «in principio», era «presso Dio», ed «era Dio». Il “Verbo” non è, come credono molti cristiani, la Bibbia stessa; non è neanche qualche altra sacra Scrittura. È l’AUM, il suono divino dal quale si è manifestato l’universo.

È troppo presto a questo punto per discutere in profondità di esperienze esoteriche come i suoni interiori. È importante però capire, mediante questo semplice accenno all’esistenza di tali esperienze, che la meditazione non è tanto un procedimento per acquietare la mente, quanto un modo per percepire realtà che esistono dietro la mente. Esiste un mondo interiore che può essere percepito soltanto quando si distoglie l’attenzione dal coinvolgimento materiale e la si dirige nuovamente verso la divina sorgente interiore.

Come ho già detto, la parola stessa “ascoltare”, nel modo in cui è usata in questo contesto, sta ad indicare molto di più che ascoltare mediante le orecchie. Significa, tra l’altro, fra tacere ogni aspettativa e lasciare che la mente si lasci completamente assorbire da qualsiasi ispirazione possa giungerle. Significa ricevere, invece di generare pensieri edificanti con la mente. Comprende ognuno di questi aspetti, ma dà a ciascuno di essi una dimensione più profonda.

Esiste infatti, letteralmente, una musica interiore che, se ascoltata, distoglie la mente da tutto ciò che riguarda il mondo e bandisce l’illusione di un’esistenza vissuta fuori dal Sé.

Così l’“ascolto”, se applicato alle attitudini di yama e niyama e alla scienza dello yoga in generale, chiarisce un equivoco molto diffuso; molti infatti immaginano che lo yoga insegni l’impegno personale, ma disdegni la necessità della grazia divina. Paramahansa Yogananda, in “Autobiografia di uno Yogi”, afferma: «Una verità non può essere creata; può soltanto essere percepita».

La grazia divina è sempre impersonale. Non dipende, come la volontà umana, dalle scelte o dalle inclinazioni personali. Non ha favoriti. Come la luce del sole, splende ovunque in modo imparziale. Ciò che impedisce alla luce del sole di arrivare ugualmente dappertutto è la presenza di ostacoli: nuvole, palazzi, tende che coprono le finestre. Ciò che impedisce alla grazia di raggiungerci è la presenza di ostacoli nella nostra coscienza.

Può darsi che non possiamo fare molto per rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla grazia: come le nuvole e i palazzi, essi sono messi lì dalla Natura o da altre persone – malattie, per esempio, o forme-pensiero negative – ma possiamo sollevare le tende che coprono le finestre della nostra mente. Questi ostacoli sono le nostre inquietudini mentali e i nostri desideri mondani.

È questa, dunque, l’azione benefica della pratica dello yoga: essa solleva le nostre tende mentali e ci aiuta ad ascoltare con più attenzione il divino richiamo interiore. È – per usare un’altra immagine – come girare il calice del pensiero e sentire, tenendolo rivolto in alto, che il vino della grazia può riempirlo. Se invece il calice è capovolto, la grazia che (a differenza della luce del sole) è supercosciente, non lo riempirà. Perché dovrebbe versarsi inutilmente sul pavimento?


– da “Supercoscienza. Risvegliarsi oltre i confini della mente”
di Swami Kriyananda



lunedì 9 luglio 2012

La sola cosa che conta è questo momento




- dal film "Peaceful Warrior" -

(tratto dal libro "La via del guerriero di pace" di Dan Millman)



martedì 26 giugno 2012

Ashtavakra Gita



Capitolo I ~ Ricerca della Realizzazione del Sé

  1. Raja Janaka disse:
    Maestro, come può essere raggiunta la Conoscenza, acquisito il distacco e ottenuta la liberazione?

  2. Ashtavakra rispose:
    Se tu desideri ottenere la liberazione, abbandona le passioni come fossero veleno.
    Cerca il perdono, la semplicità, la compassione, la soddisfazione e la verità come fossero un nettare.

  3. Tu non sei né la terra, né l’acqua, né il fuoco, né l’aria o lo spazio.
    Per liberarti, sappi essere il testimone di tutti questi elementi come Sé Consapevole.

  4. Se tu distacchi te stesso dal corpo e ti abbandoni allo stato di pura consapevolezza, tu diverrai contento, pacifico e libero da ogni legame immediatamente.

  5. La tua anima non appartiene ai Brahmani e a nessun altra casta, non si classifica per età o secondo una qualche idea derivata dai sensi.
    La tua anima dimora nella felicità, quando è senza attaccamenti, non presenta alcuna forma apparente ed è testimone di tutto.

  6. Rettitudine e disonestà, piacere e dolore sono connessi con la mente e non con il tuo Sé interiore.
    Tu non sei colui che agisce e nemmeno colui che gode dei frutti delle azioni.
    Tu sei sempre libero.

