martedì 29 novembre 2011

La luce interiore: tributo a George Harrison





The Beatles - Within You Without You (traduzione)

Dentro di te, Senza di te


Parlavamo delle distanze tra noi tutti
E della gente che si nasconde dietro un muro di illusione
Non intravede mai la verità
Poi è troppo tardi, quando muoiono

Parlavamo dell'amore che noi tutti potremmo condividere
Quando lo troviamo, dobbiamo fare del nostro meglio per tenerlo lì
Con il nostro amore, con il nostro amore potremmo salvare il mondo
Se solo sapessero

Cerca di capire che è tutto dentro di te
Nessun altro ti può far cambiare
E a vedere che sei davvero molto piccolo
E la vita scorre dentro di te e senza di te

Parlavamo dell'amore che è diventato così freddo
E della gente che conquista il mondo e perde la propria anima
Non sanno, non vedono
Sei uno di loro?

Quando vedi oltre te stesso
Puoi trovare la pace della mente lì che ti aspetta
E verrà il tempo in cui capirai che siamo tutti uno
E la vita scorre dentro di te e senza di te



The Beatles - The Inner Light (traduzione)

La luce interiore


Senza uscire di casa
Posso conoscere tutte le cose della Terra
Senza guardar fuori dalla finestra
Potrei conoscere le vie del Cielo

Più lontano si viaggia
Meno si conosce
Meno si conosce veramente

Senza uscire di casa
Potete conoscere tutte le cose della Terra
Senza guardar fuori dalla finestra
Potreste conoscere le vie del Cielo

Più lontano si viaggia
Meno si conosce
Meno si conosce veramente

Arriva senza viaggiare
Vedi tutto senza guardare
Fai tutto senza fare


sabato 19 novembre 2011

La vera essenza del sufismo



Quanti si accostano alle espressioni del sufismo o alle esposizioni che ne sono state fatte, possono trovarsi di fronte a due forme del tutto differenti fra di loro, corrispondenti alle due correnti determinate dai modi di sentire il sufismo stesso.

La prima corrente che potremmo definire “informale”, di natura esoterica e iniziatica con tendenza trascendentale, considera della massima importanza l’evoluzione psichica del Sé a prescindere dai mezzi con i quali la si può ottenere. È pertanto libera da schemi e da limitazioni specifiche, quali l’appartenenza dell’allievo alla religione musulmana, la conoscenza obbligatoria della lingua araba, il rigorismo formale dell’organizzazione in Ordini riconosciuti. Perciò ingloba tutte le vie per l’evoluzione dal Molteplice all’Uno, considerandone le varietà come necessari adattamenti ambientali. Ogni individuo, a prescindere da razza e religione, può avviarsi sul cammino dell’illuminazione liberandosi da qualsiasi limitazione. Pertanto il sufismo stesso non potrà venir confinato nel cerchio di una tradizionalità legittimante, o nell’ambito di una cultura e di un periodo storico. Le citazioni che traggo, ad esempio, da testi di Idries Shah, riguardano questo aspetto del sufismo.

La seconda corrente è ortodossa e storicistica. Per essa la forma esteriore e la programmazione tradizionale sono inalienabili. È sufi solamente colui che viene iniziato in un Ordine regolare; e il sufismo viene considerato il “midollo della religione islamica”. Annovera fra gli adepti anche dei fanatici, e fra questi non pochi persianofili. A volte però serve ad equilibrare il pericolo di una eccessiva libertà in cui può incorrere la corrente precedente (molti europei che hanno studiato il sufismo, hanno considerato solo l’aspetto proposto da questa corrente). Le citazioni che traggo, ad esempio da Seyyd Hossein Nasr si riferiscono a questo secondo modo di vedere.

[...]

Parrebbe così che vi possano essere due sufismi (e ognuno avrebbe a sua volta due aspetti): uno tradizionale, la cui storia è descrivibile rintracciandone le fonti, cui in generale si attengono quanti non hanno in realtà compenetrato il messaggio sufico; e uno di fuori dalla realtà storica e dalla tradizione, ed è forse ciò che l’umanità va cercando da sempre.

[...]

A ben guardare, tutto ciò divide: confraternite legittime e non legittime, d’Oriente e d’Occidente, settarismi e disposizioni classiste ed elitarie. Eppure l’essenza del sufismo mira a far capire che non debbono sussistere suddivisioni o differenze tra spirito in cammino e altri spirito in cammino, dal momento che tutti – presto o tardi – giungeranno ad una medesima meta. Nessuna costrizione a regole, che sempre si rivelano effimere!

E allora? Allora le fazioni sono l’aspetto esteriore. Una specie di frontiera oltre la quale transitano gli adepti validi; alla quale si fermano i “falsi maestri”, gli “allievi non realizzati”, quanti insomma si limitano ai formalismi esteriori e non hanno ancora afferrato la vera essenza del sufismo. È anche questa una prova, uno dei molti modi per vagliare le possibilità del postulante.

Per altro chi è sulla Via è in marcia, ma chi potrà mai dire d’essere arrivato?

Rimane comunque il fatto che l’essenza del sufismo non è un’etichetta, un atteggiamento; bensì uno stato dell’essere, un modo di vivere alla ricerca dell’Evoluzione del sé verso l’infinito essenziale. Entrambe le correnti precitate concordano nel definire il sufismo come “l’unità trascendente delle religioni”, intendendo con il termine di “religione” non un sottobosco di prevaricazioni, politicizzazioni, atti in violento contrasto morale e materiale con i princìpi stessi della fede. Poche persone sono in grado di pensare in termini di “fede”, di accettare che il prossimo creda con espressioni di fede differenti dalle proprie. Non sono poche le sétte religiose che si arrogano il diritto di avere il monopolio esclusivo di Dio. Ogni essere umano che non fa parte della loro sétta, sia egli anche uno spiritualista eminente, non viene accettato, e in altri tempi non veniva nemmeno lasciato vivere.

A questo proposito il sufi racconta una novelletta, che troverete in molti manuali d’Oriente variamente narrata:

Cinque uomini che compivano il pellegrinaggio alla Mecca s’erano incontrati strada facendo, percorreva insieme il cammino. Ad un certo momento trovarono per terra una moneta d’oro, e decisero di comperare qualcosa da mangiare.
«Io penserei a dell’angur», disse il persiano.
«No, prendiamo dell’uzum», replicò il turco.
«Io voglio dell’inab», tranciò l’arabo.
«Macché – soggiunse il greco – noi faremmo bene a comperare dello stafil».
«Niente! O prendiamo dello shvakh o me ne vado», urlò il mongolo.
Ne sorse una disputa, che degenerò presto in una lite. In quel mentre passava di lì un vecchio saggio, e i cinque si appellarono a lui. Gli spiegarono l’origine del contrasto, e quegli disse:
«Venite con me da un fruttivendolo, e io accontenterò tutti voi». Infatti comperò dell’uva, e i pellegrini allegramente lo ringraziarono. Infatti tutti e cinque volevano la stessa cosa, ma la chiamavano con i termini della propria lingua.

Così è necessario che colui che desidera giungere alla piena Realizzazione del Sé capisca anzitutto che i concetti di base sono tutti unici, e che non v’è differenziazione nelle varie razze, culture, religioni. Deve cioè sentirsi libero da etichette, settarismi, schemi, pretesti (consci o inconsci) politici e religiosi con i quali tende a dar libero sfogo alle proprie negatività. Deve essere libero da desideri, paure, ansie, superstizioni, angosce... Libero da limiti e costrizioni. Libero, vivendo però la vita d’ogni giorno, non rifugiandosi asceticamente in un mondo di rinuncia fobica o psicotica.

Così i sufi operano nel mondo, pur essendone ormai del tutto staccati; ed a questo mondo forniscono una carica vitale utile in molti e molti campi, dalla medicina all’arte, dalla ricerca al misticismo.

