giovedì 24 marzo 2011

Siate semplicemente consapevoli



Jiddu Krishnamurti


Vi prego di prestare ascolto a ciò che sto per dire. Fatelo mentre parlo. Non pensate a farlo, ma fatelo ora. Ecco, siate consapevoli degli alberi, delle palme, del cielo; ecco il corvo che gracchia; guardate la luce sulle foglie, il colore di quel sari, di quel volto, e poi tornate a voi, interiormente. Potete osservare, potete essere consapevoli incondizionatamente delle cose all’esterno, è molto facile. Ma portare l’attenzione a noi stessi ed essere ugualmente consapevoli, senza condannarci, né giustificarci, senza paragonarci a qualcun altro, è molto più difficile. Siate semplicemente consapevoli di ciò che accade dentro di voi, le vostre convinzioni, le paure, i dogmi, le speranze, le frustrazioni, le ambizioni e tutto il resto. Allora lo svelarsi del mondo conscio e inconscio comincia. Non dovete fare nulla.

Siate semplicemente consapevoli; questo è tutto ciò che dovete fare, senza giudizi, senza forzature, senza cercare di cambiare ciò di cui diventate consapevoli. Allora noterete che è come quando sale la marea, non potete impedire a una marea di arrivare; potete costruire un muro, potete fare quello che volete, ma la marea giungerà con la sua energia dirompente. Allo stesso modo, se siete consapevoli in modo incondizionato, l’intero campo della coscienza comincia a schiudersi. E mentre si schiude, dovete seguirlo, e ciò diventa incredibilmente difficile: seguire nel senso di stare con il movimento di ogni pensiero che sorge, di ogni sensazione, di ogni desiderio segreto. Diventa molto difficile nel momento in cui vi opponete, nel momento in cui dite: “Questo è spiacevole”, “questo è bene”, “questo è male”, “tratterrò questo”, “rifiuterò quest’altro”.

Perciò, cominciate con le cose all’esterno e poi muovete dentro di voi. Allora troverete, nell’interiorità, che esterno e interno non sono due cose diverse, che la consapevolezza di ciò che è all’esterno non è differente da quella rivolta all’interno, che entrambe sono la stessa cosa. Allora scoprirete che vivete nel passato; che non c’è mai un momento di vita attuale, presente; solo quando né il passato né il futuro vengono a esistere si è nel momento attuale. Scoprirete che vivete sempre nel passato, nei ricordi: ciò che avete vissuto, ciò che eravate, quanto eravate intelligenti, bravi, cattivi. Questa è la memoria. È per questo che dovete comprendere la memoria, non negarla, sopprimerla, o fuggirla. Se qualcuno ha fatto un voto di celibato, e si ricorda continuamente di quella decisione, quando smette di trattenere quel ricordo, o se ne scorda, si sente in colpa e questo soffoca la sua vita.

Allora voi cominciate a osservare ogni cosa, e per questo motivo diventate molto sensibili. Perciò, nell’ascoltare (cioè nell’osservare non solo il mondo esterno, i gesti esterni, ma anche la mente al suo interno, che vede e che, di conseguenza, sente, prova sensazioni), nell’essere così incondizionatamente consapevoli, allora non si genera alcuno sforzo. È di grande importanza comprenderlo.



Bombay, 28 febbraio 1965
- dal libro "Sulla mente e il pensiero" -



http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/semplicemente.htm


martedì 15 marzo 2011

La verità del Tao


Il maestro si trovava vicino alla grande Pagoda Wyn Chou che si stagliava immensa, grande all'incirca come quella vera, al di là del fiume, dove il vecchio Gou Lin Dhao scrutava i suoi fantasmi nell'ombra. Riempiva quasi tutta la stanza di Huao Chyen che ormai preferiva dormire fuori dalla porta.

Quella mattina la costruzione della grande Pagoda era stata finalmente completata.
Era una delle cose più belle che il giovane Gou Lao Youn avesse mai visto; non ci si stancava mai di guardarla, specie al tramonto, quando i raggi rossi e obliqui del sole entravano nelle sue aperture, penetravano nei suoi prismi di carta e resina e la illuminavano di mille colori.

Per costruirla erano occorsi quasi tre anni di lavoro... con pazienza e perizia era stata edificata un poco alla volta, raccogliendo e intagliando mille pezzetti di pane secco, di foglie del grande giardino Botsiao di tutte le grandezze e colori, di fiori e aghi di pino lavorati, impastati insieme e manipolati per farli diventare minuscoli gradini di legno, infissi di microscopiche finestre, tegole d'oro del grande tetto ondulato, largo quasi quanto l'intera stanza di Huao Chyen, che erano state incastrate e giustapposte in un enorme, inafferabile mosaico.

Il discepolo si avvicinò con discrezione, forse quasi un reverenziale pudore, vedendo il proprio maestro assorto nella contemplazione di quell'opera maestosa.
"E' molto bello, maestro", sussurrò infine, con incontenibile ammirazione.
Il vecchio monaco distolse lo sguardo dalla Pagoda Wyn Chou e delicatamente lo condusse negli occhi commossi del ragazzo.
Sotto la saggezza di mille rughe pietrificate la piccola bocca, come una ferita di Wan Lao sull'albero del pesco, sorrideva serena e gentile con l'amore silenzioso di un vecchio padre.
Il giovane sorrise a sua volta e il suo petto vibrava di orgoglio. Guardò in terra, sul pavimento dove le quindici scale della Pagoda, come radici di un grande albero vorace, sembravano quasi lambire i suoi sandali whon dhou.

Ma quando rialzò la testa il suo sorriso scomparve.
Con occhi increduli vide il suo maestro sollevare in silenzio il braccio destro sopra la sua testa e colpire con violenza la mirabile struttura, una volta, una volta e una ancora, con le mani, con i piedi, gettandovisi con tutto il corpo finché non rimase più niente da guardare, solo un inutile cumulo di foglie, croste di pane dipinte, fiori secchi e paglia.

In un solo istante il paziente lavoro di tre anni si era dissolto nel nulla.
L'allievo guardò stupefatto e addolorato prima il cumulo poi il maestro; le sue labbra tremavano, gli occhi spalancati dallo stupore rigettavano quella scena e cercavano ancora le bellissime forme che pochi istanti prima li avevano riempiti con i loro colori. Il giovane stette in silenzio a lungo, corrucciato e attonito. Il maestro non parlava ancora ed egli non riusciva a reprimere profondi e desolati sospiri.

Allora il saggio si incurvò con grazia e dalle macerie raccolse un piccolo fiore di Wo Tu Tse e lo portò sotto i suoi occhi grandi e calmi facendone rotolare il gambo secco fra le dita.

"Mio caro Gou Lao Ryu", disse allora, "non dobbiamo pensare che le cose debbano durare per sempre; la loro natura è quella di cambiare continuamente sotto i nostri occhi e i nostri occhi cambiano con le cose... la vera bellezza non è una Pagoda Wyin Chou che sogna di sopravvivere al suo tempo... ma è il tempo stesso, con il suo respiro che crea e distrugge. E' il movimento del Tao in cui gli opposti si inseguono come due amanti, ma, bada Gou Lao Ryu, in nessuno di essi arderebbe la fiamma dell'amore se non ci fosse l'amato da inseguire. La grande Pagoda è inscritta nel cerchio infinito del tempi, essa è pagoda, è stata il pane che è avanzato dal nostro desco e prima ancora il grano per farlo, oggi è il piccolo fiore Wo Tu Tse che si sbriciola tra le mie dita. Tutte queste cose e nessuna di esse perché il prima e il dopo non esistono singolarmente; il passato, il presente e il futuro sono la stessa cosa e io e te siamo già morti, siamo ancora qui e dobbiamo ancora nascere... questa è infatti la verità del Tao".