  7. Se sei il testimone di tutto allora sarai completamente libero; la schiavitù è essere qualcosa diverso dal testimone.

  8. Credere che “Io sono colui che fa” è come il morso di un velenoso serpente.
    Realizzare invece che “Io non faccio niente” è il delizioso nettare della felicità.

  9. La sola comprensione di essere solo Pura Consapevolezza brucia la foresta dell’ignoranza.
    Sii oltre le illusioni e sarai felice.

  10. Senti l’estasi, la suprema beatitudine nel momento in cui realizzi questo mondo essere irreale proprio come quando scopri che quello che credevi un serpente è in realtà una semplice corda; sappi questo e sii felice.

  11. Se tu pensi di essere libero, allora sei libero. Se tu pensi di essere vincolato, allora sei vincolato. E’ giustamente detto: tu diventi quello che pensi.

  12. Il Sé è il solitario testimone, onnipervadente e perfetto; è calmo perché è libero da pensieri, da attaccamenti, da attività e da desideri: è solo il pensiero a farci credere che sia come un qualsiasi oggetto del mondo.

  13. Medita sul Sé che è immutabile, consapevole e non-duale.
    Liberati dall’illusione che ci sia separazione fra ciò che dentro e fuori di te.

  14. Mio caro, a lungo ti sei identificato con il tuo Ego.
    Fa che il tuo Sé neutralizzi questa falsa identificazione con la spada della Pura Conoscenza.
    Così sarai felice.

  15. Tu sei ora e per sempre libero, luminoso, trasparente, fermo.
    Il tuo unico impedimento è che stai ancora cercando di placare la tua mente.

  16. Questo mondo viene da te ed in te si insinua.
    In realtà, tu sei una consapevolezza superiore: non confinarla in un pensiero limitato.

  17. Tu sei incondizionato, immutabile, senza forma.
    Tu sei solido, imperscrutabile, imperturbabile.
    Fa sì che il tuo intelletto non sia turbato da desideri inadeguati che ti arrivano dal mondo.

  18. Se riconosci che l’apparente è non reale e l’immanifesto è perpetuo, eviterai di ricadere nell’illusione di nuovo.

  19. Così come un’immagine esiste sia fuori che dentro di uno specchio, così Dio si trova dentro e fuori il corpo.

  20. Così come lo stesso spazio esiste fuori e dentro una tazza, allo stesso modo l’eterno e onnipresente Brahma esiste fuori e dentro tutti gli elementi naturali.



Il testo completo dell'Ashtavakra Gita:

http://www.sahajayogabenessere.com/ashtavakra-gita/



venerdì 15 giugno 2012

Il sufismo è il miglioramento di se stessi



Giungiamo ora a quella che è una delle accuse più comuni rivolte al sufismo: l’uso che fanno i sufi di una fraseologia simbolica ed oscura, l’uso di un linguaggio ermetico, del genere di quelli che certe moderne società segrete usano... a volte per nascondere il vuoto o la nullità dei loro concetti.

I sufi infatti manipolano a loro grado il linguaggio, le comunicazioni, il materiale didattico. Ciò ha molta importanza, ed è dovuto a più di un fattore.

Shams adDîn Muhammad alLâhijî († 1506), fondatore dell’Ordine Lahjâniy/ya, disse: «Noi non viviamo a Est o a Ovest; non studiamo a Nord o insegnamo a Sud. Non siamo così limitati, tuttavia possiamo talvolta essere costretti a parlare entro questi limiti». I sufi considerano che il linguaggio è una limitazione, ma una limitazione necessaria; ed essa è “limitata” in rapporto ai limiti di chi ascolta.

Con questa sua riflessione Jalal adDîn Rûmî (1207 - 1273) indicò verità ben più profonde di quanto non lasci intendere a prima vista: «Le parole in se stesse non sono importanti. Eppure se trattate bene un visitatore e lo gratificate con parole amabili, eccolo felice; ed un altro che riceverete con parole ingiuriose ne rimarrà ferito. Qualche parola può significare realmente felicità o tristezza? Sono solo fattori secondari, non effettività reali. Colpiscono solo i deboli».

Vediamo così che già nel XIII secolo i sufi parlavano dell’efficacia psicologica del linguaggio. E infatti il valore delle parole – l’abbiamo visto con la novelletta dei quadrupedi – è tale che una larga branchia della psicoanalisi si è volta in Germania allo studio diretto della semantica e indaga “l’apprendimento errato dei significati verbali” come “frattura esistenziale tra il conoscimento del significato esatto e quello sbagliato”.

Rûmî in altro luogo dimostra che l’umanità usualmente non è in grado di intendere il giusto significato delle “cose comunicate” (che non si limitano alle sole parole) perché non compenetra il significato finale: «Due mendicanti giunsero a una porta. Ad uno venne dato un grosso pane, e quegli se ne andò soddisfatto. L’altro venne fatto attendere non poco; e se ne dispiaceva, non sapendo che – essendo preferito al primo – stavano aspettando che il nuovo pane finisse di cuocere, per dargliene uno fresco anziché uno raffermo».