Allora – mi si dirà – i sufi sono semplicemente quei santi, scienziati, legislatori, artisti o governanti, che godono della stima universale. No!: pochi sufi sono stati applauditi in vita, né l’hanno voluto; alcuni anzi sono stati osteggiati, accusati, condannati alla tortura o alla morte; e in effetti a nessun vero maestro importò mai l’opinione dei contemporanei, nonché ogni altro ciarpame transitorio del mondo. Un maestro sufi, uno dei maggiori anche, può vestire abiti dimessi o ricchi, può essere tanto un eminente scienziato quanto un ignoto artigiano. Non è ciò che si vede quel che conta. Chi è davvero ricco non ha bisogno di dimostrarlo; ma chi è saggio sa anche che è saggio non dimostrarlo. Non sempre d’altronde si opera bene insegnando la Conoscenza a tutti. Nizâm adDîn Awliyâ’ († 1323), una delle figure più importanti della Chishtiyya, disse: «I re possono nascondere i loro tesori in due posti. Il primo, ovvio, è la camera del tesoro, robusta sì, ma che, oggetto delle mire altrui, può venire in molti modi depredata. Il secondo, più sicuro, è sotto una catapecchia in rovina, dove a nessuno verrebbe mai in mente di cercarlo».

Così, se chiederete a un sufi perché – pur vivendo in una società e quindi profittandone – non svela tutti i misteri che è giunto a penetrare; perché non li divulga in modo semplice o non semplifica il proprio modo di insegnare, probabilmente vi sentirete raccontare, a mo’ di risposta, la storielletta di Nasruddin che, sorpreso dai suoi compaesani a gettare del denaro in uno stagno, rispose loro: «Faccio così perché ieri stavo quasi per essere buttato in acqua dal mio asino che stava scivolando, quando le rane, con il loro improvviso gracidio, lo spaventarono, sicché per la paura si rimise in piedi, e io fui salvo. Perciò ricompenso le rane gettando loro del denaro».

Appunto: che se ne fanno le rane del denaro? Per questo il sufi nasconde piuttosto il suo tesoro, e non si lascia scegliere come maestro da chi vuole diventare suo allievo, ma è lui che sceglie l’allievo. E non perché si considera “superiore”, bensì perché è differente da quanti operano secondo condizionamenti appresi.


– da “Il sufismo vertice della piramide esoterica”
di Gabriele Mandel



domenica 6 novembre 2011

La maturità è una rinascita spirituale



Maturità vuol dire riconquistare la tua intelligenza perduta, rivendicare il tuo paradiso, tornare a essere un bambino. Naturalmente non allo stesso modo, perché il bambino comune è destinato a corrompersi: quando recuperi la tua infanzia, diventi incorruttibile. Nessuno può corromperti, perché ora sei diventato intelligente: sai ciò che ti ha fatto la società, e sarai attento e consapevole che la cosa non si ripeta, non lo permetterai più.

La maturità è una rinascita, una rinascita spirituale. Torni a essere un bambino, cominci a guardare l’esistenza con occhi freschi; ti avvicini alla vita con l’amore nel cuore; penetri nel tuo centro più profondo con silenzio e innocenza. Non sei più confinato alla testa, ora è al tuo servizio, la usi. Come prima cosa diventi il cuore, poi trascendi anche quello. Andare oltre i pensieri e i sentimenti, e diventare pura entità, è maturità. La maturità è la fioritura suprema della meditazione.

Una volta Gesù si trovava sulla piazza del mercato e qualcuno gli chiese: “Chi è degno di entrare nel Regno di Dio?”.

Si guardò intorno: c’era un rabbino, che si deve essere fatto un po’ avanti pensando di essere il prescelto, ma così non fu. C’era l’uomo più virtuoso della città, il moralista, il puritano; si fece un po’ avanti sperando di venire indicato, ma così non fu.

Si guardò intorno: vide un piccolo bambino che non si era mosso di un centimetro, perché non si aspettava di venir chiamato. Era inimmaginabile che fosse chiamato; stava semplicemente godendosi la scena, ascoltando Gesù che parlava alla gente.

Gesù chiamò il bambino, lo prese in braccio e disse alla folla: “Solo chi è come questo bambino è degno di entrare nel Regno di Dio”.

Ricorda, disse: “Solo chi è come questo bambino...”. Non: “Chi è un bambino...”; la differenza è enorme. Non ha detto: “Questo bambino entrerà nel Regno di Dio”, perché è inevitabile che tutti i bambini si perdano e si corrompano. È inevitabile che ogni Adamo e ogni Eva siano cacciati dal giardino dell’Eden e si perdano. L’unico modo di riconquistare la vera infanzia è perderla. È molto strano, ma è così che funziona la vita; è paradossale, ma la vita è un paradosso. Per conoscere la bellezza autentica della tua infanzia la devi prima perdere, altrimenti non la conoscerai mai.

Il pesce ignora completamente dove sia il mare, a meno che tu non lo tiri fuori dall’acqua e lo metti sulla sabbia, al sole rovente. Lì egli saprà dov’è il mare. Lo desidererà, farà ogni sforzo per tornarvi, salterà nell’acqua. È lo stesso pesce e al tempo stesso non lo è più. È lo stesso mare e al tempo stesso non lo è più, perché il pesce ha imparato una nuova lezione. Adesso è consapevole: “Questo è il mare e questa è la mia vita. Senza di esso io non esisto più, poiché sono una sua parte”.

Tutti i bambini devono perdere la propria innocenza e riconquistarla. Perderla è solo metà del processo. Molti l’hanno persa, ma pochissimi l’hanno riconquistata. Questa è una sfortuna enorme, un’autentica disgrazia. Tutti la perdono, ma raramente un Buddha, uno Zarathustra, un Krishna o un Gesù la riconquistano.

Gesù non è altri che Adamo che torna a casa. Maddalena non è altri che Eva che torna a casa. Sono usciti dal mare e hanno conosciuto la miseria e la stupidità. Hanno visto che non c’è felicità fuori dal mare.

Quando diventi consapevole che appartenere a una religione, a una cultura o a una società vuol dire restare infelici e prigionieri, in quello stesso giorno cominci a sciogliere le tue catene. La maturità sta arrivando; stai recuperando la tua innocenza.

I bambini non sono santi, ma i santi – quelli veri – sono bambini. Il bambino possiede la stessa qualità, ma ne è inconsapevole. E che senso ha avere qualcosa se non ne sei consapevole? Potresti essere proprietario di un grande tesoro e non saperlo: sarebbe come se non lo avessi. Averlo o non averlo non farebbe differenza.

Un uomo ricchissimo era molto confuso perché per tutta la vita si era sforzato di diventare ricco e finalmente ce l’aveva fatta. Era diventato l’uomo più ricco del pianeta, ma non era felice. Pensava che bastasse diventare ricchi per essere felici, e si sentiva molto frustrato, com’è destino di tutte le persone di successo: allora cominciò ad andare in giro alla ricerca di un saggio che lo aiutasse a raggiungere la felicità.

Qualcuno gli suggerì un Maestro sufi. Egli si recò da lui su uno splendido cavallo e con una borsa carica di diamanti, forse i più preziosi del mondo. Disse al Maestro: “Possiedo tutti questi brillanti, ma non una goccia di felicità. Come posso ottenerla? Puoi aiutarmi?”.

Il Maestro fece un balzo, afferrò la borsa e scappò via: il ricco non credeva ai propri occhi. Lo inseguì piangendo e urlando: “Sono stato derubato! Mi hanno ingannato! Quest’uomo non è un Maestro, ma un ladro! Prendetelo!”.

Il Maestro conosceva a perfezione le strade, le vie e i vicoli di quel villaggio, e riuscì a seminare il ricco, che, non avendo mai inseguito nessuno, si trovava in difficoltà. Una folla cominciò ad andargli dietro: conoscevano il Maestro sufi e i suoi strani metodi.