L'allievo era stato in silenzio, il volto ancora corrucciato e gli occhi ubriachi di pensieri e di dolore. "Capisco maestro", disse infine, "la verità del Tao mi è ora più chiara...". Aprì la bocca per continuare ma la richiuse sopraffatto ancora dal vuoto che era subentrato a tanta pur effimera bellezza.
"Ma un'altra volta", aggiunse infine dopo un altro interminabile, pensieroso istante, "perché non butta giù la sua?"



- tratto da "La seconda che hai detto! Il libro di Quelo e di altra gente in grossa crisi" di Corrado Guzzanti -



sabato 12 marzo 2011

Ogni cosa è necessaria

I Tarocchi Zen di Osho
62. Confronto


Il confronto produce l'inferiorità e la superiorità. Quando non fai confronti, ogni inferiorità e ogni superiorità scompaiono. In questo caso sei, esisti semplicemente. Un piccolo cespuglio o un albero maestoso - non importa, sei te stesso. Sei necessario. Un filo d'erba è necessario tanto quanto la stella più grande. Senza quel filo d'erba, Dio sarebbe meno di ciò che è. Il canto del cuculo è tanto necessario quanto un buddha; il mondo sarebbe sminuito, sarebbe meno ricco, se questo cuculo scomparisse. Guardati intorno. Ogni cosa è necessaria, e ogni cosa si completa con le altre. È un'unità organica: nessuno è superiore e nessuno è inferiore; nessuno è più in alto e nessuno è più in basso. Tutti sono incomparabilmente unici.

Osho The Sun Rises in the Evening Chapter 4


Commento:

Chi è che ti ha detto che il bambù è più bello della quercia, o che la quercia ha più valore del bambù? Pensi che la quercia voglia avere un tronco cavo come questo bambù? O che il bambù sia invidioso perché la quercia è più grossa e le sue foglie cambiano colore in autunno? L'idea stessa che i due alberi facciano un confronto fra loro sembra ridicola, eppure sembra che noi esseri umani troviamo questa abitudine estremamente difficile da spezzare. Confrontati con quest'evidenza: ci sarà sempre qualcuno più bello, più capace, più forte, più intelligente, o apparentemente più felice di te. E, d'altra parte, esisteranno sempre persone che sono "meno" di te, sotto tutti questi punti di vista. La via per scoprire chi sei non passa per il confronto con gli altri, ma dal guardare per scoprire se stai realizzando le tue potenzialità nel modo migliore che conosci.


giovedì 3 marzo 2011

La voce del fiume


Lentamente fioriva, lentamente maturava in Siddharta il riconoscimento, la consapevolezza di ciò che realmente sia saggezza, qual fosse la meta del suo lungo cercare. Non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque istante, nel bel mezzo della vita, il pensiero dell’unità, sentire l’unità e per così dire respirarla. Lentamente questo fioriva in lui, gli raggiava incontro dal vecchio volto infantile di Vasudeva: armonia, scienza dell’eterna perfezione del mondo, sorriso, unità.

Ma la ferita bruciava ancora: con amaro desiderio Siddharta pensava a suo figlio, nutriva in cuore l’amore e la tenerezza per lui, si lasciava consumare dal dolore, commetteva tutte le pazzie dell’amore. Non da sé si sarebbe mai spenta questa fiamma. E un giorno, che la ferita bruciava intensamente, Siddharta attraversò il fiume, sospinto dalla nostalgia, e scese dalla barca deciso ad andare in città e cercare suo figlio. Il fiume scorreva calmo e lieve – era la stagione asciutta – ma la sua voce aveva uno strano suono: rideva! Era chiaro che rideva. Il fiume rideva, rideva apertamente alle spalle del vecchio barcaiolo.

[...]

Il fiume rideva. Sì, era così, tutto ciò che non era stato sofferto e consumato fino alla fine si ripeteva, e sempre si soffrivano di nuovo gli stessi dolori. Ma Siddharta rimontò nella barca e fece ritorno alla capanna, ripensando a suo padre, ripensando a suo figlio, deriso dal fiume, in disaccordo con se stesso, vicino alla disperazione, e meno vicino a ridere sonoramente di sé e del mondo intero. Ahimè! non ancora fioriva la ferita, ancora si ribellava il suo cuore contro il destino, non ancora germogliavano serenità e vittoria dal suo soffrire. Tuttavia sentiva qualcosa come una speranza, e quando fu rientrato nella capanna sentì un irresistibile desiderio di aprirsi a Vasudeva, di rivelargli tutto, di raccontare tutto a lui, ch’era maestro nell’ascoltare.

Vasudeva sedeva nella capanna e intrecciava una cesta. Non guidava più la barca, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi, e non solo gli occhi, ma anche braccia e mani. Soltanto la gioia e la serena benevolenza del suo viso fiorivano immutate.

Siddharta si pose a sedere accanto al vecchio, cominciò a parlare lentamente. Raccontò quelle cose di cui non avevano mai parlato, della sua andata in città, quella volta, della ferita ardente, della sua invidia alla vista dei padri felici, della sua vana lotta contro questi desideri di cui conosceva benissimo la stoltezza. Riferiva ogni cosa, anche le più penose, tutto poteva dire, tutto si sforzava di dire, tutto poteva raccontare e rivelare. Scopriva la propria ferita, raccontando anche della sua ultima fuga, quel giorno stesso, come si fosse imbarcato, fanciullino, col proposito di recarsi in città, e come il fiume ne aveva riso.

Mentre parlava – e parlò a lungo – mentre Vasudeva ascoltava tranquillo in volto, Siddharta sentiva quest’attrazione di Vasudeva più forte di quanto l’avesse mai sentita, sentiva i suoi dolori, i suoi affanni svanire, sentiva la sua segreta speranza prendere il volo e di laggiù venirgli di nuovo incontro. Mostrare la propria ferita a questo ascoltatore era lo stesso che lavarla nel fiume, finché diventasse fredda e una cosa sola col fiume. Mentre ancora continuava a parlare e a confessarsi, Siddharta sentiva sempre più che questo non era più Vasudeva, non era più un uomo che l’ascoltava, che questo immobile ascoltatore assorbiva in sé la sua confessione come un albero la pioggia, che questo uomo immobile era il fiume stesso, era Iddio stesso, era l’Eterno. E mentre Siddharta cessava di pensare a sé e alla propria ferita, questa scoperta del mutato essere di Vasudeva si impossessava di lui, e quanto più egli se n’accorgeva e ci s’immergeva, tanto meno la cosa diventava meravigliosa, tanto più egli scorgeva che tutto era in regola e naturale, che già da lungo tempo, forse da sempre Vasudeva era stato così, soltanto egli non se n’era mai reso conto pienamente. Sentiva ch’egli ora vedeva il vecchio Vasudeva come il popolo vede gli dèi, e che un simile stato non poteva durare; nel suo cuore cominciava già a prender congedo da Vasudeva. Con tutto ciò continuava a parlare.

Quand’egli ebbe finito, Vasudeva levò su di lui il suo sguardo affettuoso, un po’ indebolito dagli anni, non parlò, ma gli diffuse incontro in silenzio amore e serenità, comprensione e sapere. Prese per mano Siddharta, lo condusse al sedile presso la riva, sedette con lui, e sorrise al fiume.

«Tu l’hai sentito ridere» disse. «Ma non hai sentito tutto. Ascoltiamo, udrai ancor altro».