Sul tema del significato finale vi è poi nel Corano la vicenda dell’angelo del Signore e di Mosè che lo riconobbe (XVIII 65-82); per cui il musulmano è già edotto sul significato di “non giudicate dalle apparenze, né le azioni che siano tolte dal loro contesto generale”, e dovrebbe collocare ogni azione nel suo contesto, o attendere il compimento dell’azione, o aspettare che ne nasca la dimostrazione del suo scopo finale. Tanto più una persona si avvia verso la Realizzazione del Sé, tanto più capisce il significato di questo “astenersi dal giudicare ciò che è parziale”; ma tutti gli altri emettono spesso giudizi aprioristici e quasi sempre a sproposito.

Per il sufi si rende così necessario anzitutto decodificare l’usuale simbologia dei vocaboli, per fare acquisir loro una serie di significati superiori, in mancanza di vocaboli nuovi. Il conio continuo di termini nuovi può condurre alla confusione, però i significati usuali sono troppo limitati.

Anche il materiale disponibile nella vasta letteratura sufica va opportunamente selezionato e vagliato dal maestro. «Quest’uso del materiale – scrive il contemporaneo Idris ibn Ashraf – differenzia nettamente l’ideologia sufica dalle altre. Questo atteggiamento ha permesso al vero sufismo di non cristallizzarsi in gerarchie dogmatiche e nel tradizionalismo. Nei gruppi di origine sufica in cui invece questa fossilizzazione è avvenuta, il loro mero fissarsi sulla ripetizione pura del materiale di repertorio costituisce per l’aspirante avveduto l’avvertimento che tale organizzazione “si è inserita nel mondo” […] Anche dando informazioni obiettive sul sufismo si può recar danno a chi domanda, nel caso in cui la sua possibilità di comprensione sia difettosa o erroneamente addestrata. Ad esempio: vi pongono la domanda e voi rispondete: “Il sufismo è il miglioramento di se stessi”. Ma che intendono gli altri per miglioramento e per se stessi? Vi sarà chi interpreta secondo il proprio desiderio di cambiare sul piano materiale la posizione sociale. Se dite: “Il sufismo è ricchezza inesprimibile”, gli avidi vi vedranno un tesoro da carpire e gli ignoranti il conseguimento di un potere segreto. Non lasciatevi indurre nell’errore di disporre la risposta in forma religiosa o filosofica, poiché il religioso o il filosofo potranno commettere lo stesso sbaglio di avidità, interpretando secondo il proprio concetto quel che viene detto».

D’altronde è pressoché inutile cercare il sufismo nei libri dei sufi, se non si sa che cosa cercare e che cosa scartare. Nei libri le verità esoteriche non sono descritte, e se a volte lo sono, lo sono in modo celato. Si assiste anzi al fatto, apparentemente bizzarro, che le raccolte di aneddoti mistici relativi a maestri sufi (ad esempio quelle di Farîd adDîn al ’attâr, di Ghazâlî, di Muhammad ibn Monawwar) non vengono lette dagli Ordini, bensì solo dal popolo. In esse troviamo azioni di sufi, ma non una tecnica per diventare sufi, né una spiegazione del sufismo. O là dove se ne parla, son frammenti, lampi, e anche poco chiari.

Ad una prima analisi possiamo dire allora che il sufismo è una risposta valida per colui che – insoddisfatto della propria vita e del proprio stato, sia in pensieri che azioni – avverte la necessità di un cambiamento, di un miglioramento, d’un mutamento anche totale di questo suo permanere nel chiuso della insoddisfazione. Per chi avverte l’urgenza di conoscere la Verità, anziché ciò che gli viene imposto per un fine (palese o segreto) di indottrinamento formale; chi avverte l’ansia di una pace universale in nome solo della propria intima libertà naturale; e tuttavia capisce che gli strumenti da lui usati o studiati non sono in grado di giungervi. Per chi infine non ama i falsi sorrisi, le convenzioni opportunistiche, i preconcetti limitativi, i tornaconti, le invidie, le calunnie, il malanimo, le inimicizie, le invidie.

Ma chi avverte di là dalle limitazioni della forma, dei nomi, delle tradizioni e dei preconcetti l’unione universale dell’Essere, chi intende il “qui e ora” come solo momento terreno, ma momento terreno eguale all’infinito, all’eterno; e avverte tutte le sostanze come distinzione momentanea di una sola energia, superando i termini usuali di Dio per una illuminazione del Sé che chiarifichi l’essere delle cose, questi è già sulla Via.