Alla fine fecero ritorno all’albero sotto il quale il ricco aveva trovato seduto il Maestro: vi ritrovarono il Maestro, insieme alla borsa. Il ricco si fece avanti e il Maestro gliela ridiede; l’uomo se la portò al cuore, dicendo: “Sono così felice di aver ritrovato il mio tesoro perduto!”.

Il Maestro disse: “Hai avuto un assaggio della felicità? Se non la perdi non puoi sentirne il sapore. Io te l’ho fatta perdere... questo è il modo di assaporare la beatitudine: perdere qualcosa”.

Se riesci a perdere il tuo ego, otterrai te stesso, ciò che il Buddha chiama il non-sé. Lo chiama non-sé per la semplice ragione che non è più il tuo ego: non ne conserva neppure l’ombra. Perdi l’ego e otterrai il Sé, o non-sé; perdi la mente e otterrai la consapevolezza; muori al passato e rinasci la presente: così otterrai la maturità.

Maturità è vivere nel presente, pienamente vigile e consapevole della bellezza e dello splendore dell’esistenza.


– da “La via del cuore” di Osho


lunedì 31 ottobre 2011

Voglio vederti danzare




Voglio vederti danzare - Franco Battiato


Voglio vederti danzare
come le zingare del deserto
con candelabri in testa
o come le balinesi nei giorni di festa

Voglio vederti danzare
come i Dervisches Tourneurs
che girano sulle spine dorsali
o al suono di cavigliere del Kathakali

E gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza, danza
e gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza

E Radio Tirana trasmette
musiche balcaniche, mentre
danzatori bulgari
a piedi nudi sui braceri ardenti

Nell'Irlanda del nord
nelle balere estive
coppie di anziani che ballano
al ritmo di sette ottavi

E gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza, danza
E gira tutt'intorno la stanza
mentre si danza

Nei ritmi ossessivi la chiave
dei riti tribali
regni di sciamani
e suonatori zingari ribelli

Nella Bassa Padana
nelle balere estive
coppie di anziani che ballano
vecchi valzer viennesi


giovedì 20 ottobre 2011

Conoscenza di sé e meditazione



Jiddu Krishnamurti


L’altro giorno, quando ci siamo incontrati qui, parlavamo della necessità di una rivoluzione totale – una rivoluzione che fosse insieme interiore ed esteriore. Dicevamo che l’ordine è essen­ziale per avere la pace nel mondo; ordine non solo esteriore ma soprattutto interiore. Tale ordine non è mera routine. L’ordine è una entità vivente che non può determinarsi mediante la mera intellezione, mediante le ideologie, con svariate forme di comportamento coercitivo. Dicevamo anche che il pensiero, che è stato il vecchio, non può funzionare senza il modello che ha instaurato nel passato. Il pensiero è sempre il vecchio. Il pensiero non può assolutamente fare ordine, perché l’ordine, come dicevamo, è una entità vivente. Ed è il pensiero che ha arrecato disordine nel mondo.

L’abbiamo approfondito, credo, a sufficienza l’altro giorno. Dicevamo che dobbiamo considerare non che cosa è l’ordine, ma piuttosto che cosa arreca disordine. Perché nel momento in cui siamo in grado di capire che cos’è il disordine, di perce­pirlo davvero e di vedere, non solo intellettualmente ma effet­tivamente, l’intera struttura del disordine, allora, nella com­prensione totale di quel disordine, verrà l’ordine.

Penso sia importante comprendere questo punto. Poiché la maggior parte di noi ritiene che l’ordine possa essere determi­nato con la ripetizione e che, se potete recarvi in ufficio per i prossimi quarant’anni, essere un ingegnere o uno scienziato che opera nell’ambito di una routine, state apportando l’ordi­ne. Ma la routine non è ordine: la routine ha generato il disor­dine. Abbiamo disordine sia esternamente sia internamente. Penso non ci siano dubbi al riguardo. C’è un caos generale, sia all’esterno, sia all’interno. L’uomo brancola nella ricerca di una via d’uscita da questo caos, chiedendo, domandando, ri­cercando nuovi capi; e se riesce a trovare un nuovo leader, po­litico o religioso, lo seguirà. Vale a dire che l’uomo è disposto a seguire una routine instauratasi meccanicamente, uno scopo, un sistema.

Ma quando si osserva il modo in cui questo disordine si è ori­ginato, si vede che dovunque ci sia stata autorità, specialmente autorità interiore, il disordine è inevitabile. Si accetta l’autorità interiore di un altro, di un insegnante, di un guru, di un libro, e via dicendo. Vale a dire che, seguendo un altro – i suoi precetti, i suoi detti, i suoi comandi e la sua autorità – si spera di determinare l’ordine entro di sé in modo meccanico. Per avere la pace, l’ordine è necessario. Ma l’ordine che noi creiamo nel ricercare o nel seguire un’autorità genera il disordine. Potete osservare ciò che sta avvenendo nel mondo, in special modo in questo paese, dove regna ancora l’autorità, dove l’autorità interna, l’esigenza, l’impulso di seguire qualcuno è fortissimo e fa parte della tradizione, della cultura. Ecco perché vi sono tanti àsrama, grandi o piccoli, che sono veri e propri campi di concentramento. Poiché lì vi si dice esattamente cosa fare. C’è l’autorità dei cosiddetti leader spirituali. E come in tutti i campi di concentramento, cercano di distruggervi, di modellarvi in un nuovo stampo. I comunisti in Russia, i regimi dittatoriali, creano dei campi di concentramento per mutare l’opinione, il modo di pensare, per forzare la gente. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Più c’è caos nel mondo più sorgono i co­siddetti àsrama, che sono sostanzialmente campi di concentramento per raggirare le persone, per plasmarle, per costringerle entro certi modelli, promettendo loro un futuro meraviglioso. E gli stolti lo accettano. Accettano perché in tal modo hanno una sicurezza psicologica. Il capo, il commissario, il guru, l’au­torità dice loro esattamente cosa fare; ed essi lo faranno di buon grado, perché è stato loro promesso il paradiso, o chec­chessia e, nel frattempo, ne ricavano una sicurezza fisica. Que­sto tipo di obbedienza meccanica – qualsiasi obbedienza è meccanica – provoca un grande disordine, come si deduce dalla storia e dai casi quotidiani della vita.

Così, per la comprensione del disordine, vanno comprese le cause del disordine. La causa primaria del disordine è il perse­guimento o la ricerca di una realtà che qualcun altro promette. Dato che la maggior parte di noi si trova nella confusione, nell’agitazione, preferiamo seguire meccanicamente qualcuno che ci assicurerà una comoda vita spirituale. E una delle cose più singolari è che, politicamente, ci si opponga alla tirannia, alla dittatura. Più la gente è liberale, civilizzata, libera e più aborre, detesta la tirannia, politicamente ed economicamente; tuttavia, interiormente accetterebbe l’autorità, la tirannia altrui. Vale a dire, distorciamo le nostre menti, i nostri pensieri e il nostro modo di vivere, per adattarci a un certo modello stabilito da qualcuno come la via che conduce alla realtà. Quando lo faccia­mo, stiamo distruggendo la chiarezza, perché la chiarezza o la luce deve essere scoperta da sé, non per mezzo di qualcun altro, non attraverso un libro, non grazie a qualche santo. Per lo più, i santi sono esseri umani contorti. Poiché essi conducono la cosiddetta vita semplice, gli altri ne restano fortemente impressio­nati; ma le loro menti sono distorte e creano ciò che ritengono sia la realtà.