Ascoltarono. Lieve si levava il canto del fiume dalle molte voci. Siddharta guardò nell’acqua e nell’acqua gli apparvero immagini: apparve suo padre, solo, afflitto per il figliolo; egli stesso apparve, solo, anch’egli avvinto dai legami della nostalgia per il figlio lontano; apparve suo figlio, solo anche lui, avido ragazzo sfrenato sulla strada ardente dei suoi giovani desideri, ognuno teso alla sua meta, ognuno in preda alla sofferenza. Il fiume cantava con voce dolorosa, con desiderio, e con desiderio scorreva verso la sua meta, la sua voce suonava come un lamento.

«Odi?» chiese lo sguardo silenzioso di Vasudeva. Siddharta annuì.

«Ascolta meglio!» sussurrò Vasudeva.

Siddharta si sforzò d’ascoltar meglio. L’immagine del padre, la sua propria immagine, l’immagine del figlio si mescolarono l’una nell’altra, anche l’immagine di Kamala apparve e sparì, e così l’immagine di Govinda, e altre ancora, e tutte si mescolarono insieme, tutte si tramutarono in fiume, tutte fluirono come un fiume verso la meta, bramose, avide, sofferenti, e la voce del fiume suonava piena di nostalgia, piena di ardente dolore, d’insaziabile desiderio. Il fiume tendeva alla meta, Siddharta lo vedeva affrettarsi, quel fiume che era fatto di lui e dei suoi e di tutti gli uomini ch’egli avesse mai visto, tutte le onde, tutta quell’acqua si affrettavano, soffrendo, verso le loro mete. Molte mete: la cascata, il lago, le rapide, il mare, e tutte le mete venivano raggiunte, e a ogni meta una nuova ne seguiva, e dall’acqua si generava vapore e saliva al cielo, diventava pioggia e precipitava giù dal cielo, diventava fonte, ruscello, fiume, e di nuovo riprendeva il suo cammino, di nuovo cominciava a fluire. Ma l’avida voce era mutata. Ancora suonava piena d’ansia e d’affanno, ma altre voci si univano a lei, voci di grida e di dolore, voci buone e cattive, sorridenti e tristi, cento voci, mille voci. Siddharta ascoltava. Era ora tutt’orecchi, interamente immerso in ascolto, totalmente vuoto, totalmente disposto ad assorbire; sentiva che ora aveva appreso tutta l’arte dell’ascoltare. Spesso aveva già ascoltato tutto ciò, queste mille voci nel fiume; ma ora tutto ciò aveva un suono nuovo. Ecco che più non riusciva a distinguere le molte voci, le allegre da quelle in pianto, le infantili da quelle virili, tutte si mescolavano insieme, lamenti di desiderio e riso del saggio, grida di collera e gemiti di morenti, tutto era una cosa sola, tutto era mescolato e intrecciato, in mille modi contesto. E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita. E se Siddharta ascoltava attentamente questo fiume, questo canto dalle mille voci, se non porgeva ascolto né al dolore né al riso, se non legava la propria anima a una di quelle voci e se non s’impersonava in essa col proprio Io, ma tutte le udiva, percepiva il Tutto, l’Unità, e allora il grande canto delle mille voci consisteva di un’unica parola, e questa parola era Om: la perfezione.

«Senti?» chiese di nuovo lo sguardo di Vasudeva. Chiaro splendeva il sorriso di Vasudeva, sopra tutte le rughe del suo vecchio volto aleggiava luminoso, così come l’Om si librava su tutte le voci del fiume. Chiaro splendeva il suo sorriso quando guardava l’amico, e chiaro splendeva ora lo stesso sorriso anche sul volto di Siddharta. La sua ferita fioriva, il suo dolore spandeva raggi, mentre il suo Io confluiva nell’Unità.

In quell’ora Siddharta cessò di lottare contro il suo destino, in quell’ora cessò di soffrire. Sul suo volto fioriva la serenità del sapere, cui più non contrasta alcuna volontà, il sapere che conosce la perfezione, che è in accordo con il fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità.


– da “Siddharta” di Hermann Hesse


domenica 27 febbraio 2011

Rodolfo Siri - Stones Of Arabia




- dedicato alle vittime Palestinesi -


"Stones Of Arabia" di Rodolfo Siri

dall'album "Pulchra Manus" (2008)


http://www.lastfm.it/music/Rodolfo+Siri




- EDIT 15/04/2011 -
dedicato anche a Vittorio Vik Arrigoni,
attivista della causa palestinese
ed ennesima vittima del regime sionista israeliano.
STAY HUMAN , RESTIAMO UMANI



venerdì 18 febbraio 2011

Amore e libertà - Osho



Lasciate che vi sia spazio...


Nel “Profeta” di Kahlil Gibran, Almustafà dice: Lasciate che vi sia spazio nella vostra unione, e tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore: piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.


Se il vostro essere insieme non è frutto della lussuria, il vostro amore andrà sempre più in profondità con il passare del tempo. La lussuria appiattisce ogni cosa, poiché alla biologia non interessa che rimaniate insieme oppure no. Il suo unico interesse è la riproduzione, per la quale l’amore non è affatto necessario: potete continuare a generare figli senza alcun amore.
Ho osservato ogni sorta di animali. Ho vissuto nelle foreste, sulle montagne, e sono sempre rimasto perplesso: quando gli animali fanno l’amore sembrano sempre molto tristi.
Non ho mai visto un solo animale fare l’amore con gioia, sembra che qualche forza sconosciuta li obblighi a farlo. Non è frutto di una loro scelta, non è una loro libertà ma la loro schiavitù. Questo li rende tristi.
Ho osservato la stessa cosa nell’uomo. Avete mai visto un marito e una moglie per strada? Forse non sapete se due persone sono marito e moglie, ma se entrambe hanno un volto triste potete esser certi che sono sposate!

Una volta viaggiavo in treno da Delhi a Srinagar e nel mio scompartimento c’era solo un altro posto libero. Arrivò una coppia di giovani: un uomo e una donna molto belli. Poiché entrambi non potevano sedersi nell’unico posto libero, lui andò in un altro scompartimento. Ma a ogni stazione si presentava con dolci, frutta, fiori.
Io osservavo quello spettacolo... io non sono altro che un semplice osservatore... a un certo punto chiesi alla donna da quanto fossero sposati, e lei mi rispose: «Da circa sette anni».
Le dissi: «Non mentirmi! Puoi ingannare chiunque ma non me... voi non siete sposati!».
Rimase sconvolta. Un estraneo, con cui non aveva mai parlato... che si era limitato a osservare; mi chiese come l’avessi capito.
Dissi: «Non è una gran scoperta, è qualcosa di elementare. Se fosse tuo marito, saresti fortunata se, una volta scomparso, ricomparisse alla stazione d’arrivo!».
Disse: «Non mi conosci, né io conosco te. Ma ciò che dici è vero. È il mio amante, un amico di mio marito».
Commentai: «In questo caso è tutto chiaro!».

Che cosa va storta tra i mariti e le mogli, persino dopo un matrimonio d’amore? Il fatto è che non si tratta d’amore, e tutti l’hanno accettato, come se conoscessero cos’è l’amore: è pura e semplice lussuria. Ben presto vi ritroverete stanchi l’uno dell’altro. La biologia vi ha ingannati per rispettare il proprio programma biologico, finalizzato alla procreazione, e nel giro di pochissimo non trovate più nulla di nuovo: la stessa faccia, la stessa geografia, la stessa topografia. Quante volte l’avete esplorata? A causa del matrimonio il mondo intero vive nella tristezza, eppure tutti restano ancora inconsapevoli della causa.
L’amore è uno dei fenomeni più misteriosi che esistano. Ed è dell’amore che Almustafà sta parlando: se non si tratta di lussuria non potrete annoiarvi.