Quale è questa Via? Mi pare che vi siano due distinzioni essenziali anche nell’azione sufica: l’operare del sufi su di sé per sé, e ciò che l’opera dei sufi ingenera nell’ambiente in cui essi vivono. Anche nell’insegnamento stesso vi è una realtà esoterica ed una essoterica, una azione interna ed una esterna, una verità per la folla e la Verità. Del pari nella semantica ogni vocabolo viene suddiviso nel suo significato e nel suo significante, il primo essendo l’opinione generalizzata e il secondo l’opinione individuale. Il sufi penetra di là dai significati e dalle significanze, di modo che, superate le apparenze, giunge al Vero.


– da “Il sufismo vertice della piramide esoterica”
di Gabriele Mandel



domenica 3 giugno 2012

Primi passi verso il risveglio



FELICITÀ INCONDIZIONATA

Spiritualità significa risveglio. La maggior parte delle persone, pur non sapendolo, sono addormentate. Sono nate dormendo, vivono dormendo, si sposano dormendo, allevano i figli dormendo, muoiono dormendo senza mai svegliarsi. Non arrivano mai a comprendere la bellezza e lo splendore di quella cosa che chiamiamo esistenza umana.
Sapete, tutti i mistici – cattolici, cristiani, non cristiani, quale che sia la loro teologia, la loro religione – concordano su una cosa: che tutto va bene, tutto va bene. Sebbene regni il caos, tutto va bene.
Certo, è uno strano paradosso.
Purtroppo, però, la maggior parte della gente non arriva mai a capire che tutto va bene, perché è immersa nel sonno.
Svegliarsi è spiacevole, sapete. Uno se ne sta lì nel letto, bello comodo. È irritante essere svegliato. Per questo il saggio guru non tenta di svegliare la gente.

Se davvero intendete svegliarvi, la prima cosa che dovete capire è che non volete svegliarvi. Il primo passo verso il risveglio è essere sufficientemente sinceri da ammettere di fronte a se stessi che non è piacevole.
Noi non desideriamo essere felici. Vogliamo altre cose. O meglio: noi non vogliamo essere felici incondizionatamente. Sono pronto a essere felice a condizione che abbia questo e questo e quest’altro.
Ma ciò equivale a dire al nostro amico o al nostro Dio o a chiunque: «Tu sei la mia felicità. Se non ho te, rifiuto di essere felice».
È davvero importante capire questo meccanismo. Non riusciamo a immaginare di essere felici a prescindere da tali condizioni. È esattamente così.
Non riusciamo a poter concepire di essere felici senza di esse. Ci è stato insegnato a situare in esse la nostra felicità.
Dunque, questa è la prima cosa da fare se vogliamo svegliarci, il che equivale a dire: se vogliamo amare, se vogliamo la libertà, se vogliamo la gioia, la pace e la spiritualità.
In questo senso, la spiritualità è la cosa più pratica di questo mondo.
Sfido chiunque a pensare a qualcosa di più pratico della spiritualità per come l’ho definita – né pietà, né devozione, né religione, né adorazione, ma spiritualità – il risveglio, il risveglio!
Osservate l’angoscia che regna ovunque, osservate la solitudine, la paura, la confusione, il conflitto nel cuore delle persone, conflitto interno, conflitto esterno. Immaginate che qualcuno vi dia la possibilità di liberarvi di tutto ciò.
Immaginate che qualcuno vi dia la possibilità di fermare quel terribile dispendio di energia, di salute, di emozioni che deriva da tali conflitti e da tale confusione. Vi piacerebbe?
Immaginate che qualcuno ci mostri la strada attraverso la quale potremmo giungere ad amarci davvero gli uni gli altri, essere in pace, essere immersi nell’amore. Riuscite a pensare a qualcosa di più pratico di tutto ciò? E invece c’è gente che ritiene che i grandi affari siano più pratici, che la politica sia più pratica, che la scienza sia più pratica.


IL FOLLE E IL MISTICO

La psicologia è più pratica della spiritualità? Niente è più pratico della spiritualità.
Cosa può fare il povero psicologo? Può solo allentare la tensione.
Sono anch’io psicologo, e pratico la psicoterapia, e quando mi capita di dover scegliere tra psicologia e spiritualità dentro di me sorge un grande conflitto. Mi chiedo se qualcuno, qui, capisce cosa intendo. Io stesso l’ho capito solo dopo molti anni.
Cercherò di spiegarmi.
Per molti anni non ho capito questo fatto, finché un giorno, all’improvviso, ho scoperto che la gente deve soffrire a sufficienza in una relazione per poter essere disillusa nei confronti di tutte le relazioni. Non è forse una cosa terribile? Le persone devono soffrire abbastanza in una relazione prima di svegliarsi e dire: «Sono stufo! Ci dev’essere un modo migliore di vivere, un modo che non comporti dipendenza da un altro essere umano».
E cosa facevo io, come psicoterapeuta? La gente veniva da me per sottopormi i propri problemi relazionali, comunicativi, e così via, e talvolta quel che facevo era di qualche aiuto. Ma purtroppo devo dire che in altre occasioni non serviva a niente, perché lasciava che le persone continuassero a dormire. Forse quelle persone avrebbero dovuto soffrire un po’ di più. Forse avrebbero dovuto toccare il fondo e dire: «Sono stufo di tutto». È solo quando si è stufi di essere stufi che se ne esce.
La maggior parte della gente va dallo psichiatra o dallo psicologo per ottenere un sollievo, non per uscire dalla situazione in cui si trova.