Ma per comprendere davvero il disordine, si deve comprendere per intero la struttura dell’autorità, non solo interiormente, ma anche esteriormente. Non si può negare l’autorità esterna. È necessaria. È essenziale per ogni società civilizzata. Ma ciò che stiamo dicendo riguarda l’autorità altrui, inclusa quella di chi parla. Può esserci ordine solo quando comprendiamo il disordine che ciascuno di noi apporta, poiché facciamo parte della società; abbiamo creato la struttura della società, e in quella società siamo intrappolati. Noi, come esseri umani che hanno ereditato gli istinti animali, dobbiamo trovare, quali esseri umani, luce e ordine. E non possiamo trovare quella luce e quell’ordine, o quella comprensione, per mezzo di qualcun al­tro – non importa di chi si tratti – perché le esperienze altrui possono essere false. Ogni esperienza va messa in dubbio, che sia la propria o quella di qualcun altro. L’esperienza è la conti­nuazione di un fascio di memorie, che traduce la risposta a una provocazione sulla base del proprio condizionamento. In altre parole, l’esperienza è – non è vero? – rispondere a una provocazione, e quell’esperienza può rispondere solo confor­memente al proprio retroterra culturale. Se sei un hindú, o un musulmano, o un cristiano, sei condizionato dalla tua cultura, dalla tua religione, e quel retroterra si proietta in ogni forma di esperienza. E più sei intelligente nell’interpretare quell’espe­rienza, maggiormente vieni rispettato, è ovvio, con tutto ciò che ne consegue, tutto il circo.

Dobbiamo, quindi, mettere in discussione, dobbiamo dubitare, non solo dell’esperienza altrui, ma anche della nostra pro­pria esperienza. Ricercare ulteriore esperienza attraverso l’espansione della coscienza, cosa che viene fatta per mezzo di svariate forme di droghe psichedeliche, si situa ancora nell’am­bito della coscienza ed è, dunque, molto limitato. Così, una persona che sia in cerca di una qualsiasi forma di esperienza – in special modo la cosiddetta esperienza religiosa, spirituale – deve non solo metterla in discussione, dubitarne, bensì accan­tonarla del tutto. Una mente limpidissima, una mente piena d’attenzione e di amore, una simile mente perché dovrebbe necessitare ancora di una qualche esperienza?

Il vero non può essere sollecitato. Potete praticare tutta la preghiera, tutto il controllo del respiro che volete, e tutti quegli stratagemmi che gli esseri umani mettono in atto al fine di sco­prire qualche realtà, qualche esperienza, ma la verità non può essere sollecitata. Può scaturirne ciò che è misurabile, ma non l’incommensurabile. E un uomo che persegua ciò che non può essere compreso da una mente condizionata, genera disordine, non solo all’esterno ma anche all’interno.

L’autorità va, dunque, messa completamente da parte, e si tratta di una delle cose più difficili a farsi. A partire dall’infan­zia, veniamo guidati dall’autorità – l’autorità della famiglia, della madre, del padre, l’autorità della scuola, dell’insegnante, e così via. È necessario che ci sia l’autorità di uno scienziato, di un tecnologo. Ma la cosiddetta autorità spirituale è una cosa dannosa ed è una delle maggiori cause di disordine, perché è ciò che ha diviso il mondo in varie forme di religioni, in varie forme di ideologie.

Quindi, per liberare la mente da ogni autorità, ci si deve cono­scere; deve esserci, cioè, la conoscenza di sé. Non intendo il sé supremo o l’Atman, che sono invenzioni della mente, inven­zioni del pensiero, invenzioni scaturite dalla paura. Stiamo parlando di conoscenza di sé: conoscere se stessi realmente come si è, non come si dovrebbe essere; vedere che si è stupidi, paurosi, ambiziosi, crudeli, violenti, avidi; vedere i moventi dietro il proprio pensiero, i moventi dietro la propria azione – cosa che è il primo stadio del conoscersi. Se non conoscete voi stessi, come opera la struttura della vostra mente, come perce­pite, che cosa pensate, quali sono i vostri moventi, perché fate certe cose e ne evitate altre, in che modo perseguite il piacere; a meno che non capiate essenzialmente tutto questo, siete capaci di ingannarvi, di far del male, non solo a voi stessi, ma anche agli altri. E senza questa basilare conoscenza di sé, non può esserci meditazione, della quale parlerò tra poco.

Sapete, i giovani in ogni parte del mondo stanno rifiutando, si stanno ribellando contro l’ordine costituito – un ordine che ha reso il mondo brutto, mostruoso, caotico. Ci sono state guerre e, per un lavoro, ci sono migliaia di persone. La società è stata costruita dalla generazione passata, con le sue ambizioni, la sua avidità, la sua violenza, le sue ideologie. La gente, specialmente i giovani, rifiuta tutte le ideologie – forse non in questo paese, perché non siamo abbastanza progrediti, abbastanza ci­vilizzati per rifiutare ogni autorità, ogni ideologia. Ma, nel ri­fiutare le ideologie, stanno creando il loro proprio modello di ideologia: capelli lunghi, e tutto il resto.

La mera rivolta, dunque, non dà una risposta al problema. Ciò che risponde al problema è fare ordine in se stessi, un ordine vivente, non una routine. La routine è mortale. Entrate in un ufficio non appena uscite dalla scuola secondaria – se ottenete un lavoro. Poi, per i successivi quaranta, cinquant’anni vi recate ogni giorno in ufficio. Sapete che accade a una mente del genere? Avete instaurato una routine, e la ripetete; e incorag­giate vostro figlio a ripeterla. Qualunque uomo al mondo deve ribellarsi contro di essa. Ma voi direte: «Ho una responsabi­lità; nella situazione in cui mi trovo, non posso abbandonarla, anche se mi piacerebbe farlo». E così il mondo va avanti, ripetendo la monotonia, il tedio della vita, la sua totale vacuità. A tutto ciò l’intelligenza si ribella.

Deve esserci, così, un nuovo ordine, un nuovo modo di vivere. Per realizzare quel nuovo ordine, quel nuovo modo di vivere, dobbiamo comprendere il disordine. È soltanto per mezzo della negazione che comprendete il positivo, non con il perseguimento del positivo. Capite, signori? Quando rifiutate, accantonate ciò che è negativo; quando comprendete per intero il disordine sociologico e interiore che gli esseri umani hanno creato; quando capite che finché ciascun essere umano è ambi­zioso, avido, invidioso, competitivo, in cerca di posizione, pote­re, autorità, crea il disordine; e quando comprendete la struttu­ra del disordine – proprio quella comprensione determina la disciplina, una disciplina che non è repressione, né imitazione. Dalla negazione scaturisce la corretta disciplina, che è ordine.

Comprendere se stessi, quindi, è l’inizio della saggezza. La sag­gezza non si trova nei libri, né nell’esperienza, né nel seguire qualcun altro, né nel ripetere una quantità di banalità. La sag­gezza perviene a una mente che comprende se stessa, che com­prende come è nato il pensiero. Avete mai esaminato o chiesto: qual è l’inizio del pensiero, come si origina il pensiero? Si trat­ta di una cosa importantissima da capire. Perché se siete in grado di comprendere l’inizio del pensiero, allora forse potete ritrovare una mente che non è oppressa dal pensiero in forma di ripetizione di ciò che è stato. Come dicevamo, il pensiero è sempre vecchio, il pensiero non è mai nuovo. A meno che non scopriate da voi – non ripetere ciò che qualcuno dice, chiunque esso sia – a meno che non scopriate da soli l’inizio del pensiero, come un seme che produce una foglia verde, non vi è possibile trascendere le limitazioni di ieri.

E per scoprire l’inizio del pensiero deve esserci la comprensio­ne di se stessi, ma non mediante l’analisi. L’analisi richiede tempo, come togliere gli strati a una cipolla a poco a poco. Pensiamo di poter comprendere mediante l’analisi, mediante l’introspezione, mediante il perseguimento di una particolare idea che è sorta ed esaminandone la causa – e tutto ciò richie­de tempo. Ora, quando usate il tempo come un mezzo di com­prensione, il tempo provoca disordine. Quindi, il tempo è dolore. Capite? Se vi prendete tempo per sbarazzarvi della violenza che è in voi, avete stabilito come meta, come ideolo­gia, che dovete liberarvi di essa e che, per raggiungere tale me­ta vi occorre del tempo e vi tocca coprire lo spazio tra la vio­lenza e quello stato in cui non c’è violenza. Quando avete tempo per sbarazzarvi della violenza, continuate a spargere i semi della violenza – il che è un fatto evidente. Se dite a voi stessi: «Non sarò ambizioso quando avrò raggiunto il massi­mo», nel frattempo, state spargendo i semi della crudeltà di un uomo ambizioso. La comprensione di se stessi, quindi, non dipende dal tempo, dev’essere istantanea. L’approfondiremo an­cora un po’.