Almustafà dice: Lasciate che vi sia spazio nella vostra unione.

State insieme, ma non cercate di dominarvi, non cercate di possedervi e non distruggete l’individualità dell’altro.
Purtroppo è ciò che viene fatto, ovunque. Perché mai la donna dovrebbe prendere il nome dell’uomo? Ha un suo nome, ha una sua individualità. Pensate a un uomo che prende il nome della donna: nessun uomo lo farà mai.
Perché la donna dovrebbe andare a vivere nella casa dell’uomo? Perché non dovrebbe essere l’uomo a vivere nella casa della donna?
Ogni tanto accade che un uomo si sposi a condizione di andare a vivere nella casa della moglie, perché i genitori di lei sono anziani e non hanno altri figli che si prendano cura di loro. Ma ci avete fatto caso? Quando un uomo va a vivere nella casa della moglie, viene biasimato da tutti. Viene deriso, come se avesse perso la sua virilità... mentre nessuno deride la donna.
Il mio consiglio è questo: nel momento in cui un uomo e una donna decidono di vivere insieme, dovrebbero avere ciascuno la propria casa. Nessuno dovrebbe andare nella casa dell’altro, perché nell’attimo stesso in cui qualcuno va a casa di qualcun altro diventa inevitabilmente uno schiavo, e gli schiavi non possono essere felici. Hanno perso la loro integrità, la loro individualità. Hanno venduto se stessi.

Se vivete insieme, lasciate che vi sia spazio... se il marito torna a casa tardi, non occorre che la moglie lo interroghi su dove è stato, sul perché è in ritardo. Egli ha diritto alla propria libertà, è un individuo libero. Siete due individui che vivono insieme e nessuno invade lo spazio dell’altro. Se la moglie torna tardi, non è necessario chiederle dove è stata. Chi sei per farlo? Lei ha la propria libertà, il proprio spazio.
Purtroppo questo accade ogni giorno, in tutte le case: la gente litiga per inezie, ma in profondità l’elemento della discordia è che nessuno è pronto a lasciare che l’altro abbia il proprio spazio, la propria libertà.
Le cose che piacciono possono essere diverse. A tuo marito può piacere qualcosa, a te qualcos’altro. Questo non vuol dire che dobbiate iniziare a litigare perché, in quanto marito e moglie, dovreste avere le stesse preferenze.
E poi, tutti questi interrogatori... ogni marito, quando torna a casa, rumina nella mente le stesse domande: «Cosa mi chiederà? Come risponderò?». E la donna sa già cosa chiederà e cosa il marito le risponderà, e sa che tutte quelle risposte sono false, inventate. Il marito la sta ingannando...
Che amore è mai questo: sempre sospettoso, sempre timoroso, vittima di qualche gelosia? Se tua moglie ti vede con un’altra donna – anche se state solo ridendo o chiacchierando – è sufficiente per litigare tutta la notte. E tu ti penti della tua scelta: questo è troppo... solo per aver riso un po’ con qualcun altro! E se il marito vede la moglie con un altro uomo e lei si rivela più allegra, più felice, è sufficiente per creare agitazione, scompiglio nel suo animo.
La gente è inconsapevole del fatto che non sa assolutamente cosa sia l’amore. L’amore non sospetta mai, non è mai geloso. L’amore non interferisce mai nella libertà dell’altro. L’amore non impone mai nulla all’altro. L’amore dona libertà, e la libertà può esistere solo se nell’essere insieme esiste spazio.
Questa è la bellezza di Kahlil Gibran... è un’intuizione importantissima. In amore si dovrebbe essere felici di vedere che la propria donna è felice con qualcun altro, perché l’amore vuole che la sua donna sia felice; l’amore vuole che il marito sia felice, quindi se sta parlando con un’altra donna ed è felice, la moglie dovrebbe essere contenta, non è il caso di sollevare discussioni.
Due persone stanno insieme per rendere più felici le loro esistenze, invece accade l’esatto opposto. Sembra che tutte le mogli e tutti i mariti stiano insieme per rendersi reciprocamente infelici, per rovinarsi a vicenda la vita. Il motivo è questo: essi non comprendono neppure il significato dell’amore.

Lasciate che vi sia spazio nella vostra unione... non è affatto una contraddizione. Più spazio vi date a vicenda, più sarete insieme. Più libertà vi concedete, più sarete intimamente uniti. E non sarete nemici intimi, ma amici intimi!

E lasciate che tra voi danzino i venti dei cieli. Questa è una legge fondamentale dell’esistenza: stare troppo insieme, non lasciare alcuno spazio per la libertà, distrugge il fiore dell’amore. Lo si schiaccia, non gli si lascia lo spazio per crescere.
Da tempo gli scienziati hanno scoperto che gli animali hanno un territorio, delimitano un loro spazio vitale. Avrai visto i cani che fanno pipì sui pali, pensi che sia inutile? Non lo è affatto: stanno tracciando dei confini: «Questo è il mio territorio». L’odore dell’urina impedirà a tutti gli altri cani di entrare in quello spazio: finché gli altri cani restano anche solo a un passo di distanza, verranno ignorati, se superano quei confini scoppiano subito delle zuffe.
Tutti gli animali selvatici fanno la stessa cosa. Persino un leone non ti farà nulla, se non superi i confini del suo territorio, ti considera un gentleman! Se però entri nel suo regno, non importa chi sei, verrai ucciso.
Ancora non abbiamo scoperto questa stessa esigenza di spazio vitale negli esserei umani: di certo l’avrai percepita, ma non è ancora stata stabilita su basi scientifiche. Se usi un treno locale per andare a Bombay, lo troverai così affollato... la gente è tutta in piedi, pochissimi riescono a trovare un posto per sedersi. Ma osserva le persone che stanno in piedi: anche se sono strette le une alle altre, fanno di tutto per non toccarsi.
Man mano che il mondo sarà sempre più sovrappopolato, aumenterà la gente che impazzisce, che si suicida, che compie omicidi, per il semplice motivo che non trova un proprio spazio vitale.
Gli amanti, quanto meno, dovrebbero essere abbastanza sensibili: la moglie ha bisogno del proprio spazio e così il marito.
Uno dei libri che amo di più è una delle ultime opere poetiche di Rabindranath Tagore, “Akhari Kavita” (“L’ultimo poema”). Non si tratta di una raccolta di poesie, ma di un racconto, sebbene strano, estremamente profondo e ricco di intuizioni.
Una giovane donna e un uomo si innamorarono e, come accade sempre, volevano sposarsi subito. La donna pose solo una condizione... era molto istruita, molto sofisticata, molto ricca. E l’uomo le disse: «Accetto qualsiasi tua condizione, ma non posso vivere senza di te».
Lei replicò: «Prima di tutto ascolta la mia condizione, poi pensaci. Non è una condizione qualsiasi... non dovremo vivere nella stessa casa. Io possiedo una grandissima proprietà e un lago bellissimo circondato da alberi, giardini e prati: ti farò costruire una casa sull’altra sponda, proprio di fronte a quella in cui vivo io».
L’uomo commento: «Ma così che senso ha sposarsi?».
La donna spiegò: «Sposarsi non significa distruggersi a vicenda. Io ti dono uno spazio tuo, e conservo il mio. Una volta ogni tanto, camminando in giardino potremo incontrarci. Una volta ogni tanto, mentre andiamo in barca sul lago, potremo incontrarci... per caso! Oppure, ogni tanto potrò invitarti a prendere un tè da me, oppure tu potrai invitare me».
L’uomo disse: «Questa idea è semplicemente assurda!».
Al che la donna concluse: «Allora scordati il matrimonio. Questa è la sola idea giusta, solo così il nostro amore potrà continuare a crescere, perché noi resteremo sempre freschi e nuovi l’uno agli occhi dell’altra; non ci daremo per scontati... io conserverò il diritto di rifiutare un tuo invito, e tu conserverai la libertà di rifiutare il mio: in nessun modo le nostre libertà verranno intaccate. E tra queste due libertà cresce lo splendido fenomeno dell’amore».
Ovviamente l’uomo non poté comprendere e rinunciò all’idea di sposarsi a quella condizione.