I poveri psicologi fanno bene il loro lavoro, davvero, e ci sono casi in cui la psicoterapia costituisce un aiuto insostituibile. Ma quando ci si trova sull’orlo della follia, della pazzia più completa, a quel punto si rischia di diventare o psicotici o mistici. Il mistico è proprio questo: l’opposto del folle.
Sapete qual è il segnale del risveglio? È il momento in cui ci si chiede: «Sono io il pazzo, o lo sono tutti gli altri?».
Davvero, è così. Perché noi siamo pazzi. Il mondo intero è pazzo. Folli certificabili in piena regola! L’unico motivo per cui non siamo tutti rinchiusi è che siamo troppi.
Dunque siamo pazzi. Viviamo basandoci su idee pazze riguardo all’amore, ai rapporti con gli altri, alla felicità, alla gioia, a tutto quanto. Sono giunto a credere che siamo pazzi al punto che, se tutti sono d’accordo su qualcosa, quella cosa è sicuramente sbagliata!
Ogni nuova idea, ogni grande idea, al suo inizio, era partita da una minoranza costituita da una sola persona. Quell’uomo di nome Gesù Cristo – minoranza costituita da una sola persona. Tutti dicevano qualcosa di diverso da quel che diceva lui. Buddha – minoranza costituita da una sola persona. Tutti dicevano qualcosa di diverso da quel che diceva lui. Credo che sia stato Bertrand Russell a dire: «Ogni grande idea, ai suoi inizi, è blasfema». Mi sembra una spiegazione esatta e precisa.
In questi giorni ascolterete una lunga serie di affermazioni blasfeme. «Egli ha bestemmiato!». Perché la gente è pazza, folle, e prima lo capirete meglio sarà per la vostra salute mentale e spirituale. Non fidatevi. Non fidatevi dei vostri migliori amici. Siate scettici nei confronti dei vostri migliori amici. Sono molto abili, così come lo siete anche voi nei vostri rapporti con tutti gli altri, anche se probabilmente non lo sapete. Oh, siete così astuti, abili e scaltri. Siete dei grandi attori.
Non vi sto lusingando troppo, vero? Ma ripeto: voi non volete svegliarvi. State recitando, e nemmeno lo sapete. Pensate di essere tanto affettuosi. Ah! Nei confronti di chi? Persino il sacrificio di sé fa sentire bene, non è vero? «Mi sto sacrificando! Vivo in armonia con i miei ideali». Ma riceverete qualcosa in cambio, giusto?
Si riceve sempre qualcosa in cambio per quel che si fa, fino al momento in cui ci si sveglia.
E dunque eccoci qui: primo passo. Ammettere che non volete svegliarvi. È davvero difficile svegliarsi quando si è stati costretti, attraverso l’ipnosi, a pensare che un pezzo di cartastraccia sia un assegno da un milione di dollari. Com’è difficile strapparsi da quel pezzo di cartastraccia!