Stiamo dicendo che il mondo, com’è oggi, è nel caos. Ci sono guerre, attività ripetitive, la faccenda delle chiese – tutto ciò ha provocato molto danno nel mondo, il cui perpetuarsi è disor­dine. Per determinare l’ordine, dobbiamo capire la struttura del disordine. E una delle principali strutture di tale disordine è l’autorità. Seguite l’autorità a causa della paura. Dite: «Io non so; tu sai; per favore, dimmi tu che fare». Non c’è nessuno che ve lo possa dire. Quando ve ne rendete conto, e quando vi accorgete di dover scoprire proprio tutto da soli, interiormen­te, psicologicamente, allora non c’è leader, non c’è guru, non c’è filosofo, non c’è santo che vi aiuterà, perché essi operano ancora al livello del pensiero. Il pensiero è sempre vecchio; il pensiero non è una guida.

Scopriremo, così, l’origine, l’inizio del pensiero; e questo è im­portante. Per favore, prestate ascolto, non meramente alle parole. Sapete che cosa vuol dire ascoltare? Che voi ascoltate non al fine di apprendere. Non ascoltate per apprendere, ma fatelo con abnegazione, in modo da vedere da soli il vero o il falso. Ciò significa che non dovete né accettare né rifiutare. Il che non vuol dire che dobbiate avere una testa bucata, nella quale si possa versare tutto e nulla venga trattenuto. Al contrario, poiché state ascoltando, siete estremamente sensibili e, quindi, assai critici. Ma il vostro giudizio critico non si baserà sulla vostra opinione in quanto opposta a un’altra opinione, il che è il processo del pensiero. Per favore, ascoltate come se ascoltaste quei corvi, senza simpatia o antipatia; ascoltate soltanto il rumore di quel ragazzo che sta martellando qualcosa, senza irritarvi, senza perdere l’attenzione. Quando ascolterete in un modo così completo, scoprirete di non aver nient’altro da fare. Solo l’uomo che sta sulle rive del fiume specula sulla bellezza della corrente. Quando ha abbandonato la riva ed è nella corrente, non c’è alcuna speculazione, alcun pensiero; c’è soltanto movimento.

Per comprendere ciò in cui ci addentreremo – che è l’origine, il principio del pensiero – ci si deve comprendere, ossia, si deve apprendere su se stessi. Acquisire conoscenza su di sé e ap­prendere su di sé sono due cose diverse. Potete accumulare conoscenza su di voi osservandovi, esaminandovi. E da quel che avete imparato, dall’accumulazione, cominciate ad agire; quindi, in quell’azione state acquisendo ulteriormente. Capite? Quel che avete imparato, quel che avete accumulato è già nel passato. Ogni accumulazione è nel passato, e dal passato cominciate a osservare e ad accumulare ancora. Mentre l’ap­prendimento non è accumulazione. Apprendimento significa che come vedete, vi mettete ad agire; quindi, non c’è residuo nel vostro apprendimento, ma apprendimento continuo. L’apprendimento è un presente-attivo della parola, non il presente-passato. Apprenderemo, ma non da ciò che è stato accumulato. Nell’imparare una lingua, dovete accumulare. Dovete conoscere le parole, dovete apprendere i vari verbi, e così via; e dopo averli imparati, cominciate a usarli. Qui non è affatto così. Il vedere un pericolo determina un’azione immediata. Quando vedete un pericolo, un precipizio per esempio, c’è un’azione immediata.

Ciò che faremo, dunque, è scoprire, comprendere l’inizio, l’origine del pensare. E per farlo, dovete ascoltare e lasciarvi andare, il che significa che dovete prestare attenzione. L’atten­zione è possibile solo quando state indagando a fondo – vale a dire, quando siete realmente liberi di indagare e non siete vincolati a ciò che la gente ha detto, e così via.

Ora, tutta la vita è energia, è un movimento incessante. E quell’energia nel suo movimento crea un modello che si basa sull’autodifesa e sulla sicurezza – ossia, sulla sopravvivenza. L’energia, il movimento, il restare presi in un modello di so­pravvivenza, e la ripetizione di quel modello: questo è il prin­cipio del pensiero. Il pensiero è mente. L’energia è movimento, quel movimento che resta invischiato nel modello di sopravvivenza, ed è la ripetizione della sopravvivenza nel sen­so di piacere, di paura – tale è l’inizio del pensiero.

Il pensiero è la risposta della memoria accumulata, del cumulo di modelli – vale a dire di ciò che fate come hindú, musulmani, parsi, cristiani, comunisti, socialisti, e via dicendo. Il nostro modo di operare si basa su qualche modello, e la ripetizione di quel modello è la ripetizione del pensiero, un ripetersi che av­viene più volte. Il che è ciò che fate come hindú, come musul­mani o come parsi – il modello instaurato con la ripetizione quale sopravvivenza, nella struttura di una cultura che è hindú, musulmana o parsi. Questo è quanto sta realmente accadendo in ognuno. Il pensiero ha sempre instaurato un mo­dello, e se quello vecchio non è adeguato, ne instaura un altro. Se il capitalismo non funziona, allora funziona il comunismo, che è un nuovo modello. Oppure, se l’induismo o il cristianesi­mo non vanno bene, voi strutturate un nuovo modello.

Quindi, la ripetizione di quel modello condiziona le stesse cel­lule cerebrali, che sono materia. Il pensiero è materia. Lo si può scoprire per conto proprio. Lo dovete scoprire, e non perché chi parla ve lo sta dicendo – il che non avrebbe il benché minimo valore. Sarebbe simile al caso di un uomo affamato a cui si dicesse quant’è meraviglioso il cibo, e che venisse nutrito di teorie. È quanto sta avvenendo in questo paese; siete nutriti di teorie e ideologie – l’ideologia buddhista, l’ideologia hindú, quella di ankaràcàrya, e così via. Le vostre menti, quindi, sono vuote. Vi cibate di parole; ecco il perché del disordine. Ec­co perché tutto ciò va scartato, affinché possiamo ricominciare. Per ricominciare occorre capire per intero tale struttura del pensiero. Ora, capite tale struttura del pensiero solo quando cominciate a comprendere voi stessi in quanto movimento vi­vente – non «comprendere per aggiungere», nel qual caso si tratterebbe di una cosa morta. Siete delle creature viventi nell’ambito della struttura di una cultura, e quella cultura, quella tradizione, quell’autorità vi ha in pugno. E nell’ambito di quella struttura di coscienza risiede il disordine. Compren­dere tutto questo processo e andar assai oltre – il che è quanto faremo adesso – è meditazione.

La meditazione non è la formula ripetitiva dei mantra, del respirare con regolarità, del sedere in una qualche postura, pra­ticando la consapevolezza, l’attenzione – tutto ciò è del tutto meccanico. Stiamo parlando di una cosa viva. E voi avete pra­ticato queste cose meccaniche per secoli. Quelli che le hanno praticate sono morti, e le loro visioni sono proiezioni dal loro proprio passato, dal loro proprio condizionamento. Ma noi stiamo parlando di una meditazione viva, non di una meditazione meccanica, ripetitiva, disciplinare. Se non sapete che cos’è la meditazione – come se non sapete cos’è la morte – non c’è nessuna cultura nuova, non nasce nulla di nuovo.

Sapete, la cultura è una delle cose più meravigliose, ma non la cultura morta della quale parlate continuamente – la cultura indiana, la cultura hindú – perché quella è sepolta, andata, fi­nita. La cultura viva è ciò che sta accadendo realmente adesso. Vedere la confusione, lo sporco, la terribile miseria, e da ciò crescere e fiorire – quella è cultura, non retrocedere ai vostri progenitori morti.