Ma anche Rabindranath rivela la stessa intuizione di Kahlil Gibran... ed essi scrissero praticamente nello stesso periodo.
Se questo è possibile – se riuscite ad avere spazio e intimità al tempo stesso – allora tra voi danzeranno i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore.

L’amore dovrebbe essere un dono dato e preso in libertà, ma non dovrebbe esistere alcuna pretesa. Altrimenti, ben presto vi ritroverete insieme eppur lontani e remoti come le stelle.
Nessuna comprensione vi avvicinerà più: non avete lasciato lo spazio necessario per costruire un ponte che vi colleghi.

Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime... non fatene una cosa statica, non fatene una routine: Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

Se potete avere al tempo stesso la libertà e l’amore, non avrete bisogno più di altro. Avrete ottenuto ogni cosa, tutto ciò per cui si vive vi sarà stato dato.



– da “Con te e senza di te” di Osho



sabato 12 febbraio 2011

Il respiro consapevole - Eckhart Tolle



Scoprite lo spazio interiore creando degli intervalli nel flusso dei pensieri. Senza questi intervalli, il vostro pensiero diventa ripetitivo, non ispirato, privo di ogni scintilla creativa, come è tuttora per la maggior parte delle persone sul pianeta.

Non avete bisogno di preoccuparvi della durata di questi intervalli, pochi secondi basteranno. A poco a poco aumenteranno da soli, senza alcuno sforzo da parte vostra. Più che la loro lunghezza è importante farli accadere frequentemente, cosi che le vostre attività giornaliere e il flusso dei vostri pensieri si alternino con lo spazio.

Recentemente qualcuno mi ha mostrato il programma annuale di una vasta organizzazione spirituale. Mentre lo esaminavo, ero colpito dalla grande scelta di interessanti seminari e gruppi di lavoro. Mi ricordava uno smorgasbord, uno di quei buffet scandinavi dove si può scegliere tra un enorme varietà di cibi abbondanti. Quella persona mi chiese se potevo raccomandargliene uno o due. “Non so” dissi. “Questi seminari sembrano tutti molto interessanti. “Ma una cosa so di sicuro” aggiunsi. “Rimani consapevole del tuo respiro più spesso che puoi, ogni volta che te ne ricordi. Fai questo per un anno e ciò produrrà una trasformazione più potente che non la partecipazione a tutti questi corsi. E non costa niente”.

Essere consapevoli del respiro sposta l’attenzione dai pensieri e crea spazio. È un modo di generare consapevolezza. Sebbene la pienezza della coscienza esista già in forma non manifestata, siamo qui per portare la coscienza in questa dimensione.

Siate consapevoli del respiro. Fate attenzione alla sensazione del respiro. Sentite l’aria che entra ed esce dal corpo. Osservate come il petto e l’addome si espandono e si contraggono leggermente con l’inspirazione e l’espirazione. Un respiro consapevole è sufficiente a creare spazio li dove prima c’era un interrotta successione di un pensiero dopo l’altro. Un respiro consapevole, due o tre sarebbe ancora meglio, molte volte al giorno, è un modo eccellente per portare spazio nella vostra vita.

Anche se meditate sul respiro per due ore o più, cosa che alcuni hanno fatto, un solo respiro è tutto ciò di cui avete bisogno per essere consapevoli o meglio, tutto ciò di cui potete essere consapevoli. Il resto è memoria o anticipazione, cioè pensiero.

Il respirare non è in realtà qualcosa che si fa, ma qualcosa che si può osservare mentre accade. Il respirare accade da solo. È l’intelligenza interna del corpo che lo fa. Tutto quello che dovete fare è osservarlo mentre accade. Non implica alcuno sforzo o tensione. Fate attenzione, inoltre, alla breve pausa nel respiro, in particolare al punto di quiete alla fine dell’espirazione, prima dell’inizio di una nuova inspirazione.

In molte persone il respiro è innaturalmente superficiale. Quanto più sarete consapevoli del respiro, tanto più questo ritroverà la sua naturale profondità. Poiché il respiro in se non ha forma, è stato fin dall’antichità considerato uguale allo spirito: l’unica Vita senza forma. “Allora il Signore Dio modello l’uomo con la polvere del terreno e soffio nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente”.

La parole respiro in tedesco, Atmen, deriva dall’antica parola indiana (sanscrita) Atman, il cui significato è lo spirito divino innato o Dio dentro di noi.

Il fatto che il respiro non abbia forma è una delle ragioni per cui la consapevolezza del respiro è un modo straordinariamente efficace di portare spazio nella vostra vita, di generare consapevolezza. È un eccellente oggetto di meditazione proprio perché non è un oggetto, non ha struttura né forma. L’altro motivo è che il respiro è uno dei fenomeni più sottili e apparentemente più insignificanti. “La cosa più piccola” che, secondo Nietzsche, crea “la più grande felicità”.

Praticare o meno la consapevolezza del respiro come forma di meditazione vera e propria è una vostra scelta. La meditazione praticata regolarmente, comunque, non è un sostituto del portare la coscienza dello spazio nella vita di ogni giorno.

Essere consapevoli del vostro respiro vi costringe a stare nel momento presente, che è la chiave di tutte le trasformazioni interiori. Ogni volta che siete consapevoli del respiro, siete assolutamente presenti. Potete anche rendervi conto che non potete pensare e, allo stesso tempo, essere consapevoli del vostro respiro. Il respiro cosciente ferma la mente. Ma lungi dall’essere in trance o mezzo addormentati, siete completamente svegli e totalmente vigili. Non state cadendo al di sotto del pensiero, ma vi state elevando sopra di esso. E se guardate più attentamente troverete che queste due cose, arrivare pienamente nel presente e smettere di pensare senza perdere consapevolezza, sono in realtà una sola e unica cosa, il sorgere della coscienza nello spazio.