ASCOLTARE E DISIMPARARE

Alcuni di noi vengono svegliati dall’aspra realtà della vita. Soffriamo a tal punto da svegliarci. Ma la gente non fa che andare a sbattere contro la vita, un giorno dopo l’altro. Continua a vagare in uno stato di sonnambulismo. Non si sveglia mai. Purtroppo, non le viene mai in mente che potrebbe esistere un altro modo di vivere. Non le viene in mente che potrebbe esistere un modo migliore di vivere. Ma se non si è ancora stati bastonati a sufficienza dalla vita, e se non si è sofferto abbastanza, esiste un altro modo per svegliarsi: ascoltare. Ciò non significa che dovete essere d’accordo con quello che dico. Non è questo che intendo per “ascolto”.
Credetemi, in realtà non ha alcuna importanza che voi siate d’accordo o meno con quel che sto dicendo, perché l’accordo o il disaccordo riguardano le parole, i concetti e le teorie, mentre non hanno niente a che vedere con la verità. La verità non è mai espressa in parole. La verità si intravvede all’improvviso, e deriva da un certo tipo di atteggiamento. Dunque, voi potreste essere in disaccordo con me e tuttavia intravvedere la verità. Ci vuole però un atteggiamento di apertura, la volontà di scoprire qualcosa di nuovo. Questa è la cosa importante, mentre non è importante che voi siate o meno d’accordo con me.
Dopo tutto, la maggior parte di quel che vi dico è teoria, e nessuna teoria copre la realtà in modo adeguato. Dunque io non posso parlarvi della verità, ma di quelli che sono gli ostacoli alla verità. Questi li posso descrivere, la verità no. Nessuno può farlo. Quel che posso fare è fornirvi una descrizione delle vostre falsità, affinché voi possiate abbandonarle. Non posso far altro, per voi, che mettere in discussione le vostre convinzioni e il sistema di convinzioni che vi rende infelici. Non posso far altro che aiutarvi a disimparare. Quando entra in gioco la spiritualità, l’unica cosa da imparare è proprio questa: disimparare, disimparare, disimparare quasi tutto ciò che vi è stato insegnato. La volontà di disimparare, di ascoltare.
State forse ascoltando, come fa la maggior parte delle persone, al fine di confermare quel che pensate già? Osservate le vostre reazioni, mentre parlo. Spesso vi accorgerete di essere stupiti, shockati, scandalizzati, o irritati, disturbati, frustrati. Oppure direte: «Splendido!».
Ma state ascoltando solo ciò che vi conferma quel che già pensate? O state ascoltando per scoprire qualcosa di nuovo? È molto importante. Risulta difficile, alle persone addormentate. Gesù ha portato la buona novella, eppure è stato respinto. Non perché fosse buona, ma perché era nuova. Tutti noi odiamo il nuovo. Lo odiamo davvero! E prima affrontiamo questo fatto, meglio sarà. Non vogliamo le novità, soprattutto quando ci disturbano, soprattutto quando comportano un cambiamento. E in modo particolare se comportano l’ammissione: «Avevo torto».
Ricordo un incontro con un gesuita di ottantasette anni, in Spagna: era stato mio professore, in India, trenta o quarant’anni prima. Aveva partecipato a un seminario come questo. «Avrei dovuto sentirti parlare sessant’anni fa» mi disse alla fine. «Sai una cosa? Ho avuto torto per tutta la vita».
Dio, sentirsi dire una cosa del genere! È come vedere una delle meraviglie del mondo. Quella, signore e signori, è fede! L’apertura verso la verità, quali che siano le conseguenze, dovunque ci porti, senza sapere nemmeno dove ci porterà. Questa è la fede. Non una convinzione, ma la fede. Le convinzioni danno molta sicurezza, la fede è insicurezza. Non si sa dove si andrà a finire. Si è pronti a seguire e si è aperti, aperti a tutto! Si è pronti ad ascoltare.
E guardate che essere aperti non significa essere ingenui, non significa abboccare a tutto ciò che l’oratore vi dice. Assolutamente no: dovete mettere in discussione tutto quello che dico. Metterlo in discussione, però, partendo da un atteggiamento d’apertura, non di caparbietà. E mettere in discussione tutto.
Ricordate quelle splendide parole di Buddha: «I monaci e i discepoli non devono accettare le mie parole per rispetto, ma devono analizzarle come un orefice analizza l’oro, tagliando, limando, levigando, fondendo».
Quando vi comportate in questo modo, significa che state ascoltando. Avete fatto, allora, un altro grosso passo avanti verso il risveglio. Il primo passo, come ho già detto, era essere pronti ad ammettere che non volete svegliarvi, che non volete essere felici. Dentro di voi ci sono resistenze di tutti i tipi.
Il secondo passo consiste nell’essere pronti a capire, ad ascoltare, a mettere in discussione il vostro intero sistema di convinzioni. Non solo le convinzioni religiose, le convinzioni politiche, le convinzioni sociali, le convinzioni psicologiche, ma tutte. Essere pronti a rivalutarle tutte, nella metafora di Buddha. E qui, vi darò un gran numero di opportunità per farlo.



– da “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”
di Anthony De Mello



lunedì 2 aprile 2012

È possibile meditare senza far uso di tecniche?



È una domanda importante perché, di per sé, la meditazione non richiede tecnica alcuna. Tuttavia, le tecniche sono necessarie per rimuovere gli ostacoli sul sentiero della meditazione. Dunque, è bene capire che la meditazione di per sé non richiede tecnica: è semplice comprensione, uno stato all’erta, un essere consapevoli. E la consapevolezza o l’essere all’erta non sono una tecnica.

Ma sul sentiero per essere presenti e attenti, esistono un’infinità di ostacoli. Per secoli l’uomo ne ha accumulati a decine, devono essere rimossi. La meditazione da sola non li può eliminare, occorrono tecniche ben precise. Quindi, il compito delle tecniche è solo preparare il terreno, il passaggio, la via. Le tecniche in sé non sono meditazione. Se però smetti di praticarle, perdi il senso della cosa.