Scopriremo insieme e insieme intraprenderemo un viaggio all’interno di ciò che è la meditazione. Potete porre questa domanda soltanto quando abbiate realizzato la conoscenza di voi stessi. Non potete domandare: «Che cos’è la meditazione?» se non vi conoscete, se non avete una comprensione di voi stessi, se non vi siete presi in esame il più possibile. Come dicevo, «il prendersi in esame» è istantaneo; la totalità di voi stessi è rivelata all’istante, non nel tempo. Potete effettivamente vedere con i vostri occhi un albero, un fiore, un essere umano accanto a voi. Non potete vedere la totalità di quell’albero o dell’essere umano accanto a voi se avete di essi un’immagine. È evidente. È solo quando non c’è l’immagine che potete vedere comple­tamente. L’immagine è l’osservatore, è il centro da cui osservate. Quando c’è un centro da cui voi osservate, c’è uno spazio tra l’osservatore e l’osservato. Non dovete prestare un’atten­zione esagerata a quanto viene detto; non avete che da osser­varlo voi stessi. Fintanto che c’è un’immagine di vostra moglie, di vostro marito, di un albero, di qualche cosa, è l’immagine il centro che sta guardando. C’è, così, una frattura tra l’osservatore e l’osservato. È importante comprenderlo. L’approfondi­remo subito.

Innanzitutto, liberiamoci delle idee errate sulla concentrazio­ne. Una delle asserzioni preferite di colui che medita o del maestro che pratica o insegna la meditazione è che la gente debba imparare la concentrazione – ossia, concentrarsi su un pensiero, scacciare tutti gli altri e fissare la propria mente soltanto su quell’unico pensiero. Questa è una cosa veramente stupida. Perché, quando lo fate, state meramente opponendo resistenza, state ingaggiando una battaglia tra la pretesa di concentrarvi su una cosa e il vagare della mente a ogni altro genere di cosa. Mentre dovete prestare attenzione non solo all’unico pensiero ma anche a dove divaga la mente, totalmen­te attenti a ogni movimento della mente. Ciò è possibile solo quando non respingete un qualche movimento, quando non dite: «La mia mente divaga, la mia mente è distratta». Non c’è niente come la distrazione. Perché il divagare della mente è indice del suo essere interessata a qualcos’altro.

Va così compresa l’intera faccenda del controllo. Ma, sfortuna­tamente, non possiamo addentrarci in essa questa sera, dato che non ne abbiamo il tempo. Noi esseri umani siamo così controllati, siamo delle entità morte. Ciò non vuol dire che dobbiamo lanciarci a fare ciò che vogliamo – cosa che faccia­mo in ogni caso, di nascosto. Ma, con l’amore, giunge una di­sciplina. Approfondirò ciò molto rapidamente.

La meditazione non è il controllo del pensiero. La meditazio­ne, quando il pensiero viene controllato, genera nella mente soltanto conflitto. Ma quando comprendete la struttura del pensiero e la sua origine, allora il pensiero non interferirà, come vi ho appena spiegato. Vedrete, perciò, che il pensiero ha il suo posto – ossia, dovete andare in ufficio, dovete recarvi a casa, parlare una lingua: in tal caso il pensiero deve essere all’opera. Ma quando abbiate compreso l’intera struttura del pensare, quella stessa comprensione è disciplina, e non è imi­tazione, non ha nulla a che fare con la repressione.

Le cellule del cervello sono state condizionate a sopravvivere all’interno di un dato modello, come hindu, musulmano, parsi, cristiano, cattolico o comunista. Poiché per secoli e secoli il cervello è stato condizionato a sopravvivere, ha il modello della ripetizione; così, il cervello stesso diventa il principale fattore di un’indagine senza tregua. Ve ne renderete conto da soli quando l’approfondirete.

Il problema, quindi, è provocare una quiete assoluta nelle cellu­le cerebrali stesse, il che significa assenza della ricerca di impor­tanza e di permanenza del sé. Capite? Dobbiamo sopravvivere a livello fisico e morire a livello psicologico. È solo quando a livello psicologico avviene la morte dei mille ieri che le cellule ce­rebrali sono quiete. E ciò non può realizzarsi con nessuna forma di manipolazione del pensiero, di ripetizione di mantra – cosa che è immatura. Ma giunge solo quando comprendete l’in­tero movimento del pensiero, ossia voi stessi. Le cellule cere­brali si fanno, dunque, straordinariamente quiete, prive di qual­siasi movimento che non sia rispondere alle reazioni esterne.

Essendo, dunque, quieto il cervello stesso, la totalità della mente è del tutto silenziosa, e quel silenzio è una cosa viva. Non è il prodotto di nessun guru, di nessun libro, di nessun àsrama, di nessun leader, di nessuna autorità, di nessuna dro­ga. Potete assumere una droga, una sostanza chimica, per acquietare la vostra mente, oppure ipnotizzarvi al fine di essere quieti. Ma ciò non è la calma viva di una mente che si è adden­trata a fondo in se stessa e che è, dunque, tremendamente attenta, estremamente sensibile. È solo una mente simile che può comprendere che cos’è l’amore. L’amore non è desiderio o piacere. Tutto ciò che abbiamo e che chiamiamo amore è de­siderio e piacere. «Amo mia moglie, amo il mio Dio», e via dicendo – tutto ciò si basa su paura, piacere e sensazione.

Un uomo che abbia, quindi, compreso e che si sia addentrato davvero in ciò, farà sì che ci sia ordine per prima cosa in se stesso. Se c’è ordine dentro gli uomini, c’è ordine nel mondo. Se ciascuno di voi farà veramente ordine in se stesso, avrete un ordine vivo, una nuova società, una nuova vita. Ma per farlo dovete distruggere i vecchi modelli di vita. I vecchi modelli di vita non possono essere spezzati se non con la comprensione di voi stessi, e da quella comprensione giunge l’amore.

Sapete, l’uomo ha parlato all’infinito dell’amore: ama il tuo prossimo, ama Dio, sii benevolo. Ma attualmente, voi non sie­te né benevoli, né generosi. Siete talmente concentrati su voi stessi che non avete amore. E senza amore c’è solamente dolore. Non è un semplice aforisma da ripetere, a vostra disposi­zione. Dovete trovarlo, vi dovete imbattere in esso. A tal fine dovete lavorare duramente. Dovete lavorare con la compren­sione di voi stessi, senza sosta, con passione. La passione non è lussuria; un uomo che non sappia che cos’è la passione non co­noscerà mai l’amore. L’amore si origina solo quando c’è ab­bandono totale del sé. E solo l’amore può far sorgere l’ordine, una nuova cultura, un nuovo modo di vita.



– tratto dal libro "Verso la liberazione interiore" –


http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/consemed.htm


domenica 9 ottobre 2011

La tua guida interiore è nascosta dentro di te

I Tarocchi Zen di Osho
70. La guida


Cerchi una guida all'esterno, perché non sai che la tua Guida interiore è nascosta dentro di te. Devi trovare la tua Guida interiore, ed è questo che io definisco "il testimone". Questo è ciò che chiamo "il dharma", "il tuo buddha intrinseco". Risveglia quel buddha, e la tua vita verrà inondata d'estasi, di benedizioni. La tua vita diventerà radiosa, colma di bene, divina più di quanto tu possa immaginare. La luce opera in modo molto simile. La tua stanza è buia - porta una luce. Basterà una piccola candela per far scomparire tutta quell'oscurità. E, una volta che hai una candela, saprai dov'è la porta. Non dovrai pensarci - solo i ciechi pensano a dove sia la porta. Le persone che hanno gli occhi e sono provviste di una luce, non ci pensano. Ci hai mai pensato? Semplicemente, ti alzi ed esci. Non pensi mai a dove sia la porta; non la cerchi a tentoni, né pesti la testa contro il muro. La vedi, senza che in te si muova il benché minimo pensiero, ed esci, semplicemente.