- tratto dal libro “Un Mondo Nuovo” -


http://animeradianti.com/eckhart-tolle-il-respiro-consapevole/


venerdì 28 gennaio 2011

Non nascita e non morte



di Thich Nhat Hanh

Una signora che era qui con noi ieri è dovuta partire perché le è morta la madre. Credo che le sarebbe piaciuto molto restare con noi e condividere il discorso di Dharma, ma lo ascolterete anche per lei. Quando una persona che ci è molto cara muore non sappiamo dove andrà, e non sappiamo se la incontreremo ancora in futuro, da qualche parte. Nell'insegnamento del Buddha si parla di non venire e non andare. Si tratta di un modo profondo di vedere se quella persona cara è ancora con noi o non c'è più.
Faremo ora insieme un esercizio sul non andare e non venire. L'altro giorno ho detto che nel buddhismo si preferisce la parola manifestazione piuttosto che creazione; quando facciamo il gesto di accendere un fiammifero in realtà non siamo noi ad accendere la fiamma, ma piuttosto la aiutiamo a manifestarsi. Se si guarda profondamente in questa scatola di fiammiferi, potremo vedere che la fiamma c'è già, non la vediamo davvero, ma sappiamo che la fiamma c'è ed aspetta solo di manifestarsi.
Tutte le condizioni sono già sufficienti tranne una, e l'ultima è il movimento della mia mano. Già da ora possiamo parlare alla fiamma e dirle: "Per favore, fiamma, manifestati". Se non ci fosse, non potremmo parlarle così. Per piacere, aiutatemi a parlare alla fiamma ed ecco la risposta della fiamma: vedete, la fiamma si è manifestata, starà un pochino con noi e poi se ne andrà.
Ora parliamo di nuovo alla fiamma: "Cara fiamma, da dove sei venuta? Dove sei andata, mi manchi tanto". Nello stesso modo una persona che ci è molto cara si è manifestata ad un certo punto della nostra vita e poi è andata via. Crediamo che prima che apparisse non esisteva, e che dopo la sua scomparsa non esiste più perché abbiamo la nozione di essere e non essere. Qualifichiamo il prima della manifestazione come non essere e la manifestazione come essere. Poi, dopo la cessazione della manifestazione, è di nuovo un non essere. Secondo il Buddha questi due concetti non possono essere applicati alla realtà. Prima che la fiamma si manifesti non si può chiamarla "non essere", e quando si manifesta è sbagliato considerarla "essere". Infine quando la manifestazione cessa di nuovo sbagliamo dicendo che non è.
Secondo il Buddha, quindi, la natura della fiamma non è né essere, né non essere. La vera natura della fiamma è libera dalla nozione di essere e non essere. Nell'insegnamento del Buddha, "essere e non essere non è questo il problema". Nirvana è l'assenza di tutte le idee, comprese quella sull'essere e non essere. Chiediamo allora alla fiamma: "Da dove sei venuta?", e se ascoltiamo profondamente la fiamma ci dirà: "Caro amico, non sono venuta da nessun luogo, quando le condizioni sono sufficienti mi manifesto. E andrò ovunque, non importa dove, quando le condizioni non saranno sufficienti. Cesserà la manifestazione, ma non andrò da nessuna parte".
Possiamo comprendere l'affermazione fatta dalla fiamma e possiamo comprendere che la natura della fiamma non è né andare né venire. La realtà è libera dalle nozioni di essere, non essere, andare e venire.
Quando ci capita di perdere qualcuno molto vicino, vi prego, praticate nel modo suggerito dal Buddha. Potrete toccare davvero la sua presenza se eliminerete le nozioni di essere e non essere, andare e venire. Una volta ho fatto un discorso di Dharma a Plum Village e negli occhi dei bambini ho letto che avevano compreso questo essere e non essere, non andare e non venire. Se i bambini prestano attenzione, possono anche loro comprendere i discorsi di Dharma. Chiediamo alla fiamma di manifestarsi, inspiriamo ed espiriamo con attenzione ed aiutatemi a chiedere alla fiamma di manifestarsi: "Cara fiamma, per favore manifestati." Proviamo ad accendere una candela: la fiamma è la stessa di quella di prima o è diversa? Non rispondete subito, prima dobbiamo praticare il guardare profondamente. È la stessa o sono diverse?
Il Buddha ci direbbe che non sono né la stessa né sono diverse, perché la realtà trascende le idee di stesso e diverso. Se lasciamo la candela una mezz'ora e poi torniamo, vedremo che la fiamma è ancora lì e la fiamma sarà la stessa, o meglio pensiamo che la fiamma sia la stessa, ma se guardiamo profondamente vedremo che ogni fiamma ha il suo ossigeno con cui bruciare, il suo combustibile di cui vivere, e se guardiamo ancor più profondamente vedremo che c'è una successione di fiamme, che non è la stessa fiamma che ha una certa durata, ma è piuttosto la successione di una moltitudine di fiamme.
Immaginiamo che qualcuno al buio tenga una torcia in mano e con quella luce disegni un cerchio: se non siamo molto lontani dalla persona avremo l'impressione che sia un cerchio di fuoco, mentre non è affatto un cerchio di fuoco quanto il susseguirsi del movimento a darci l'impressione di un cerchio di fuoco. Allo stesso modo, se abbiamo una cinepresa, possiamo fare un esperimento analogo: con la successione di tanti fotogrammi daremo l'impressione del movimento. Ma guardando profondamente potremo vedere la successione di una moltitudine di immagini. Quindi pensare che la fiamma sia la stessa è un'illusione ottica, ma anche dire che sono fiamme diverse, che non hanno collegamento tra loro, non è corretto. Con la pratica del guardare in profondità si può dire che la natura della fiamma non è né di essere la stessa né di essere diversa. Ora, per non dimenticare, abbiamo bisogno che qualcuno scriva sulla lavagna queste parole: "Non andare, non venire; non essere, non non essere; non uguale e non diverso". Crediamo che la fiamma sia nata quando Thay l'ha accesa e che sia morta quando Thay l'ha spenta, quindi abbiamo ancora una nozione di nascita e morte. All'inizio di questo discorso vi ho invitato a pensare ai fenomeni come a qualcosa che si manifesta e non a qualcosa che nasce.
Guardiamo questo foglio di carta e pensiamo che sia venuto fuori dal nulla. Perché nella nostra mente nascere significa che da niente diventiamo qualcosa. Nascere significa che da nessuno diventiamo qualcuno. Nascere significa che da non essere diventiamo essere. Percezioni sbagliate. Questo foglio di carta prima di essere foglio di carta era già qualcosa? Guardando profondamente dentro il foglio di carta possiamo vedere la presenza di alberi, di foreste, del sole, dell'acqua. Tutto in un foglio di carta. E quindi è facile vedere che prima di essere foglio di carta era già qualcosa. Sarebbe sbagliato dire che il foglio di carta è venuto dal nulla, quella nella quale ora lo vediamo è solo una nuova manifestazione. Prima di nascere come foglio di carta, già era stato albero, pioggia, sole, e il momento che noi crediamo sia quello della nascita in realtà è solo una continuità. Il giorno del nostro compleanno è più appropriato cantare: "Buona continuazione", anziché: "Buon compleanno". Vorrei chiedere a questo bambino quando è nato. Prima di quella data esistevi già? "Sì". Quindi, se esistevi già qual è il significato di nascere? Lo chiediamo a questa bambina. Esistevi prima di essere nata? "No". E se non esistevi già, come hai fatto a nascere da tua madre?
Alcuni mesi prima che tu nascessi, la mamma già ti sentiva, eri già lì, quindi la data che è sul tuo certificato di nascita non è esatta. E prima del concepimento esistevi già? Almeno per il 50% nella tua mamma e il 50% in tuo padre. Guardando in questo modo scoprirai che ci sei sempre stata, e che la tua vera natura è la natura di non nascita. I nostri amici di tradizione cristiana non credono che Gesù non esistesse prima del concepimento. Era già lì prima di nascere. E nel suo insegnamento, anche dopo la crocifissione, ha continuato ad essere. La sua natura è di non morte: non solo il Cristo e il Buddha hanno la natura di non nascita e di non morte, ma tutti noi.
Lo scienziato francese Lavoisier disse: "Nulla nasce e nulla muore", non conosceva il buddhismo, ma ha detto la stessa cosa del Sutra del cuore che abbiamo cantato stamane. Facciamo un esperimento: proviamo a bruciare questo foglio di carta e vediamo se diventa niente, perché secondo la nostra mente quando qualcosa nasce poi muore e da niente diventa qualcosa per diventare poi di nuovo niente. Il foglio di carta bruciato è niente. No, questo non è niente, si è trasformato in qualcosa di diverso, prima in fumo che è salito in cielo e ha raggiunto una nuvoletta: possiamo guardare il cielo e salutare il foglio di carta bruciato. Ma si è anche trasformato in calore, quasi bruciava le mie dita e quel calore è penetrato nel mio corpo e nel vostro. E così quando tornerete a casa, porterete quel foglio con voi.
Uno di voi può portare questa cenere in un campo e magari il prossimo anno quando tornerò per un altro ritiro la troverò trasformata in fiore. Quindi il momento della morte del foglio di carta non è altro che un momento di continuazione. Per lo stesso motivo non dovremmo essere tristi quando qualcuno muore, perché la sua morte è un momento di continuazione. Non solo durante un compleanno possiamo cantare: "Buona continuazione", ma anche nel momento in cui uno muore. È un momento di un nuovo inizio, e se noi guardiamo con gli occhi del Buddha non possiamo sentire tanta disperazione. Se guardiamo in cielo possiamo vedere tante belle nuvole e quando viene il tempo in cui dovranno trasformarsi in poggia, la nuvola non avrà paura. Essere una nuvola che si muove nel cielo, ma alla stesso modo essere la pioggia che cade sulla terra è ugualmente una cosa meravigliosa. Se noi vogliamo vedere solo la nuvola, piangeremo quando si trasformerà in pioggia, e perciò in meditazione guardiamo profondamente per vedere la nuova manifestazione dei nostri cari, e allora potremo dire loro: "So dove siete e cercherò di identificare la vostra nuova manifestazione".
Il Buddha disse: "Se guardi in profondità nella tua vera natura scoprirai che la tua vera natura è di non nascere e di non morire, non venire e non andare, non uguale e non diverso, non essere e non non essere. Se riuscirai a vedere la tua vera natura, allora sarai libero dalla sofferenza."
Nel buddhismo esiste un termine che molti non comprendono: nirvana. Nirvana significa estinzione, ovvero estinzione di tutte le idee e di tutti i concetti, dell'idea di andare, venire, essere e non essere. Perciò dovremmo praticare abbastanza in modo da guardare in profondità e riconoscere la nostra vera natura.