Per tutta la vita Krishnamurti ha insistito nel dire che non esiste alcuna tecnica per meditare. Ma come risultato non è riuscito a portare nessuno alla meditazione; ha ottenuto un solo risultato: milioni di persone si sono convinte che per meditare non occorrono tecniche; dimenticando che, così facendo, non facevano nulla rispetto agli ostacoli e agli impedimenti esistenti. Dunque, quella gente è rimasta a livello intellettuale, convinta che non occorra alcuna tecnica... senza però che accadesse loro alcuna meditazione.

Ciò che dice Krishnamurti è vero, ma parla solo del lato positivo di questa esperienza. Esiste anche l’aspetto negativo, per intervenire sul quale occorrono le tecniche: sono indispensabili; infatti, se il terreno non è preparato a dovere, se non si eliminano erbacce e radici selvatiche, non sarà mai possibile coltivare delle rose. Le rose non dipendono affatto da quelle radici, non hanno nulla a che vedere con le erbacce da eliminare; eppure, è indispensabile che il terreno sia nel giusto stato perché possano fiorire.

Non solo è possibile meditare senza usare delle tecniche: solo così si può meditare. Per ciò che riguarda la meditazione, non occorre alcuna tecnica. Ma cosa farai per ciò che riguarda la mente? Creerà mille difficoltà. Le tecniche servono per rimuovere l’intralcio della mente, per creare uno spazio in cui la mente possa diventare quieta, silente, assente. A quel punto la meditazione accade spontaneamente. Non è una questione di tecniche, non devi fare alcunché.

La meditazione è qualcosa di naturale, qualcosa che esiste già, nascosto dentro di te: sta cercando un modo per raggiungere il cielo aperto, il sole, l’aria; ma la mente lo circonda, tutte le porte sono chiuse, non esistono spiragli. Le tecniche servono per aprire porte e finestre. Allora, d’acchito il cielo intero si schiuderà davanti a te, con tutte le sue stelle e con la sua bellezza, ricco di albe e tramonti.

La struttura della mente impediva... è sufficiente una pagliuzza in un occhio per non vedere più il cielo sconfinato, perché ti impedisce di aprire gli occhi. È assolutamente illogico che sia sufficiente una pagliuzza, o un granello di sabbia, a impedirti di vedere le stelle e il cielo sconfinato; ma di fatto è così: lo fanno. Le tecniche servono per eliminare quei granelli dagli occhi. E la meditazione è la tua natura, è la tua stessa potenzialità. In una parola: è presenza attenta.

La meditazione è semplice consapevolezza, slegata da qualsiasi sforzo; un’attenzione senza sforzo; non richiede alcuna tecnica. Ma la tua mente è così piena di pensieri, così densa di sogni, così immersa nel passato, così proiettata nel futuro; non è mai qui e ora, e la consapevolezza, deve essere qui e ora. Le tecniche sono necessarie per aiutarti a tagliare qualsiasi radice nel passato, per spezzare ogni sogno nel futuro, e per tenerti in questo momento, come se fosse l’unico esistente. A quel punto non è più necessaria tecnica alcuna.

La vita è una storia complicata. Ci sono belle notizie e cattive notizie. La buona notizia è che non è necessaria alcuna tecnica per meditare. La cattiva notizia è che, senza tecnica, non ci riuscirai mai!


– da “Iniziazione alla meditazione” di Osho



mercoledì 28 marzo 2012

Entrare nel sacro è entrare in se stessi





Siamo fatti della stessa sostanza del divino.
Entrare nel sacro è entrare in se stessi.
- Alejandro Jodorowsky -



venerdì 16 marzo 2012

C.G. Jung - Ricordi, sogni, riflessioni



La conoscenza dei processi del profondo ha ben presto plasmato la mia relazione col mondo. Fondamentalmente, fu già nella mia infanzia quella che è oggi. Da bambino sentivo di essere solo, e lo sono ancora oggi, perché conosco cose e debbo riferirmi a cose delle quali gli altri apparentemente non conoscono nulla, e per lo più nemmeno vogliono conoscere nulla.

La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell'inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l'amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.

L'uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili, e non solo quelle che accadono nell'ambito di ciò che ci si attende. L'inatteso e l'inaudito appartengono a questo mondo. Per me, fin dal principio, il mondo è stato infinito e inafferrabile.

Ho penato molto a tener dietro ai miei pensieri. C'era in me un demone, e alla fine la sua presenza si è dimostrata decisiva. Mi dominava, e se a volte sono stato spietato, ciò è dipeso dal fatto che ero nelle sue mani. Non ho mai potuto posarmi, una volta raggiunta una meta. Ero costretto a proseguire per raggiungere la mia visione. E i miei contemporanei, non potendo naturalmente percepire la mia visione, hanno solo visto uno che correva all'impazzata.