Osho God is Dead: Now Zen is the Only Living Truth Chapter 7


Commento:

La figura angelica di questa carta, con ali d'arcobaleno, rappresenta la Guida che ognuno di noi porta dentro di sé. Come la seconda figura che appare sullo sfondo, anche noi a volte possiamo essere un po' riluttanti ad aver fiducia in questa Guida allorché ci si presenta davanti, perché siamo abituati a cogliere i segnali provenienti dall'esterno, e non dall'interno. La verità del tuo essere più profondo sta cercando di mostrarti dove andare; quando questa carta compare significa che puoi fidarti della guida interiore che ti viene data. Essa ci parla bisbigliando, e a volte possiamo esitare, non sapendo se abbiamo compreso correttamente. Ma le indicazioni sono chiare: seguendo la guida interiore ti sentirai più completo, più integro, avrai la sensazione di muoverti verso l'esterno partendo dal centro stesso del tuo essere. Se lo segui, questo fascio di luce ti porterà esattamente là dove hai bisogno di andare.


venerdì 30 settembre 2011

Il risveglio - Eckhart Tolle



Il risveglio è un cambiamento nella coscienza, nel quale il pensiero e la consapevolezza si separano. Per la maggior parte delle persone non è un evento, ma un processo attraverso cui passano. Perfino quei rari esseri che sperimentano un risveglio improvviso, drammatico e apparentemente irreversibile, passeranno attraverso un processo in cui il nuovo stato di coscienza fluisce gradualmente in ogni cosa che fanno trasformandola, e questo è il modo in cui viene integrato nella loro vita.

Invece di essere persi nel pensiero, quando siete svegli riconoscete voi stessi come la consapevolezza che c’è dietro. A quel punto il pensiero cessa di essere un’attività autonoma fine a se stessa, che ha preso possesso di voi e che conduce la vostra vita. La consapevolezza subentra al pensiero. Invece di essere al comando della vostra vita, il pensiero diventa il servitore della consapevolezza. La consapevolezza è la connessione cosciente con l’intelligenza universale. Un’altra parola per questo è Presenza: la consapevolezza senza il pensiero.

L’iniziazione al processo di risveglio è un atto di grazia. Non potete farla accadere, né potete prepararvi o accumulare crediti per ottenerla. Non vi è una sequenza ordinata di passi logici che conducano verso il risveglio, anche se la mente amerebbe molto che fosse così. Non dovete chiedervi se lo meritate. Può giungere al peccatore prima che al santo, ma non è necessariamente così. Ecco perché Gesù si avvicinò a tutti i tipi di persone, non solo a quelle rispettabili. Non vi è nulla che potete fare per risvegliarvi. Qualsiasi cosa facciate l’ego proverà ad aggiungere il risveglio o l’illuminazione a se stesso, come una sua proprietà più preziosa per farsi più bello e più importante. Invece di risvegliarvi, aggiungerete il concetto di risveglio alla vostra mente, o l’immagine mentale di come è una persona risvegliata o illuminata, e quindi provereste a vivere all’altezza di quell’immagine. Vivere all’altezza di un’immagine che avete di voi stessi o che altre persone hanno di voi è un vivere privo di autenticità, un altro ruolo inconscio che l’ego gioca.

Ma se non c’è nulla che potete fare per risvegliarvi, se questo è già avvenuto oppure non lo è ancora, come può essere il proposito principale della vostra vita? Avere un proposito non implica che potete fare qualcosa per raggiungerlo?

Solamente il primo risveglio, il primo lampo di coscienza senza pensiero avviene per grazia, senza che voi da parte vostra facciate nulla. Se trovate questo libro incomprensibile o senza significato, a voi non è ancora successo. Se qualcosa in voi risponde comunque, se in qualche modo riconoscete la verità in esso, significa che il processo di risveglio è iniziato, e una volta iniziato non può essere invertito, anche se l’ego è in grado di ritardarlo. Per certe persone la lettura di questo libro rappresenterà l’inizio del processo di risveglio, per altre la funzione di questo libro è quella di aiutarle a riconoscere che hanno già cominciato a svegliarsi, e aiutarle a intensificare e accelerare il processo. Una funziona ulteriore di questo libro è di aiutare le persone a riconoscere l’ego in loro, tutte le volte che l’ego tenta di riguadagnare il controllo e di oscurare la consapevolezza emergente. Per alcuni, il risveglio avviene nel momento in cui diventano consapevoli del tipo di pensieri che hanno abitualmente, specialmente pensieri negativi e persistenti, con i quali possono essersi identificati tutta la vita. Improvvisamente vi è una consapevolezza che è consapevole del pensiero, ma non ne fa parte.

Qual è la relazione tra consapevolezza e pensiero? La consapevolezza è lo spazio in cui i pensieri esistono, quando quello spazio è diventato cosciente di se stesso.

Una volta che avete avuto un lampo di consapevolezza o di Presenza, la riconoscete direttamente. Non è più solo un concetto della vostra mente. Potete allora fare una scelta cosciente per essere presente, invece che indulgere in un pensiero inutile. Potete invitare la Presenza nella vostra vita, cioè fare spazio. Con la grazia del risveglio viene la responsabilità. Potete provare ad andare avanti come se nulla fosse accaduto, o invece vederne il significato e riconoscere l’emergere della consapevolezza come la cosa più importante che possa accadervi. Allora il proposito principale della vostra vita diventa aprire voi stessi alla coscienza emergente e portare la sua luce nel mondo.

“Voglio conoscere la mente di Dio” disse Einstein, “il resto sono dettagli.” Che cosa è la mente di Dio? La coscienza. Cosa significa conoscere la mente di Dio? Essere consapevoli. Cosa sono i dettagli? Il vostro proposito esteriore, e tutto quello che avviene all’esterno.

Così, mentre state forse ancora aspettando che qualcosa di significativo accada nella vostra vita, potete non avere compreso che la cosa più significativa che possa accadere a un essere umano è già accaduta in voi: l’inizio del processo di separazione tra il pensiero e la consapevolezza.

Molte persone che stanno attraversando i primi stadi del processo di risveglio non sono più sicure di quale sia il loro proposito esteriore. Ciò che guida il mondo, ciò che è importante per il mondo, non guida più loro. Vedendo la pazzia della nostra civiltà così chiaramente, essi si sentono alienati dalla cultura che li circonda. Ad alcuni sembra di abitare in una terra di nessuno tra due mondi. Non sono più guidati dall’ego e, tuttavia, la consapevolezza emergente non si è ancora integrata completamente nelle loro vite. Il proposito interiore e quello esteriore non si sono fusi.


– da “Un nuovo mondo” di Eckhart Tolle –


giovedì 22 settembre 2011

L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto


Allora Almitra disse: parlaci dell'Amore.

E lui sollevò la testa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse:
Quando l'amore vi chiama, seguitelo.
Anche se le sue vie sono dure e scoscese.
E quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui.
Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.
E quando vi parla, abbiate fede in lui,
Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.

Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà.
Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole,
Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.
Come covoni di grano vi accoglie in sé.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dai gusci.
Vi macina per farvi neve.
Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.
E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.

Tutto questo compie in voi l'amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.
Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il piacere,
Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall'aia dell'amore,
Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.

L'amore non dà nulla fuorché se stesso e non attinge che da se stesso.
L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;
Poiché l'amore basta all'amore.

Quando amate non dovreste dire: "Ho Dio nel cuore", ma piuttosto, "Io sono nel cuore di Dio".
E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.

L'amore non vuole che compiersi.
Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi:
Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte.
Conoscere la pena di troppa tenerezza.
Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore,
E sanguinare condiscendenti e gioiosi.
Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore;
Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore;
Grati, rincasare la sera;
E addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra.