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Lo scopo della pratica è di liberarci dalla sofferenza, ma il più grande sollievo è di toccare la nostra vera natura di non nascere e non morire. Ecco perché non dovremmo essere troppo indaffarati nella vita quotidiana, ma trovare sempre il tempo di praticare questo meraviglioso insegnamento del Buddha che ne costituisce la crema, il nettare; sarebbe un terribile spreco non riuscire a praticarlo.
Al tempo del Buddha, c'era un praticante di nome Anathapindika che era un uomo d'affari molto generoso sia dal punto di vista delle risorse materiali che delle energie che metteva al servizio dei più deboli e poveri. La gente nel suo paese lo amava, tanto che gli aveva dato questo nome che significa "colui che si prende cura degli emarginati". Un giorno si recò nel boschetto di bambù dove il Buddha meditava e gli chiese di accettarlo come suo discepolo e poi lo invitò a recarsi nel suo paese, Kosala. E quando il Buddha accettò, egli tornò felice nel suo paese per trovare un luogo degno di ospitare il Buddha e i suoi discepoli, trovò il palazzo di un principe il quale fu contento di metterlo a disposizione del Buddha e dei suoi discepoli come centro di pratica. Poi l'uomo d'affari con sua moglie e i tre figli presero i cinque meravigliosi addestramenti di consapevolezza e praticarono insieme al Buddha. Cinque anni dopo, Anathapindika si ammalò gravemente e il Buddha personalmente andò a trovarlo a casa, dopodiché chiese al suo discepolo più anziano, Sariputra, di prendersi cura di quell'uomo. Sariputra era intimo amico di Anatapindika perché quando quest'ultimo aveva invitato il Buddha nella sua terra lo aveva aiutato ad organizzare l'accoglienza. Sariputra chiese al venerabile Ananda, suo fratello di Dharma, di accompagnarlo a far visita al morente.
Anatapindika fu felice di vedere arrivare i due monaci al suo capezzale, ma era talmente debole da non riuscire a mettersi a sedere e allora Sariputra disse: "Caro amico, non devi metterti a sedere, noi prenderemo due sedie e ci siederemo accanto a te per parlare".
Dopo essersi seduto Sariputra chiese: "Caro amico, come stai? Il dolore del corpo sta diminuendo o sta crescendo?" "Caro venerabile Sariputra, il dolore del mio corpo non sembrerebbe proprio diminuire, sta aumentando piuttosto." Shariputra allora propose la meditazione delle tre Rimembranze: la rimembranza del Buddha, la rimembranza del Dharma e la rimembranza del Sangha.
Sariputra era uno dei discepoli più intelligenti del Buddha, egli sapeva che per più di venti anni Anatapindika aveva provato piacere ad essere al servizio del Buddha, del Dharma e del Sangha e perciò sapeva bene che praticare le tre rimembranze avrebbe annaffiato i semi della gioia e dunque propose proprio questo esercizio. Immaginate i due monaci seduti al capezzale di quest'uomo che praticano la meditazione guidata. Dopo circa otto minuti i dolori diminuirono e il sorriso ricomparve sul suo viso. Dobbiamo ricordare l'esperienza di Sariputra quando sediamo accanto a qualcuno gravemente ammalato, così da annaffiare i semi della gioia e dare sollievo alla sua mente ed al suo corpo. Subito dopo, Sariputra invitò Ananda e Anatapindika a continuare una meditazione sui sei organi di senso:

"Questi occhi non sono me,
io non sono preso da questi occhi;
questo corpo non sono io,
io non sono preso da questo corpo;
questa coscienza mentale non è me,
io non sono preso da questa coscienza mentale."


Dovete sapere che i sei organi di senso, ossia i cinque sensi più la mente, si manifestano quando le condizioni sono sufficienti e se noi ci identifichiamo con loro, la disintegrazione del corpo diventa molto dolorosa. Perciò non dobbiamo identificarci con i sei organi di senso che includono la coscienza mentale e il corpo. In questo modo potremo cancellare tutta la paura che si prova in punto di morte.
C'è una pratica che dice:

"L'elemento terra non è me,
io non sono racchiuso dall'elemento terra;
l'elemento acqua non è me,
io non sono limitato dall'elemento acqua;
l'elemento fuoco, il calore in me, non è me,
io non sono limitato dall'elemento fuoco;
l'elemento aria non è me,
io non sono limitato dall'elemento aria".


Quando le condizioni sono sufficienti, allora il corpo si manifesta, ma il corpo non viene e non va da nessuna parte. Prima della manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. Dopo la cessazione della manifestazione del corpo non possiamo qualificare il corpo come non esistente. La natura del corpo e anche della nostra mente è la natura della non nascita, non morte, non andare, non venire. Ed è proprio questo insegnamento del non nascere, non morire, non andare, non venire che abbiamo imparato all'inizio del discorso di Dharma.
Quando arrivò a questa pratica, le lacrime iniziarono a scendere lungo le guance di Anatapidika e Ananda, sorpreso, gli chiese che cosa gli stesse succedendo: "Perché piangi, hai dei rimpianti?" "No, venerabile Ananda, non ho nessun rimpianto." "Oppure non hai praticato con successo la meditazione guidata?" "No, venerabile, ho praticato la meditazione guidata con molto successo" "E allora, perché piangi?" "Piango perché sono commosso, ho praticato il rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha per più di trent'anni, ma non ho mai provato una pratica così meravigliosa come quella fattami provare oggi dal venerabile Sariputra". Al che Ananda replicò: "Caro amico, questo insegnamento il Buddha lo impartisce a noi monache e monaci tutti i giorni". Anatapitika disse: "Per favore, va e riferisci che è vero che ci sono persone che non praticano l'insegnamento dell'essere e non essere, non andare e non venire, non nascere e non morire, ma ce ne sono tante altre però che amano molto praticarlo. Chiedo quindi che il Buddha offra questo insegnamento anche ai laici e non solo ai monaci." Fu questa l'ultima frase pronunciata da Anatapidika prima di morire in pace.
Questa storia si trova nel libro appena tradotto: "I canti di Plum Village", nella parte dedicata agli insegnamenti per l'uomo moderno. Per favore, prendetene visione; il mio consiglio è di non essere troppo indaffarati nella vita quotidiana. Dovremmo avere il tempo per praticare ogni giorno questi insegnamenti, perché, se veramente pratichiamo liberandoci della paura, la nostra felicità aumenterà centinaia di volte, e se sediamo accanto ad una persona in fin di vita senza paura potremo davvero aiutarla a non aver paura.