Ho offeso molta gente, perché non appena mi accorgevo che non mi capivano, per me era finita. Dovevo procedere per la mia strada. Non avevo pazienza con gli uomini, ad eccezione dei miei pazienti. Dovevo obbedire a una legge interna che mi si imponeva senza lasciarmi libertà di scelta. Naturalmente non le ho sempre obbedito. Chi potrebbe vivere senza essere mai incoerente?

Fui sempre presente e vicino per molti uomini, fino a che avevano qualche rapporto con il mio mondo interiore; poi poteva accadere che non fossi più vicino a loro, perché non vi era più nulla che ci legasse. Fui capace di interessarmi intensamente di molti uomini; ma non appena ero penetrato in loro, l'incantesimo finiva. In tal modo mi feci molti nemici. Ma un uomo dotato di spirito creativo ha poco potere sulla sua vita. Non è libero. E' incatenato e spinto dal suo demone.

E questa mancanza di libertà è stata per me un gran tormento. Spesso mi è sembrato d'essere su un campo di battaglia.

Forse potrei dire: ho bisogno degli uomini molto più degli altri, e al tempo stesso molto meno. Quando il demone è all'opera, si è sempre troppo vicini e troppo lontani. Solo quando tace si può tenere il giusto mezzo.

Sono comunque soddisfatto del corso preso dalla mia vita. E' stata ricca, e mi ha dato molto. Come avrei potuto attendermi tanto? Non mi sono accadute che cose inaspettate. Molto avrebbe potuto essere diverso se io stesso fossi stato diverso. Ma tutto è stato come doveva essere; perché tutto è avvenuto in quanto io sono come sono. Molte cose si sono realizzate secondo i miei progetti, ma non sempre a mio vantaggio: ma quasi tutto si è svolto naturalmente e per opera del destino. Devo pentirmi di molte stupidaggini provocate dalla mia ostinazione; ma se non fossi stato ostinato non avrei raggiunto la mia meta.

E così sono deluso e non lo sono. Sono deluso degli uomini e di me stesso. Dei primi ho appreso tante cose sorprendenti, e di me ho fatto più di quel che mi aspettassi. Non posso pronunciare un giudizio definitivo perché il fenomeno della vita e il fenomeno dell'uomo sono troppo grandi. Quanto più sono divenuto vecchio, tanto meno ho capito o saputo di me stesso.

Sono stupito, deluso, compiaciuto di me; sono afflitto, depresso, entusiasta. Sono tutte queste cose insieme, e non so tirare le somme. Sono incapace di stabilire un valore o un non-valore definitivo; non ho un giudizio da dare su me stesso e la mia vita. Non vi è nulla di cui mi senta veramente sicuro. Non ho convinzioni definitive, proprio di nulla. So solo che sono venuto al mondo e che esisto, e mi sembra di esservi stato trasportato. Esisto sul fondamento di qualche cosa che non conosco. Ma, nonostante tutte le incertezze, sento una solidità alla base dell'esistenza e una continuità nel mio modo di essere.

Il mondo nel quale siamo nati è brutale e crudele, e al tempo stesso di una divina bellezza.



- da "Ricordi, sogni, riflessioni" di Carl Gustav Jung -


sabato 3 marzo 2012

Il respiro è il ponte che connette la vita alla coscienza


La presenza mentale è al tempo stesso un mezzo e un fine, il seme e il frutto. Quando la pratichiamo per sviluppare la concentrazione, la presenza mentale è un seme. Ma la presenza mentale è di per sé la vita della consapevolezza: se c’è presenza mentale c’è vita, e quindi in questo senso è anche il frutto.

La presenza mentale ci libera dalla distrazione e dalla dispersione e ci consente di vivere pienamente ogni istante. La presenza mentale ci consente di vivere.

È importante saper respirare in modo da mantenere la presenza mentale, dal momento che il respiro è uno strumento naturale ed estremamente efficace per prevenire la dispersione. Il respiro è il ponte che connette la vita alla coscienza, che unisce il corpo ai pensieri. Ogni volta che la mente si perde, il respiro è il mezzo che vi consente di riportarla indietro.

Inspirate delicatamente e a lungo, coscienti del fatto che state facendo una profonda inspirazione. Ora fate uscire tutta l’aria dai polmoni, restando coscienti dell’espirazione in tutta la sua estensione.

Nei monasteri buddhisti, si insegna a servirsi del respiro per arrestare la dispersione mentale e sviluppare il potere della concentrazione. Il potere della concentrazione è la forza che scaturisce dalla pratica della presenza mentale. Con l’aiuto della concentrazione si può raggiungere il Grande Risveglio. Quando un praticante resta sul respiro, ha già raggiunto il risveglio. Per conservare a lungo la presenza mentale dobbiamo osservare ininterrottamente il nostro respiro.


– da “Il miracolo della presenza mentale” di Thich Nhat Hanh


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