- da "Il Profeta" di Khalil Gibran -


martedì 13 settembre 2011

La Via del Sufismo



di Gabriele Mandel


Noi tutti siamo usi ormai a credere alla “nostra” verità, e a capire – dei fatti e delle circostanze – non il significato obiettivo ma il significato soggettivo. Crediamo (o capiamo) per solito a ciò che si adatta alla nostra idea, al nostro desiderio, soprattutto alla nostra aspettativa. Partiamo sempre da un preconcetto inconscio, e ripetiamo attitudini, frasi, gesti condizionati da un apprendimento risalente all’infanzia, anziché agire indipendentemente. Siamo cioè per solito ben lungi dall’aver realizzato noi stessi, dall’essere liberi da passioni, pregiudizi, pulsioni, da cui invece sono liberi i sufi.

[...]

Il sufismo è per Abû Sa’îd alKarrâz «eliminare dalla mente quanto vi si trova: verità immaginarie, opinioni, condizionamenti; ed affrontare così tutto ciò che potrà accadere”.

Per Abu Sa’îd ibn alKhayr (976-1049) «significa distaccarsi dalle idee e dai preconcetti fissi, senza tuttavia evitare ciò che accade», ed è anche «abbandono del superfluo; e non vi è nulla di più superfluo dell’Io».

Per Ghazâlî (1058-1111) «la Via si perfeziona mediante la scienza e la pratica, i sûfî sono uomini di esperienza, non di parole».

Nurî Mujaddî (XVIII s.) disse: «Il sufi è uno che fa ciò che gli altri fanno, se è necessario. Ma quando è necessario fa anche quello che gli altri non possono fare».

E oggi, Idries Shah: «Uomo senza spazio e senza tempo, il sufi rende operante la sua esperienza all’interno della cultura, del paese, del clima nei quali si trova a vivere». E Seyyd Hossein Nasr (1933): «Il sufismo cerca il significato interiore tramite la penetrazione della forma esteriore, così che per sua stessa natura è qualificato a sondare la misteriosa unità esistente di là dalla diversificazione delle manifestazioni religiose».

[...]

Ibn alFarid (1181-1235) scrisse: «Bevemmo al nome del nostro Amico inebbriandoci ancora prima che la vigna fosse creata», intendendo con questo che i sufi si considerano di là dal tempo e dalla storia. “Vigna” qui significa l’Islamismo. Il maestro Abu alHassan alBûshanjî (morto a Nîshâpûr nel 959) disse: «Un tempo essere sufi era una realtà senza nome»; affermando così che il sufismo esisteva ancor prima d’essere chiamato così.

Ibn Khaldûn scrisse nella sua precitata opera monumentale: «Il sufismo si basa sull’assunto del metodo, che per coloro che vennero poi chiamati sufi era sempre stato considerato il Sentiero della Verità e della Retta Guida, così come lo avevano già fatto i primi musulmani, gli uomini della cerchia di Maometto e della seconda generazione». Notiamo che Ibn Khaldûn usò per definire il sufismo lo stesso termine (Sentiero della Verità e della Retta Guida) usato per il Tao Te Ching di Lau Tzu (V sec. a.C. circa).

La Fede assoluta dei tempi di Maometto, la ihsân, era già una via sufica, e in seguito i sufi attribuirono volentieri a se stessi il detto (hadîth) del Profeta: «Ihsân è adorare Dio come se tu lo avessi visto, poiché anche se tu non lo vedi, Egli comunque vede te». Ciò parrebbe collocare il sufismo nell’ambito della dottrina religiosa, del misticismo. Nulla di tutto ciò. I termini di “misticismo” e di “ortodossia” vanno intesi in modo del tutto differente dall’assunto europeo, già quando sono riferiti alla religione islamica. Acquistano poi tutt’altro significato nell’ambito sufico.

Per ciò che riguarda il misticismo, leggiamo in Idries Shah (1946): «I mistici arabi – in un primo tempo conosciuti come i prossimi (muqarribun) – ritenevano che vi fosse essenzialmente una unità negli insegnamenti interiori di ogni qualsivoglia credenza. [...] Come conseguenza dei contatti con gli Hanif, ogni antico centro di insegnamento segreto divenne una piazzaforte dei mistici islamici. Il fossato che per gli altri mistici separa – nella pratica e nella scienza esoterica – i cristiani, gli zoroastriani, gli ebrei, gli hindù, i buddhisti, eccetera, veniva così colmato! Questo processo, la confluenza delle essenze, i non-sufi non l’hanno mai colto nella sua realtà, perché per tali osservatori è impossibile rendersi conto che il mistico musulmano vede e contatta la corrente mistica in ogni altra cultura allo stesso modo in cui un’ape fa bottino in molti fiori senza per questo diventare essa stessa un fiore. Neanche l’uso sufico del termine confluenza per indicare questa funzione è stato capito pienamente». Per l’Islàm infatti il misticismo viene genericamente inteso come un atteggiamento individuale che non esclude l’operatività nella vita normale, con assoluta differenza dagli anacoreti cristiani. «Gli anacoreti – scrive ancora Idries Shah – sono soltanto dei professionisti dell’ossessione che hanno dato l’impressione al prossimo che il deserto o le montagne siano i soli luoghi in cui il mistico deve passare tutta la sua vita. Essi hanno preso un filo per l’intero tappeto».

[...]

Di fuori dal tempo, di fuori dal contesto politico, operanti nella società, e professanti almeno apparentemente la fede islamica, i sufi sono allora o no dei religiosi, anche nel senso islamico di questo termine? A un domanda siffatta Ahmad alYasavî († 1166), fondatore dell’Ordine nomade Yasaviyya, rispose: «In tutta la letteratura sufica troverete che spesso asseriamo di non essere interessati alla religione, e nemmeno alla sua mancanza. Come si può conciliare questo con il fatto che i credenti ci considerano uomini di fede? Lo scopo è il perfezionamento dell’uomo, e l’intimo insegnamento di tutte le religioni mira a questo. Per conseguirlo esiste sempre una tradizione tramandata da una catena vivente di adepti che selezionano i candidati cui impartire l’insegnamento. Questo insegnamento è stato tramandato fra uomini di tutti i generi. Per la nostra devozione all’Essenza noi abbiamo raccolto nella via del sufismo tutti coloro che sono meno interessati ai fatti esteriori; cosicché abbiamo conservata intatta e segreta la nostra capacità di continuare la Successione. Nelle religioni dogmatiche degli ebrei, dei cristiani, degli zoroastriani, degli indù, dei musulmani, che badano alla lettera, questo fatto prezioso è andato perduto. Noi restituiamo a tutte le religioni questo principio vitale; ed ecco perché vedete tanti ebrei, cristiani e altri fra i miei seguaci. Gli ebrei dicono che noi siamo veri ebrei, i cristiani ci considerano cristiani. Solo quando si conosce il Fatto Massimo si capisce la situazione delle religioni attuali, e anche della mancanza di fede, poiché mancare di fede è un tipo di religione con una sua fede particolare».

[...]

Giungiamo così al nocciolo della questione. Una cosa è studiare la storia del sufismo (ci si deve accontentare dei documenti forniti, delle ipotesi, di ciò che è trapelato – o che fu lasciato trapelare perché oramai non più pericoloso o perché superato, e perciò inutile –) e un’altra è capire il sufismo, semmai in vista di percorrerne il cammino. In questo caso occorre sapere che il sufismo è azione e non insegnamento scolastico; non vi è metodo fisso ma percezione di ciò che è utile a seconda dei casi; e consapevolezza dell’inutilità di un sistema; non vi sono perciò insegnanti, bensì maestri che sanno come essere utili, senza cadere nella presunzione personalistica di sapere.

Provate a prendere un pezzo di lievito, e a mostrarlo a chi non lo conosce. Egli potrà dire che è del gesso, o del sapone, o un pezzo di formaggio. Se pensa che sia una cosa da mangiare, forse l’assaggerà, sputandolo subito perché è cattivo e acido. Ma chi sa di che si tratta lo impasta con la farina, che così lievita, e diventa pane. Ecco: il sufismo è lievito.


– da “Il sufismo vertice della piramide esoterica”
di Gabriele Mandel



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