Thich Nhat Hanh, 1° novembre 2000, Castelfusano (Roma).

Trascrizione del discorso di chiusura del ritiro di Castelfusano.
La prima parte è l'insegnamento che Thich Nhat Hanh ha rivolto ai bambini presenti al ritiro.

Dal sito "Essere Pace": http://www.esserepace.org/testi/011100.html


mercoledì 19 gennaio 2011

Tutto l’universo obbedisce all’amore




Tutto l’universo obbedisce all’amore - Franco Battiato


Rara la vita in due fatta di lievi gesti
e affetti di giornata, consistenti o no,
bisogna muoversi come ospiti pieni di premure
con delicata attenzione per non disturbare...

ed è in certi sguardi
che si vede l’infinito

Stridono le auto come bisonti infuriati,
le strade sono praterie...
accanto a grattacieli assolati,
come possiamo tenere nascosta la nostra intesa

ed è in certi sguardi
che s’intravede l’infinito

Tutto l’universo obbedisce all’amore,
come puoi tenere nascosto un amore.
Ed è così
che ci trattiene nelle sue catene
tutto l’universo obbedisce all’amore

Come possiamo
tenere nascosta la nostra intesa
ed è in certi sguardi
che si nasconde l’infinito

Tutto l’universo obbedisce all’amore,
come puoi tenere nascosto un amore.
Ed è così
che ci trattiene nelle sue catene
tutto l’universo obbedisce all’amore...


venerdì 7 gennaio 2011

Risvegliarsi è smettere di sognare



– da “Psicomagia. Una terapia panica”
di Alejandro Jodorowsky


Sogno lucido, sogno terapeutico, sogno saggio, sogno umile, sogno generoso... Cos’è per te l’ultimo dei sogni, il nec plus ultra onirico?

Il sogno magico, creativo. In tutti questi anni di esplorazione onirica, ne ho fatto uno solo; eccolo:

Sono nella mia camera da letto. Appoggiandomi nell’aria con i palmi delle mani, spicco il volo. Decido di sentire tutta la potenza della mia voce. Lascio che il canto fuoriesca, emetto con forza incredibile alcuni suoni che superano di gran lunga gli acuti da opera lirica. Non devo sforzarmi per tirare fuori la voce: la invoco e viene. Non devo fare altro che lasciarla uscire dalla bocca per scoprirla viva e magica... Profondamente emozionato, sento che mi sto aprendo a una dimensione interiore finora sconosciuta. Del tutto ludico, apro gli occhi e mi sveglio: il cuore mi batte all’impazzata. Senza muovermi, richiamo alla memoria tutti i particolari del sogno. D’improvviso sento un canto, né vicino né lontano. Non proviene da una voce umana, ma non per questo smette di avere una sonorità umana: è come se l’intero quartiere di una città si fosse messo a cantare. Quel canto sembra provenire da un’altra dimensione. Dico a me stesso che sono ancora mezzo addormentato e devo osservare più lucidamente ciò che sta accadendo. Il fenomeno si ripete e mi abbandono all’ascolto, anche se il carattere assolutamente inedito dell’esperienza mi ha alterato il battito cardiaco. Da una parte, mi sento vittima di un’allucinazione; dall’altra, mi sembra che si stia aprendo uno spiraglio verso quello che potremmo chiamare non il terzo occhio ma il terzo udito, quello del “chiaroascolto”... Mi addormento profondamente e, in sogno, mi vedo in una via di Montmartre. Cammino mormorando: “Era una voce divina, la voce di una dea. Non proveniva da un essere umano ma dalla realtà stessa. Proveniva dalle strade, dalle case, dall’aria...”.


Formidabile. Ma torniamo a quel sogno che si chiama realtà: è possibile, come affermano alcuni saggi, vedere la propria vita come un sogno dal quale ci si dovrebbe svegliare?

Direi piuttosto che quel sogno inconscio che è la nostra vita deve diventare un sogno lucido. Ci fu un tempo in cui, prima di addormentarmi, avevo l’abitudine di passare in rassegna tutti gli avvenimenti del giorno. Visualizzavo il film della mia giornata, prima dalla mattina alla sera, e poi al contrario, secondo il consiglio di un antico libro di magia. La pratica della “retromarcia” mi permetteva di distanziarmi dagli eventi della giornata. Dopo aver analizzato, giudicato e preso posizione una prima volta, ripassavo il giorno in senso inverso e allora mi trovavo distante. La realtà, captata in questo modo, acquistava il carattere di un sogno lucido. Mi sono reso conto che anch’io, come tutti, in buona misura, sognavo la vita! Passare in rassegna la mia giornata di sera equivaleva alla pratica di ricordare i miei sogni di mattina.
Il mero fatto di ricordare un sogno equivale a organizzarlo. Non vedo il sogno intero ma solo alcuni particolari che ho selezionato. Analogamente, nel ripercorrere le ultime ventiquattr’ore, non rivivo tutti i fatti del giorno ma solo quelli che ho trattenuto. Questa selezione costituisce già una sorta di interpretazione sulla quale, in seguito, fondo i miei giudizi e i miei apprezzamenti. Per essere più coscienti di questa situazione, possiamo cominciare con il distinguere la nostra percezione del giorno dalla sua realtà oggettiva. Quando saremo in grado di non confonderle più, potremo assistere come spettatori allo sviluppo della giornata, senza lasciarci influenzare da giudizi o valutazioni. In veste di testimoni, si può interpretare la vita come si interpreta un sogno.

[...]

Posto che sogniamo la nostra vita, dobbiamo interpretarla e scoprire ciò che sta tentando di dirci, i messaggi che intende trasmetterci, fino a trasformarla in un sogno lucido. Una volta acquisita la lucidità, saremo liberi di intervenire sulla realtà sapendo che, se ci limitiamo a occuparci dei nostri desideri egoistici, saremo travolti, perderemo l’imparzialità di giudizio, il controllo e, di conseguenza, la possibilità di compiere un atto vero. Per poterci divertire comportandoci in questo modo, dobbiamo farci coinvolgere sempre meno sia dal sogno notturno sia da quello diurno che chiamiamo vita.


Questo distanziamento che non impedisce né l’azione né la compassione, ma non ammette né desiderio né pietismo, assomiglia molto alla saggezza.

Certo! A che cosa ti serve vivere con i tuoi sogni e fare uno sforzo per cercare di ottenere la lucidità, se non per trovare la saggezza? La realtà è un sogno nel quale dobbiamo lavorare per poter passare progressivamente dal sogno inconscio, sprovvisto di qualsiasi lucidità – che può sempre trasformarsi in incubo –, a quello che io chiamo “sogno saggio”.


E il Risveglio? Le tradizioni spirituali parlano di coloro che si sono risvegliati...

Risvegliarsi è smettere di sognare. In altre parole, è sparire da questo universo onirico per trasformarsi nella persona che lo sogna.




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